Con amore verso l’Amore. Esercizi spirituali con san Francesco di Sales. Seconda giornata, mattino.

Dalla storia alla spiritualità

Dal mondo quotidiano. La tempesta (Branduardi)

 

Non c’è più vento per noi

tempo non ci sarà

per noi che allora cantavamo

con voci così chiare.

Non c’è più tempo per noi

vento non ci sarà

per noi che abbiamo navigato quel mare così nero

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

Non c’è più vento per noi

tempo non ci sarà

per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.

Si alzerà il vento per noi

tempo per noi sarà

il nostro viaggio, l’ha guidato la mano del destino

ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà

Un vento poi soffierà dentro le nostre vele

qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa.

Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele

perché la rotta giusta solo il Signore la sa.

 

Non c’è più vento per noi

tempo non è per noi

che nella notte senza luce misuravamo il mare.

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

Un vento poi soffierà dentro le nostre vele

qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa.

Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele

perché la rotta giusta solo il Signore la sa.

 

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

 

 

Invocazione dello Spirito Santo più intimo a noi di noi stessi

Costituzioni salesiane. Lo spirito salesiano

 

  1. Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l’ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano.

Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio.

 

  1. Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre.

Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l’urgenza del Regno che viene; l’atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepoli nell’unità della comunione fraterna.

Brani biblici. Dio è luce

 

5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. 6Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. 8Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. 9Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 10Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

 

1 Giovanni 1

 

Vedi Cantico dei Cantici 2,8-17

 

 

Meditazione. Abbandono eroico e carità sacerdotale

Accenni al 1500-1600 nell’area francese-savoiarda

 

Francesco di Sales nasce il 21 agosto 1567 nel castello di Sales, vicino a Thorens, in Alta Savoia.

 

Politicamente, Francesco viene alla luce in uno stato-cuscinetto, sorto appena otto anni prima quando, con la pace di Cateau-Cambrésis (1559), la Francia è obbligata dalla Spagna a sgomberare il Piemonte: quest’ultimo, infatti, è proprio confinante con la Lombardia, a quell’epoca sotto il dominio spagnolo.

Rinforzata dalla guida di Emanuele Filiberto, abile politico e comandante coraggioso, anche spostando la capitale a Torino, «la Savoia [ormai indipendente] diventa un regno di tutto rispetto nello scacchiere europeo, tanto da costituire il più grande stato dell’Italia».[1]

Diversa la tempra di Carlo Emanuele I, figlio di Emanuele Filiberto, che governerà dal 1580 al 1630, dunque per la maggior parte della vita e dell’attività di Francesco di Sales. Nel 1588 Carlo Emanuele I occupa il marchesato di Saluzzo, si inoltra in Provenza e pretende di farsi riconoscere re di Francia, in quanto cugino di Enrico III, sovrano assassinato.

Le sue conquiste gli vengono ritolte da Enrico IV che, solo nel 1601, con il trattato di Lione, gli cede Saluzzo e lo Chablais, ottenendo in cambio le terre dei Savoia al di là del Rodano: Bresse, Valromey, Bugey e Gex. La grande diocesi di Ginevra si estende ed esercita la giurisdizione canonica anche su queste regioni, dove la presenza del calvinismo è ridotta quasi alla clandestinità: si comprende pertanto l’interesse di Francesco di Sales a mantenere buoni rapporti con la corona francese. Più volte, nel corso del suo ministero episcopale,[2] accetterà il difficile compito di mediatore tra i sovrani francesi e quelli savoiardi, come quando – tra il 1618 e il 1619 – accompagnerà a Parigi il giovane cardinale Maurizio di Savoia a chiedere la mano della sorella di Luigi XIII, Cristina di Francia, per il fratello, il principe Vittorio Amedeo, figlio del duca Carlo Emanuele di Savoia; o come quando – nel 1622 – poco prima di morire – si recherà ad Avignone, dove Carlo Emanuele I gli aveva chiesto di accompagnare la Corte dei Savoia per felicitarsi con Luigi XIII della sua vittoria sui protestanti del Sud e per concludere con lui un’alleanza che verrà effettivamente sancita nel 1623 tra la Francia, la Savoia, la Svizzera e Venezia.[3]

Esprimeremo gli aspetti fondamentali del contesto culturale man mano che torneremo ad accennare, nel prossimo capitoletto, allo sviluppo della vita di Francesco di Sales.

 

A livello ecclesiale e spirituale,[4] non si può capire buona parte di Francesco di Sales senza accennare almeno lontanamente alla Riforma, soprattutto calvinista, con cui si confronterà per una vita intera; alle possibili cause della Riforma luterana e calvinista, alla risposta della Chiesa a queste sollecitazioni.

Lo storico Giacomo Martina presenta la questione della riforma attraverso una domanda aperta, che ci accompagna verso orizzonti ancora più vasti della vita intra ed extra ecclesiale (se questa distinzione non è anacronistica). Ci si interroga sulle

cause che a poco a poco, a partire dall’inizio del Trecento, preparano la crisi del Cinquecento. Chi aveva ragione, Adriano VI, e soprattutto il cardinal Madruzzo, che, riconoscendo umilmente le colpe dei cattolici e la corruzione della curia, addossavano alla Chiesa, alla curia, ai cattolici in genere la maggiore responsabilità nella genesi della rivolta protestante, o il cardinal Campeggi, che già allora respingeva questa tesi, sostenendo che nessun abuso morale può giustificare un cambiamento del dogma?[5]

Anche la spiritualità di un santo, di un popolo è incarnata in un’epoca. Questi interrogativi ci fanno presagire Francesco impegnato sia nel tentativo di conversione alla verità cattolica da parte dei calvinisti, ma anche in tutti gli sforzi per il riordinamento della diocesi. Solo un fatto tra i tanti: nonostante tutta la buona volontà, Francesco di Sales non riuscirà mai ad aprire un seminario per la diocesi di Ginevra con sede ad Annecy.

È sempre Giacomo Martina ad offrirci una sintesi di questo periodo riguardante tre aspetti: 1. I cristiani in genere e la loro presenza nella società 2. Il difficile rapporto tra Chiesa e Stato 3. La Chiesa in quanto tale.

  1. La società è ufficialmente cristiana. L’ambiente, le strutture sociali, la legislazione, i costumi, tutto è o vorrebbe essere ispirato ai princìpi cristiani (che in realtà sono interpretati in modo conforme alla mentalità del tempo, spesso in molti tratti ben lontana dal genuino spirito evangelico). Dalla nascita alla morte gli uomini incontrano nella loro vita consuetudini cristiane, e sono sorretti e quasi guidati passo passo da queste strutture confessionali. La società in se stessa prende la sua ispirazione dalla religione.
  2. La Chiesa è soggetta a molte e pesanti catene. Lo Stato riconosce a malincuore l’esistenza di un’altra società, che si proclama indipendente nei suoi confronti, dotata di prerogative e di diritti che non traggono origine da una concessione statale: evitando per lo più inutili discussioni teoriche, lo Stato, col pretesto di tutelare la Chiesa, di difenderla da ogni pericolo e di assicurare l’efficacia del suo apostolato, la sottopone a pesanti controlli in tutta la sua attività, che finisce per essere in molti casi paralizzata e quasi soffocata. La Chiesa ha perso gran parte della sua libertà: le catene che la legano sono d’oro, ma per questo non cessano di essere catene.
  3. La Chiesa è appesantita da uno spirito terreno, mondano: vescovi, abati, monsignori ambiscono ricchezze e onori, la curia romana non vuole essere inferiore alle altre corti per ricchezza e lusso. Gli ecclesiastici godono di numerosi privilegi che la società riconosce loro, e, scambiando i mezzi col fine, finiscono per considerarli non come condizioni o mezzi idonei ad assicurare meglio l’adempimento della propria missione spirituale, ma come un vantaggio personale. La pastorale si fonda largamente sulla costrizione, l’autorità sul prestigio ispirato dalla pompa: l’umiltà e la povertà sono poco apprezzate.[6]

Francesco vive dunque all’interno del travagliato contesto politico, culturale ed ecclesiale dell’alta Savoia,[7] con anche numerosi intrecci sia con la Francia, sia con la Savoia italiana, sia con lo stato pontificio. La bibliografia storiografica a riguardo della spiritualità del tempo è ampia.[8] Per una ricognizioni sugli aspetti culturali, si veda anzitutto il volume curato da Rioux e Sirinelli.[9]

 

Ancora sulla vita e le opere di Francesco di Sales

 

San Francesco di Sales nasce nel castello di Sales (Alta Savoia) il 21 agosto 1567 e muore a Lione il 28 dicembre 1622. Viene ordinato sacerdote il 18 dicembre 1593 e vescovo di Ginevra l’8 dicembre 1602. È stato beatificato nel 1661, canonizzato da Alessandro VII nel 1665, proclamato Dottore della Chiesa da Pio IX il 7 luglio 1877[10] ed eletto patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici il 26 gennaio 1923 da parte di Pio XI, attraverso l’enciclica Rerum omnium.[11] Si veda anche, per un primo, ma molto significativo accostamento alla figura di Francesco di Sales nella sua completezza, la catechesi a lui dedicata da parte di Benedetto XVI.[12]

 

L’esistenza e la fortuna di Francesco di Sales possono essere descritte a partire dalla distinzione in vari periodi della sua vita. Possiamo vedere Francesco giovane studente a La Roche, Parigi e Padova; Francesco che viene ordinato sacerdote ed è ardente ritratto del Buon Pastore nella delicata e pericolosa missione nel Chiablese, in mezzo ai calvinisti; Francesco vescovo, direttore spirituale e co-fondatore – assieme alla madre di Chantal – dell’ordine religioso della Visitazione. Metodologicamente, prima affronteremo una veloce narrazione della vita di Francesco, accompagnata dal confronto con i più importati avvenimenti politici, culturali, religiosi ed ecclesiali del tempo.[13] In seguito affronteremo alcuni nodi particolarmente importanti e decisivi sia per la sua formazione, sia per il suo apostolato come sacerdote, direttore spirituale e vescovo.

 

Il giovane Francesco viene innanzitutto formato dai genitori, che pensavano al loro figlio primogenito come ad un cattolico fervente ed un perfetto gentiluomo del suo tempo. Tutta l’organizzazione degli studi, i vari passaggi che seguiranno, andranno in questa direzione, in realtà da loro concepita come unitaria, secondo lo spirito del tempo.

Nel 1567, mentre il 21 agosto Francesco nasce e il 28 dello stesso mese viene battezzato, contemporaneamente san Tommaso d’Aquino viene proclamato «dottore della Chiesa» da papa Pio V. In realtà scopriremo tra poche pagine la differenza piuttosto profonda tra l’umiltà e la frescezza del pensiero originario di san Tommaso d’Aquino e quello decadente e pessimista dei tomisti dell’epoca. Nello stesso anno, con la bolla ex omnibus afflictionibus Pio V ratifica la condanna attuata dalla Sorbona a riguardo del pensiero del teologo lovaniense Michele Baio, che sosteneva l’impotenza della natura umana di fronte alla grazia e l’ottimismo nei confronti della natura umana nel suo «stato originale».

A livello politico ed ecclesiale, nel 1571, mentre Francesco sta ancora vivendo con la sua famiglia, Pio V promuove una «lega santa» con Venezia, Spagna, Savoia, Genova, Toscana e ordine di Malta per combattere i Turchi a Cipro. La vittoria di Lepanto (7 ottobre) ferma l’espansione ottomana nel Mediterraneo.

1572, 24 agosto: viene perpetuata la strage degli ugonotti francesi da parte dei cattolici nella notte di san Bartolomeo. Possiamo lasciare ancora spazio alle riflessioni storiografiche dell’una e dell’altra parte per capirne meglio la portata, le motivazioni, le conseguenze. Ma certamente il fatto stesso di punire con la spada un’intera popolazione, perché di “fede” diversa, rivela molto a riguardo della mentalità sociale, politica e soprattutto ecclesiale del tempo e la quale è stata proposta anche a Francesco di Sales. Il quale risulterà profondamente rivoluzionario sia nella mentalità, nei metodi, nei risultati.

Intanto Francesco, compiendo i sei anni, l’età in cui è possibile cominciare a studiare con un po’ di serietà, mette sul tavolo involontariamente l’opzione (sostenuta dalla madre) di rimanere al castello, che si scontra con quella del padre il quale, anche rimproverando la  moglie per l’eccessiva mollezza,[14] vorrebbe che loro figlio fosse allevato in una scuola più regolare, confrontarsi con altri compagni e docenti, allontanarsi insomma da quella specie di bolla di amore che si era creata al castello: suo figlio, in fondo, non poteva nemmeno rischiare lontanamente di essere uno sdolcinato incapace di prendersi le necessarie responsabilità della vita di un nobile!

Nel 1574, Teodoro Beza, successore di Calvino a Ginevra, pubblica il trattato Sui diritti dei magistrati, nel quale sostiene il diritto-dovere di resistere al sovrano in caso di violazione dei principi religiosi e legislativi. Da parte cattolica e comunque dal sentire comune dell’epoca, questo principio non era allora ammesso e veniva fortemente osteggiato.

Complice l’assenso e il desiderio dello stesso Francesco e con l’aiuto dei cugini, che frequenteranno inizialmente le stesse scuole, il padre ebbe la meglio. Così, tra il 1573 e il 1574 Francesco iniziò la sua avventura scolastica: La Roche (fino al 1575, con i due anni di grammatica inferiore); Annecy (1575, fino ad una data compresa tra il 1578 e il 1582, in cui respirò i suoi primi influssi dell’umanesimo che – nato in Italia – si era propagandato fino a Parigi); Parigi (fino al 1588); Padova (con la laurea in Diritto civile ed ecclesiastico nel 1591). Da sottolinearsi, innanzitutto a livello di clima storico-politico, le guerre di religione, a cui solo Enrico IV di Borbone – subentrato nel 1589 ad Enrico III di Navarra, che fu assassinato – diventato cattolico, mette fine alle guerre di religione in Francia (1893). Alcuni aspetti che non si possono tralasciare, a livello di personalità e di spiritualità salesiana (iniziale, con grandi fatiche e drammi), potrebbero essere: la generosità, allora nascente, ma che già raggiunge livelli eroici; l’incontro con un molto più ampio e complesso di quello familiare a cui era abituato; un ottimismo – in base al quale verrà contraddistinto e sempre ricordato – che si costruisce non su basi illusorie o semplicemente ingenue, ma passa attraverso almeno due crisi causate da gravi malattie che lo debilitarono fisicamente e psicologicamente e misero a dura prova la sua fede e che lo portano letteralmente sull’orlo della tomba; la direzione spirituale ricevuta in dono: per lui padre Antonio Possevino, padre Filippo Gesualdi, gli scritti di padre Lorenzo Scupoli sono veramente dei riferimenti a cui affida l’interezza della propria esistenza.

In conclusione al Dottorato padovano, tornando in famiglia a La Thuille (25 febbraio 1592), il padre aveva preparato per lui tre doni, in funzione della cura della famiglia, della madre e dei fratelli con tutto ciò che era stato conquistato e conservato a caro prezzo: una preziosa e ben fornita biblioteca, tutti i documenti necessari per entrare a far parte dei senatori savoiardi che avevano sede a Ginevra ed una giovane e brava fidanzata. Le speranze della famiglia e soprattutto del padre anziano erano tutte riposte su di lui.

In realtà, varie circostanze, tra cui la fiducia illimitata in Francesco da parte del vescovo di Ginevra ancora residente ad Annecy, lo aiutarono a realizzare il progetto a cui si sentiva chiamato di servizio a Dio e alla Chiesa attraverso il sacerdozio. Il padre, ad un certo punto, non potè che cedere.

Il 18 dicembre 1593 ricevette dal suo vescovo, Monsignor de Granier, l’ordinazione sacerdotale, insieme poi alla carica di capo dei canonici della diocesi.

Nell’estate del 1594 il duca di Savoia e il vescovo di Granier si trovano concordi, ormai concluse le guerre di religione, nel ricominciare l’evangelizzazione cattolica in particolare della regione del Chiablese. Fu chiesto a Francesco questo pericoloso e delicato servizio e lui non rifiutò, da una parte tenendo alta la dialettica missionaria, sicuro di essere nel giusto, d’altra parte agendo con lo stile della carità, della mansuetudine e soprattutto del dialogo aperto e sincero. È di questo periodo la composizione e l’utilizzo delle Controversie, giunte a noi finalmente in un forma dotata di una certa sicurezza grazie al lavoro delle sorelle Visitandine e all’assistenza di padre Mackey.[15]

Attraverso il contributo di Francesco, alcuni importanti personaggi dello Chablais abiurano il calvinismo (1596). In ottobre, Papa Clemente VIII chiede a Francesco che provi a convertire Teodoro Beza, successore di Calvino nella guida della Ginevra calvinista. In effetti, durante l’anno successivo, questi incontri avverranno, ma non produrranno l’effetto sperato, nonostante la positività dell’andamento dei dialoghi.

Il 1598 è particolarmente importante a livello sia politico che religioso, in quanto viene stipulato l’Editto di Nantes, attraverso il quale Enrico IV, pur riconoscendo il cattolicesimo quale religione di stato, assicura agli ugonotti libertà di coscienza e di culto (tranne che nella capitale Parigi) e parità di diritti civili. Nello stesso tempo, Francesco compone, in polemica con i calvinisti, la Difesa del vessillo della santa Croce.[16] In novembre cade in una grave malattia e verso fine anno inizia il viaggio a Roma per la visita ad limina per conto del suo vescovo, ormai anziano ed ammalato, oltreché deciso, dopo la sua morte, a lasciare a Francesco la guida della diocesi. Infatti la visita a Roma non rimane solo formale: il 22 marzo dell’anno successivo Clemente VIII esamina la preparazione di Francesco prima di nominarlo vescovo. Presenti anche i cardinali Bellarmino, Federico Borromeo, Baronio, Borghese.

L’anno 1602 è particolarmente intenso. Anzitutto viene inviato in un viaggio a Parigi per questioni giuridiche da trattare con il re. A livello di fede e di ministero, all’interno del «circolo Acarie» incontra le figure spirituali più prestigiose di quel momento. Il 14 aprile: predica davanti al re Enrico IV, punto più alto di un ministero religioso nato con i presupposti di una missione solo politica. In settembre: apprende la morte del vescovo suo predecessore, torna in fretta ad Annecy e l’8 dicembre avviene la sua consacrazione episcopale.

Mentre viene riconosciuto ed apprezzato il suo zelo nella riforma della diocesi, avvicinandosi il più possibile ai dettami del concilio di Trento (1545-1563), si afferma sempre più la sua capacità di predicatore, colui che parla «cuore a cuore» anche ad ogni singolo di una possibile folla presente in una grande cattedrale.

In effetti, le predicazioni a Digione nella quaresima dell’anno 1604 sono particolarmente importanti, sia per il benefico effetto sulla popolazione, sia per l’inaspettato quanto provvidenziale incontro con la vedova Giovanna Francesca Frémyot de Rabutin de Chantal (1572-1641), con la quale ci fu un intenso scambio di lettere di direzione spirituale[17] e grazie alla quale collaborazione fu fondato l’Ordine della Visitazione (1611).

Nel 1607, Francesco viene anche interpellato da parte del papa Paolo V (1552-1621) e offre il suo contributo per un’equilibrata soluzione a riguardo della questione sulla grazia, tanto dibattuta a quel tempo sia all’interno della Chiesa cattolica, sia in riferimento allo scisma protestante. Ecco che, anche grazie alla posizione mediatrice di Francesco (che nel periodo parigino e padovano aveva tanto sofferto a causa di posizioni errate di alcuni teologi), viene ufficialmente «congelata» e rimandata a tempi più sereni la controversia De auxiliis che vedeva contrapporsi soprattutto il pensiero del gesuita Luis de Molina (1535-1600), che – con i suoi discepoli – accentuava il ruolo della libertà umana di fronte a Dio, a quello del domenicano Domingo Bañez (1528-1604), che aveva dato il via ad una scuola di pensiero in cui si sottolineava il primato della grazia divina di fronte alla miseria umana.

Nello stesso anno troviamo la testimonianza, in una lettera alla signora di Chantal, del progetto di scrivere una vita di «Santa Carità».[18] Con tutti gli adattamenti del caso troviamo qui esposta la prima testimonianza che parla del futuro capolavoro teologico di Francesco: il Teotimo.

Nel gennaio del 1609 avviene la pubblicazione della Filotea, con la presenza però di molti errori. Francesco sarà soddisfatto e riconoscerà solo l’edizione del 1619.

Durante il 1610, Enrico IV promuove una vasta alleanza antiasburgica (coinvolgendo anche la Savoia) e viene ucciso da un fanatico cattolico; nello stesso tempo Galileo pubblica il Sidereus nuncius, ove appoggia le teorie copernicane; nello stesso periodo di questi avvenimenti di valenza mondiale, nella pace di un’umile costruzione (la casa «de la Galerie») sul limitare di Annecy, il 6 giugno 1610 inizia il noviziato delle prime fondatrici della visitazione, guidate soprattutto dal loro vescovo Francesco e dal carisma della madre di Chantal. Esattamente un anno dopo avviene la loro prima professione.

Gli anni successivi sono dedicati sia alla cura della sua diocesi, al sostegno paterno nei confronti delle visitandine (che cominciano ad espandersi in varie città della Francia) e alla predicazione.

Nel 1616, mentre il Sant’Uffizio ammonisce Galileo per le sue teorie copernicane, san Francesco di Sales pubblica finalmente il Trattato dell’amor di Dio.[19]

Il 1618 è l’anno in cui inizia la terribile guerra dei Trent’anni; intanto Francesco continua la sua opera di mediatore politico-religioso raggiungendo il cardinale Maurizio di Savoia che sta andando a Parigi per chiedere la mano di Cristina di Francia a favore del fratello Vittorio Amedeo, principe di Savoia. Ed inoltre, il 16 ottobre, la Visitazione viene eretta a ordine religioso.

Nel 1619 vediamo il mondo sociale ancora più sconvolto: si sviluppa, in particolare all’interno dei paesi mediterranei, una crisi economica di grande portata, con intenso calo produttivo, riflusso demografico, deflazione monetaria. A Francesco, intanto, viene proposto più volte di diventare coadiutore del vescovo di Parigi, ma rifiuta sempre. E il 1 maggio abbiamo la fondazione del primo monastero della Visitazione a Parigi.

Il 1620 è segnato dal seguitare degli scontri tra cattolici e protestanti, in particolare merita di essere segnalato l’episodio in cui gli abitanti cattolici della Valtellina uccidono molti protestanti («sacro macello»).

Francesco muore il 28 dicembre 1622 e il 24 o 29 [???] gennaio avviene la traslazione del corpo ed i funerali ad Annecy.

 

Si è consapevoli che alcune questioni sfuggono a questo racconto, pur necessario, fatto di date e di avvenimenti. La scelta che vorremmo fare sarebbe quella di indicare alcune problematiche e questioni particolari che potrebbero essere evidenziate, suggerendo uno spunto bibliografico a vantaggio di chi volesse approfondire questi aspetti:

  • Crisi psico-fisico-spirituali e questione sulla predestinazione;[20]
  • Missione presso i calvinisti;[21]
  • Conoscenze a Parigi;[22]
  • Come Vescovo di Ginevra, con sede nell’Alta Savoia di Annecy, diviene uno degli intermediarii politico-religiosi tra Parigi e Torino;[23]
  • L’incontro con Giovanna di Chantal e la Visitazione;[24]
  • Accenni sul futuro possibile influsso sul semi-quietismo e nascente giansenismo.[25]

 

 

Testi significativi

 

L’atto di abbandono eroico


 

Qualsiasi cosa accada, Signore, voi che tenete tutto nelle vostre mani, voi le cui vie sono tutte di giustizia e di verità; qualsiasi cosa abbiate decretata riguardo a me nel segreto eterno della vostra predestinazione e della vostra riprovazione, voi i cui giudizi sono un abisso immenso, voi che siete un Giudice sempre giusto e un Padre misericordioso, io vi amerò, Signore, almeno in questa vita. Almeno in questa vita, Signore,  vi amerò, se non mi è concesso di amarvi nell’eternità.[26]

Quidquid sit, o Domine, in cujus manu cuncta sunt posita et cujus omnes viæ justitia et veritas; quidquid de illo æterno prædestinationis ac reprobationis arcana cujus judicia abyssus multa circa me statutum a te fuerit, qui semper es justus Judex et misericors Pater, diligam te, Domine, saltem in hac vita, si diligere non dabitur in aeterna; et saltem, te hic amabo, o Deus meus, et in misericordia tua semper sperabo, et semper adjiciam super omnem laudem tuam , quidquid in oppositum angelus Satanæ suggerere non desinat. O Domine Jesu, tu eris semper spes mea et salus mea in terra viventium. Si meis exigentibus meritis maledictus de maledictorum numero sum futurus qui faciem tuam suavissimam non videbunt, da mihi saltem ut ex numero eorum non sim qui maledicent nomini sancto tuo.

Revu sur le texte inséré dans le IId Proces de Canonisation.[27]



 

Il primo discorso ai canonici di Annecy e alla presenza del vescovo de Granier

 

Alla fine di dicembre 1593 Francesco pronuncia il suo discorso-programma[28] dinanzi ai canonici riuniti, una specie di «discorso della corona» in relazione alla presa di possesso della sua nuova carica: la carica più alta tra i canonici e minore solo a quella del vescovo.

Prima che il discorso abbia inizio, un rimescolio, tutti si alzano: arriva il vescovo de Granier, il quale, per delicatezza, è solito non intervenire nelle riunioni del capitolo: questa volta, l’intenzione è chiara: vuol fare onore – il massimo onore – a Francesco, il quale si sente più commosso che mai. Dichiara apertamente che ha dovuto superare uno stato di «angoscia» considerando la propria pochezza, ma che la bonomia dei presenti, la generosità del Presule, gli restituiscono il coraggio. Inizia il suo dire in un modo che lo rivela tutto intero:

«Dio, che mi hai innalzato a questa dignità, proteggimi sempre con la tua potenza, affinché io eviti qualsiasi peccato nell’esercizio del mio ufficio, e il compimento delle tue leggi cosi giuste sia movente e regola dei miei pensieri, delle mie parole e delle mie azioni».

È, quanto mai, un discorso «salesiano». Umile, garbatissimo, decisivo. Si divide in due parti: la prima, senza parere, prepara la seconda.

L’oratore insiste sul tema della propria giovinezza e insufficienza per governare un’assemblea cosi valida e lo fa a ragion veduta: infatti, nella seconda parte, il suo discorso dovrà farsi imprevisto e sconvolgente. Egli segna ora bene le distanze e proclama la propria inferiorità per non apparire, poi, presuntuoso e temerario: messo a posto l’accertamento della sua pochezza, fra mezz’ora annuncerà un programma di rinnovamento e di conquista che lascerà attonito chi non lo conosce. Lui, grande ragazzo di ventisei anni, traccerà una linea di fuoco anche per quelle vite che volgono già al crepuscolo.

«Ma tranquillizzatevi. Ricordatevi, vi prego, e considerate che Dio sceglie comunemente ciò che esiste di più infimo e di più infermo in questo mondo per confondere ciò che è forte, e che, generalmente, dalla bocca dei bambini e dei lattanti trae la sua lode più perfetta, cosi che noi gli riconduciamo più facilmente “i beni che procedono tutti da Lui”. Oh supremo protettore dei piccoli, tu puoi dalle pietre suscitare i figli di Abramo…

Ripeterò, dunque, in tutta sincerità, benché in una condizione diversa e tanto più misera, ciò che disse il più saggio degli uomini: “Sono l’essere più insensato e non possiedo la saggezza degli uomini; non ho imparato la saggezza, non conosco la scienza dei Santi”; ma, subito dopo, rialzerò l’anima mia con David: “Perché non ho conosciuto le lettere, entrerò nella potenza del Signore”. Ciò vuol dire che, per i miei talenti e il mio conoscimento, sono debolissimo, ma fonderò tutte le mie speranze in Colui che è potente per rendere eloquente la lingua dei bambini…».

Del resto, l’accettazione della nuova carica da parte di Francesco è basata sopra una dinamica intima che egli rivela apertamente: egli «si rimette» al giudizio e alla volontà definitiva dei suoi colleghi. Se questi non lo gradiranno; egli sarà ben lieto di rinunciare: se lo accetteranno, prenderà questo atto della loro bonomia come un comando e come un impegno per lui. «Intanto – dice – oso ricordarvi che, se mi accettate, assumete contemporaneamente il dovere di sostenere la mia incapacità».

C’è, dunque, un rovesciamento: la nomina è venuta dall’alto, e Francesco china la testa: tuttavia suggerisce ai confratelli una scappatoia: si pronuncino essi contro la inettitudine di lui, egli lascerà libero il suo stallo.

Quali sono –  ci domandiamo noi – gli uomini ai quali si rivolge, e in qual modo reagiscono? Gli ascoltatori si potrebbero suddividere in quattro gruppi: fautori, ammiratori, amici, scontenti.

Le tre prime categorie, evidentemente, s’identificano: è questione di una gradazione di favore: la quarta è quella alla quale Francesco fa appello: non, dunque, umiltà apparente, formale, da parte del «Prévôt», bensì sostanziale…

Mentre i presenti ascoltano la «harangue», si contano reciprocamente, s’intende, in un perfetto silenzio mentale: si conoscono bene, e il risultato del conteggio è, più o meno, questo: due terzi sono di fautori-ammiratori-amici, un terzo è di scontenti. Secondo Francesco dovrebbero essere questi ultimi a decidere se egli dovrà restare o meno.

Intanto, la «harangue» continua e l’oratore scivola con disinvoltura dalla prima parte alla seconda: e a questo punto, rivela il programma della propria «prepositura». Se dicesse ai canonici di Ginevra-Annecy: «Varcheremo l’Oceano, ci trasferiremo nelle Indie Occidentali per conquistare e condurre a Dio tutti i popoli che le abitano», direbbe forse una utopia minore di quella che sta per dire: egli dice semplicemente: fratelli venerati, io vi suggerisco e vi chiedo il proposito di ricuperare Ginevra.

 

«È per mezzo della carità che dobbiamo smantellare le mura di Ginevra, per mezzo della carità invaderla, recuperarla.  Questa idea mi conduce insensibilmente e di per se stessa alla seconda parte del mio discorso.

Non vi propongo né il ferro, né quella polvere, il cui odore e sapore ricordano la fornace infernale; non organizzo uno di quei campi nei quali i soldati non hanno fede né religione. Che il nostro campo sia il campo di Dio le cui trombe fanno risonare con accenti pieni di dolcezza, questo inno: “Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti”. È in questo campo, o validi compagni di armi, che fisserete i vostri sguardi; e ciò che la vostra fedeltà deve a Dio, alla Patria, ai vostri altari e ai vostri focolari, quando l’occasione si presenterà, fatelo, mostratelo, attuatelo. Voi intravedete finalmente, penso, tutta l’ampiezza del piano che vi propongo per riconquistare Ginevra.

Volete un metodo facile per espugnare d’assalto una città? Vi prego d’impararlo dall’esempio di Oloferne. Assediando Betulia, taglia l’acquedotto e pone sotto guardia tutte le fontane. La sete tortura i poveri assediati sì che sono costretti ad arrendersi.

Anche noi, vi scongiuro, usiamo il metodo di cui lui ci ha dato esempio… C’è un acquedotto che alimenta e rianima, per così dire, tutte le razze degli eretici: sono gli esempi dei preti perversi, le azioni, le parole, in sostanza, l’iniquità di tutti, ma in particolare degli ecclesiastici. È per causa nostra che il nome di Dio viene bestemmiato giorno per giorno tra le nazioni, e con piena ragione il Signore se ne lamenta amaramente per mezzo dei suoi profeti. Ecco l’acqua di contraddizione che soddisfa la sete bruciante degli eretici, bevanda degna davvero di coloro che la prendono.

Questa iniquità la bevono quegli uomini iniqui, cosi come sta scritto: “Bevano l’iniquità come l’acqua”».

Continuando nella sua metafora, Francesco invita ciascuno a vigilare affinché la sorgente privata dei suoi difetti rifluisca verso la scaturigine, poiché allora, sicuramente, «il Giordano tornerà indietro, e Israele uscirà dall’Egitto».

«Bisogna rovesciare le mura di Ginevra per mezzo di preghiere ardenti, e dar l’assalto della carità fraterna. È per mezzo di questa carità che debbono fare forza le nostre teste d’assalto».

Poi, il pensiero s’innalza verso la Gerusalemme celeste: «Esiste una città eterna… il Capo supremo di questa roccaforte, il Cristo Signor Nostro ne cederà le ricchezze a chi l’avrà espugnata per mezzo di quelle armi…  Il Regno dei cieli, infatti, soffre violenza e sono i violenti che lo rapiscono… Avanti, dunque, e coraggio, fratelli ottimi, tutto cede alla carità; l’amore è forte come la morte, e a colui che ama, niente è difficile.

Ci potrà forse lasciare insensibili questo dolore per un esilio… di cui i nostri peccati prolungano la durata?

Gli Israeliti si assisero sulle rive dei fiumi di Babilonia e piansero al ricordo di Sion.

Che faremo noi, canonici di Ginevra? Non siamo anche noi pellegrini ed esiliati sopra una terra straniera, quella che abitiamo?… L’esempio che Geremia ci addita di quei medesimi Israeliti ci mostra la tristezza che Ginevra, perduta per Cristo e per noi, dovrebbe ispirarci: si sono seduti per terra, i vegliardi della Figlia di Sion; hanno coperto di cenere le loro teste, si sono rivestiti di cilizi; le vergini di Giuda hanno abbassato i loro volti verso la terra» …

La trasposizione dello stato d’animo degli esuli in Babilonia è completo e la suggestione biblica è intatta: e, del resto, calza con la realtà attuale. Francesco sconfina rapidamente nel richiamo al presente: sono essi i più venerabili in Ginevra, sono essi gli anziani di Sion, e Francesco li invita alla loro parte di lacrime: e le vergini di Giuda non mancano: non sopravvivono lì, in Annecy, le umili Clarisse di Ginevra, scacciate dalla patria, e rifugiate anch’esse sulla terra d’esilio?  Saranno esse le Vergini di Giuda che abbasseranno i volti verso la terra in segno di lutto, e solleveranno le anime nella orazione.

 

 

Contemplazione poetica. Inutile anche il cantare?

 

Né che tu riesca a dire quanto[29]

di te si involi nell’oscurità

 

e torni a dire, a ridire in attesa di capirti

 

avanti ancora d’essere capito

 

se pure mai

ciò sia accaduto.

 

è la ragione del mio cantarti

Verbo, unica sostanza…

 

cantato dunque

senza speranza?

 

 

 

 

Affidamento a Maria. Devozione piena di fiducia

 

[107] 2) La vera devozione a Maria è tenera, vale a dire piena di fiducia nella Vergine santa, di quella stessa fiducia che un bambino ha nella propria mamma. Essa spinge l’anima a ricorrere a Maria, in tutte le necessità materiali e spirituali, con molta semplicità, fiducia e tenerezza. La spinge a rivolgersi a lei per aiuto come ad una mamma, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni cosa: nei dubbi per essere illuminato, nei traviamenti per ritrovare il cammino, nelle tentazioni per essere sostenuto, nelle debolezze per essere fortificato, nelle cadute per essere rialzato, negli scrupoli per esserne liberato, nelle croci, fatiche e contrarietà della vita per essere consolato. In poche parole, l’anima si rivolge a Maria abitualmente, in tutti questi malesseri corporali e spirituali, senza timore d’importunare questa Madre buona e di dispiacere a Gesù Cristo.

 

 

 

 


[1] E. Bolis, Introduzione a Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali (= Opere complete di Francesco di Sales, 5), introduzione e note di E. Bolis, traduzione di S. Morra, revisione di L. Magnabosco, Città Nuova, Roma 2011, 8.

[2] In quanto cioè vescovo di Ginevra, con sede ad Annecy, ndr.

[3] Bolis, Introduzione, 8.

[4] Cf. H. Jedin (a cura di), Storia della chiesa. Vol. VI. Riforma e controriforma. Crisi-Consolidamento-Diffusione missionaria (XVI-XVII sec.), Jaca Book, Milano 1975; J.-P. Massaut, L’humanisme au début de [16e] siècle, in DictSp V 892-896; M. de Certeau, La réforme dans le catholicisme, in DictSp V 896-910; J. Orcibal, Vers l’épanouissement du 17e siècle (1580-1600), in DictSp V 910-916; J. Le Brun, Le grand siècle de la spiritualité française et ses lendemains, in DictSp V 917-953.

[5] G. Martina, La Chiesa nell’età dell’assolutismo del liberalismo del totalitarismo. Vol. I. L’età della Riforma, Morcelliana, Brescia 61986, 19.

[6] Ivi, p. 20.

[7] G. Duby – R. Mandrou, Storia della civiltà francese, Il Saggiatore, Milano 1996; M. Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi, Torino 1973. Da un punto di vista differente rispetto a quello cattolico, si veda H.A.L. Fisher, Storia d’Europa, volume II, Laterza, Roma-Bari 1973.

[8] Cf. J. Dagens, Bibliographie chronologique de la littérature de spiritualité et de ses sources (1501-1610), Desclee de Brouwer, Strasbourg, 1952.

[9] J.-P. Rioux – J.-F. Sirinelli (sous la direction de), Histoire culturelle de la France. Tome 2. De la Renaissance à l’aube des Lumières, Seuil, Paris 1997.

[10] Cf. Pio IX, Epistula apostolica Dives in misericordia Deus, 7 luglio 1877, in AAS 10 (1877-1878), 332-361.

[11] Cf. Pio XI, Litterae Encyclicae Rerum Omnium perturbationem, 26 gennaio 1923, in AAS 15 (1923), 49-63. Poi, la breve ma incisiva sintesi biografica ed offerta bibliografica presentata in H. Schwendenwein, Francesco di Sales, in G. Pelliccia – G. Rocca (a cura di), Dizionario degli istituti di perfezione, Vol. IV, Paoline, Roma 1977, 530-533.

[12] Benedetto XVI, Udienza generale su «san Francesco di Sales», 2 marzo 2011, in Osservatore Romano, Anno CLI n. 51, 8.

[13] Cf. R. Balboni, Cronologia della vita e delle opere di Francesco di Sales, in F 15-19; G. Papàsogli, Come piace a Dio. Francesco di Sales e la sua «grande figlia», Città Nuova, Roma 1981; A. Ravier, Francesco di Sales. Ciò in cui credeva, Morcelliana, Brescia 2008, 5-6; Id., Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Jaca Book, Milano 1986; M. Vergottini – A. Zambarbieri, Tavole cronologiche, in G. Angelini – G. Colombo – M. Vergottini, Storia della teologia. IV. Età moderna, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2001, 509-532. Si veda anche P. Mojoli, San Francesco di Sales. Rinascere cristiani oggi. La Filotea, le metafore vive e la fecondità spirituale, Velar/Elledici, Gorle (Bg)/Torino, 22015, 225-235.

[14] Cf. N. de Hauteville, La Maison naturelle, historique et chronologique de Saint François de Sales, Jacquard, Paris 1669, 187; G. Papàsogli, Come piace a Dio. Francesco di Sales e la sua «grande figlia», Città Nuova, Roma 41995, 45: «Signora, io disapprovo in voi un po’ troppa “mignardise” [carineria, sdolcinatura], e che voi la mostriate troppo teneramente a nostro figlio. Io ho verso lui un affetto più solido e gli rivolgo un interesse conforme ai grandi disegni che medito per il suo innalzamento».

[15] Cf. ŒA I.

[16] Cf. ŒA II.

[17] Cf. ŒA XI-XXI.

[18] Cf. ŒA XIII 265.

[19] Cf. ŒA IV-V.

[20] Cf. J. Boenzi, Saint Francis de Sales. Life and Spirit, De Sales Resource Center, Stella Niagara (New York) 2013, 23-42; E.-J. Lajeunie, Saint François de Sales. L’Homme, la Pensée, l’Action, I, Guy Victor, Paris 1966, 137-145; E. McDonnell, The Concept of Freedom in the Writings of St Francis de Sales, Peter Lang, Bern 2009, 56-75; G. Papàsogli, Come piace a Dio, 80-90; A. Ravier, Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Jaca Book, Milano 1987, 24-27; C. Passoni, «Il Dio del cuore umano». L’intelligenza spirituale nell’opera di S. Francesco di Sales (1567-1622), Glossa, Milano 2007, 211-280; F. Trochu, Saint François de Sales. Evêque et Prince de Genève, fondateur de la Visitation Sainte-Marie, I, Vitte, Lyon 1946, 123-135; M. Wirth, Francesco di Sales e l’educazione. Formazione umana e umanesimo integrale, LAS, Roma 2006, 87-105.

[21] Cf. E. Alburquerque, Una spiritualità dell’amore: San Francesco di Sales, Elledici, Leumann (To), 2008, 101-122; Boenzi, Saint Francis de Sales, 43-70; H. Donze, Saint François de Sales modèle d’apotre, in AA.VV., Saint François de Sales. Témoignages et Mélanges à l’occasion de sa naissance (1567-1967), Editions Franco-Suisses, Ambilly-Annemasse 1968, 45-49; Lajeunie, Saint François de Sales, I, 291-529.

[22] Cf. A. Dodin, François de Sales. Vincent de Paul. Les deux amis, OEIL, Paris 1984; Lajeunie, Saint François de Sales, II, 183-236; Passoni, «Il Dio del cuore umano», 281-372 ; L. C. Sheppard, Barbe Acarie. Wife and mystic, Burns Oates, London 1953.

[23] Cf. Lajeunie, Saint François de Sales, II, 337-350.

[24] Cf. Alburquerque, Una spiritualità dell’amore, 219-238; Boenzi, Saint Francis de Sales, 71-102. 131-138; Lajeunie, Saint François de Sales, II, 236-280. 384-393; A. Ravier, Giovanna di Chantal. Fascino femminile e santità, Città Nuova, Roma 32000; W. M. Wright, Bond of perfection. Jeanne de Chantal & François de Sales, DeSales Resource Center, Stella Niagara (New York) 22011; Eadem, Heart speaks to Heart. The Salesian Tradition, Darton, Longman and Todd, London 2004, 44-66.

[25] Cf. Lajeunie, Saint François de Sales, II, 432-461; Passoni, «Il Dio del cuore umano», 97-190.

[26] G. Papàsogli, Come piace a Dio, 89.

[27] ŒA II 19-20.

[28] G. Papàsogli, Come piace a Dio, 143-147. Fonte completa in latino e francese, che riporta l’intero discorso: ŒA VII 99-113.

[29] Da qui in poi, tutte le «Contemplazioni poetiche» sono tratte da D. M. Turoldo., Ultime poesie. Canti ultimi – Mie notti con Qohelet, Garzanti, Milano 2012.

 

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