Pentecoste 2018: spunti di meditazione

Maria è il frutto più bello dello Spirito santo. Anche per lei non tutto fu facile e immediato, invece, in mezzo alle numerose prove, camminò nel «pellegrinaggio della fede» e custodì a tutti i costi, fedelmente, l’unione con suo Figlio fino alla Croce.[1] 

 

  1. Maria si è lasciata totalmente trasformare da Dio, fino a vivere la gioia più profonda e completa: «l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio» (Luca 1,46-47).

Il più grande desiderio di Gesù è che il nostro cuore si ralle­gri, che nessuno possa rapirci questa gioia (cf. Gv 16,22-23): la gioia autentica si trova a una grande profondità e dobbiamo scavare molto profondo in noi per permetterle di sgorgare. L’esempio più lampante è la gioia legata alla paternità e alla ma­ternità. La vita autentica arreca sempre una certa lacerazione, per muoversi verso una rinascita incessantemente più profonda: lacerazione para­gonabile ai dolori e alla gioia del parto. Per salvare la gioia autentica dobbia­mo sempre staccarci da ciò che ne è solo un’espressione provvi­soria. Non è possibile parlare di ascesi o di penitenza se non in vi­sta della gioia.

 

  1. Guardiamo a Maria, e scopriremo come ha ricevuto il dono di Dio di scoprirLo presente e operante nella semplicità e quotidianità della sua vita: «grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Luca 1,49). È solo Lei che ci guida e ci può dare fiducia nel cammino verso la scoperta di Dio presente nell’interiorità del cristiano.  

Fin dal giorno stesso della nascita il contatto con la madre si è stabilito attraverso il corpo e la pelle; ben presto siamo stati in grado di riconoscere i nostri genitori con lo sguardo: da quel momento tra loro e noi c’è sta­to un linguaggio visivo. Un passo ulteriore avvenne qualche set­timana più tardi: il sorriso; con il sorriso gli abbiamo fatto sape­re che li riconoscevamo, consolidando così il legame tra loro e noi. Per essere veramente fecondo, il silenzio deve rivelarmi il desiderio che vive in me, nascosto sotto molto rumore e molte parole, deve aiutarmi a rag­giungere il mio intimo in cui si trova la fonte del silenzio auten­tico. Dovremo procedere a lungo fino al cuore della nostra inte­riorità, là dove ci aspetta il Padre da cui procede ogni paternità (cf. Ef 3,15) e di cui cerchiamo di articolare il nome. Nel nostro intimo più profondo, infatti, c’è un altro legame d’amore, di cui quello che ci univa ai genitori era solo il segno: il legame con il Padre, nel Figlio e per mezzo dello Spirito. E lo Spirito che ci fa balbettare: “Abba, Padre” (Rm 8,15).

 

  1. Maria ci mostra il segreto della carità: essere totalmente disponibili a lasciarci amare da Dio, perché la pienezza del nostro cuore trabocchi nella carità autentica verso i fratelli

Quando amo, sorge in me un bisogno che può ve­nir colmato solo dalla persona amata; amare significa dire a qual­cuno: “Sei la mia gioia, senza di te non posso vivere, ho biso­gno di te“. L’amore desta un bisogno, rende indigente e pove­ro, arriva a farmi dipendere dall’altro. L’amore mi apre all’altro, mi insegna ad ascoltare, mi rende ricettivo. In questo senso l’amore non può mai essere dissociato dall’autentica umiltà: e so­prattutto l’amore che mi rende umile nei confronti di colui ver­so il quale mi sento così fortemente attratto. È forse quanto c’è di più difficile nell’amicizia: il fatto che l’amore ci porti a riconoscere che abbiamo bisogno dell’altro, un altro che solo può darci quello che ci manca, nella misura in cui ci abbando­niamo a lui.

La vulnerabilità di Dio di fronte all’uomo è così grande, il suo desiderio di lui è così intenso, il prezzo che è disposto a pagare è così alto che non c’è gioia più grande in cielo di quella che solo il peccatore è in grado di dare a Dio quando decide di tornare dal Padre suo (cf. Lc 15,7). L’amore di Dio non schiaccia mai, anzi: è discreto e umano, mite, umile e riconoscente.

 

 

 

[1] Vedi Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, n. 58; Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris Mater, n. 2.

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