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Rassegnazione o «santissima indifferenza»?

Dal mondo quotidiano. Jesus bleibet meine Freude, BWV 147 (Bach)

 

 

Jesus bleibet meine Freude

Meines Herzens Trost und Saft,

Jesus wehret allem Leide,

er ist meines Lebens Kraft,

meiner Augen Lust und Sonne,

meiner Seele Schatz und Wonne,

darum lass ich Jesum nicht

aus dem Herzen und Gesicht.

 

Gesù rimane la mia gioia,

linfa e consolazione del mio cuore,

Gesù pone termine a ogni sofferenza,

è la forza della mia vita,

sole e brama dei miei occhi,

delizia e tesoro della mia anima,

perciò non lascio Gesù

lontano dal cuore e dallo sguardo.

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, Fortezza serena nella prova

 

 

Costituzioni salesiane. Lavoro e temperanza

 

  1. «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione»; la ricerca delle comodità e delle agiatezze ne sarà invece la morte.

Il salesiano si dà alla sua missione con operosità instancabile, curando di far bene ogni cosa con semplicità e misura. Con il suo lavoro sa di partecipare all’azione creativa di Dio e di cooperare con Cristo alla costruzione del Regno.

La temperanza rafforza in lui la custodia del cuore e il dominio di sé e lo aiuta a mantenersi sereno.

Non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica: è pronto a sopportare il caldo e il freddo, la sete e la fame, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratti della gloria di Dio e della salvezza delle anime.

 

 

Brani biblici. Egli ci ascolta

 

14E questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. 15E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo chiesto.

16Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a coloro, cioè, il cui peccato non conduce alla morte. C’è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato. 17Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte.

18Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio non pecca: chi è stato generato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. 19Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta in potere del Maligno. 20Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.

21Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!

 

1 Giovanni 5

 

Vedi Cantico dei Cantici 8,8-14

 

 

 

 

 

Meditazione. Il suonatore sordo

 

Esempio metaforico che illustra i tormenti interiori tipici dell’anima a cui è donato di vivere nella «santissima indifferenza»

 

Secondo lo stile a lui proprio e in linea con un’ampia gamma di esempi, Francesco, nei momenti decisivi, non si accontenta di una teologia teoretica o analogica fatta di affermazione-negazione-eminenza o di una teologia apofatica (che giunge al silenzio sulle realtà divine), ma spiazza il lettore e propone un esempio metaforico. Può essere di tipo umano, oppure naturale, ma sempre contrassegnato da una apparente semplicità di lettura, che però nasconde significati teologici e antropologici a volte realmente geniali.

Si veda l’esempio del valente musicista sommamente riconoscente al suo sovrano, ma purtroppo irrimediabilmente sordo.

Uno dei migliori musicisti del mondo, che suonava perfettamente il liuto, in poco tempo divenne tanto sordo da non sentirci più per niente; ma non per questo smise di cantare e di suonare meravigliosamente il suo liuto per la grande maestria che aveva acquisito e che la sordità non gli aveva tolto. Siccome però non provava alcun piacere nel canto e nel suonare il liuto dato che, essendo privo dell’udito, non poteva percepirne la bellezza e la dolcezza, cantava e suonava solo per far piacere ad un principe di cui era suddito dalla nascita e al quale desiderava immensamente far piacere per un debito di riconoscenza, perché era cresciuto presso di lui fin dalla prima giovinezza: per questo provava una grande gioia nel fargli piacere e quando il principe gli mostrava di gradire il suo canto, era felicissimo. Ma qualche volta capitava che il principe, per mettere alla prova l’amore di quell’amabile musicista, gli ordinasse di cantare e poi lo lasciasse solo nella stanza per andare a caccia; ma il desiderio che il cantore aveva di fare quello che piaceva al padrone era tale che continuava il canto con tanto impegno come se il principe fosse stato presente, benché personalmente non provasse alcun piacere nel canto: infatti non aveva il piacere della melodia a causa della sordità, e nemmeno quello di far cosa gradita al principe perché, essendo egli assente, non poteva godere della dolcezza delle arie che cantava.[1]

Qui la «santissima indifferenza» e il totale e incondizionato abbandono in Dio raggiungono il loro vertice: continuare a suonare, a cantare la vita, nonostante si sia sordi, non si tragga alcuna soddisfazione dalla propria arte e addirittura ci sentiamo da soli, abbandonati.

Si chiarisce ora con estrema chiarezza l’ambivalenza della parola «abbandono» e del verbo corrispondente. Il musicista si è «abbandonato», riconoscente, nelle mani del sovrano, usando tutto il proprio talento nonostante non ne ricavi alcun personale vantaggio. Allo stesso tempo in certi momenti viene letteralmente «abbandonato», quasi dimenticato, da colui per il quale suona, a cui dedica la propria arte.

Nel senso completamente opposto, troviamo chiarito il rischio possibile in ciascun cristiano: «ritorniamo su noi stessi amando l’amore invece di amare il Diletto». Una specie di egocentrismo, egoismo o narcisismo spiritualizzato.

I nostri cuori all’inizio della loro devozione amano Dio per unirsi a lui, essergli accetti e imitarlo nell’amore che ci ha dimostrato dall’eternità; ma, a poco a poco, una volta istruiti ed esercitati nel santo amore, impercettibilmente si trasformano e, invece di amare Dio per piacere a Dio, cominciano ad amare per il piacere che provano essi stessi nell’esercizio del santo amore. Invece di essere innamorati di Dio come prima, si innamorano dell’amore che gli portano: sono affezionati ai loro affetti e non si compiacciono più in Dio, ma nel piacere che provano nel suo amore, accontentandosi di questo amore in quanto appartiene a loro, che si trova nel loro spirito e che da esso deriva; infatti, benché tale amore sacro si chiami amore di Dio perché con esso si ama Dio, non cessa di essere nostro perché siamo gli amanti che con quello amiamo per suo mezzo.

E la trasformazione consiste proprio in questo: invece di amare quel santo amore perché tende a Dio che è l’amato, noi l’amiamo perché proviene da noi, che siamo gli amanti. Ora, chi non vede che così facendo non è più Dio che cerchiamo, ma ritorniamo su noi stessi amando l’amore invece di amare il Diletto; amando, dico, tale amore non per il beneplacito di Dio e per accontentarlo, ma per il piacere e la gioia che ne ricaviamo noi stessi.[2]

Un’ulteriore metafora.

Senza dubbio, molti non provano piacere nell’amore divino se non è addolcito con lo zucchero di qualche soavità sensibile, e farebbero volentieri come i bambini che, quando si offre loro del miele su un pezzo di pane, leccano e succhiano il miele e poi gettano il pane. Infatti, se la dolcezza fosse separabile dall’amore, lascerebbero l’amore per tenere la dolcezza; ecco perché inseguono l’amore a motivo della dolcezza e, quando non la incontrano, non fanno caso all’amore. Ma tale gente è esposta a molti pericoli: o di tornare indietro, quando i piaceri e le consolazioni mancano, o di perdere tempo in vane dolcezze molto lontane dal vero amore e di confondere il miele di Eraclea con quello di Narbona.[3]

 

Una descrizione della «santissima indifferenza», vera meta dei nostri Esercizi Spirituali

 

«Morire totalmente a se stessi nel buio e nel silenzio dell’anima,

distaccarsi, lasciarsi distaccare da tutto ciò che non è pura volontà di Dio,

questo è il segreto olocausto davanti al quale la maggior parte delle anime indietreggiano,

il punto esatto in cui il cammino si divarica, per una vita nel fervore o per una vita di alta santità»[4]

 

La «santissima indifferenza» non ha nulla a che fare con ciò che viene inteso per indifferenza oggi, nel contesto del XX e del XXI secolo, in un’epoca storica che vorrebbe rimanere senza Dio, in una sorta di relativismo post-moderno in cui la questione a riguardo di Dio risulterebbe illusoria, falsata, tuttalpiù ingenua: si cercherebbe qualcuno o qualcosa che ormai tutti sanno che non c’è. Inoltre si viene accusati di adoperare un metodo, in generale quello che unisce la ragione alla fede e in particolare quello teologico, che non potrebbe ambire ad assumere un valore scientifico. Non solo si sottolinea la differenza tra le scienze positivistiche e la fede, ma oltre a questo si toglie alla fede ogni valore di verità.

In questo contesto, l’«indifferenza», in particolare l’indifferentismo religioso indicherebbe l’atteggiamento dell’uomo post-moderno, che appunto non si occupa di Dio (e convinto allo stesso tempo che Dio non si occupi di lui), sino a teorizzare la necessità per la persona onesta di non pensare, volere, amare Dio, ma semplicemente vivere a binari paralleli tra il piano umano e quello divino: non si incontreranno mai, e questo non deve essere un problema. Anche a costo della mancanza di felicità o della possibilità di dare un senso alla vita. A differenza dei grandi dell’XIX secolo e dell’inizio del XX secolo, che ingaggiavano battaglie feroci contro Dio, oggi è tutto passato: non c’è neppure qualcuno per cui o contro cui combattere (all’infuori del prossimo umano). Si procede semplicemente ascoltando «dove porta il cuore» nel sentimentalismo più puro e, alle volte, banale o, alla peggio, distruttivo. Eccoci giunti all’«indifferenza religiosa», come mancanza assoluta della questione su Dio e di Dio.

Al giorno d’oggi, potrebbe essere interessante anche confrontare l’amorosa «santissima indifferenza» di Francesco di Sales da un tutt’altro tipo di sottomissione (ad esempio, si veda la radice etimologica della parola «musulmano»). Quest’ultima infatti può mancare di una dimensione amorosa e teologica (Dio che si fa servo per risollevare noi tutti; cf. Paolo ai Filippesi), ma risulta – anche nelle più alte forme mistiche – un’obbedienza da schiavi rispetto ad un Dio che è sempre e comunque solo «tutt’altro» rispetto al creato.

Il cristiano è chiamato e preceduto da Gesù in un amore che può essere solo amore giusto e misericordioso. La giustizia e la misericordia che vengono e si confrontano continuamente con il mistero pasquale di Gesù Cristo possono e devono guidare il credente in ogni istante.

 

La «santissima indifferenza» intesa da san Francesco di Sales può essere descritta, anch’essa, seguendo innanzitutto un’indagine etimologica: in-differenza come capacità di non fare differenze riguardo a se stessi, al proprio destino, alla salute o alla malattia, addirittura – secondo un famoso paradosso che deve rimanere tale, come supposizione impossibile – all’esito della propria vita secondo il paradiso o l’inferno (!).

Non fare differenze, a che scopo? Proprio al fine di seguire totalmente, completamente, con ogni parte di se stessi la volontà di Dio. Non per orgoglio o perfezionismo, ma secondo un amore ricevuto e ridonato. Notiamo che per san Francesco di Sales Dio non è un’entità astratta, ma realmente e concretamente Padre, Madre, Figlio, Sposo, Fratello. Queste caratteristiche relazionali non sono solo analogicamente e metaforicamente additate attraverso questi concetti, ma vengono tutti superati secondo una bontà sovraeminente.

Nella citazione iniziale di questo capitoletto, padre de Guibert parlava di «distacco», di «lasciarsi distaccare», di «segreto olocausto». Ed è molto interessante che la citazione non sia tratta da un libro che parli di san Francesco di Sales, ma di quella che è stata definita, con la sua «piccola via», la più grande discepola di san Francesco di Sales, colei che ha colto meglio il cuore del suo messaggio, santa Teresa di Lisieux.[5] Forse, in un modo talmente alto che Francesco di Sales si sarebbe commosso a coglierne le sottolineature.

Dunque, in negativo, evitare dentro di noi ogni differenza rispetto alla volontà di Dio. In positivo, giungiamo all’immagine della duttilità della cera, che si lascia lavorare, plasmare, persino da un bambino.

Perché non solo «santa», ma «santissima indifferenza»? Nel senso che le virtù, pur buone, positive e dono della collaborazione armoniosa tra Dio e l’uomo, come la «santa rassegnazione» sono sante e la vera indifferenza cristiana salesiana merita la denominazione di santissima? Non ci pare sia solo questione di difficoltà nel realizzarle (pur autentica). Crediamo piuttosto, e qui troviamo la tesi particolare di questo volume, che Francesco di Sales intenda l’oggetto del nostro studio come molto più di quello che viene inteso come una «semplice» virtù.

Giungiamo ora al cuore più profondo, più alto e più sincero di Dio che si incontra con il punto focale dell’uomo. Lì dove la creatura dice radicalmente di sì al Creatore (chiaramente, da attuare ogni giorno). In caso contrario, troviamo l’uomo che rimane nel vago, è incerto o addirittura rifiuta esplicitamente la creaturalità e la salvezza.

La santissima indifferenza segna, in fondo, la differenza tra una generosità puramente umana, intellettualistica, volontaristica o sentimentalistica e, invece, il discepolato di Gesù Cristo autentico e decisivo per la vita dell’uomo e della donna cristiani.

Un autore di spiritualità,[6] proseguendo il concetto esposto nella citazione di padre de Guibert, osava un paragone che può sembrare veramente strano e inusuale per la letteratura teologica. Pensiamo alla differenza tra un’automobile velocissima ed un aereo. Entrambi consumano energie immense, entrambi raggiungono velocità altissime. Ma, semplicemente, l’aereo vola. Così chi si lascia distaccare da parte di Dio da se stesso e dalle sue preferenze: non solo immette nella vita spirituale immense altissime energie di intelletto, volontà, cuore, tempo… ma vive ciò per cui sa di essere stato creato: vola.

L’Altro e l’altro sono al centro della sua vita.

In fondo, solo per questo ogni sacrificio ha un senso. In caso contrario, oltre a rimanere con i piedi attaccati a terra, ci rodiamo il fegato pensando al perché di tanto sacrificio.

Permettiamo a Dio di farci volare allora, come, dove, quando Lui vuole.

 

 

 

 

Contemplazione poetica. In attesa

 

Amici, mi sento

un tino bollente

di mosto dopo

felice vendemmia:

 

in attesa del travaso.

 

Già potata è la vite

per nuova primavera.

 

 

Affidamento a Maria. Consacrazione alla Vergine e a Gesù Cristo

 

[125] 3) Con questa forma di devozione ci si consacra nello stesso tempo alla Vergine santa e a Gesù Cristo: a Maria, come al mezzo perfetto che Gesù Cristo ha scelto per unirsi a noi e unirci a Lui; a nostro Signore, come al nostro fine ultimo, cui dobbiamo tutto ciò che siamo, perché è nostro Redentore e nostro Dio.

[1] T IX, 9, 505-506.

[2] T IX, 10, 509.

[3] T IX, 10, 510. Cf. F III, 17, 171-173.

[4] J. Guibert, citato in J. Lafrance, La mia vocazione è l’amore. Teresa di Lisieux (= Contemplativi nell’azione), Àncora, Milano 31990, 141.

[5] Cf. M. G. Rensi, Il dottore dell’amore e la sua cetra melodiosa. Francesco di Sales e Teresa di Lisieux, Àncora, Milano 1986.

[6] Cf. J. Lafrance, La mia vocazione è l’amore.

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