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Storia del cammino verso la ‘guarigione’ di una tossicodipendente morta a 26 anni per AIDS

È l’autunno ’89. Sono passati otto lunghi anni dal primo buco, la morte per AIDS è alle porte e per la prima volta Salina mi guarda con aria stupefatta ed infinitamente triste, dicendomi: «Mariateresa, ho contagiato altri, mi vendevo e non dicevo niente . . Tanto non me ne fregava assolutamente niente. Ma l’ultimo, un tizio di P .. . , si è sposato un mese fa. Devo andarglielo a dire»?
La domanda è per me come il grido del neonato che si sveglia alla vita del mondo e per la prima volta respira in proprio. Circa nove mesi prima di morire, finalmente e definitivamente, Salina si sveglia alla coscienza e vi sta aggrappata guardando in faccia alla morte …
«In quasi cinque anni che so di essere sieropositiva, non mi era mai successo di considerare l’AIDS come una possibilità concreta ed invece quella notte ho saputo cosa significa aver paura che rimanga poco tempo. Ho scritto una lettera a Redento riguardo a questo, poi non ne ho più parlato ed anche la paura è sfumata: ma non è stato come se l’avessi accantonata, si è piuttosto trasformata in una piena coscienza di me».  Dal Diario che pubblichiamo in appendice, p. l

 

 

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