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Da La Nuova Bussola Quotidiana. Tintoretto, il divino irrompe nell’umano

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Tintoretto, a 500 anni dalla nascita, una duplice mostra ripercorre la sua carriera in sedi prestigiose: Palazzo Ducale e le Gallerie dell’Accademia nella sua Venezia. Un innovatore che seppe rappresentare il movimento vorticoso della vita che si avvicina alla presenza del divino. 

Aveva uno stile assolutamente peculiare, nuovo e stupefacente, che fece esclamare allo scrittore Henry James, quando contemplò la Crocefissione nella chiesa di San Cassiano a Venezia: «Mi sembrò di essermi spinto all’estremo limite della pittura». Perché Tintoretto stupisce, impressiona, incanta per l’audace pennellata, che infonde tensione alle sue tele, per il dinamismo delle sue figure, muscolose e in vivace movimento, per gli scorci inediti e le prospettive inconsuete che sfidavano la tradizione ben incarnata da Tiziano, eterno rivale, per la sua straordinaria capacità di “far vedere” l’irruzione del divino nelle vicende umane.

Venezia, con le sue chiese e le sue Scuole (confraternite laiche molto attive nel XVI secolo), è già di per sé una mostra permanente del grande Jacopo Robusti, detto Tintoretto, di cui nel 2019 ricorrono i 500 anni dalla nascita, dal momento che sappiamo  con certezza che morì a Venezia il 31 maggio 1594 a 75 anni, e perciò possiamo ipotizzare che sia nato nel 1518/1519. Pensiamo alle meraviglie della Scuola Grande di San Rocco, dove non si può non rimanere colpiti da quel grandioso ciclo decorativo che può essere definito la sua Cappella Sistina. Così è davvero un degno tributo all’artista aver allestito proprio nella sua città (fino al 6 gennaio 2019) un’ampia, duplice mostra che ripercorre la sua carriera in due sedi prestigiose come Palazzo Ducale e le Gallerie dell’Accademia, con le esposizioni Tintoretto 1519-1595 e Il giovane Tintoretto, che ci permettono di comprendere il genio, la modernità, l’audacia e le dimensioni grandiose dell’opera del pittore cinquecentesco.

Gli inizi non furono facili per il figlio del tintore Battista Comin che, partendo da una discreta disponibilità economica, cercava comunque freneticamente committenti in una città piena di concorrenti, per soddisfare la sua ambizione a diventare artista di fama. Trovò i committenti in Chiese e Scuole, in particolare la Scuola Grande di San Rocco, di cui diverrà confratello nel 1565, condividendone le attività caritative e devozionali. Tintoretto aveva una personalità forte, ambiziosa, impaziente e volutamente anticonvenzionale, che si rispecchia perfettamente nell’Autoritrattogiovanile (esposto in mostra), dalle pennellate velocissime e vigorose che addirittura danno al quadro quell’aspetto di apparente non-finito, frutto invece intensissimo del “fulmine del suo pennello”. A chi guardava la furia di questo giovane ambizioso pittore? Sicuramente a Michelangelo, e alla sua capacità di disegnare la figura umana, che Tintoretto però associò a un dinamismo del tutto nuovo, quasi scioccante.

Dovette maturare lentamente per affinare la sua veemenza e raggiungere un risultato stupefacente come Il Miracolo dello schiavoesposto alle Gallerie dell’Accademia. Qui scopriamo anche la notevole abilità “narrativa” dell’artista che, in un’unica composizione, fonde tre episodi consecutivi: il denudamento dello schiavo, il fallimento di ogni tortura per l’intervento di san Marco che irrompe nella scena dall’alto a testa in giù e lo stupore con conseguente conversione del padrone dello schiavo; al centro il carnefice col turbante tende verso l’alto gli inutili strumenti di tortura. Una scena in forte movimento, con contrasti di luce e ombra che la rendono altamente drammatica. E qui si manifesta e si riconosce la profonda fede di Tintoretto, che ci mostra con indubbia maestria la realtà imprevista del miracolo nel suo eccezionale sconvolgimento della realtà. Il pittore mostra una cura attentissima del corpo nei suoi movimenti e dei dettagli di abiti e architetture, per meglio esprimere l’irruzione del divino nell’umano.

Eppure qualcuno lo criticò consigliandogli pazienza e moderazione nell’esecuzione dei suoi dipinti, senza comprendere che quella foga era desiderio di modalità nuovissime, per aprirsi al soprannaturale dentro il turgore della carne e nel dinamismo dei corpi così fisici nella loro scultorea bellezza. Ormai per Tintoretto le convenzioni della pittura veneziana erano decisamente alle spalle. Ora era preoccupato di presentare l’evento raffigurato come davvero soprannaturale, non poteva più accontentarsi di una raffigurazione della quotidianità secondo la tradizione. Aveva guardato ai maestri del suo presente e dell’immediato passato, al punto da scegliere come motto da scrivere sul muro della propria bottega, all’inizio della carriera: “Il disegno di Michel Angelo e ‘l colorito di Titiano”. Ma come nuovo pittore della figura umana creò personaggi che si chinavano, si torcevano, si voltavano, si tendevano (che ispirazione i corpi scultorei di Michelangelo!) per mostrare il movimento vorticoso della vita disegnato con il colore, per avvicinarsi sempre più, anche attraverso i clamorosi contrasti di luce e ombra, alla presenza del miracoloso e del divino.

Tuttavia il suo percorso di artista che voleva prepotentemente affermarsi sulla scena di Venezia come “il più arrischiato Pittore del Mondo”, subì un arresto, anche dopo il suo trionfo per la decorazione della Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale. Non mancavano infatti i detrattori, tra cui l’ostile Tiziano, che macchinava per tagliargli la strada nella sua affannosa ricerca di commissioni; e pure l’innegabile talento di Paolo Veronese in parte lo oscurava. Tintoretto reagì alle sfide dei grandi contemporanei con soluzioni inedite e vertiginose, come nella bellissima Presentazione della Vergine al tempio, adottando per esempio un punto di vista così basso per far stagliare contro il cielo la figura di Maria, mentre sale una scalinata ripidissima, in una scena che al confronto con l’omologa dell’anziano collega Tiziano appare rivoluzionaria e stupefacente: un vero movimento verso il divino, corredato dalla viva partecipazione degli astanti nelle pose più diverse.

Fu proprio la competizione con i grandi del suo tempo a stimolare Tintoretto a scelte sempre più innovative e convincenti, come il movimento impressionante degli scheletri del Giudizio finale nella chiesa della Madonna dell’Orto. Finalmente le grandi dimensioni mai osate prima, i fondi ridottissimi accettati dall’artista, i risultati meravigliosi proprio del coro della Madonna degli Orti, gli aprirono le porte per la commissione della decorazione della Scuola Grande di San Rocco: sede che merita una sosta per ammirare i suoi capolavori. Jacopo era talmente sicuro del suo diritto a vincere la gara per la decorazione pittorica della Scuola, che agì in modo decisamente molto disinvolto, attuando una vera e propria prevaricazione: infatti fece installare in segreto un dipinto su tela nella Scuola e lo fece scoprire bello e pronto il giorno del concorso, offrendolo come dono (che la confraternita per regolamento non poteva rifiutare): i rivali si trovarono di fronte al fatto compiuto, la decorazione delle pareti e del soffitto della  Sala dell’Albergo nella Scuola Grande di San Rocco era sua e noi la contempliamo oggi con emozione, in particolare per la descrizione da “regista cinematografico” della drammatica scena della Crocefissione. Non mancarono da questo momento in poi molte altre commissioni in chiese, palazzi e in altre sale della stessa Scuola di San Rocco, cui Tintoretto si dedicò per il resto della vita con un compenso costante ma tutto sommato modesto.

La degna conclusione di un percorso dedicato alle meraviglie di Tintoretto non può che essere una sosta davanti al Paradiso, la gigantesca composizione realizzata dall’anziano artista per la parete della tribuna nella Sala del Maggior Consiglio, definito il più grande dipinto a olio della storia dell’arte. Si tratta di un insieme di corpi umani e figure angeliche turbinanti in uno sfolgorio di luce attorno a Cristo e alla Vergine. Ormai stanco, il pittore dovette avvalersi dell’aiuto del figlio Domenico Robusti, ma per noi sicuramente l’emozione sarà la stessa dei suoi contemporanei allo scoprimento dell’opera: Parve à ogn’uno, che si svelasse à gli occhi de’ mortali la celeste beatitudine… meraviglia non più veduta in terra. In conclusione, per vivere con gioia e profondità le feste natalizie, queste mostre su Tintoretto – assolutamente da visitare – sono un vero regalo.

Autore: Chiara Pajetta

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/tintoretto-il-divino-irrompe-nellumano

Da Avvenire. Titti che sarà fuori per Natale: «In cella è nata un’altra donna»

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C’è un albero di Natale all’ingresso della casa circondariale “Panzera” di Reggio Calabria, dove centinaia di uomini e di donne che hanno sbagliato stanno scontando la loro pena.
L’abete ci accoglie appena varcato il portone dell’istituto di pena, insieme alla direttrice del carcere Maria Carmela Longo. «Questo è il quindicesimo Natale che trascorro in questo Istituto penitenziario – spiega – ed è sempre un momento di grande fede e partecipazione da parte di tutti i detenuti». Il Natale è un tempo che «induce a riflettere sul proprio vissuto e a volgere lo sguardo oltre il presente». D’altronde questa è la funzione del carcere: «Una volta usciti, si deve avere la possibilità concreta di essere persone diverse rispetto a quella che si era al momento dell’ingresso».
Accanto alla direttrice c’è monsignor D’Anna – per tutti don Giacomo – storico cappellano della casa circondariale reggina dal 2004 al 2018: proprio all’inizio di questo mese e dopo ben 14 anni di servizio ha passato il testimone a padre Carlo Cuccomarino Protopapa. «In questo luogo si vive l’umanità: si tocca con mano ciò che si è veramente, senza finzioni o “coreografie”. L’uomo nudo, come Gesù nella mangiatoia, che si presenta con i suoi limiti, le fragilità, i peccati e gli errori», dice monsignor D’Anna spiegando anche lo stile della pastorale carceraria.
«Un cappellano “si pone accanto”: nessuna lezione, nessuna soluzione per i detenuti. Ci siamo messi in cammino sulla via della redenzione: riscatto e conversione sono le parole-chiave per condurre ogni uomo o donna recluso a recuperare la sua dignità». Una sfida tutt’altro che semplice per la natura stessa del carcere reggino: «In questa casa circondariale, che per tanti rappresenta la “prima accoglienza” subito dopo l’arresto, sono transitati negli anni del mio ministero migliaia di fratelli e sorelle. Quelle prime ore e quei primi giorni sono tra i più concitati: si inizia a fare i conti con i crimini di cui si è accusati, ma anche con i primi passi in una realtà spesso sconosciuta come la detenzione. Si viene strappati dai propri affetti: immaginate la sofferenza che si prova. In questo momento proviamo a esserci, con l’obiettivo di essere portatori di speranza proprio nel momento in cui tutto sembra perso».
Don Giacomo ci accompagna da Titti; una donna sulla quarantina, capelli corti, occhi cerulei. È in carcere da quasi 5 anni: sta scontando gli ultimi mesi con la “messa alla prova” del lavoro fuori dalla sezione femminile dove è reclusa. «Siamo madri, siamo mogli, siamo figlie. Il nostro pensiero va alle nostre famiglie. La mia speranza è che, grazie a questo percorso rieducativo ci ritroveremo tutte fuori. Da persone libere». Titti conta i giorni che la separano dal suo ritorno a casa. Ha grande dignità nel raccontarsi, guardandoci sempre negli occhi. Spesso spezza le sue risposte con un sorriso.
Sta già iniziando a prendere confidenza con la libertà proprio grazie al percorso personalizzato che i responsabili dell’area educativa hanno pensato per lei. «In vista dell’ormai prossimo Natale, sto vivendo l’emozione di poter andare in permesso a casa per riabbracciare la mia famiglia. Devo ammettere che, nella mia quotidianità, all’interno dell’istituto vivo una condizione altrettanto “familiare”: può sembrare paradossale, ma è così».
In effetti queste celle, col passare del tempo, diventano una “seconda casa” soprattutto quando – accanto alla sofferenza della condizione di detenuta – si affiancano presenze silenziose ma costanti. Un paradosso, certamente: individui a cui è sottratto il bene più prezioso, la libertà, che riescono a trovare e condividere sentimenti genuini come quello dell’amicizia, seppur nei limiti della carcerazione.
Il percorso è lungo, tortuoso, non mancano le ferite ancora aperte che nel continuo esercizio della rielaborazione di sé tornano a galla. Titti lo confessa: «Sono tornata a ripensarmi come una persona: qui dentro siamo categorizzati come delinquenti e questo è un macigno che ci portiamo sulle nostre spalle. Probabilmente il grande passo in avanti è proprio questo: io sto scontando la mia pena, ma non passa giorno in cui non credo di essere una persona nuova, una volta uscita da qui».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore: Davide Imeneo

Fonte:https://www.avvenire.it/attualita/pagine/titti-carcere-reggio-calabria

Da Costanza Miriano. Beato chi non funziona

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A casa mia, quella d’origine dico, il “tocco Costanza” è convenzionalmente, da decenni, ben noto come quella presenza invariabile di qualcosa che non arriva perfettamente all’obiettivo: una scarpa slacciata, un tacco dodici orlato di fango, un filo che pende sempre dal golfino, anche quando è di angora, una macchiolina (se vi prendete qualche minuto ne trovate una su qualsiasi mio capo di abbigliamento, nessuno escluso). Qualcosa di non abbinato o di mancante. Oppure qualcosa di eccessivo. Mi sento sempre la protagonista di una vignetta di indovina  l’errore, della Settimana enigmistica. Il fatto è che generalmente faccio qualcos’altro mentre faccio qualsiasi cosa, e, come si dice a Roma, mi manca sempre un pezzo.

Nonostante questo – o forse proprio questa ne è la causa – soffro della sindrome di cui sono afflitte moltissime femmine della specie: il perfezionismo.

Per questo, per molti anni, durante l’Avvento, quando leggevo Isaia parlare di colline e montagne abbassate, di valli innalzate per preparare la via al Signore, ho continuato a pensare che mi sarei dovuta preparare “alla perfezione” – e in quale altro modo sennò? – per la venuta di Cristo, e che il fatto che poi, a Natale, non mi sentissi mai davvero, profondamente, intimamente unita a Lui come desideravo dipendesse dal fatto che, in pratica, non avevo lavorato abbastanza. Non mi ero data da fare, insomma.

Non ci avevo capito niente, è chiaro. Come direbbe Quelo, la risposta che cercavo era dentro di me, ed era sbagliata. Non che ora abbia raggiunto chissà quali vette di intima unione con Gesù, ma d’altra parte la nostra ricerca è già un’unione, il desiderio è già in parte il suo compimento, e mai in questa vita il nostro desiderio sarà completamente saziato, la nostra nostalgia dimenticata.

Il fatto nuovo della maturità, oltre alle zampe di gallina e altre piaghe fisiche che non autodenuncerò per nessun motivo al mondo, almeno non finché non venga proclamato un condono che mi consenta di far rientrare dall’estero tutti i miei cedimenti strutturali mantenendone comodamente solo un cinque per cento, è che comincio a intuire che tutto quello che faccio io è nulla, è uno sforzo al quale Dio guarda con benevolenza infinita, ma nulla più.

A volte ho dei lampi di lucidità in cui mi sembra chiarissimo che tra chi ce la mette tutta, per vivere da cristiano, e chi ha tolto la fede dal suo orizzonte c’è più o meno qualche millimetro di differenza, rispetto alla meta, Dio. E questo può non esserci chiaro solo se misuriamo le cose con il metro degli uomini. D’altra parte, di quale grandezza stiamo parlando se il nostro re si è fatto prendere in giro, accusare, sputacchiare, flagellare e inchiodare a morte su un pezzaccio di legno senza difendersi?

Il vero passaggio verso la conversione si comincia a fare quando si ha la percezione della propria, reale, profonda, irrimediabile, inappellabile schiapperia. Complimenti per la perspicacia, ci ho messo solo una quarantina d’anni ad arrivarci. Bastava leggere le beatitudini, tanto per dirne una. Non sono i virtuosi, i vincenti, gli irreprensibili a essere beati, cioè santi (tanto meno gli ingessati o i musi lunghi). Sono quelli che non ce la fanno, quelli che arrancano, quelli a cui manca qualcosa, quelli che hanno fame e sete. Perché loro, in questa attesa di qualcosa che li colmi, hanno l’esatta percezione dell’essere bisognosi di Dio. Ho sentito tante interpretazioni bislacche del Vangelo, ma quella che più mi fa arrabbiare è quella paupero-vittimistica: i poveri e gli sfortunati alla fine poi avranno una compensazione, dopo la vita terrena. Quindi la ricchezza e la fortuna sono un male. Quando sento simili cretinate vorrei cominciare, evangelicamente, a mulinare nell’aria una scimitarra per mozzare le lingue, ma per fortuna non ne sono munita. Gesù non ha mai detto guai alla ricchezza, che è una benedizione, ha detto guai a voi ricchi, che è diverso. E la differenza è che mentre un certo benessere è sicuramente una cosa buona, il rischio che corrono i ricchi è che si dimentichino di Dio. Siccome tutti siamo ricchi di qualcosa, questo dimenticarci di Chi siamo è il vero rischio, è il vero peccato. E il peccato ci fa stare male qui sulla terra, crea l’inferno qui e ora, oltre ad assicurarcelo per l’eternità.

Beati dunque noi quando non funzioniamo, perché questo ci ricorda che il vuoto è il nostro marchio di fabbrica. Allora Isaia quando parla di colline da appianare non ci dice di essere bravi, per meritare qualcosa, ma di permettere a Dio di agire nella nostra vita.

Come si fa? Nessuno ha una ricetta. Noi non possiamo fare altro che collaborare alla grazia. Svegliarci presto per vedere il sole, Dio, che sorge. Non siamo noi a farlo levare, ma siamo lì quando arriva. Quando cominciamo a vedere, al sole di questa luce, di che pasta siamo fatti – scadente – cominciamo a entrare nella prova e nella purificazione, che poi porteranno all’unione, dicono i mistici, beati loro che ci sono arrivati.

Le valli colmate, allora, mi parlano di tutte le ferite che ognuno si porta dietro, dal grembo materno in poi (non tutte le intuizioni della psicanalisi sono da buttare), e forse anche da prima. La grazia di Dio insieme alla nostra collaborazione attiva, al nostro consenso, ci porteranno senza che ce ne accorgiamo, dove volevamo, asciugheranno ogni lacrima, renderanno piani i luoghi impervi, e alcuni di quelli che ci stanno intorno, nei loro piccoli inferni, verranno a riposarsi da noi. Non per noi, ma per quel sole di cui profumiamo.

Buon Natale!

Autore: Costanza Miriano

Fonte: https://costanzamiriano.com/2011/12/22/beato-chi-non-funziona/

Da Avvenire. Sant’Agostino e l’umiltà di Dio

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Il mistero di Dio che si fa uomo toglie il fiato, lascia senza parole anche i grandi della terra. Come sant’Agostino che si lascia travolgere dalla meraviglia a dalla gratitudine.

Tra i tanti doni che possiamo ricevere a Natale, forse il più grande è la capacità di stupirci davanti a un mistero che ci supera, che fatichiamo a capire fino in fondo. Ed ecco che la gratitudine può diventare canto. E preghiera. 

Il prezzo della superbia umana

L’esempio, come spesso accade, arriva da sant’Agostino, vescovo e dottore della Chiesa (354-430) che in un noto sermone si inchina alla meraviglia dell’umiltà divina.

Sant'Agostino nel suo studio, di Sandro Botticelli

Sant’Agostino nel suo studio, di Sandro Botticelli

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l’insegnamento di tanta umiltà, anche in un maestro che ancora non parla. Tu una volta, nel paradiso terrestre, fosti così loquace da imporre il nome ad ogni essere vivente (Cf. Gn 2, 19-20); il tuo Creatore invece per te giaceva bambino in una mangiatoia e non chiamava per nome neanche sua madre. Tu in un vastissimo giardino ricco di alberi da frutta ti sei perduto perché non hai voluto obbedire; lui per obbedienza è venuto come creatura mortale in un angustissimo riparo, perché morendo ritrovasse te che eri morto. Tu che eri uomo hai voluto diventare Dio e così sei morto (Cf. Gn 3); lui che era Dio volle diventare uomo per ritrovare colui che era morto. La superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore: Riccardo Maccioni

Fonte:https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/sant-agostino-e-l-umilta-di-dio

Dalla Nuova Bussola Quotidiana. Cardinale Zen: “Con l’accordo Pechino aumenta la repressione”

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Intervista al cardinal Zen, punto di riferimento per coloro che, legittimamente, hanno dubbi sull’accordo Cina-Vaticano. Il cardinale conferma i timori: il governo comunista si sente legittimato a intensificare la repressione e a costringere i cattolici ad aderire alla sua Associazione Patriottica

A tre mesi dalla firma dell’accordo provvisorio tra governo cinese e Santa Sede, molti osservatori mostrano perplessità sul funzionamento di questo stesso accordo. Le notizie di restrizioni e di controlli molto stretti, come ci ha detto recentemente anche padre Sergio Ticozzi del PIME, vengono da un spazio geografico sempre più ampio. La personalità a cui tutti guardano quando si parla di Cina e Vaticano è il Cardinal Joseph Zen, un punto di riferimento per coloro che legittimamente (come riconosciuto anche da parte vaticana) hanno più di un dubbio su questo passo delle due diplomazie. Il Cardinale ha ben spiegato le problematiche dei rapporti fra Cina e Vaticano, da testimone in prima linea, nel suo libro Per amore del mio popolo non tacerò (Chorabooks 2018). A lui, che abbiamo incontrato in Hong Kong, abbiamo posto alcune domande.

Eminenza, sono passati tre mesi dall’annuncio dell’accordo provvisorio fra governo cinese e Santa Sede. Quali sono le sue sensazioni?

Con grande tristezza constato che “l’accordo” sta faccendo sentire sempre più i suoi effetti deleteri. Il governo intensifica sempre più la persecuzione, i nostri fratelli non sanno più come fare: consegnarsi all’Associazione Patriotica è contro la fede, resistere al governo sembra resistere anche al Papa che invita all’unità (ma quale unità?) Un dilemma dolorosissimo!

I dettagli dell’accordo non sono stati rivelati, Lei come se lo spiega?

Non capisco perché tengono segreto il contenuto dell’accordo. Come possono comportarsi i fedeli non sapendo che cosa il Papa ha promesso al governo cinese, questo sta dicendo che il Papa vuole che tutti accettino la guida del Partito, ma come possono credere a una tale cosa?

Pensa che sia ipotizzabile una visita del Papa in Cina?

Non so niente di preciso. Ma è noto il desiderio del Papa per una tale visita, Io gli’ho fatto presente che sarà certamente manipolato del governo cinese.

Nel suo libro sulla lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI, Lei denuncia chiaramente certi comportamenti non solo del governo cinese, ma anche da parte vaticana. Questo coraggio le ha dato problemi?

Alla mia età non ho più niente da perdere e niente da guadagnare. Penso solo che sia mio dovere di chiarire i fatti, dire la verità, la verità ci rende veramente liberi nelle nostre scelte morali.

Autore: Aurelio Porfiri

Fonte:http://www.lanuovabq.it/it/zen-con-laccordo-pechino-aumenta-la-repressione