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Non figurano nelle statistiche sui cristiani perseguitati e vittime dell’intolleranza religiosa. Sono i sacerdoti, le suore, i missionari in Africa feriti o uccisi nel corso di scontri a fuoco tra gruppi armati e forze dell’ordine o di rapine, oppure sequestrati per richiederne il riscatto. Il triste elenco si è arricchito proprio negli ultimi giorni.

Non figurano nelle statistiche sui cristiani perseguitati, martiri, vittime dell’intolleranza religiosa. Sono i sacerdoti, le suore, i missionari feriti o uccisi nel corso di scontri a fuoco tra gruppi armati e forze dell’ordine o di aggressioni a scopo di rapina, oppure sequestrati per richiederne il riscatto. Sono tuttavia grandi testimoni di fede: perché scelgono di svolgere la loro missione in territori resi estremamente insicuri da conflitti, instabilità politica, attività terroristiche, condividendo la sorte delle comunità in mezzo a cui vivono, al fianco dei loro fedeli, spesso i soli a rimanere quando le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni non governative si ritirano per motivi di sicurezza.

Proprio mentre a Roma, la mattina del 22 novembre, la fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre presentava il Rapporto 2018 sulla libertà religiosa nel mondo, si è diffusa la notizia che nel pomeriggio del giorno precedente in Camerun era stato ucciso un sacerdote, padre Cosmas Omboto Ondari, della Società missionaria di San Giuseppe di Mill Hill. Il missionario è stato colpito al petto e al basso ventre dai militari di una pattuglia governativa a Kembong, davanti alla chiesa di San Martino di Tours di cui era viceparroco, ed è morto sul colpo. È successo nella provincia sud orientale del paese, una delle due regioni popolate dalla minoranza anglofona da oltre un anno teatro di scontri armati tra esercito e i militanti di un movimento che reclama la secessione per mettere fine alle discriminazioni e alla marginalizzazione inflitte alle popolazioni di lingua inglese dalla maggioranza francofona.

Padre Cosmas aveva 30 anni, era nato in Kenya. Dopo l’ordinazione, avvenuta nel marzo del 2017, era stato inviato subito in Camerun. È il secondo sacerdote cattolico ucciso nei territori anglofoni dall’inizio dell’anno. A luglio è toccato a don Alexandre Sob Nougi, parroco della parrocchia del Sacro Cuore a Bomaka, nella diocesi di Buea. Il sacerdote, che era il segretario diocesano per l’educazione cattolica, è stato colpito da una pallottola vagante durante uno scontro tra militari e separatisti mentre in macchina percorreva la strada che collega Buea a Muyuka. Il 4 ottobre è morto anche un seminarista di 19 anni, Gérard Anjiangwe, raggiunto dai colpi sparati da alcuni militari in perlustrazione mentre si trovava sul piazzale della chiesa parrocchiale di Santa Teresa di Bamessing.

A novembre, nel Sudan del Sud, un altro sacerdote kenyano è morto, vittima in questo caso di una aggressione. Si tratta del gesuita padre Victor Luke Odhiambo, 62 anni, da 10 anni nel paese, Preside del Mazzolari Teachers College e dal 2017 Vice Superiore della Comunità gesuita di Cuibet, nello stato di Gok. Nel Sudan del Sud nel 2013 è scoppiata una feroce guerra civile che ha provocato una gravissima crisi umanitaria, decine di migliaia di vittime, oltre 2,5 milioni di sfollati e rifugiati. I recenti accordi di pace ancora non hanno messo del tutto fine agli scontri e inoltre il territorio nazionale è insicuro, in gran parte privo di controllo. Padre Odhiambo è stato ferito a morte nella notte tra il 14 e il 15 novembre da un gruppo di uomini armati che hanno fatto irruzione nei locali della sua comunità, verosimilmente con l’intenzione di compiere un furto. Al loro arrivo padre Odhiambo si trovava nella stanza della televisione. Quando gli altri tre componenti della comunità, che dormivano in un’altra parte del complesso, hanno sentito gli spari e il rumore hanno immediatamente dato l’allarme mettendo in fuga i malviventi, ma, quando lo hanno raggiunto, padre Victor-Luke era già deceduto.

La delinquenza comune non si ferma davanti a nessuno, non tiene in considerazione i benefici delle opere assistenziali e di promozione umana svolte da sacerdoti e religiosi. In Nigeria, dove negli stati meridionali e centrali da tempo sono diventati frequenti i rapimenti a scopo di estorsione, i sequestratori non risparmiano neanche più i rappresentanti della Chiesa. Il 6 novembre quattro sacerdoti cattolici sono stati rapiti da uomini armati non identificati nello stato del Delta, nel sud del paese. Il sequestro è avvenuto mentre, insieme ad altri sacerdoti, si stavano recando al Seminario di Tutti i Santi per incontrarne i seminaristi. Improvvisamente dalla boscaglia sono usciti degli uomini, forse dei pastori Fulani, che hanno fermato il mezzo su cui viaggiavano e hanno aperto il fuoco. Alcuni sacerdoti sono rimasti feriti, altri sono riusciti a scappare. Quattro sono stati portati via. Fortunatamente la polizia nei giorni successivi ha individuato il covo in cui erano tenuti in ostaggio. Il 9 novembre, vistisi scoperti, i rapinatori sono fuggiti e i sacerdoti sono stati liberati. Stessa sorte era toccata pochi giorni prima a cinque suore delle Missionarie di Marta e Maria, un ordine religioso della diocesi di Issele-Uku, sempre nello stato del Delta. Il 25 ottobre degli uomini armati hanno attaccato l’auto con la quale stavano rientrando da una cerimonia funebre. Hanno aperto il fuoco per fermarla, ferendo alle gambe due suore, e ne hanno rapite altre cinque che sono state liberate a loro volta il 31 ottobre.

I due sequestri sono gli ultimi di una serie ormai lunga. Addirittura c’è un sacerdote, Padre Andrew Anah, parroco della chiesa del Sacro Cuore di Obomkpa nella stessa diocesi delle suore rapite, è stato sequestrato due volte: la prima nel 2017, ed è stato liberato dopo pochi giorni; la seconda volta nel giugno del 2018 e il sequestro è durato quasi un mese.

 

 

Autore: Anna Bono

 

Fontehttp://www.lanuovabq.it/it/quei-sacerdoti-uccisi-che-loccidente-non-vede

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