La Repubblica. Ravasi ricorda l’amico Olmi: “I suoi film? Una spada di luce nell’essenza della storia”

Avevo 17 anni e proprio nel seminario milanese ove compivo gli studi liceali ci avevano proposto il primo film di Ermanno OlmiIl tempo si è fermato. Ero rimasto conquistato soprattutto dai silenzi che percorrevano quelle sequenze in bianco e nero, silenzi in verità “bianchi”, cioè colmi di parole implicite, ben più incisive delle poche frasi scambiate dai due protagonisti, mentre il ticchettio di una sveglia scandiva il colare lento del tempo. Silenzi che erano vere e proprie epifanie tra le montagne maestose che facevano da fondale al racconto. Poi, un paio d’anni più tardi, ci fu Il posto, con la città di Milano, l’amore e il lavoro, quindi I fidanzati altri due anni dopo, e così via… Il filo della filmografia di Olmi ha accompagnato da allora la mia vita e fin dagli inizi ci fu sempre la speranza di incontrare questo straordinario autore che la Garzantina “universale” definiva in sei parole: “autore di film elegiaci e introspettivi di rigorosa moralità”.

L’incontro è avvenuto anni dopo, nel 1983, in occasione della presentazione a un pubblico ristretto di un’opera dalla metafora ambiziosa e forse non pienamente perlustrata, il Cammina cammina che metteva in scena quei pellegrini dell’Assoluto che sono i Magi del Vangelo. Ci scambiammo, allora, solo poche parole. Non avrei pensato che da quel piccolo germe sarebbe nata una delle amicizie più preziose e importanti della mia vita. Un’amicizia fatta – come in quel primo film – anche di silenzi e di lontananza, di scarni scritti e di telefonate. Eppure, quando stiamo insieme e parliamo, è come se abitassimo nello stesso palazzo e il discorso riprendesse l’interruzione di poche ore prima.

Il filo della nostra consuetudine di pensieri, di sentimenti, di consonanze è stato, perciò, sempre teso e diretto, affidato in particolare ai temi spirituali, morali e anche a quelli teologici più ardui. Ogni nostro incontro ha conosciuto dunque tutta l’intensità della riflessione, ma anche tutta la lievità della spontaneità, persino dell’ironia. Tanti hanno riconosciuto a Ermanno una straordinaria bontà che gli è quasi strutturale, illuminata da quel suo sguardo così chiaro e luminoso. Tuttavia, le questioni che egli ininterrottamente ha gettato sul tappeto erano roventi, ci si scotta le mani e le menti a trattarle, generano reazioni diverse (si pensi a Cento chiodi e al Villaggio di cartone).

All’amico comune Sergio Zavoli, nel Diario di un cronista, aveva confessato: “Ogni giorno la fede e l’amore si devono conquistare attraverso una lotta col dubbio. La vittoria sul dubbio è la sola, vera affermazione del credere”. Credere e amare, le due stelle fiammeggianti del cielo umano e artistico di Olmi, sono due avventure dell’anima che coinvolgono però carne e sangue, che inquietano prima di consolare, che esigono prima di donare, che lacerano prima di esaltare. Piaceva a Ermanno la frase che un giorno mi aveva detto lo scrittore francese Julien Green: “Finché si è inquieti, si può stare tranquilli”. Un’inquietudine tipicamente agostiniana che non è frenesia ma percorso su un sentiero d’altura, sul crinale di quei monti tanto cari al regista, tra i quali spicca però il Moria di Abramo e del sacrificio del figlio Isacco, con un Dio misterioso che incombe con la sua indecifrabile apparente crudeltà, ma che alla fine si rivela come l’unico Salvatore.

Per questo motivo Olmi non sempre è stato compreso da chi usa solo gli stampi rigorosi e rigidi dei teoremi teologici o filosofici, come non lo è stato da chi lo riteneva solo il cantore “elegiaco e introspettivo” del dolce passato o dei sentimenti puri. A lui mi sembra ben adattarsi una considerazione che anni fa mi fece un altro grande della nostra cultura contemporanea, Carlo Bo: “Il consenso senza sofferenza che diamo a Dio è solo un altro modo, fra tanti, di non rispondergli”. Ermanno ha cercato, invece, una risposta “costosa”, che si tira fuor dall’anima e dalla carne, che duella col dubbio, che coinvolge l’eterno e l’infinito ed è, quindi, di sua natura “in-finita”.

Con questo spirito, dopo che io ero stato trasferito da Milano a Roma per il mio attuale impegno ecclesiale, abbiamo voluto tentare – con un altro comune amico, Claudio Magris – una sfida che non ha avuto approdo. Era l’aspirazione a dar vita non all’ennesimo prodotto cinematografico su Gesù, ma a un racconto visivo che unisse storia e mistero, umanità e trascendenza, documento e contemplazione, partendo dal Vangelo di Marco. Di questo progetto sono rimasti solo i dialoghi che ci scambiavamo quando lui scendeva a Roma e sostava con la moglie in un residence non lontano dal Vaticano, oppure quando a tavola condividevamo amicizia e idee.

Ermanno mi sorprendeva continuamente con le sue intuizioni che diventavano già immagini, con la passione delle sue domande e la verità della sua ricerca. Egli infatti – come è accaduto ai grandi registi (basti solo nominare Bresson, Dreyer, Bergman, Tarkovskij) – ha smentito la convinzione di Antonin Artaud, il famoso teorico del teatro francese, per il quale “il cinema gioca solo con la pelle umana delle cose, il derma della realtà”. No, ogni film di Olmi e ogni sua ricerca sono stati simili a una spada di luce che trapassa l’epidermide della storia per coglierne la carne e scendere fino al midollo delle ossa.

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