Creature e Creatore. 11. Ave, o Maria

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Quella “casa” è sulla strada che da sempre percorro per andare al lavoro. Solo che mai avevo pensato di varcarne la soglia.

Ambienti luminosi, accoglienti, eleganti e silenziosi; uno splendido giardino che abbraccia la struttura; confortevoli stanze singole dove poter restare accanto ai propri cari per tutto il tempo e senza costrizioni di orari. Hanno portato qui mio fratello, per i suoi ultimi giorni, riparato dalla promiscuità della corsia ospedaliera. La terribile malattia gli ha devastato la mente, non è più vigile, non risponde ad alcuna sollecitazione; ma siamo convinti che ci sente, che sa che siamo lì con lui e gli raccontiamo della nostra quotidianità, del nostro amore per lui, di qualche particolare episodio anche allegro. Ogni mattina, prima dell’ufficio, mi fermo per sapere della notte, per un saluto, per guardarlo.

Mi sono alzata prima del solito: vorrei potermi fermare da lui qualche minuto in più. Sono sulla soglia di casa, squilla il tanto temuto telefono: è la carissima amica che tanto ha insistito per fare le notti: “Se puoi venire. Anche O. è già partita e sta arrivando”. Mi precipito, cercando di mantenermi il più serena possibile, per mia cognata, per gli altri pochissimi intimi che sono al capezzale. Il terribile momento sta inesorabilmente arrivando. Ci stringiamo attorno al letto in un denso silenzio e mia cognata accarezza dolcemente i capelli del marito. Per non lasciarci andare al pianto cominciamo a parlare di cose vane, delle nostre figlie adolescenti perennemente in dieta.

Improvvisamente il suo petto non si alza più nel respiro; silenzio assoluto; restiamo sospesi ad osservare quel volto. Poi impercettibilmente e lentamente riprende a respirare, e noi con lui. L’infermiera, chiamata d’urgenza, ci dice che possono accadere queste apnee e con lo sguardo, lasciandoci soli, ci fa intuire l’imminenza.

Vorrei tanto pregare. Scruto i volti degli altri quattro presenti: a parte mia cognata, non li conosco, non a sufficienza. Sono credenti? Posso pregare a voce alta davanti a loro? Quanto sono arrabbiati con Dio per questa storia così incomprensibile, ingiusta e disumana? Questa malattia, questa così dolorosa agonia, quanto li ha allontanti, distaccati, separati da Dio? Vedo le mani di mia cognata che si aggrappano a quella dell’amato e la sento gridare con voce soffocata di non lasciarla da sola, di non abbandonarla.

Mi sposto ai piedi del letto per lasciare spazio agli altri che si vogliono stringere più strettamente a lui. Per me non è questione di centimetri: nulla e nessuno potrà mai allentare quel legame così unico che ci unisce e che non dipende da quanto e quando ci siamo frequentati nell’età adulta. Sei mio fratello, sei la mia famiglia, siamo lo stesso sangue.

Davvero non mi importa quello che pensano e, anche a costo di venir aspramente zittita, inizio lentamente a voce alta:

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

Tu sei benedetta (sì benedetta, anche adesso in questo terribile momento che chi più di te può capire) tra tutte le donne e benedetto è il frutto del tuo seno (i miei giovani nipoti orfani), Gesù.

Santa Maria, Madre di Dio (Madre nostra, Madre sua)

prega per noi peccatori (perdonalo, mio Dio! accoglilo nel Tuo Amore, ti prego!)

adesso (volutamente ometto la “e”) nell’ora della nostra morte.

Proprio su questa ultima invocazione, con un profondo lungo sospiro mio fratello lascia il suo corpo.

In quella frazione di secondi del suo ultimo respiro ho sentito come se i cieli si fossero aperti, lì in quella stanza.

Maria era presente, lì ai piedi del letto, e prendeva Lorenzo con sé. Miliardesimi di secondo, sensazioni, emozioni, certezze che non riesco ad esprimere, a rendere concrete e comprensibili. Provo una indescrivibile profonda pace. Guardo il volto di Lorenzo e lo vedo sereno, liscio, quasi sparito lo scavo della malattia.

Ti saluto, o Maria

adesso, in questo preciso momento e in ogni momento

e nell’ora della mia morte.

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