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Saggio introduttivo alla nuova edizione 2000

Il bagliore di questa nuova conversione di idee in prassi, di questa nuova fusione di impulso cristiano e di azione politica a livello mondiale, fu particolarmente vivido in America Latina.

Per oltre un decennio la teologia della liberazione sembrò indi­care alla fede la nuova direzione da prendere per tornare ad es­sere incisiva nel mondo, in quanto nuovamente congiunta al mondo grazie alle nuove conoscenze e alle nuove direttive del­l’epoca. Che i paesi latino-americani fossero spaventosamente contrassegnati da repressione, da una dominazione iniqua, dal­la concentrazione della proprietà e del potere nelle mani di po­chi e dallo sfruttamento dei poveri è un fatto indiscusso, tanto indiscusso da ingenerare un bisogno di intervento. E, poiché questi paesi erano nella maggior parte cattolici, non poteva es­serci dubbio circa le responsabilità della chiesa e la necessità da parte della fede di affermarsi come strumento di giustizia.

Ma in che modo? Sembrava, a quell’epoca, che l’unica strada percor­ribile fosse il marxismo. Sembrava che Marx avesse assunto il ruolo che nel XIII secolo aveva ricoperto il pensiero aristotelico, una filosofia precristiana (ossia ‘pagana’ ) da battezzare per riavvicinare l’una all’altra fede e ragione e per porle in un rapporto corretto. Chi, tuttavia, accoglieva Marx (o le varianti del pensie­ro neomarxista ) come rappresentante della ragione universale non aderiva semplicemente a una filosofia, a una visione del1’origine e del senso dell’esistenza, bensì e soprattutto a una prassi. Perché questa filosofia è sostanzialmente una  ‘prassi’, che crea innanzitutto ‘verità’, non la presuppone.  Chi  fa  di Marx un filosofo della teologia accetta anche il primato della politica e dell’economia, elevandole al ruolo di forze effettive di salvezza (o di non-salvezza, se male utilizzate): in quest’ottica il riscatto dell’uomo avviene per il tramite della politica e dell’economia, in seno alle quali prende corpo il futuro. Il primato di prassi e politica significava, innanzitutto, l’impossibilità di in­cludere Dio nella categoria del ‘pratico’: la ‘realtà’ che bisogna­va riconoscere era soltanto quella materiale dell’accadere stori­co, che era necessario penetrare e indirizzare verso il giusto obiettivo, trasformandolo con gli  strumenti  appositamente creati allo scopo, senza escludere, al bisogno, la violenza.

In quest’ottica diventava necessario accantonare il discorso di Dio, estraneo  all’ambito  del pratico e alla sfera della realtà, per avere la libertà di realizzare gli obiettivi più importanti. Rimaneva l’immagine di Gesù, che ormai, non più colto come il Cri­sto, veniva considerato come l’incarnazione di tutti i sofferenti e gli oppressi, un loro portavoce che chiamava alla rivoluzione e a grandi cambiamenti. La novità, nel complesso, era che il  pro­getto di riforma del mondo, che in Marx è pensato in senso non soltanto  ateistico, ma anche antireligioso, si riempiva ora di entusiasmo religioso e poggiava su fondamenti religiosi: una Bibbia (soprattutto l’Antico Testamento) riletta in una  nuova  chia­ve e una liturgia celebrata  come  precompimento  simbolico  del­la rivoluzione e come preparazione alla stessa.

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