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«Io ricordo che nello studio di mio padre c’era un angolino che stava a fianco della scrivania, dove era appeso un quadretto di don Bosco»

Giovanni Battista Montini divenne papa Paolo VI alle 11.20 del venerdì 21 giugno 1963, tre mesi prima di compiere i 67 anni. Il conclave era durato appena 36 ore; uno dei più brevi.
Il cardinale Alfredo Ottaviani diede la notizia ufficiale a mezzogiorno. Gli bastò pronunciare il nome di battesimo: Joannem Baptistam… per suscitare l’applauso più lungo. Non c’era più bisogno del cognome.
Disse: “Mi chiamerò Paolo”, e tutti pensarono all’Apostolo delle genti, il grande missionario che aveva portato la fede cristiana all’Occidente pagano. Il paganesimo stava tornando e davvero era necessario un nuovo Paolo.
Subito dopo egli disse che il Concilio Vaticano II sarebbe continuato, riprendendo regolarmente i lavori il 29 settembre. Fu questo l’impegno più grande, in cui Paolo VI profuse tutte le sue forze e la sua intelligenza. Presiedette il Concilio con mano delicata e ferma nella seconda, terza, quarta ed ultima sessione, fino alla sua chiusura, celebrata l’8 dicembre 1965.
In tutta la sua vita, Paolo VI dimostrò sempre un forte affetto per la famiglia salesiana.
Giovanni Battista Montini (Concesio [Brescia], 26 settembre 1897) conobbe la figura di don Bosco nell’ambiente della casa paterna. Il padre, Giorgio Montini, nutriva una grande devozione per don Bosco. Nell’udienza concessa il 26 gennaio 1978 ai capitolari salesiani, Paolo VI cominciò con un discorso denso e pieno di concetti, degno di un Capitolo Generale, ma d’improvviso abbandonò il testo scritto: «E qui saremmo tentati di aprire una chiosa marginale… ». Così Paolo VI raccontò al suo uditorio attentissimo «i titoli personali che abbiamo per avere cara, per avere vicina, la vostra famiglia religiosa».
«Io ricordo che nello studio di mio padre c’era un angolino che stava a fianco della scrivania, dove era appeso un quadretto di don Bosco. C’era scritto sotto, credo per mano di don Bosco, queste parole che sono impresse nella mia memoria: In morte si raccoglie il frutto delle opere buone. È un detto di don Bosco. E io tutte le volte che mi avvicinavo allo studio di mio padre, andavo a dare un’occhiata al quadro con sotto scritto quelle parole. Che mi rimasero, ripeto, testualmente impresse nel cuore».
Nel maggio 1920 venne ordinato sacerdote. Fu nel periodo immediatamente successivo che conobbe don Antonio Cojazzi, allora uno dei salesiani più noti in Italia. Don Cojazzi ebbe il merito, ricordava Paolo VI, di scuotere la pigrizia di un suo cugino, Luigi, aiutandolo a maturare una vocazione salesiana e missionaria. Fu lui, giovane prete, ad accompagnare il cugino dai salesiani di Valdocco, poi lo seguì sempre con grande interesse durante gli anni di Missione e si sentì legato a don Bosco e alla sua Famiglia da una «affezione parentale».
Durante la breve parentesi polacca (giugno-ottobre 1923, come addetto alla Nunziatura di Varsavia) don Montini ebbe modo di ammirare il lavoro dei salesiani in quella terra.
L’11 agosto 1923, monsignor Montini si recò a Oswiecim per l’inaugurazione di quella scuola salesiana e nel viaggio di rientro sostò a Cracovia ospite dei salesiani, nella futura parrocchia di Karol Wojtyla. Dei salesiani incontrati diceva che erano “preti di stampo nostro”.
A Roma i legami con i Figli di don Bosco presero a intensificarsi quando, nel 1924, venne nominato Assistente del Circolo degli Universitari Cattolici, in sostituzione del salesiano don Dante Munerati. Per anni ebbe contatti cordiali con i confratelli addetti alla procura presso la S. Sede e con alcune comunità dei Castelli romani. Don «Gibiemme», come era chiamato e come si firmava sulla rivista Studium, divenne una presenza familiare e desiderata.

Con gli sciuscià a fianco dei salesiani
Fu in questi anni che Montini maturò la sua vocazione di apostolo-educatore che aveva avuto il «rodaggio» a Brescia. Essa darà un tono distintivo a tutta la sua successiva attività pastorale, caratterizzata da grande affetto ai giovani e da acuta sensibilità ai problemi pedagogici e culturali.
Con gli amici salesiani condivise la gioia per la beatificazione (1929) e canonizzazione di don Bosco (1934). Dopo le amarezze della destituzione dall’incarico di Assistente Generale della Federazione degli Universitari Cattolici (1933), iniziarono a giungere le responsabilità a livello di Curia: il 16 dicembre 1937 fu nominato Sostituto alla Segreteria di Stato, sezione Affari Ordinari, alle dirette dipendenze del Segretario cardinal Eugenio Pacelli. Aveva solo 40 anni.
Durante il conflitto mondiale gli vennero affidate l’organizzazione del Servizio Ricerche e Informazioni sui prigionieri di guerra e la Commissione per i Soccorsi (la futura P.O.A.). Fu in questa veste che si trovò nuovamente a fianco dei Figli di don Bosco.
Nell’immediato dopoguerra, salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice si erano dati premura di cercare e assistere ragazzi e ragazze particolarmente bisognosi (orfani, randagi, piccoli delinquenti, i famosi «sciuscià»), organizzando per essi ben 14 Centri. Presto ci si accorse che occorrevano strutture più adeguate ad assicurare un’azione continuata. Nacque l’idea del «Borgo Ragazzi don Bosco»: le baracche del Forte Prenestino divennero il quartiere generale dell’operazione. Discreto ma efficace, «Monsignor Sostituto» ebbe per questi ragazzi una vera predilezione, divenendo «la mano provvidenziale di Sua Santità Pio XII». Di tanto in tanto “Monsignor Sostituto” si presentava al direttore e chiedeva di poter prendere con sé alcuni ragazzi per una passeggiata nella campagna o sui Castelli romani.
Nel 1950, monsignor Montini diresse l’organizzazione dell’Anno Santo. Quell’anno, il 25 marzo, veniva beatificato Domenico Savio, canonizzato tre anni più tardi e nel 1951 veniva canonizzata Maria Domenica Mazzarello. Fu un avvenimento ecclesiale di notevole rilievo, al quale monsignor Montini guardò non distrattamente ma con intensa partecipazione, penetrandone l’alto valore educativo e pastorale. Difatti, appena giunto nella nuova sede di Milano, pregò insistentemente i salesiani perché concedessero le reliquie del santo adolescente alla venerazione della Chiesa milanese: era una dimostrazione pratica di quell’amore preferenziale ai giovani che dal primo incontro aveva loro dichiarato. In quell’occasione, dichiarò: «A Roma frequentavo l’Istituto Salesiano al Prenestino, il Borgo, dove sono alloggiati un migliaio di ragazzi. Sovente li visitavo e prima di lasciare la città eterna ho regalato loro un busto di don Bosco che mi era molto caro. Venendo a Milano sento che amerò d’oggi in avanti con lo stesso affetto tutti i giovani dell’Istituto e della parrocchia di Sant’Agostino. Viva don Bosco!»

Un riformatorio ai salesiani
Un altro rilevante segno di stima per i salesiani e di amore ai giovani bisognosi fu la decisione di affidare ai Figli di don Bosco il riformatorio minorile «Cesare Beccaria» di Arese. Si trattò di un’impresa ardua. Anche a distanza di anni chiedeva quasi scusa per la pesante responsabilità addossata; ma non si stancava di ringraziare commosso e di lodare compiaciuto per i felici risultati ottenuti con quei ragazzi che considerò sempre suoi carissimi amici.
Nella vasta arcidiocesi, monsignor Montini trovava l’opera salesiana in espansione; egli stesso contribuì a potenziarla sostenendola in ogni circostanza e affidandole una nuova parrocchia dedicata a san Domenico Savio. Anche le Figlie di Maria Ausiliatrice erano presenti a Milano e provincia, come pure nel Varesotto, con una molteplicità di opere piccole e grandi fiorenti di vitalità e fervore religioso.
I contatti con gli ambienti salesiani divennero frequenti, sia in occasione delle visite pastorali o per l’amministrazione delle Cresime, sia per l’appuntamento annuale del 31 gennaio, festa di san Giovanni Bosco, che per l’arcivescovo era una giornata interamente salesiana: al mattino celebrava la santa Messa per la gioventù maschile riunita nella parrocchia di Sant’Agostino; nel pomeriggio partecipava all’accademia e presiedeva la premiazione delle allieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice nella casa ispettoriale di via Bonvesin de la Riva. I discorsi che ci sono stati conservati attestano con sorprendente freschezza la sintonia di spiriti, il clima d’intimità familiare e la profondità spirituale di questi incontri.
Da papa, Montini ebbe modo di misurare più estesamente (anche in occasione dei viaggi in Medio Oriente, America Latina, Asia) le dimensioni mondiali («ecumeniche» disse nel 1962) dell’opera salesiana e constatare l’attualità del metodo di don Bosco per i bisogni della gioventù contemporanea, mentre s’intensificarono anche le relazioni possiamo dire «familiari»: egli sente i salesiani «di casa», alla Poliglotta Vaticana come alla Biblioteca Apostolica, alle Catacombe di san Callisto o nella parrocchia di Castelgandolfo.
Con puntuali interventi, Paolo VI orienta e sostiene il delicato lavoro di rinnovamento che la Congregazione affronta specialmente nei due Capitoli Generali del 1971 e 1977; incita a osare imprese più ardue, ma esorta a mantenere fedeltà piena alla tradizione educativa e spirituale salesiana, mettendo severamente in guardia da possibili deviazioni; con attestati di straordinaria benevolenza conferma la fiducia della Chiesa nell’opera evangelizzatrice e umanizzatrice: esalta la «formula di don Bosco» che vede fruttificare copiosamente nei vari campi della catechesi, della scuola, delle Missioni.
Ultimo atto «salesiano»: 15 giorni prima della morte firma il Decreto con il quale approva l’erezione a diritto pontificio dell’Istituto Secolare «Volontarie di don Bosco».
Oggi, sono le Figlie di Maria Ausiliatrice che “custodiscono” la memoria di Paolo VI. Suor Teresina Rosanna da 5 anni ha in mano le chiavi che permettono ai visitatori di accedere alla casa dove il 26 settembre del 1897 nacque Giovanni Battista Montini.
È stato osservato che una qualità psicologica di Montini era «il donarsi a ogni persona non al cinque per cento, ma totalmente». Nei riguardi dei membri della Famiglia Salesiana, questo è un dato di fatto. Per cui possiamo concludere che Giovanni Battista Montini, l’exalunno dei Gesuiti, l’adolescente che avrebbe sognato di farsi Benedettino, l’amico intimo e figlio spirituale del Filippino
P. Bevilacqua è stato anche «totalmente» il Papa dei salesiani, un Padre pieno di benevolenza ed affetto. I salesiani hanno spesso avuto l’impressione di essere oggetto di un amore di preferenza ed egli stesso ha esplicitamente affermato trovarsi in questi sentimenti la giusta chiave di lettura dei suoi messaggi, anche i più ufficiali.

SIATE BENEDETTI, SIATE DAVVERO SALESIANI!
Al termine della sua vita, Paolo VI si rivolse così ai membri del Capitolo Generale XXI dei salesiani: «Siate benedetti, siate davvero capiti, siate sorretti, siate colmati dalle grazie che il Signore ci fa desiderare per voi, e per il mondo e per la Chiesa! E che la Famiglia Salesiana sia sempre alla testa della Chiesa viva, di quella che sta con i problemi vitali, contingenti, sì, e passeggeri e fluenti in tante fenomenologie diverse, ma sempre umani, sempre cristiani. Siate davvero salesiani! Se sapeste quante persone, quante occasioni, quanti incontri passati intorno a noi; ma il vostro ci commuove in una maniera particolare e ci dà la gioia e la speranza che davvero la Chiesa oggi sia quella di don Bosco, la Chiesa viva». (Discorso del 26-1-1978 in CAPUTA G. (a cura), Con le mani e il cuore di don Bosco… Discorsi di Papa Montini alla Famiglia Salesiana)

 

Autore: don Gianni Caputa sdb

 

Fontehttp://biesseonline.sdb.org/editoriale.aspx?a=2014&m=10&doc=8995

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