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Al Corriere della sera sono volute 1500 interviste a italiani dai 18 ai 75 anni per scoprire l’acqua calda: “la donna è soddisfatta se ha figli”. E’ questo il primo risultato del lavoro dell’ufficio ricerche del Corriere della sera/ 27Ora che si concluderà a settembre con l’evento il Tempo delle donne, quest’anno dedicato alla felicità. Per me, personalmente, la notizia non è questa: sono certa del fatto che ogni persona trova la sua vita quando la dà, la donna in un modo speciale, rispetto all’uomo, totalmente costitutivo di se stessa.

Lo so perché lo so per me, e lo so perché ho incontrato ormai un’infinità di donne in tutta Italia, e con tante ci siamo aperte il cuore a vicenda. Per me dunque la notizia non è questa, ma il fatto che le donne nonostante decenni di propaganda in senso contrario continuino a riconoscere la propria verità, e che lo dica addirittura il Corriere, ormai fanzine di un certo femminismo militante lgbt (quello che non trova offensivo per le donne l’utero in affitto).

Eppure il femminismo in un certo senso era partito bene. Aveva dato voce al sacrosanto desiderio femminile di libertà – la donna più dell’uomo è insofferente e ribelle alle regole, perché le regole incasellano la vita, e invece la vita che le donne maneggiano con più passione degli uomini, è eccezione, perché è unica -; aveva soprattutto dato voce al desiderio di ogni donna di essere guardata, riconosciuta, valorizzata. Il problema è che la terapia è stata sbagliata, perché sbagliata è stata la diagnosi. Non è che gli uomini siano cattivi, e le donne vittime della loro prepotenza. È che uomini e donne sono entrambi feriti dal peccato, allo stesso modo, e imparare ad amare, per entrambi, è un lungo cammino di conversione irto di ostacoli. Rifiutare la femminilità per cercare di ribellarsi all’oppressione maschile è una bugia talmente grossa che non trovo le parole. Eppure continuo a cercarle, perché nel frattempo le donne occidentali se la sono bevuta. Hanno smesso di fare figli, comunque li fanno sempre più tardi e meno di quanti ne desidererebbero, e scoprono la verità – “sono felici se hanno figli” – solo se fortunate, nonostante siano spinte in senso contrario in tutti i modi, e sin da quando sono piccole. Devono percorrere uno slalom tra gli ostacoli – contraccezione, liberazione sessuale, uomini sempre meno disponibili a fare i padri, obbligo sociale di affermarsi e realizzarsi prima di ogni altra cosa – e se ce la fanno alla fine approdano a quello che le nostre nonne sapevano già.

Certo, a volte il destino era subito passivamente, e io ringrazio le donne che mi hanno aiutata a pensare la mia vita come una libera scelta e non come una condanna. Ma non le ringrazio per tutte le bugie che mi hanno detto, prima di tutto perché hanno parlato del diritto a uccidere i nostri bambini come di una conquista. Chissà, magari qualcuna di loro oggi, da vecchia, sta facendo un bilancio della sua vita. Le più coraggiose avranno il coraggio di ammettere che hanno sbagliato tutto, ma sono pochissime, pochissime eccezioni. Per la maggior parte delle persone ammettere di avere sbagliato tutto nella vita è troppo doloroso. Meglio continuare a difendere l’errore piuttosto che ammettere di avere sbagliato. Meglio dare la colpa alla società patriarcale che dire “sono stata una deficiente, non ho avuto figli, ho abortito, mi sono persa in relazioni che avrebbero potuto essere diverse”. È difficile ammetterlo.

Eppure io l’ho vista Emma Bonino con gli occhi lucidi mentre parlava con la mia caporedattore, prima di una trasmissione, e raccontava di quando aveva avuto, se ricordo bene per un breve periodo, due bambine in affido. Erano passati tanti anni, e ancora si commuoveva a parlarne. Chissà cosa le aveva toccato il cuore in quel periodo di maternità, seppur non biologica, qualcosa di così struggente, seppur durato poco, che ancora la faceva piangere a distanza di anni. Chissà quali bugie si deve raccontare quella donna per non pensare che è responsabile della morte di milioni di bambini, il grande genocidio italiano, solo una parte del più grande genocidio mondiale (a quando un giorno della memoria?). Avevo una collega a cui se dicevo una cosa del genere mi tirava le cassette… eppure io sapevo che quella rabbia nascondeva il dolore di essere stata fregata da una colossale bugia. Meglio arrabbiarsi con me che pensare di avere sprecato la propria vita mancando il bersaglio della felicità.

Il punto è sempre quello: credere che chi ci ha creati ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi, e la chiamata a dare la vita – l’albero della vita nel Giardino dell’Eden – è a nostra disposizione per la nostra felicità, non è una trappola per fregarci, come sostiene il serpente, che ci ha convinti a tenerci stretta la nostra vita, a non darla a nessuno, per lasciarci poi con un pugno di nulla nelle mani chiuse.

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