Creature e Creatore. 14. Natale in carcere

Le carceri hanno sempre fatto parte del mio “paesaggio”: nelle vicinanze di casa mia, a qualche centinaio di metri dalle mura di cinta della città, sulla strada, oggi molto trafficata, che porta dalla periferia al centro storico. Inevitabile passarci davanti per andare a messa, a scuola, in centro, alla stazione per cui quella strada, nel nostro comune linguaggio, è chiamata “la strada delle carceri” più che con il nome della Santa a cui è dedicata. Quindi, per me luogo normale, attorno al quale non ci avevo davvero mai speso alcun pensiero se non di leggero timore quando, negli anni delle grandi rivolte, lotte e contestazioni, è capitato che i detenuti si abbarbicassero sui tetti dei bracci e lanciassero tegole verso la strada oppure quella volta in cui si è favoleggiato di una rocambolesca fuga attraverso un tunnel scavato sotto il muro di cinta e allo sbocco del quale, nel giardino della villetta adiacente, c’erano le guardie ad attendere i fuggiaschi oppure di impazienza quando dovevo aspettare che la strada venisse liberata dalle auto di scorta nelle occasioni in cui “venivano mossi” ospiti decisamente importanti. Per me era come se tutto finisse con quell’alto muro di cinta su cui vedevo continuamente e con ogni tempo camminare la ronda armata.

Una domenica al termine della celebrazione, il giovane parroco dice che poi (si scusa di non potersi fermare per gli abituali brevi colloqui in quanto) deve scappare in carcere per la messa nel braccio minorile di cui ne è cappellano. In quel periodo, sperando di avere finalmente un po’ di tempo a disposizione, sto cercando un ambito di volontariato nel quale potermi inserire e subito penso che quello, con i giovani così sfortunati, potrebbe essere una buona idea. E così, dopo alcuni incontri di reciproca conoscenza con i responsabili dell’associazione, viene programmato il mio primo ingresso in carcere per la Messa del giorno di Natale, assieme ad altri nuovi aspiranti volontari (i primi ingressi si fanno nelle solennità più importanti perchè presente la quasi totalità degli iscritti, l’occasione è di festa, gli ospiti più ben disposti e quindi l’impatto è “meno duro” per noi new entry). Ci si trova tutti fuori il grande cancello carraio per fare, per ovvi motivi, un’unica entrata. Ci viene chiesto di consegnare i documenti alle guardie della portineria e si aspettano i momenti successivi in uno stretto corridoio chiuso dal portoncino blindato d’ingresso. Prima che venga aperto ogni porta o cancello si deve aspettare che tutti siano passati e che venga chiuso quello alle nostre spalle. E’ proprio come si vede nei film. Si passano corridoi (freddi, per quanto decorati con cartelloni fatti dai prigionieri) e un cortile interno di cemento chiuso da alti muri con finestre chiuse da spesse grate. Suoni metallici di serrature che si aprono, di battenti di ferro che sonoramente si chiudono. Non si vede nessuno. Silenzio; nessun rumore, nessuna voce a parte il leggero vocio dei volontari esperti. In fondo ad un corridoio la giovane univesitaria a cui sono stata affidata mi mostra un grande tabellone e dei lavoretti-decori frutto del lavoro dei ragazzi nei laboratori tenuti, appunto, dall’associazione. Mi dice che non si possono fare progetti impegnativi e continuativi perchè i giovani ruotano spesso e i loro soggiorni talvolta sono anche relativamente brevi. Ma è pur sempre qualche cosa…..Si esce, dopo l’ennesima porta blindata e scatto di serratura, in un cortiletto interno, anch’ esso chiuso su tutti e quattro i lati (il cielo terso e gelido è davvero un quadrato in alto…come nei quadri…come nei film…come nei racconti…) al centro del quale c’è quello che doveva essere un minuscolo prato ma che ora è solo un pavimento duro di terra battuta con una leggera ombra di verde solo lungo i lati e qualche albero spoglio. Sento tutto ancora più triste degli ambienti chiusi che ho attraversato (questo è il primo termine che mi viene, o è meglio grigio, freddo, anonimo carcere?) I ragazzi sono lì in gruppetti che chiacchierano tra di loro e non si scompongono al nostro arrivo. Gran bella accoglienza, davvero! Gli animatori sono un po’ agitati perchè vedono che la palestrina non è stata, come tutte le altre domeniche, sgombrata dai pochi attrezzi e allestita per la celebrazione della Messa. Si scusano con noi nuovi…forse i ragazzi non ne avevano voglia….Il Don organizza tutto velocemente mentre noi veniamo invitati a restare nel cortiletto e a familiarizzare con gli ospiti. Fa freddo, il piumino e i guanti non bastano a scaldarmi. Resto in disparte: mi hanno detto di non chiedere i nomi, la provenienza ed in particolare il reato; di non fornire i miei dati, di stare sul generale. Già, sul generale. Ma cosa chiedo? cosa hanno fatto di bello ieri sera? Guardo quei giovani volti di varie etnie e nazionalità africane ed est europee; una sonora risata e una colorita esclamazione in napoletano mi fanno capire che quello è il gruppetto degli italiani (tra di loro dovrebbe esserci anche quel ragazzo che ha commesso poco addietro un grave delitto di cui tutti i giornali ne avevano parlato. Ma qual’è? nessuno di loro è un mostro a due teste e quattro braccia.) Sono tutti ragazzi normali vestiti in jeans e felpa, che stanno spavaldamente fumando una sigaretta o simulando una lotta o menandosi forti pacche sulle spalle. Noto uno, carnagione slava, isolato dagli altri, con le spalle appoggiate al grigio muro freddo, la testa e gli occhi bassi, visibilmente chiuso in sè stesso e al mondo. Quella solitudine così chiaramente espressa mi sgomenta. Vorrei avvicinarmi…ma ricordo le raccomandazioni: la prima volta mai da sola, sempre con un volontario esperto. E poi, davvero non saprei cosa dirgli e sento tutta la mia impotenza. La Messa inizia con le chitarre dei giovani dell’asssociazione, il Don ce la mette tutta per spiegare a quel gruppetto di musulmani e “senza dio” (ma almeno gli italiani che siano stati battezzati?) il grande mistero d’Amore di quel Dio fattosi bambino e che, come loro, è stato anche in carcere e sa di cosa si parla quando si dice di emarginazione, povertà, guerra, violenza subita; un Dio che ama e che perdona e che guarda al cuore e che è sempre lì per ciascuno di loro e cerca con parole semplici e comprensibili di dare speranza al di là del credo (o non credo) di ciscuno. E’ davvero strana quella Messa di Natale! Il momento delle preghiere è libero e molti ringraziano e pregano per quel nucleo di giovani progionieri; anche qualcuno dei ragazzi detenuti ringrazia ed uno in particolare mi commuove. Il napoletano alle mie spalle si unisce ai canti con bella voce e molto ben intonata: mi giro e gli faccio i complimenti (Ho sbagliato? troppo personale questo approccio?). Allo scambio della pace partecipano tutti, anche quei due africani che erano rimasti fuori della porta spalancata sul cortile. Stringo le mani a questi “delinquenti”: sono mani di adolescenti, o poco più, vive e calde come quelle dei miei figli. Un pensiero mi fulmina l’anima: io, la mia famiglia, noi non abbiamo nessun merito. Anche i miei figli avrebbero potuto in qualsiasi momento deviare, incontrare brutte amicizie, aderite a tentazioni di altre strade e situazioni. Sono stati solo fortunati a non nascere in certe realtà di degrado, a non aver visto e subito violenze, a non…..La Messa finisce e subito inizia il brindisi con panettone e bibite. Una signora volontaria quest’anno ha portato dei pacchi dono: uno per ogni ragazzo con scritto il suo nome sul bigliettino di auguri e dentro una felpa. Tutto per noi così normale! ma decisamente non per loro sia per il dono stesso (se e quando mai hanno ricevuto regali?) e poi il loro nome, proprio il loro…quindi non più anonimi, non più trasparenti, non più nessuno. E’ anche un modo per sentire la famiglia, la mamma vicina, in quel giorno di festa lontani dalle proprie origini e isolati dal resto del mondo. Vedo la loro gioia, si confrontano la taglia, si fanno dei commenti e battute. Ma su tutto non posso non sentire la solitudine, il vuoto, forse anche la disperazione. Quale futuro? quale speranza? Tutta quella situazione mi commuove fino alle lacrime e non riesco a contenere la viva commozione. All’improvviso mi sento mamma di tutti loro quasi che il loro dolore, seppur così ben mascherato in quel festoso momento, fosse il mio, della mia carne. Il mio cuore si dilata in una maternità che li abbraccia uno ad uno nella loro difficile e abbandonata adolescenza, li unisce ai miei due figli e non vedo più alcuna differenza tra loro e i figli del mio cuore.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *