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Perché un metodo narrativo, metaforico e pieno di descrizioni. Lettera a Monsignor Andrea Frémyot

Dal mondo quotidiano. My Family (Allevi)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, icona della crescita “divina”

 

 

Costituzioni salesiane. Il Sistema Preventivo nella nostra missione

 

  1. Per compiere il nostro servizio educativo e pastorale, Don Bosco ci ha tramandato il Sistema Preventivo.

«Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e sopra l’amorevolezza»: fa appello non alle costrizioni, ma alle risorse dell’intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio, che ogni uomo porta nel profondo di se stesso.

Associa in un’unica esperienza di vita educatori e giovani in un clima di famiglia, di fiducia e di dialogo.

 

Imitando la pazienza di Dio, incontriamo i giovani al punto in cui si trova la loro libertà. Li accompagniamo perché maturino solide convinzioni e siano progressivamente responsabili nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede.


 

Brani biblici. Amiamo con i fatti e nella verità

 

11Poiché questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 12Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello. E per quale motivo l’uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. 13Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia. 14Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. 15Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui. 16In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. 17Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? 18Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. 19In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, 20qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. 21Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, 22e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. 23Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. 24Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

 

1 Giovanni 3

 

Vedi Cantico dei Cantici 6,4-10

 

 

 

 

Meditazione

 

Monsignor Andrea Frémyot,[1] arcivescovo di Bourges, era fratello della signora di Chantal. Dalla Quaresima di Digione del 1604, si stabili fra i due vescovi un’amicizia molto intima, grazie alla quale Monsignor Frémyot chiese a Francesco due consigli molto importanti: un’ampia direttiva circa la sua azione pastorale e un regolamento di vita. Quest’amicizia fra i due vescovi è il simbolo di molte altre che legarono Francesco a «fratelli in ministero apostolico», come i Monsignori de Revol, Camus, Fenouillet, per citare solo le più tipiche. Abbiamo esitato a riportare questa lettera del 5 ottobre 1604 sul «dovere, per un vescovo, di predicare al suo popolo» per la sua insolita ampiezza, ma, finalmente, abbiamo deciso di inserirla nella nostra raccolta per due ragioni: essa ci presenta una delle chiavi della predicazione e della mentalità di Francesco stesso e, più ancora, costituisce una specie di confidenza personale. Egli era stato consacrato vescovo da meno di due anni, e praticava certamente quello che consigliava agli altri.

 

Sales, 5 ottobre 1604

Monsignore,

Nulla è impossibile all’amore. Io sono solo un modesto e inesperto predicatore; e tuttavia, quest’amore fa sì che mi accinga a darvi il mio parere circa il modo migliore di predicare. Non so se sia l’amore che voi nutrite per me che fa scaturire quest’acqua dalla pietra, o se sia quello che io nutro per voi che fa sbocciare rose dalle spine. Permettetemi questa parola d’amore, perché io parlo alla moda cristiana. E non vi sembri strano che vi prometta acqua e rose, perché questi sono nomi che si confanno a qualsiasi insegnamento cattolico, anche quando è presentato in un modo maldestro.

Comincio. Dio ci voglia mettere la sua santa mano. Per parlare con ordine, considero la predicazione nelle sue quattro cause: efficiente, finale, materiale e formale, cioè: chi deve predicare, per quale fine si deve predicare, che cosa si deve predicare e in che modo conviene predicare.

Nessuno deve predicare senza possedere queste tre doti: una buona vita, una buona dottrina e una legittima missione.

Non dico nulla della missione o vocazione: faccio solo notare che i Vescovi non hanno solo la missione, ma hanno anche le sorgenti ministeriali della predicazione, mentre gli altri predicatori hanno solo i ruscelli che da esse derivano. Questo è il loro primo grande dovere, come è stato loro detto quando sono stati consacrati. Nella consacrazione, essi ricevono, per questo fine, una grazia speciale che devono far fruttificare. Come vescovo, san Paolo esclamava: «Guai a me, se non avrò predicato il Vangelo».

Il Concilio di Trento dice: «Il dovere principale del Vescovo è quello di predicare». Questa considerazione ci deve infondere coraggio e ci deve convincere che Dio ci assiste in un modo speciale nell’adempimento di questo ministero. Ed è meraviglia come la predicazione dei Vescovi abbia un’efficacia molto maggiore che quella degli altri. Per quanto siano ricchi d’acqua i ruscelli, si ama sempre bere alla sorgente.

Per quanto si riferisce alla dottrina, è necessario che sia sufficiente, ma non si richiede che sia eccellente. San Francesco non era dotto; e, tuttavia, era un buon predicatore. E, ai nostri tempi, il beato cardinale Borromeo aveva una scienza solo mediocre, ma operava meraviglie. Conosco cento esempi del genere. Un grande uomo di lettere (Erasmo) ha detto che il modo migliore di imparare e divenire dotti è quello di insegnare. Voglio solo dire questo: il predicatore sa sempre abbastanza finché non pretende di dimostrare che sa più di quanto sa. Non sappiamo parlare bene del mistero della Santissima Trinità? Non diciamone nulla. Non siamo abbastanza dotti per spiegare l’“In principio” di san Giovanni? Lasciamolo stare dov’è: non mancano altri argomenti più utili. Non c’è nessun obbligo di fare tutto.

La vita buona si richiede, come san Paolo dice che si richiede, per essere fatti Vescovi, e non di più: così che, per essere predicatori, non è necessario essere migliori che per essere Vescovi. Dunque, tutto è già stato stabilito: «Oportet », dice san Paolo, «episcopum esse irreprehensibilem».

Faccio però notare che il vescovo predicatore non deve solo essere libero dal peccato mortale, ma deve evitare anche certi peccati veniali e persino certi atti che non sono peccato. San Bernardo, il nostro Dottore, ci ha lasciato queste parole: «Nugae saecularium sunt blasphemiae clericorum». Un secolare può giocare, andar e a caccia, uscire di notte per prendere parte a conversazioni: tutte cose che non sono riprensibili e che, fatte per ricreazione, non sono assolutamente peccato. Ma se questi atti non sono giustificati da mille circostanze che difficilmente si riscontrano tutte insieme, sono scandali, e scandali gravi, quando sono compiuti da un Vescovo o da un predicato re. Si dice di loro: hanno buon tempo; si danno alla pazza gioia. E, dopo questo, andate a predicare la mortificazione: la gente si farà beffe del predicatore. Non dico che non si possa, una volta o due al mese, prendere parte a qualche gioco onesto a scopo di ricreazione, ma anche questo dev’essere fatto con grande circospezione.

La caccia è proibita del tutto. Così si dica delle spese superflue per festini, abiti e livree. Per i secolari, sono cose superflue e scialo; per i Vescovi, sono grandi peccati. San Bernardo ci istruisce dicendoci: «I poveri gridano alle nostre spalle: quello che spendete è nostro; tutto quello che spendete inutilmente, è strappato a noi con la violenza». Come potremo riprendere le superfluità del mondo, se facciamo vedere le nostre? San Paolo dice: «Oportet episcopum esse hospitalem». Essere ospitale non vuol dire organizzare festini, ma ammettere volentieri altre persone alla propria tavola, la quale, per i Vescovi, dev’essere come dice il Concilio di Trento: «La mensa dei Vescovi dev’essere frugale». Faccio eccezione per alcune solennità che la prudenza e la carità sanno determinare molto bene. Del resto, non bisogna mai predicare senza aver celebrato la Messa o avere l’intenzione di celebrarla.

Non si può credere, dice il santo Crisostomo, quanto sia terribile per i demoni la bocca che ha ricevuto il santo Sacramento. Ed è vero. Pare che si possa dire con san Paolo: «An experimentum quaeritis ejus qui loquitur in me Christus?». Allora, si hanno sicurezza, ardore e luce in abbondanza. «Quamdiu sum in mundo», dice il Salvatore, «lux sum mundi». È certo che, stando realmente in noi, nostro Signore ci illumina, perché Egli è la luce. […].

Come minimo, bisognerà essersi confessati, ricordando quello che Dio ci dice per bocca di Davide: «All’empio Dio dice: perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza?». E san Paolo: «Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato». Ma su questo ho già detto anche troppo.

Il fine è la causa principale di tutte le cose, la causa che muove l’agente all’atto, poiché ogni agente agisce per il fine e secondo il fine. Il fine dà la misura della materia e della forma: secondo che si mira a costruire una casa grande o piccola, si preparano i materiali e si dispongono i lavori.

Quale è dunque il fine del predicatore nell’atto di predicare? Il suo fine e la sua intenzione devono essere quelli di fare quello che nostro Signore è venuto a fare nel mondo. Ed ecco quello che Egli dice di sé:

Ora, per mettere in pratica questo suo proposito, è necessario che egli faccia due cose: istruire e convincere. Insegnare le virtù e i vizi: le virtù, per farle amare, desiderare e praticare; i vizi, per farli detestare, combattere ed evitare. In una parola, egli deve dare luce all’intelligenza e calore alla volontà. Per questo, nel giorno della Pentecoste, che fu il giorno della loro consacrazione episcopale, come quello dell’Ultima Cena era stato quello della loro consacrazione sacerdotale, Dio mandò agli Apostoli delle lingue di fuoco, perché sapessero che la lingua del Vescovo deve illuminare l’intelligenza dei suoi uditori e scaldare le loro volontà. «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Dunque, il fine del predicatore è che i peccatori, morti per il peccato, vivano per la giustizia, e che i giusti che hanno già la vita spirituale, l’abbiano ancor più abbondantemente e si perfezionino sempre più o, come diceva Geremia, per sradicare e demolire i vizi dei peccatori ed edificare e piantare le virtù e la perfezione. Perciò, quando sale sul pulpito, il predicatore deve dire nel suo cuore: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

So bene che molti dicono che, in terzo luogo, il predicatore deve dilettare; ma, per parte mia, distinguo e dico che vi è un diletto che è conseguenza necessaria dell’insegnamento e della convinzione. Infatti, quale anima è cosi insensibile da non godere intimamente quando impara a conoscere bene e santamente la via del Cielo e da non trovare una grande consolazione nell’amore di Dio? Certo, questo diletto dev’essere procurato; ma esso non è distinto dall’insegnamento e dalla convinzione, essendone una conseguenza.

Vi è un altro diletto che non dipende dall’istruzione e dalla convinzione, ma fa partito a sé e, molto spesso, impedisce l’istruzione e la convinzione. È quel titillio d’orecchie che proviene da una certa eleganza secolare, mondana e profana, da certe curiosità, da certe affettazioni di gesti, di parole e di frasi, in una parola, che dipende esclusivamente dall’artificio. A questo diletto io dico fermamente e fortemente che il predicatore non deve pensare, ma lo deve lasciare agli oratori del mondo, ai ciarlatani e ai cortigiani che ne fanno la loro delizia. Essi non predicano Gesù Cristo crocifisso ma se stessi. «Noi non prendiamo come modello le artificiosità dei retori», diceva sant’Ambrogio, «ma le verità dei pescatori».

San Paolo detesta gli uditori che hanno il prurito di sentire qualcosa, e quindi, anche i predicatori che li vogliono contentare. è una pedanteria. Quando ho terminato una predica, non vorrei che si dicesse: oh, che grande oratore! Ha una memoria di ferro. Come è dotto! Come parla bene! Ma vorrei piuttosto che si dicesse: la penitenza è veramente una buona cosa, e come è necessaria! Mio Dio, voi siete davvero buono e giusto, e cose simili; oppure, vorrei che l’uditorio, col cuore stretto, non sapesse riconoscere l’abilità del predicatore, se non con l’emendamento della sua vita. Perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

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San Paolo dice al suo Timoteo: «Predica la parola». Bisogna predicare la parola di Dio. «Predicate il Vangelo», dice il Maestro. San Francesco, del quale oggi celebriamo la festa, spiegava queste parole del Vangelo comandando ai suoi Frati di predicare le virtù e i vizi, l’inferno e il Paradiso. Per questi argomenti, nella sacra Scrittura, c’è materia sufficiente, e non si richiede altro. Non bisogna dunque servirsi dei Dottori cristiani e dei libri santi? Sì certamente! Ma che cos’è la dottrina dei Padri della Chiesa, se non una spiegazione del Vangelo e una esposizione della sacra Scrittura? Fra la sacra Scrittura e la dottrina dei Padri, passa la differenza che passa fra una mandorla intera e una mandorla schiacciata della quale tutti possono mangiare il gheriglio, o fra un pane intero e un pane spezzato e distribuito. Bisogna, dunque, servirsi dei Padri, perché essi sono stati lo strumento con cui Dio ha fatto conoscere il vero senso della sua Parola.

E delle storie dei santi ci si può servire? E come no? Vi sono altre cose altrettanto utili e altrettanto belle? Che cosa sono le vite dei santi, se non il Vangelo messo in pratica? Fra il Vangelo e le vite dei santi, non passa maggior differenza che fra una musica scritta e una musica cantata.

E che dire delle storie profane? Sono buone, ma bisogna usarle come si usano i funghi, cioè solo per stuzzicare l’appetito. E anche in questo caso, bisogna che siano preparati nel modo più conveniente. […].

E delle favole dei poeti? Di queste, nulla assolutamente, o almeno assai poco, al momento opportuno e con tutta la circospezione con la quale si ricorre ai contravveleni, che non si usano mai abitualmente, come tutti possono vedere; e in più, sempre brevemente e senza una parola in più del necessario. […].

Monsignore, a questo punto, desidero che mi si presti fede più che mai, perché non esprimo l’opinione comune, ma quello che dico è la stessa verità.

La forma, dice il Filosofo, dà l’essere e l’anima alla cosa. Dite meraviglie, ma non le dite bene: non è nulla. Dite poco, ma lo dite bene: è molto. Come occorre dunque parlare quando si predica? Bisogna evitare con cura i quamquam e i lunghi periodi dei pedanti, i loro gesti, le loro pose e i loro movimenti: tutte cose che sono la peste della predicazione.

Si richiede un portamento e un andamento spontaneo, nobile, generoso, semplice, forte, santo, grave e un po’ lento. Ma, per arrivare a questo, che occorre fare? In una parola, parlare con calore e con devozione, con semplicità, con candore e con fiducia: essere profondamente convinto di quello che si insegna e si inculca agli altri. L’artificio più alto è quello di non usare artifici. Le parole devono essere infiammate, non per le grida o per i gesti smisurati, ma per l’affetto interiore; devono uscire dal cuore più che dalla bocca. Si ha un bel dire, ma il cuore parla al cuore, mentre la bocca parla solo alle orecchie.

Ho detto che si richiede un comportamento spontaneo, che non si ispiri all’atteggiamento sostenuto e studiato dei pedanti. Ho detto nobile, per escludere l’atteggiamento rozzo di certuni che usano battere i pugni, pestare i piedi, sbattere lo stomaco contro il pulpito, gridare e abbandonarsi a urli strani e, spesso, fuori posto. Ho detto generoso, perché non si prendano a modello coloro che assumono un atteggiamento timoroso, come se parlassero ai loro genitori, e non già ai loro discepoli e figli. Ho detto semplice, per far evitare ogni artificio o affettazione. Ho detto forte, per disapprovare quell’atteggiamento morto, molle e privo di efficacia. Ho detto santo, per escludere le adulazioni cortigiane e mondane. Ho detto grave, perché non si creda di poter imitare certuni che fanno all’uditorio tanti complimenti, tante riverenze e si abbandonano a ciarlatanerie come quelle di mettere in mostra le mani o la cotta che indossano o altri movimenti, che è davvero un’indecenza. Ho detto un po’ lento, per far escludere quell’atteggiamento rapido e arruffone che diverte gli occhi, ma non fa battere il cuore.

Altrettanto dico del linguaggio, che dev’essere chiaro, pulito e semplice, senza ostentazione di parole greche, ebraiche, nuove o cortigiane. L’intessitura del discorso dev’essere naturale, senza troppi preamboli e senza trame troppo sottili. Approvo che si dica «in primo luogo» al primo punto e «in secondo luogo» al secondo, perché il popolo possa rendersi conto dell’ordine che si segue.

Mi pare che nessuno, ma specialmente i Vescovi, non debbano mai ricorrere ad adulazioni per i presenti, anche se questi fossero re, principi o papi. Vi sono bensì gentilezze molto indicate per attirarsi la benevolenza, e si possono usare quando si parla a una popolazione per la prima volta; e io sono del parere che si debba manifestare il desiderio che si ha del loro bene e si cominci con i saluti, benedizioni e auguri di poter aiutare tutti i presenti a salvarsi, e persino coi saluti alla loro patria. Ma tutto questo dev’essere fatto con poche parole cordiali e molto semplici. I nostri antichi Padri e tutti coloro che hanno fatto del bene, si sono sempre astenuti dai complimenti inutili e dalle giovialità mondane. Essi parlano cuore a cuore, spirito a spirito, come i genitori usano parlare ai loro figli. Gli appellativi ordinari sono quelli di «fratelli miei», «popolo mio», o, se è il vostro, «mio caro popolo», o «cristiani che mi ascoltate» […].

Quanto alla preparazione del discorso, approvo che avvenga alla sera e che, in mattinata, si mediti per sé quello che si vuole dire agli altri. La preparazione fatta dopo essersi comunicati ha una grande forza, dice il Granada; e io lo credo.

Amo la predicazione che è ispirata più dall’amore del prossimo che dall’indignazione, anche se questa è indirizzata agli ugonotti, che dobbiamo trattare con grande compassione, senza adularli, ma commiserandoli. È bene che la predicazione sia piuttosto breve che lunga. In questo, io ho mancato assai fino a questo momento. Dio voglia che riesca a correggermi. Quando una predica è durata una mezz’ora, non è più troppo corta. Non bisogna manifestare scontento, se è possibile; ma almeno non bisogna manifestare collera, come feci io nella festa di Nostra Signora, quando suonarono le campane prima che avessi terminato. Fu senza dubbio una grave colpa, accompagnata da molte altre. Non mi piace che si raccontino amenità o barzellette: non è quello il posto per farlo.

Termino dicendo che la predicazione è la manifestazione o la dichiarazione della volontà di Dio, fatta agli uomini da colui che è lì, legittimamente inviato per istruirli ed eccitarli al servizio di sua divina Maestà in questo mondo, perché siano salvi nell’altro.

Monsignore, che direte di tutto questo? Perdonatemi, ve ne prego: ho scritto currente calamo, senza la minima cura per le parole e senza il minimo artificio, lasciandomi guidare dal solo desiderio di dimostrarvi quanto vi sono ubbidiente. Non ho citato gli autori dai quali ho attinto in certi punti della mia lettera, perché mi trovo in campagna e non li ho con me. Ho citato anche me stesso, perché voi, Monsignore, volete conoscere la mia opinione, e non quella degli autori. E quando io stesso la metto in pratica, perché non dovrei dirlo? Prima di chiudere questa lettera, bisogna che vi scongiuri, Monsignore, di non farla vedere a nessuno che non abbia per me gli occhi benevoli come i vostri e aggiunga l’umilissima supplica di non lasciarvi guidare da nessuna considerazione che vi impedisca di predicare o vi induca a ritardare la predicazione: più presto comincerete, più presto riuscirete. E predicate spesso: non c’è altro mezzo per rendersi veramente abili. Voi potete, Monsignore, e dovete farlo. La vostra voce è molto indicata; la vostra scienza è sufficiente; il vostro comportamento è molto conveniente e la vostra posizione nella Chiesa è eminente. Dio lo vuole e gli uomini hanno il diritto di esigerlo. È in gioco la gloria di Dio e la nostra salvezza. Ardite, Monsignore, e fatevi coraggio per amore di Dio.

Il cardinal Borromeo, senza avere una decima parte dei talenti che avete voi, predica, edifica e si fa santo. Non dobbiamo cercare il nostro onore, bensì quello di Dio; e, se lo lasciamo fare, Egli cercherà il nostro. Cominciate, Monsignore, a predicare una volta alle ordinazioni e una volta in occasione di qualche Comunione; dite quattro parole, poi otto, poi dodici, e poi parlate per una mezz’ora; poi, salite sul pulpito. Per l’amore, non vi sono cose impossibili.

Nostro Signore non chiese a san Pietro: Sei dotto? o: sei eloquente? Per potergli dire: «Pasci le mie pecore», gli chiese: «Mi ami?». Per parlar bene, basta amar bene. San Giovanni, al termine della sua vita, non sapeva far altro che ripetere cento volte in un quarto d’ora: «Figlioli miei, amatevi a vicenda», e saliva sulla cattedra con la sola provvista dell’amore. E noi non osiamo salire sulla cattedra, se non abbiamo un’eloquenza mirabolante! Lasciate che dicano coloro che esaltano l’abilità del Monsignore vostro predecessore: anche lui cominciò una volta, come voi.

Però, Dio mio! che direte, Monsignore, di me che tratto così alla buona con voi? L’amore non sa tacere quando è in gioco il bene di colui che ama. Monsignore, io vi ho giurato fedeltà; e da un servo fedele e affezionato si accettano e si sopportano molte cose. Voi andate a custodire il vostro gregge, Monsignore. Ah, se mi fosse possibile correre là dove vi troverete e assistervi, come feci per la vostra prima Messa! Vi accompagnerò solo con i miei voti e i miei desideri. Il vostro popolo vi attende per vedervi ed essere veduto e riveduto da voi: cominciate presto a fare quello che dovrete fare sempre. Certo, i vostri fedeli resteranno edificati quando vi vedranno spesso all’altare, a offrire il Sacrificio per la loro salvezza, o vi vedranno trattare con i vostri parroci della loro edificazione o predicare dalla cattedra la parola di riconciliazione.

Monsignore, non sono mai salito all’altare senza raccomandarvi a nostro Signore; e sono troppo felice se so che anche voi mi ricordate qualche volta. Sono e sarò per tutta la vita col cuore, con l’anima e con lo spirito, Monsignore, il vostro umilissimo servo e piccolissimo e ubbidientissimo fratello.

 

 

Contemplazione poetica. In cambio del tuo perdono

 

I

 

Tu lo potevi: bastava

fare di me

il tuo giardino,

l’eden ove goderti beato,

 

e io non finire

randagio

e straccione.

 

II

 

Ora che arrotolato mi hai

come il pastore fa con la tenda

alla fine dei pascoli,

lascia che ti canti

 

come mai ti ho cantato

e più non pianga

inutili pianti.


 

Affidamento a Maria. Conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo

 

[120] La perfetta consacrazione a Gesù Cristo[2]… Tutta la nostra perfezione consiste nell’essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo. Perciò la più perfetta di tutte le devozioni è incontestabilmente quella che Ci conforma, unisce e consacra più perfettamente a Gesù Cristo. Ora, essendo Maria la creatura più conforme a Gesù Cristo, ne segue che tra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma di più un’anima a Nostro Signore è la devozione a Maria, sua santa Madre, e che più un’anima sarà consacrata a lei, più sarà consacrata a Gesù Cristo. La perfetta consacrazione a Gesù Cristo, quindi, altro non è che una consacrazione perfetta e totale di se stessi alla Vergine santissima e questa è la devozione che io insegno. O, in altre parole, essa è una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo battesimo.

 

 

 

[1] Lettere d’amicizia spirituale, 145-157.

[2] è questo il primo titolo autentico del manoscritto. Il Monfort l’ha tracciato a grandi caratteri per indicarne tutta l’importanza. Tutto il Trattato della vera devozione a Maria potrebbe definirsi come una preparazione al regno di Gesù Cristo.

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