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Per vivere con frutto gli esercizi spirituali

Dal mondo quotidiano. Nuvole bianche (Einaudi)

 

Invocazione dello Spirito Santo Creatore e Ri-creatore

 

 

Costituzioni salesiane. Esercizi spirituali, momenti di rinnovamento

91. La nostra volontà di conversione si rinnova nel ritiro mensile e negli esercizi spirituali di ogni anno. Sono tempi di ripresa spirituale che Don Bosco considerava come la parte fondamentale e la sintesi di tutte le pratiche di pietà.

Per la comunità e per ogni salesiano sono occasioni particolari di ascolto della Parola di Dio, di discernimento della sua volontà e di purificazione del cuore.

Questi momenti di grazia ridonano al nostro spirito profonda unità nel Signore Gesù e tengono viva l’attesa del suo ritorno.

 

 

Brani biblici. La nostra gioia sia piena

 

1Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – 2la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

 

1 Giovanni 1

 

Vedi Cantico dei Cantici 1,1-2,7

 

Meditazione. «Come piace a Dio»

  • Scopo: prendere sul serio il «Sia fatta la tua volontà» del «Padre nostro». In altre parole, il discernimento. Nel linguaggio di Francesco di Sales: «dare luce all’intelligenza e calore alla volontà», «fortificare la nostra fede», «accrescere la nostra speranza», «aumentare il fervore della nostra carità», «imitare e mettere in pratica» il vangelo.
  • Condizioni da parte degli esercitandi: lasciarsi totalmente plasmare dallo Spirito Santo (docilità attiva e passiva insieme). Sì, totalmente, non è un assolutismo di cui aver paura. Cf. dubbio e suggerimento di un teologo di fama mondiale.
  • Condizioni da parte della guida: «Si ha un bel dire, ma il cuore parla al cuore, mentre la bocca non parla che alle orecchie».

 

Cenni sulla vita e le opere di Francesco di Sales

Francesco[1] nasce nel castello di Sales il 31 agosto 1567, primo di tredici figli (dieci maschi e tre femmine). La madre, Françoise de Sionnaz, ha appena quattordici anni, mentre il padre, François Ier de Nouvelles, signore di Boisy, ne ha trentuno in più, secondo l’usanza del tempo per le famiglie nobili. Al battesimo gli vengono imposti i nomi di Francesco e Bonaventura.

Il padre ha un carattere forte: è di poche parole e un po’ rude nei modi, ma con un gran cuore e molto amante della famiglia; possiede una fede che rasenta il fanatismo quando si tratta di Ugonotti. Sempre generoso nel soccorrere i poveri, quando la carestia si aggrava fa arrivare, a proprie spese, viveri da altri paesi, e così «salvò molte persone», in questo pienamente approvato in famiglia.

La madre, dolce e affettuosa, educa così religiosamente e teneramente il figlio che, quando Francesco ha sei anni, il padre giudica giunto il momento di dargli una formazione più virile e lo manda a scuola a La Roche, una cittadina poco distante, dove rimane due anni; passa poi al collegio di Annecy per i successivi tre anni. Dopo questa prima formazione, considerato maturo per affrontare la grande città, Francesco si trasferisce a Parigi, al Collegio Clermont, accompagnato dal suo precettore, l’abate Déage; durante questo periodo, una grave crisi spirituale lo porta sull’orlo dell’esaurimento. Completati gli studi umanistici e filosofici, dopo una breve vacanza in famiglia, nell’estate del 1588 parte per Padova, dove andavano a studiare quasi tutti i nobili di Savoia e di Francia, in obbedienza al padre che lo vuole laureato in diritto civile ed ecclesiastico, cosa impossibile a Parigi per un divieto dei Pontefici.

Dopo tre anni di intensi studi consegue la laurea, che gli viene conferita solennemente il 5 settembre 1591. Prima di tornare in Savoia, ha il permesso di fare una visita a Roma ma, a causa dei briganti che infestano l’Italia centrale, il viaggio termina a Loreto. Ritorna per breve tempo a Padova e agli inizi del 1592 riparte; visita le città più importanti dell’Italia del Nord e in marzo raggiunge la famiglia a La Thuile, sul lago di Annecy.

Nel dicembre di quello stesso anno si iscrive all’ordine degli Avvocati e vi rimane iscritto fino al 1597. Forse in quel momento non pensa che anche la professione di avvocato gli sarà utile per il bene della Chiesa; la eserciterà infatti per difendere diverse cause, fino alla più importante, in favore del Vescovo, nel luglio del 1595. Difenderà anche se stesso per il possesso della parrocchia del Petit-Bornand , quattro anni dopo a Chambery. Nel frattempo porta avanti il suo progetto: diventare sacerdote; il padre cede, ma chiede, come contropartita, qualche soddisfazione, per cui Francesco è costretto ad accettare la nomina di prevosto della Cattedrale. Il 9 giugno 1593 riceve gli ordini minori e il suddiaconato e il 24 dello stesso mese tiene con molta emozione il suo primo sermone per l’ottava del Corpus Domini. Viene poi ordinato diacono e, in dicembre, è sacerdote.

Pur essendosi dedicato prevalentemente a studi giuridici, la sua formazione teologica non è affatto fragile. A Padova, inoltre, ha stabilito rapporti di stima e di amicizia col gesuita Antonio Possevino, che considera suo padre spirituale; questi lo portò a continuare gli studi di teologia. Purtroppo a documentazione di questo non abbiamo più i dodici volumi rilegati, contenenti i suoi appunti di diritto e di teologia, redatti sia a Parigi che a Padova, e che egli consultava ancora quando era vescovo. è rimasto solo qualche piccolo frammento, dal quale si ha l’impressione che il suo impegno fosse «vivere» la teologia più che discuterla; orientamento che egli manterrà per tutta la vita.

Sotto la spinta del Possevino, poté seguire regolarmente le lezioni del minore conventuale Filippo Gesualdi, molto aperto alle nuove idee e ai nuovi metodi. Divennero molto amici, e da lui Francesco imparò l’amore per i Padri della Chiesa, la stima e la considerazione per san Tommaso, san Bonaventura e per i contemporanei più in vista.

Per concludere su questo tema si può dire che, pur non avendo gradi accademici in teologia, egli l’ha studiata seriamente.

Nel periodo della sua formazione Francesco si impegna in una vita spirituale intensissima: frequenta la chiesa del Santo, i Gesuiti, i Teatini e i Conventuali; partecipa alle loro pie riunioni, è assiduo alle pratiche di pietà e alla predicazione. E se già dai tempi di Parigi conosceva la dottrina d’amore del Ficino e del suo discepolo Pico della Mirandola, a Padova la approfondisce; il Lajeunie ne vede una prova nell’Esercizio del sonno o riposo spirituale, a cui si potrebbe aggiungere anche l’appunto contenente le Norme per le conversazioni e gli incontri, e sostiene, al tempo stesso, che questa dottrina è fondamentale per la via salesiana. Sempre a Padova vi avrebbe poi aggiunto la conoscenza della dottrina del Bembo e del Castiglione.

Egli non poteva ignorare le opere di questi autori che circolavano nell’ambiente colto del tempo, soprattutto quello universitario, ma li assunse con ·spirito critico. Apprezzò quei ragionamenti e quelle «cortesie», ma ne scoprì contemporaneamente il limite: rimaneva no parole vuote perché mancavano di una base solida, Cristo. L’eleganza delle forme e la gentilezza del porgere andavano salvate; era però indispensabile dare loro un’anima per farle vivere. Francesco conserverà per tutta la vita l’amabilità del tratto, soprattutto nei confronti delle donne, ma con tutt’altro spirito. Le sue lettere, in particolare quelle a Giovanna Francesca di Chantal, ne sono una prova, nonostante le cancellazioni compiute dalla Santa prima di permetterne la stampa. Egli trasfonde nella cortesia e nelle belle maniere l’amore vero dando loro un significato più denso e più profondo; fa dell’amore umano un’immagine di quello celeste: un gradino per salire a quello, conservando anche in esso le espressioni, care agli umanisti, di quello umano.

A Padova ebbe modo di conoscere anche Lorenzo Scupoli, teatino, la cui coerenza di vita lo aveva profondamente colpito, e di leggere il suo «trattatello», Il combattimento spirituale. La dottrina in esso contenuta lo aiutò a dare concretezza alla sua spiritualità: lo Scupoli, infatti, non mirava a creare un’anima bella, ma la Chiesa di Dio. È una spiritualità teocentrica che ha a radice il cristocentrismo pratico: tutto deve essere riferito a Dio per mezzo di Cristo.

 

Francesco conosce bene il suo tempo e sa che, benché la Chiesa sia sicuramente santa, perché santo è Cristo, suo capo, le sue membra sono spesso peccatrici.

Conscio delle sue responsabilità come pietra viva della Chiesa, mentre si prepara alla consacrazione episcopale, redige un «regolamento» per sé e per il suo personale che sembra quasi una regola monastica. Si impone un ritmo di vita che _non lascia spazio all’ozio, pur riservando tempo per coltivare le lettere, il bello e le conversazioni con gli amici: l’amicizia è uno dei valori maggiormente evidenziati in tutto l’arco della sua vita. Preghiera, studio, servizio pastorale lo occupano senza soste, costringendolo spesso a rubare tempo al sonno. Studia con particolare amore e cura la Scrittura, i Padri, la teologia, i commentari dei principali autori.

Il centro della sua giornata è costituito dalla santa Messa, celebrata possibilmente sempre in pubblico perché «è esempio utile per la gente semplice». è breve nella preparazione, come pure nel ringraziamento, perché dà maggior peso all’intensità della preghiera che alla sua durata, e sostiene che tutta la giornata deve essere ringraziamento o preparazione alla Messa; è breve anche «per non annoiare o raffreddare quelli che aspettano»: tipica espressione di quella carità che anima tutta la sua giornata. Attribuiva enorme importanza al sacramento della penitenza e desiderava vivere in prima persona ciò che chiedeva agli altri: anche quand’era vescovo non esitava ad accostarsi in pubbli co a tale sacramento.

Ma sarebbe far torto alla verità e a Francesco di Sales confondere la sua amabilità e la sua gentilezza con la debolezza, la mancanza di personalità o il lasciar correre pur di conservare la propria pace. È un uomo molto deciso, forte e cortese, ma sensibile, e soffre per i tradimenti, le mancanze alla parola data o la doppiezza.

Le lettere del periodo dello Chablais ci danno uno spaccato della sua anima: tenero con gli amici, inflessibile con chi crede di farsi gioco degli altri, irriducibile quando si tratta di difendere il diritto dei diseredati, cortese ma franco con i potenti, prudente e diplomatico, senza falsità, per giungere al fine che si è proposto, coraggioso nella verità e innocentemente spregiudicato nella sua semplicità.

Il Francesco che si batte con coraggio per liberare la Chiesa dalla peste dell’eresia, che istruisce i suoi preti perché siano all’altezza del loro compito, è lo stesso che conduce le anime alle più alte vette della santità. È l’uomo gentile, ma risoluto e preparato, che conquista la stima di Beza, teologo e studioso del Nuovo Testamento, continuatore dell’opera di Calvino, l’ammirazione e la simpatia di Clemente VIII, di Paolo V, di Leone XI, del Baronio, del Bellarmino, che saprà conquistare calvinisti incalliti come Lesdiguières, tener testa ai Cavalieri dei santi Maurizio e Lazzaro, e difendere i diritti dei suoi preti. E desiderava che il suo coraggio fosse riconosciuto. Anche da vescovo si manifesta così e sembra quasi compiaciuto di essere una persona intraprendente. Interessante a tale proposito la pagina autobiografica scritta nel suo caratteristico italiano al padre Possevino: «Io, l’altro giorno, andando a Gex, dopo havere celebrato la santa Messa in un villaggio vicino, mi venne al core di passare dentro la città di Genevra, il che era il mio camino più diritto; il che io feci senza alcuna apprehensione, per una certa confidanza più semplice che prudente. Et essendo arrivato alla porta, il sopraintendente di quella dimandando che io era, io feci rispondere pel mio Vicario generale che era Monsignor il Vescovo. Et sopra la dimanda che fu fatta: “Qual Vescovo?” io feci rispondere: “Monsignore il Vescovo di questa diocese”; et allora egli lo scrisse sopra il suo libro di consignatione, con queste parole: Mons.re Francesco di Sales Vescovo di questa diocese. Et non sò se egli intese il motto di diocese; almeno egli mi lasciò entrare, e così io passai a cavallo a traverso della città, salutato dalla più parte degli uomini e donne molto honorevolmente. Dapoi, essendo io uscito et essendo sparso tra il popolo il romore della mia passata, fecero grande diversità di discorsi fra loro… Comunemente hanno preso per un malvagio presaggio ch’io abbia havuto insigni di Vescovo ed di dire alla loro porta ch’io era il loro vescovo, il che non è giamai avenuto da poi che si ribellarono».

È il 1609, Francesco è vescovo da 7 anni e ha 42 anni di età.

Egli diverrà sempre più un «operaio della Parola», con l’instancabile predicazione e la cura per la catechesi, e un «operaio della penna»: scrive un breve ma intenso libretto per i suoi preti, Consigli ai Confessori, la raccolta dei sermoni, scritti durante la missione nello Chablais, che vanno sotto il nome di Controversie, ma che egli aveva chiamato Meditazioni, il celebre Filotea, Introduzione alla vita devota, il fondamentale Trattato dell’amore di Dio oltre a moltissime esortazioni e istruzioni per i suoi fedeli e per i sacerdoti.

Molte lettere e vari Trattenimenti (cioè conversazioni familiari, tenute alle Figlie della Visitazione, in cui risponde alle loro domande) testimoniano l’importanza che egli attribuiva all’accoglienza dei penitenti e il suo atteggiamento personale nell’esercitarla.

Contemplazione poetica. Anima di Cristo

 

ANIMA DI CRISTO[2]

Anima di Cristo, santificami.

Corpo di Cristo, salvami.

Sangue di Cristo, inebriami.

Acqua del costato di Cristo, lavami.

Passione di Cristo, confortami.

O buon Gesù, esaudiscimi.

Nelle tue piaghe, nascondimi.

Non permettere che io mi separi da te.

Dal nemico maligno difendimi.

Nell’ora della mia morte chiamami

e comandami di venire a te

a lodarti con i tuoi santi

nei secoli dei secoli.

Amen!

 

Affidamento a Maria. La vera devozione alla Vergine santa

 

[105] Scoperte e condannate le false devozioni alla Vergine santa, bisogna definire brevemente quella vera. [3] Essa è:

  1. interiore;
  2. tenera;
  3. santa;
  4. costante;
  5. disinteressata.

 

[106] 1) La vera devozione a Maria è interiore; parte, cioè, dalla mente e dal cuore; deriva dalla stima che si ha di lei, dall’alta idea che ci si forma delle sue grandezze e dall’amore che le si porta.

 

 

 

 

 

 

 

[1] A. Ravier, Lettere di amicizia spirituale, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 2003, 5-12.

[2] “Tale orazione così devota e propria di nostra Compagnia” non fa parte del testo degli Esercizi, ma – scrive il P. Fabiano Quadrantino alla fine del secolo XVI – è bene “collocarla integralmente in qualche posto, affinché col passare del tempo non scompaia” (MHSI, MI, Directoria 760, 15; cf. S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, a cura di P. Schiavone, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 22009).

 

[3] In tutte le tappe di questi esercizi spirituali, l’«Affidamento a Maria» è tratto da S. Luigi Maria Da Montfort, Trattato della vera devozione a Maria. Preparazione al Regno di Gesù Cristo, in Opere. 1. Scritti spirituali, Edizioni Monfortane, Roma 1990.

 

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