Vizi e virtù. 2. Dall’invidia alla benevolenza e carità

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A qualcuno capita di non essere mai invidioso/a? C’è differenza tra l’invidia e la gelosia? Sono più invidiosi i ragazzi o le ragazze? Credo di non essere per nulla troppo curioso ponendomi questi interrogativi di fronte a quel vizio che il dizionario descrive come “sentimento spiacevole che si prova per un bene o una qualità altrui che si vorrebbero per sé, accompagnato spesso da avversione e rancore per colui che invece possiede tale bene o qualità; anche, la disposizione generica a provare tale sentimento, dovuta per lo più a un senso di orgoglio per cui non si tollera che altri abbia doti pari o superiori, o riesca meglio nella sua attività o abbia maggior fortuna”.

Insomma, ce n’è per tutti. Io non tollero che un altro abbia qualcosa o compia un’attività meglio di me. La gelosia, sottilmente diversa, ci allontana da noi stessi pretendendo di essere gli unici a possedere. Come vedremo per tutti i vizi, essi in qualche modo, essendo capitali, raccolgono e in qualche modo dis-ordinano ciò che trovano attorno a sé.

Quali ambiti possono essere toccati dall’invidia? Praticamente tutti. C’è chi invidia le origini familiari, chi una maggiore (o presunta) intelligenza, chi le ricchezze, chi il moroso o la morosa altrui, chi gli amici e le amiche… Partiamo dalle relazioni umane, in quanto sono doppiamente coinvolte: prima come amicizia o innamoramento o anche fidanzamento, poi nell’invidia in quanto tale. La questione sottostante credo sia proprio la seguente: come imposto le mie relazioni? A mio favore, a mio vantaggio? Solo secondo una “simpatia” molto superficiale che si tramuta troppo facilmente in “antipatia” tanto “a pelle” quanto devastatrice? Se le premesse sono queste, solo frequentando una persona, conoscendo pian piano i suoi pregi e difetti… ecco che il “nemico” avrà molta facilità a far capovolgere un coinvolgimento di emozioni che prima era positivo in negativo: ecco nata l’invidia.

Ma andiamo più a fondo. Quale è la radice profondissima dell’invidia, quel fondamento che normalmente non ci passa neppure per l’anticamera del cervello e del cuore? Si tratta della paura di non essere amati veramente. Di non essere all’altezza di essere amati; che l’altro – in quanto più bello, intelligente, ricco – possa letteralmente rubarmi l’amore di cui sono assetato più dell’acqua. Esempio lampante: Adamo ed Eva, appena creati, prima del peccato originale, erano nudi e non se ne vergognavano. Ebbene: se mi togliessero tutte le mie difese mentali, materiali, di relazione, di abilità… (essere nudi, limpidi, totalmente essenziali come Adamo ed Eva), gli altri che adesso sembrano amarmi, continuerebbero ad amarmi?

In termini più precisi e meno taglienti: se io baso le mie relazioni – come si fa “normalmente” – su ciò che possiedo, sul numero di sms, WhatsApp che ricevo o che invio, sull’intelligenza, sull’essere o no all’interno di un gruppo, sulla capacità di influenzare le scelte degli altri… mi pare proprio che sarà facile cadere nell’altra faccia della medaglia: l’invidia.

Può capitare invece che, a furia di sbattere il naso contro le delusioni; con il sostegno di un padre spirituale; purtroppo – bisogna dirlo – anche a causa di insuccessi, fatiche insopportabili o malattie; o più semplicemente grazie ad un confronto molto molto schietto con Gesù e il suo vangelo… ci troviamo ad essere “terribilmente nudi” di fronte a noi stessi e forse addirittura di fronte agli altri. Qui nasce la vera carità, che in questo caso declinerei come benevolenza in quanto sguardo profondamente limpido su se stessi e sul prossimo. Il nostro sguardo comincia ad essere come quello di Gesù: non giudica ostentatamente, perentoriamente e senza scampo, ma accoglie la fragilità umana. L’invidioso e il geloso giudicano (gli altri o se stessi superiori al prossimo).

Gesù, Francesco di Sales, Don Bosco, Madre Mazzarello, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II e tutta la vastissima schiera dei santi avevano e hanno un occhio sereno e pacificante per ciascuno di noi, proprio perché il loro sguardo è di benevolenza; il loro abbraccio non ti trattiene, non è finalizzato a possedere ma ad accoglierti, insieme ai tuoi doni più intimi e alle tue ferite più laceranti, quelle che non hai coraggio di guardare anche quando sei solo/a. Quelle stesse che ti fanno piangere o tirare pugni contro il muro di fronte ad uno specchio “troppo veritiero”. Mentre l’invidia e la gelosia ci portano inevitabilmente alla menzogna verso noi stessi e gli altri; invece lo sguardo benevolente di Dio, che ama senza condizioni e senza ricatti, ci ridona – purificati – a noi stessi. Lasciamoci amare e amiamo nel modo di Dio: dal fango dell’invidia sgorgherà la benevolenza.

Semplici accorgimenti allo scopo di una concreta benevolenza e carità:

  • Riscopro il valore del silenzio e della preghiera, come ascolto e dialogo con quel Dio di Gesù Cristo che mi ama senza mettermi condizioni di intelligenza, bellezza, successo… ma guarda solo la limpidezza del cuore
  • Mi guardo attorno con più attenzione: è proprio detto che chi possiede di più è maggiormente felice? L’amore, la benevolenza, la carità… fanno eccezione, perché non sono delle cose che si conquistano, ma dei doni. È come mettersi sotto una cascata (quella della grazia di Dio), lasciarsi inzuppare e giungere a chiamare gratuitamente più gente possibile a ricevere la grazia dell’amore.
  1. Apro gli occhi ancora meglio: hai mai incontrato una persona ammalata, che però conserva degli occhi splendidi e limpidi; un animo sereno e benevolente?

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