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Il brano di vangelo (Marco 10, 2-16) presenta due parti: una riferita al matrimonio e alla relazione tra uomo e donna e una riguardante l’atteggiamento attraverso il quale rapportarsi con Dio e il suo Regno.

Pare che entrambi i brani contengano una cornice e un nocciolo pulsante di vita divina.

  1. Le parole sul matrimonio possono avere come sfondo l’intenzione maliziosa di mettere alla prova Gesù; una legislazione che si abbassa al dato di fatto dell’incoerenza umana e non tiene conto della radice divina dei precetti.
    Invece il cuore pulsante potrebbe essere la sottolineatura della durezza del cuore umano e la relativa necessità di tornare a capofitto al progetto divino di vero amore.
    Il freno, il problema, l’ostacolo da superare è indubbiamente la “durezza” del cuore umano: pensiamo proprio alla sua fisiologia. Quando è sano, pulsa con vigore, elasticità… eleganza. Può capitargli, però, di divenire “duro”, ghiacciato, appunto sclerotizzato. Non per niente, Marco utilizza il termine “sclero-cardia” per descrivere questa situazione radicale di peccato umano. Si tratta di tornare a pensare, progettare, amare, relazionarsi… in modo divino! Proprio come Dio ci ha pensati all’inizio, nella nostra destinazione finale, proprio ora.
  2. Seconda parte. I bambini si avvicinano a Gesù, ma i discepoli li sgridano. Questo lo sfondo.
    Gesù prende l’avvio da questa situazione per rimettere in ordine molte cose: il rapporto tra grandi e piccoli, la relazione tra marito e moglie, le buone dinamiche familiari. Tutto sta nel tornare a nascere di nuovo e dall’alto (vedi Giovanni 6, nel colloquio di Gesù con Nicodemo). Non si tratta di essere bambineschi, puerili, infantili, semplicemente bambolotti con cui divertirsi. I bambini hanno una dignità e una profonda capacità di apprendere, di cogliere non tanto il significato esterno delle nostre parole, ma gli occhi con cui comunichiamo con loro, l’affetto che porta nutrimento sia a loro che a noi. Per questo, “a chi è come loro appartiene il regno di Dio”.

Forse la liturgia, anche presentandoci questi due brani così apparentemente lontani, mostra una profonda sapienza. Relazione tra marito e moglie; accoglienza o meno nei confronti dei bambini, ci mostrano in fondo… l’essenziale del nostro rapporto con Dio.

Siamo schiavi (dell’altro, della legge, delle tradizioni, del si è sempre fatto così, del fare bella figura con i bambini…) o figli straordinariamente e luminosamente amati dal buon Dio?

Forse, accogliere il dono di vivere nella seconda situazione rischiara tanti dubbi e riporta alla luce tante bellissime verità nascoste da Dio, in noi.

One Comment

  1. Mi sono avvicinata in punta di piedi alle letture di oggi nelle quali ancora una volta ho contemplato Dio nel suo immenso amore per noi. Come una bimba che si immagina i personaggi e i luoghi delle fiabe, così ho cercato di pensare al luogo stupendo in cui Dio stava parlando all’Uomo. Non mi è stato difficile: i miei occhi e il mio cuore sono ancora pieni delle meraviglie delle vette alpine, dei laghi incastonati tra le rocce, dello scoscio poderoso delle cascate, del canto dei garruli torrenti, del profuno dei prati dalle svariate gradazioni di verde. Ecco, in un ambiente così maestoso, di solida roccia, immagino che Dio abbia donato all’Uomo il Creato, ciò che di più bello, perfetto e unico per lui aveva pensato in cui farlo vivere, dandogli la responsabilità di dare il nome ad ogni essere vivente, per farlo partecipare appieno alla creazione. E lì, in questa incomparabile magnificenza, in quel tutto, ha notato la solitudine dell’Uomo, che in nessun altro essere vivente aveva trovato con chi corrispondere appieno il suo sentire, il suo essere, il suo amare in modo travolgente fino allo sperdimento. Nel suo incommensurabile amore, Dio ha ben pensato di colmare quel vuoto, quella nostalgia, quella incompletezza. Per questa nuova creatura, in cui si è completamente riconosciuto, “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”. Parole grandiose, che dicono chiaramente qual’era il progetto di Dio, il suo volere, il suo sogno.
    Io, divorziata, mi sono smarrita in queste parole, in questa immagine, in cui l’uomo e la donna sono stati pensati per diventare uno, perchè l’amore, il vero amore, fa fondere i due esseri in uno unico che solo così trova la sua completezza. E non è adolescenziale romanticismo. Ero ancora persa in questa immagine perfetta della Creazione, quando mi sono trovata commossa fino alle lacrime dal canto del salmo: “La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.” Di nuovo il progetto di Dio, il suo desiderio, l’immagine chiara e dolce, quasi foto rubata, della famiglia colta nella quotidinianità del desco familiare. Immagine della perfezione, così come Dio l’aveva voluta.
    Vedevo ancora quella casa, quella famiglia, quando mi giungono, pronunciate con fermezza, le parole di Gesù: “Per la durezza del vostro cuore…” Ecco, tutto il bello in cui mi ero smarrita fino a quel momento è stato spazzato via nel suono di quelle sei parole. La durezza del cuore. Così lontana dall’amore. La durezza del cuore che permette le inaudite violenze perpetrare sulle donne di ogni tempo. La durezza del cuore che non si commuove e non prova pietà verso i bambini, i fanciulli, i non nati. La durezza del cuore che non permette di ascoltare la parte più profonda di sè prima di prendere la decisione di “diventare una carne sola” perchè la paura della solitudine, del tempo che passa, di non avere altre possibilità, la preferenza di agi economici e di status sociali, il desiderio di fuggire da realtà e situazioni, e tutte le altre disparate seppur valide motivazioni, hanno il sopravvento e fanno diventare drasticamente miopi sul vero progetto che Dio ha per ciascuno di noi. La durezza del cuore che allontana così drasticamente dalla prima situazione della Creazione dell’Uomo e della Donna. La durezza del cuore che genera così tanta sofferenza, infelicità, solitudine, disperazione. Ecco che hanno completamente senso, il senso divino, le parole “Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” perchè se le nostre anime fossero davvero libere dal peccato, se fossero semplici e pure come quelle dei bambini che Gesù prende in braccio (ma Dio ci prende sempre in braccio!), comprenderemmo che non ha senso, davvero non si può, dividere quello che Dio ha creato unito, un unicum inscindibile. Ma “la durezza del vostro cuore”… “Mio Dio, che hai creato l’uomo e la donna, principio dell’armonia libera e necessaria che si realizza nell’amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito.”
    Nel mio cuore ripeto la preghiera iniziale, perchè i miei figli sappiano ritornare alla santità delle origini, perchè cooperino al progetto di Dio, perchè sappiano ascoltare la Sua voce e abbiano sempre la forza di seguirla. Perchè abbiano l’umiltà e la semplicità di Creatura.

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