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Da Massimo Gramellini. “Una carezza nel buio”

Una volta sentii Andrea Bocelli dire una cosa meravigliosa: il mondo è pieno di male, ma se nonostante tutto rimane in piedi, è perché di bene ce n’è un po’ di più. In un piccolo paese chiamato Consuma, un pugno di case sparpagliate sull’Appennino toscano, tutte le mattine il signor Romano solleva dal letto le sue ottantaquattro primavere, le sistema dentro l’automobile e passa a prendere un bimbo ipovedente di sei anni per portarlo a scuola. Un’impresa tutt’altro che semplice, racconta Giulio Gori sul Corriere Fiorentino: la scuola si trova quindici chilometri più in basso e per raggiungerla bisogna percorrere una strada a zig-zag, impostando curve strette e scalando marce di continuo. Quindici ad andare e quindici a tornare, due volte al giorno, dal momento che il signor Romano va pure a riprenderlo al termine delle lezioni. Perché lo fa? Il bambino ipovedente non è suo nipote. Non è nemmeno il nipote di un suo amico. È il figlio di un taglialegna macedone che lavora nei boschi e non ha tempo per portarlo a scuola. Il piccolo non può usufruire del servizio bus del Comune: manca l’accompagnatore richiesto per i disabili. E così ci pensa il signor Romano. Lui dice che a 84 anni la fatica è tanta, ma è ricompensata dalla visione del suo minuscolo passeggero mentre saluta i compagni a uno a uno, accarezzandoli sulla faccia per riconoscerli. Bocelli ha ragione. Grazie al signor Romano e a quel bambino, il mondo ricomincerà anche domattina.

11 maggio 2019 (modifica il 11 maggio 2019 | 07:46)

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Fonte: https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_maggio_11/carezza-buio-59a57808-7363-11e9-8065-6d20dff6bd65.shtml

Ivano Liguori sui migranti e la chiesa

Migranti, all’attacco anche le suore

Ci sono tanti modi per fare bella figura, uno di questi è il silenzio.

Un bel tacer non fu mai scritto, questo verso, attribuito a Dante Alighieri ma in realtà di Iacopo Badoer, librettista e poeta italiano vissuto nel XVII sec., fotografa molto bene l’ennesima situazione imbarazzante occorsa alle religiose italiane in questi giorni.

L’Unione delle Superiori Maggiori d’Italia (U.S.M.I.), in un documento firmato da suor Azia Ciairano (vedi qui e qui), esprime solidarietà in favore dei migranti e biasimo verso i provvedimenti presi dall’attuale governo italiano:

«Constatiamo che le azioni politiche, in particolare il decreto sicurezza, non solo aggravano le situazioni di vulnerabilità di diversi gruppi etnici che vivono sui nostri territori, ma mettono in atto il disprezzo dell’altro con la violazione sistematica delle principali regole della tutela umanitaria. Così pure il dilagare di atteggiamenti violenti che si stanno diffondendo sempre più, segna con la rabbia e l’intolleranza le nostre relazioni umane, sociali e politiche».

«È in questo nostro tempo abbruttito da forme palesi di negazione dei diritti umani, rifiuto del diverso, odio, razzismo e volgarità, che Dio ci chiama ad “alzarci in piedi” per dare oggi “voce” e concretezza al dono della nostra vita, affinché la luce della Speranza e della Profezia continuino a risplendere nella storia dell’umanità»

Davanti a questo documento, da cattolico, da sacerdote e da religioso, mi vengono spontanee alcune domande.

Non bastava l’azzardato e fuori luogo ‘Vade Retro’ al Ministro dell’Interno, da parte della rivista – un tempo cattolica –  Famiglia Cristiana?

Non bastava stancare la pazienza di tanti lettori che dalle Paoline ancora devono sorbirsi, in bella mostra tra gli scaffali, i libri di James MartinEnzo BianchiVito Mancuso, e Don Gallo?

Non bastava la constatazione del calo vertiginoso delle vocazioni religiose femminili di vita attiva?

Evidentemente no.

Perché un organismo come l’U.S.M.I., sente l’esigenza di prendere una posizione così netta – in questo tempo e in questa maniera – , su questioni che sono abbastanza complicate e che non rappresentano certo una priorità per la vita religiosa femminile?

Queste proteste sono sempre animate dalla fraternità, dalla solidarietà e dall’umanità ma mai dall’intelligenza.

Quando nel 2009 Eluana Englaro moriva, con quale voce l’U.S.M.I., difendeva l’operato delle Suore Misericordine di Lecco e la loro battaglia contro l’eutanasia?

Dov’era l’U.S.M.I., quando nel 2017 le Suore dell’Immacolata di Santa Paolina Visintainer  di Trento, organizzavano sedute terapeutiche in stile New Age con l’ausilio di piramidi e armamentari vari, palesemente contrastanti il primo comandamento?

Dov’era l’U.S.M.I., quando nel 2018 alle scuole elementari in provincia di Bergamo, si insegnava a bambini di età compresa tra i 9 e 10 anni, la masturbazione, l’uso del preservativo, l’omosessualità, l’identità di genere e il sesso orale?

Dov’era l’U.S.M.I., nel 2018, davanti ai vari tentativi per salvare il piccolo Alfie Evans da morte certa, supportando la proposta del trasferimento all’ospedale Bambin Gesù di Roma?

Dov’era l’U.S.M.I., nel 2018 quando l’ingegnere Salvatore Pacilè ha chiesto l’intercessione del Pontefice affinché le suore Figlie di Maria ausiliatrice onorassero il pagamento di una parcella professionale di 800mila euro per il restauro della sede dell’Istituto femminile “San Giovanni Bosco delle Figlie di Maria Ausiliatrice”?

Dov’è l’U.S.M.I nel 2019, quando a NY per mano del governatore cattolico Andrew Cuomo, si approva l’infanticidio più abietto, facendo passare tutto per civiltà e salvaguardia dei diritti della donna?

La verità è una sola: l’U.S.M.I era ed è assente!

Questo è il vero segno profetico del perbenismo che si è infiltrato anche nella vita religiosa.

Perché le battaglie per i diritti, si devono combattere sempre, non solo quando si possono vincere con un largo margine o quando ci sono chiari ordini di scuderia.

Tutti gli uomini sono ugualmente sacri e amati da Dio, non si può stilare una hit parade.

Quanti poveri italiani cercano riparo dentro gli ospedali, le stazioni, le auto, i portici e i colonnati perché senza casa, abbandonati a un avverso destino?

Quanti anziani languiscono in strutture d’accoglienza, tra le proprie deiezioni perché soli e abbandonati dalla famiglia?

Vorremmo avere la gioia di poter vedere le consorelle dell’U.S.M.I., passare per le strade di Roma, Torino, Milano, Napoli alla ricerca dei poveri, sull’esempio delle Figlie della Carità del XVII sec.

Ci piacerebbe leggere dall’U.S.M.I., una circolare con la quale si chiede l’apertura delle case religiose – ormai vuote di vocazioni –, per accogliere i tanti papà di famiglia separati e cacciati di casa da altrettante donne che si sono fatte portavoce di diritti…i loro.

Care sorelle, sappiate che per essere veramente suore non basta essere donne, occorre essere madri.

E come ogni buona madre insegna, l’amore per i figli non ha preferenze, non si nutre di proclami ma agisce nel silenzio.

Il silenzio dei gesti.

Fonte:https://ivanoliguori.it/migranti-allattacco-anche-le-suore/

Da Costanza Miriano. Lettera dal carcere di un confratello monaco wi-fi

È con gioia che pubblichiamo la lettera ricevuta da un “confratello monaco wi-fi” ergastolano, e la mia risposta, che spero possa arrivargli, proprio oggi che la liturgia ci propone la Lettera agli Ebrei: “ricordatevi dei carcerati, come foste loro compagni di carcere”.

Carissima sorella Costanza,

chi scrive è uno che ha partecipato al gruppo dei fratelli ergastolani del carcere del centro Italia. Come puoi vedere, cercherò di scrivere quello che il mio cuore desidera, come io non sono mai stato bravo con la penna ma ho tanta fiducia in te, che sarà quello che scrivo a dare un senso al nostro dialogo.

Devi sapere che il 31 gennaio ci siamo visti tutti noi ergastolani, che facciamo catechesi, con il nostro padre spirituale, ci siamo riuniti e con piacere il nostro sacerdote ci ha comunicato la iniziativa del monastero Wi-Fi dove cercavate “qualche lettera da cui partire per cominciare a ragionare su quale possa essere il dopo, su come non disperdere quella ventata di spirito Santo”.

Ti parlerò di me, cercando di sorvolare su alcuni passaggi della mia vita passata.

Sono in questi posti del 1995, sono stati anni difficili e duri da superare, ma il merito di questo racconto lo devo alla mia Rita, la donna che ho sposato nel 1982. Ci siamo innamorati da subito, dove ho conosciuto un cuore pieno d’amore, lei è sempre stata la mia forza. Devi sapere che molto spesso ancora oggi rimango per notti intere cercando nella preghiera il conforto che vado cercando. Quante volte ho parlato con Dio, quante volte ho scritto delle lettere chiedendo: perché la mia vita è una lotta continua al fallimento?, ma le mie domande non avevano risposta, ma dentro di me l’animo parlava. Io so chi sono e se potessi non rifarei la vita che ho fatto, e che mi ha portato in questi posti. Ancora oggi c’è tanta sofferenza dentro di me, quella sofferenza che ritorna indietro consapevole di aver fatto soffrire.

Mia cara sorella Costanza, adesso voglio (tra)scriverti una lettera di mia moglie Rita, così come l’ha scritta lei: così potrai capire quanto è grande il dono di Dio, che ho ricevuto anch’io malgrado quello che sono stato. Mi ha scritto il giorno 26 gennaio 2019, da Macerata e io l’ho ricevuta il 1° febbraio. Lei inizia sempre così:

(N.d.r.: la sorella della moglie è monaca di clausura in provincia di Macerata, e in questi giorni è ospite da lei)

Caro amore mio,

ti giuro che pensavo di non poterti scrivere mai più da Macerata e invece, non so come ringraziare il Signore di questa grande grazia. Sono qui. Ho rivisto te, ho rivisto mia sorella e mi sembra tutto così bello perché vuol dire che sono ancora viva. Sono arrivata fin qui e sono sicura che il Signore mi farà arrivare ancora lontano.

Totuccio, è da due giorni che sono qui e non mi sono ancora affacciata il naso fuori. Piove da due giorni e c’è freddo da morire, posso dire che sono veramente in clausura. Ho già sistemato la stanza del priorato: ci voleva proprio la mia mano. Sembra tutta un’altra stanza. Lì nessuno può entrare, solo io ho libera entrata: di questo ne sono fiera. Nei visi delle suore che sono qui vedo le contentezza del vedermi, mi vogliono veramente bene ed è sempre stato così. Madre Luisa ormai è vecchietta ma ha sempre il pensiero per me, se mi danno da mangiare o altro.

Amore mio, è stato bello poter venire io da te, però ti ho visto molto scoraggiato. Tu hai ragione, sei ormai stanco ma non ti devi arrendere, forse dovrai passare ancora del tempo per vedere cambiare qualche cosa quindi abbiamo fiducia in Dio.

Carissima sorella Costanza, come avrai capito, mia moglie nel 2016 si è ammalata gravemente. Hanno scoperto che aveva un brutto male allo stomaco del diametro di 16 cm. Il professore che ha operato aveva dato pochi mesi di vita, hanno dovuto togliere tutti gli organi interni e è stata messa alla chemioterapia; passati due anni è stata di nuovo operata un’altra volta, adesso lei è migliorata, ma le sono rimaste ancora alcune metastasi che devono essere controllate periodicamente con la T.A.C.. Scusami se mi sono prolungato un po’ ma volevo che tu sapessi che io sono del tutto sicuro che mia moglie è stata benedetta dal nostro Signore e nel benedire la mia Rita ha benedetto anche a me perché non avrei saputo più vivere senza la mia amata Rita. Provo una grande emozione nel pensare gli anni di dura prova che ha dovuto sopportare mia moglie.

Io non so se potrò mai esternare il mio pensiero, ho tanto pregato Dio in questi ultimi anni che sono pronto a rinunciare a tutto anche alla libertà che Dio stesso ci ha donato.

Costanza, tu non la conosci ma ti posso giurare davanti a Dio che è una donna meravigliosa, non ha mai fatto del male a nessuno. Trova sempre un sorriso per le persone che hanno bisogno. E per ultimo è stata sempre vicino a me anche nei momenti più difficili; lei mi ha dato tutto il suo cuore. Sì, è vero, io sono un ergastolano con “fine pena mai”. A volte è difficile pensare che non potrò più abbracciarla come marito e moglie ma nel sapere che lei sta bene, anche in queste situazioni dico che non ho più motivo di lamentarmi. Chiudo questo mio libero sfogo, dicendo che sono d’accordo con te quando dici delle nostre celle che sono state trasformate da qualcosa di imposto in qualcosa di accolto.

Ciao. Questa è la voce di un ergastolano.

s.c.

Voglio ringraziare te mia cara sorella Costanza e ringraziare anche il gruppo Forum Coscienza Maschile per il suo sostegno per dare un senso alle nostre vite.

Ringrazio tanto lucia1332, anche a te cara Raffaella dedico una delle mie preghiere così come per Elena, per Lodovica MariaAlvise honorati e anche a te Tina dico grazie per le tue affettuose parole.

A te, cara Rosa, dico che questo è il nome della mia cara defunta mamma. Grazie di cuore per le tue parole. Grazie anche a te, cara Laura Donini, a 61angeloextralarge dico che sei tu una grazia, per chi come me vado cercando un vero amico. Al caro amico Beppe dico di pregare anche per tutti noi che siamo ergastolani. Io non mancherò di pregare per te. Carmela Mastrangelo, sono d’accordo con te quando dici che siamo nel cuore di Dio ma non solo noi ma tutta l’umanità.

Lalla, anch’io mi accodo alla tua preghiera di pregare per il nostro cappellano.

Grazie tutti voi e che Dio aiuti tutti noi esseri umani.

Ciao.

Un ergastolano del centro Italia

***

Carissimo fratello s.c., grazie per la tua bella lettera, e grazie per aver condiviso cose tanto serie e importanti con me, con noi. Leggendo pensavo che devi avere un cuore bello, e mi chiedevo quali circostanze abbiano potuto portarti lì dove sei: penso che tanti di noi nelle stesse circostanze avrebbero potuto essere al tuo posto. Come disse una volta padre Emidio, siamo tutti dei mantenuti, dei mantenuti dal Signore, che ci tiene una mano sulla testa e ci impedisce di perderci completamente.

Sentire un carcerato dire cose come “il nostro padre spirituale” mi ha stretto il cuore di gioia: chissà, se non fossi lì non lo avresti incontrato, non avresti ricevuto l’annuncio e non staresti facendo questo cammino che può essere di santità. Penso infatti a quanta bellezza può esserci anche in una situazione di dolore e solitudine e di privazione come la vostra. Santa Teresina diceva che anche uno spillo raccolto per amore, offrendo quel gesto a Dio, può salvare un’anima. Tu puoi offrire tantissimo, perché ti è stato tolto quasi tutto, e già solo stare lì senza maledire Dio, senza fare altro, semplicemente “stando” è un’offerta enorme!

Ti chiediamo dunque di diventare alleato del nostro monastero, di offrire la tua fatica per la salvezza delle nostre anime e di quelle del mondo intero, perché venga il regno dei cieli. Noi faremo lo stesso per te.

Ci piacerebbe portarvi dei libri, o delle immagini sacre, o quello che vi serve per pregare e conoscere la Parola, non so se le candele o l’incenso siano ammessi in carcere. Ci piacerebbe insomma farci fratelli, per quanto è possibile. Chiedete al padre e lui chiederà a noi.

Infine, chi vuole scrivere all’Ala Van Thuan del monastero, scriva qui e io inoltrerò al cappellano. Credo che fare compagnia a questi fratelli sia una cosa molto cara a Dio, che li ama teneramente, e non vuole che si perdano.

Costanza

Fonte: https://costanzamiriano.com/2019/02/08/lettera-dal-carcere-di-un-confratello-monaco-wi-fi/

Da Notizie pro vita. Da abortista a pro life: la storia di Abby nel film Unplanned

I lettori più assidui di Pro Vita sicuramente conosceranno la storia di Abby Johnson, che da direttrice di una clinica abortista di Planned Parenthood è divenuta fervente attivista pro lifeAbbiamo già parlato della sua storia che la vide protagonista di un arduo faccia a faccia con il caposaldo dell’abortismo seriale: il profitto. Quando cominciò a nutrire serie perplessità sui dati relativi ai “servizi” della sua clinica, che vedevano gli aborti salire e il sostegno alla maternità stagnare, ne parlò col suo superiore, ricevendo questa risposta: «Abby, devi avere chiare le tue priorità. La tua priorità deve essere l’aborto, perché lì ci sono i soldi».

Chiaramente la decisione di abbandonare quel mondo non giunse istantanea, per un insieme di ragioni facilmente intuibili, ma nel giro di un mese Abby rinunciò coraggiosamente a una posizione che le garantiva lauti guadagni per abbracciare la causa della vita, cominciando dalla collaborazione con la Coalition for Life che operava proprio all’esterno della sua clinica…

La straordinaria vicenda di Abby Johnson è ora racchiusa in un film ispirato al suo libro, Unplanned (letteralmente: non pianificato). L’associazione 40 Days for Life ha colto l’occasione e sabato 9 febbraio darà la possibilità di vedere in anteprima ufficiale il film Unplanned a Londra; film che ovviamente non sarà distribuito nel Regno Unito (e chissà in quanti altri Paesi) e quindi si tratterà dell’unica opportunità di vederlo prima che esca in Dvd. Sarà presente Shawn Carney, attore del film, che terrà un intervento dopo la proiezione. All’inizio della giornata ci sarà una conferenza dal titolo Dentro l’industria dell’aborto, di Sue Thayer, che per 15 anni ha lavorato come manager del centro per aborti, ma ora è un avvocato pro vita e direttore di Outreach per 40 Days for Life. Il suo intervento racconterà alcuni dei segreti meno noti del lavorare per Planned Parenthood.

Ottima iniziativa dell’associazione 40 Days for Life, alla quale auguriamo la più ampia diffusione. Chi fosse residente a Londra o avesse amici o parenti da quelle parti, può considerare questo evento per trascorrere un week end nel più autentico spirito pro life.
La prenotazione del biglietto si può fare qui.

Redazione Pro vita

Madre Teresa di Calcutta. E oggi il più grande mezzo, il più grande distruttore della pace è l’aborto

Qui di seguito riproponiamo il testo completo del suo discorso tenuto a Oslo, l’11 dicembre 1979, al conferimento del Nobel per la Pace.

Poiché ci troviamo qui riuniti insieme penso che sarebbe bello per ringraziare Dio per il Premio Nobel per la Pace che pregassimo con una preghiera di San Francesco d’Assisi che mi sorprende sempre molto. Noi diciamo questa preghiera ogni giorno dopo la Santa Comunione, perché è molto adatta a ciascuno di noi, e penso sempre che quattro, cinquecento anni fa quando San Francesco d’Assisi compose questa preghiera dovevano avere le stesse difficoltà che abbiamo oggi, visto che compose una preghiera così adatta anche a noi. Penso che alcuni di voi ce l’abbiano già, dunque pregheremo insieme.

Ringraziamo Dio per l’opportunità che abbiamo tutti insieme oggi, per questo dono di pace che ci ricorda che siamo stati creati per vivere quella pace, e Gesù si fece uomo per portare questa buona notizia ai poveri. Egli essendo Dio è diventato uomo in tutto eccetto che nel peccato, e ha proclamato molto chiaramente di essere venuto per portare questa buona notizia. La notizia era pace a tutti gli uomini di buona volontà e questo è qualcosa che tutti vogliamo, la pace del cuore, e Dio ha amato il mondo tanto da dare suo Figlio – è stato un dono – è come dire che a Dio ha fatto male dare, perché ha amato tanto il mondo da dare suo Figlio, e lo dette alla Vergine Maria, e Lei allora che cosa fece? Appena arrivò nella sua vita, fu subito ansiosa di darne la buona notizia, e appena entrò nella casa di sua cugina, il bambino – il bambino non ancora nato – il bambino nel grembo di Elisabetta, sussultò di gioia. Era un piccolo bambino non ancora nato, fu il primo messaggero di pace. Riconobbe il Principe della Pace, riconobbe che Cristo era venuto a portare una buona notizia per me e per te. E se non fosse abbastanza – se non fosse abbastanza diventare uomo – Egli morì sulla Croce per mostrare quell’amore più grande, e morì per voi e per me e per quel lebbroso e per quell’uomo che muore di fame e per quella persona nuda nelle strade non solo di Calcutta ma dell’Africa, e New York, e Londra, e Oslo – e insistette che ci amassimo gli uni gli altri come Lui ci ha amato.

Lo abbiamo letto molto chiaramente nel Vangelo: “Amatevi come io vi ho amato, come io vi amo, come il Padre ha amato me così io amo voi”, e tanto più forte il Padre lo ha amato, tanto da donarcelo, e quanto ci amiamo noi, noi pure dobbiamo donarci gli uni agli altri finché non fa male. Non è abbastanza per noi dire: “Amo Dio, ma non amo il mio prossimo”. San Giovanni dice che sei un bugiardo se dici di amare Dio e non il prossimo. Come puoi amare Dio che non vedi se non ami il prossimo che vedi, che tocchi, con cui vivi? Così è molto importante per noi capire che l’amore, per essere vero, deve fare male. Ha fatto male a Gesù amarci, gli ha fatto male. E per essere sicuro che ricordassimo il suo grande amore si fece pane della vita per soddisfare la nostra fame del suo amore. La nostra fame di Dio, perché siamo stati creati per questo amore. Siamo stati creati a sua immagine. Siamo stati creati per amare ed essere amati, ed Egli si è fatto uomo per permettere a noi di amare come Lui ci ha amato. Egli è l’affamato, il nudo, il senza casa, l’ammalato, il carcerato, l’uomo solo, l’uomo rifiutato e dice: “L’avete fatto a me”. Affamato del nostro amore, e questa è la fame dei nostri poveri. Questa è la fame che voi e io dobbiamo trovare, potrebbe stare nella nostra stessa casa.

Non dimentico mai l’opportunità che ebbi di visitare una casa dove tenevano tutti questi anziani genitori di figli e figlie che li avevano semplicemente messi in un istituto e forse dimenticati. Sono andata là, ho visto che in quella casa avevano tutto, cose bellissime, ma tutti guardavano verso la porta. E non ne ho visto uno con il sorriso in faccia. Mi sono rivolta alla Sorella e le ho domandato: come mai? Com’è che persone che hanno tutto qui, perché guardano tutti verso la porta, perché non sorridono? Sono così abituata a vedere il sorriso nella nostra gente, anche i morenti sorridono, e lei disse: questo accade quasi tutti i giorni, aspettano, sperano che un figlio o una figlia venga a trovarli. Sono feriti perché sono dimenticati – e vedete, è qui che viene l’amore.

Come la povertà arriva proprio a casa nostra, dove trascuriamo di amarci. Forse nella nostra famiglia abbiamo qualcuno che si sente solo, che si sente malato, che è preoccupato, e questi sono giorni difficili per tutti. Ci siamo, ci siamo per accoglierli, c’è la madre ad accogliere il figlio? Sono stata sorpresa di vedere in occidente tanti ragazzi e ragazze darsi alle droghe, e ho cercato di capire perché, perché succede questo, e la risposta è: perché non hanno nessuno nella loro famiglia che li accolga. Padre e madre sono così occupati da non averne il tempo. I genitori giovani sono in qualche ufficio e il figlio va in strada e rimane coinvolto in qualcosa. Stiamo parlando di pace.

Queste sono cose che distruggono la pace, ma io sento che il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa. E leggiamo nelle Scritture, perché Dio lo dice molto chiaramente: “Anche se una madre dimenticasse il suo bambino, io non ti dimenticherò. Ti ho inciso sul palmo della mano”. Siamo incisi nel palmo della sua mano, così vicini a Lui che un bambino non nato è stato inciso nel palmo della mano di Dio. E quello che mi colpisce di più è l’inizio di questa frase, che “Persino se una madre potesse dimenticare, qualcosa di impossibile, ma perfino se si potesse dimenticare, io non ti dimenticherò”. E oggi il più grande mezzo, il più grande distruttore della pace è l’aborto. E noi che stiamo qui, i nostri genitori ci hanno voluti.

Non saremmo qui se i nostri genitori non lo avessero fatto. I nostri bambini li vogliamo, li amiamo, ma che cosa è di milioni di loro? Tante persone sono molto, molto preoccupate per i bambini in India, per i bambini in Africa dove tanti ne muoiono, di malnutrizione, fame e così via, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla. Per questo faccio appello in India, faccio appello ovunque. Restituiteci i bambini, quest’anno è l’anno dei bambini. Che abbiamo fatto per i bambini? All’inizio dell’anno ho detto, ovunque abbia parlato ho detto: Quest’anno facciamo che ogni singolo bambino, nato o non nato, sia desiderato”. E oggi è la fine dell’anno, abbiamo reso ogni bambino desiderato?

Vi darò qualcosa di impressionante. Stiamo combattendo l’aborto con le adozioni, abbiamo salvato migliaia di vite, abbiamo inviato messaggi a tutte le cliniche, gli ospedali, le stazioni di polizia: Per favore non distruggete i bambini, li prenderemo noi”. Così ad ogni ora del giorno e della notte c’è sempre qualcuno, abbiamo parecchie ragazze madri. Dite loro di venire: “Noi ci prenderemo cura di voi, prenderemo il vostro bambino, e troveremo una casa per il bambino”. E abbiamo un’enorme domanda da parte di famiglie senza bambini, per noi questa è una grazia di Dio.

Stiamo anche facendo un’altra cosa molto bella. Stiamo insegnando ai nostri mendicanti, ai nostri lebbrosi, agli abitanti degli slum, alla nostra gente sulla strada, i metodi naturali di pianificazione familiare. E solo in Calcutta in sei anni, nella sola Calcutta, abbiamo avuto 61.273 bambini in meno da famiglie che li avrebbero avuti, ma perché praticano questo metodo naturale di astinenza, di auto-controllo, con amore reciproco. Insegniamo loro il metodo della temperatura che è molto bello, molto semplice, e la nostra povera gente capisce. E sapete che cosa mi hanno detto? “La nostra famiglia è sana, la nostra famiglia è unita, e possiamo avere un bambino ogni volta che vogliamo”. Così chiaro, quelle persone nelle strade, quei mendicanti, e io penso che se la nostra gente può farlo tanto più potete voi e tutti gli altri che potete conoscere i metodi e i mezzi senza distruggere la vita che Dio ha creato in noi.

I poveri sono grandi persone. Possono insegnarci molte cose belle. L’altro giorno uno di loro è venuto a ringraziare e ha detto: “Voi che avete fatto voto di castità siete le persone migliori per insegnarci la pianificazione familiare”. Perché non è altro che auto-controllo per amore reciproco. E penso che abbiano detto una frase molto bella. E queste sono persone che magari non hanno niente da mangiare, magari non hanno dove vivere, ma sono grandi persone. I poveri sono persone meravigliose.

Una sera siamo uscite e abbiamo raccolto quattro persone per la strada. Una di loro era in condizioni terribili e ho detto alle Sorelle: “Prendetevi cura degli altri tre, io mi occupo di questa che sembrava stare peggio”. Ho fatto per lei tutto quello che il mio amore poteva fare. L’ho messa a letto, e c’era un tale meraviglioso sorriso sulla sua faccia. Ha preso la mia mano e ha detto solo una parola: “Grazie”, ed è morta. Non ho potuto non esaminare la mia coscienza di fronte a lei, e mi sono chiesta cosa avrei detto al suo posto. E la mia risposta è stata molto semplice. Avrei provato ad attirare un po’ di attenzione su di me, avrei detto che ho fame, che sto morendo, che ho freddo, dolore, o altro, ma lei mi ha dato molto di più. Mi ha dato il suo amore riconoscente. Ed è morta con il sorriso sul volto.

Come quell’uomo che abbiamo raccolto dal canale, mezzo mangiato dai vermi, e l’abbiamo portato a casa. “Ho vissuto come un animale per strada, ma sto per morire come un Angelo, amato e curato”. Ed è stato così meraviglioso vedere la grandezza di quell’uomo che poteva parlare così, poteva morire senza accusare nessuno, senza maledire nessuno, senza fare paragoni. Come un Angelo. Questa è la grandezza della nostra gente. Ed è per questo che noi crediamo che Gesù disse: “Ero affamato, ero nudo, ero senza casa, ero rifiutato, non amato, non curato, e l’avete fatto a me”.

Credo che noi non siamo veri operatori sociali. Forse svolgiamo un lavoro sociale agli occhi della gente, ma in realtà siamo contemplative nel cuore del mondo. Perché tocchiamo il Corpo di Cristo ventiquattro ore al giorno. Abbiamo ventiquattro ore di questa presenza, e così voi e io. Anche voi provate a portare questa presenza di Dio nella vostra famiglia, perché la famiglia che prega insieme sta insieme. E io penso che noi nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e armi, di distruggere per portare pace. Semplicemente stiamo insieme, amiamoci reciprocamente, portiamo quella pace, quella gioia, quella forza della presenza di ciascuno in casa. E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo.

C’è tanta sofferenza, tanto odio, tanta miseria, e noi con la nostra preghiera, con il nostro sacrificio iniziamo da casa. L’amore comincia a casa, e non è quanto facciamo, ma quanto amore mettiamo in quello che facciamo. Sta a Dio Onnipotente. Quanto facciamo non ha importanza, perché Lui è infinito, ma quanto amore mettiamo in quello che facciamo. Quanto facciamo a Lui nella persona che stiamo servendo. Qualche tempo fa a Calcutta avemmo grande difficoltà ad ottenere dello zucchero, e non so come i bambini lo seppero, e un bambino di quattro anni, un bambino Hindu, andò a casa e disse ai suoi genitori: “Non mangerò zucchero per tre giorni, darò il mio zucchero a Madre Teresa per i suoi bambini”. Dopo tre giorni suo padre e sua madre lo portarono alla nostra casa. Non li avevo mai incontrati prima, e questo piccolo riusciva a malapena pronunciare il mio nome, me sapeva esattamente che cosa era venuto a fare. Sapeva che voleva condividere il suo amore. E questo è perché ho ricevuto tanto amore da voi tutti.

Dal momento che sono arrivata qui sono stata semplicemente circondata da amore, da vero amore comprensivo. Si percepiva come se ciascuno in India, ciascuno in Africa fosse qualcuno molto speciale per voi. E mi sono sentita proprio a casa dicevo alla Sorella oggi. Mi sento in Convento con le Sorelle come se fossi a Calcutta con le mie Sorelle. Così completamente a casa qui, proprio qui. E così sono qui a parlarvi. Voglio che voi troviate il povero qui, innanzitutto proprio a casa vostra. E cominciate ad amare qui. Siate questa buona notizia per la vostra gente. E informatevi sul vostro vicino di casa. Sapete chi sono?

Ho avuto un’esperienza veramente straordinaria con una famiglia Hindu che aveva otto bambini. Un signore venne alla nostra casa e disse: “Madre Teresa, c’è una famiglia con otto bambini, non mangiano da tanto tempo. Faccia qualcosa”. Così ho preso del riso e sono andata immediatamente. E ho visto i bambini, i loro occhi luccicanti per la fame. Non so se abbiate mai visto la fame. Ma io l’ho vista molto spesso. E lei prese il riso, lo divise, e uscì. Quando fu tornata le chiesi: “Dove sei andata, che hai fatto?” Lei mi dette una risposta molto semplice: “Anche loro hanno fame”. Quel che mi colpì di più fu che lei sapeva chi sono loro, una famiglia musulmana. Lei lo sapeva. Non portai più del riso quella sera perché volevo che godessero la gioia della condivisione. Ma c’erano quei bambini, che irradiavano gioia, condividendo la gioia con la loro madre perché lei aveva amore da dare. E vedete è qui che comincia l’amore: a casa…

Sono molto grata per quello che ho ricevuto. È stata un’esperienza enorme e torno in India, tornerò la prossima settimana, il 15 spero, e potrò portare il vostro amore. E so bene che non avete dato del vostro superfluo, ma avete dato fino a farvi male. Oggi i piccoli bambini hanno, ero così sorpresa, c’è così tanta gioia per i bambini che hanno fame. Che i bambini come loro avranno bisogno di amore e cura e tenerezza, come ne hanno tanto dai loro genitori. Così ringraziamo Dio che abbiamo avuto questa opportunità di conoscerci, e questa conoscenza reciproca ci ha portati così vicini. E potremo aiutare non solo i bambini indiani e africani ma potremo aiutare i bambini del mondo intero, perché come sapete le nostre Sorelle stanno in tutto il mondo.

E con questo premio che ho ricevuto come premio di pace, proverò a fare una casa per molti che non hanno una casa. Perché credo che l’amore cominci a casa, e se possiamo creare una casa per i poveri, penso che sempre più amore si diffonderà. E potremo mediante questo amore comprensivo portare pace, essere la buona notizia per i poveri. I poveri della nostra famiglia per primi, nel nostro paese e nel mondo. Per poter fare questo, le nostre Sorelle, le nostre vite devono essere intessute di preghiera. Devono essere intessute di Cristo per poter capire, essere capaci di condividere. Perché oggi c’è così tanto dolore. Sento che la Passione di Cristo viene rivissuta ovunque di nuovo. Siamo noi là a condividere questa Passione, a condividere questo dolore della gente. In tutto il mondo, non solo nei paesi poveri, ma ho trovato la povertà dell’occidente tanto più difficile da eliminare.

Quando prendo una persona dalla strada, affamata, le do un piatto di riso, un pezzo di pane, l’ho soddisfatta. Ho rimosso quella fame. Ma una persona che è zittita, che si sente indesiderata, non amata, spaventata, la persona che è stata gettata fuori dalla società, quella povertà è così dolorosa e diffusa, e la trovo molto difficile. Le nostre Sorelle stanno lavorando per questo tipo di persone nell’occidente.

Allora dovete pregare per noi affinché siamo capaci di essere questa buona notizia, ma non possiamo farlo senza di voi, lo dovete fare qui nel vostro paese. Dovete arrivare a conoscere i poveri, magari la gente qui ha beni materiali, tutto, ma penso che se noi tutti cerchiamo nelle nostre case, quanto troviamo difficile a volte sia sorriderci reciprocamente, e che il sorriso è l’inizio dell’amore. E così incontriamoci sempre con un sorriso, perché il sorriso è l’inizio dell’amore, e quando cominciamo ad amarci è naturale voler fare qualcosa. Così pregate per le nostre Sorelle e per me e per i nostri Fratelli, e per i nostri Collaboratori che sono sparsi nel mondo. Essi possono rimanere fedeli al dono di Dio, amarlo e servirlo nei poveri insieme con voi. Quello che abbiamo fatto non avremmo potuto farlo se voi non lo aveste condiviso con le vostre preghiere, i vostri doni, questo continuo dare.

Ma non voglio che mi diate del vostro superfluo, voglio che mi diate finché vi fa male. L’altro giorno ho ricevuto 15 dollari da un uomo che è stato sdraiato per venti anni, e l’unica parte che poteva muovere è la mano destra. E l’unica cosa di cui gode è fumare. E mi ha detto: non fumo per una settimana, e ti mando questi soldi. Deve essere stato un sacrificio terribile per lui, ma guardate quanto è bello, come ha condiviso, e con quei soldi ho comprato del pane e l’ho dato a quelli che sono affamati con gioia da tutte e due le parti, lui stava dando e i poveri stavano ricevendo. Questo è un dono di Dio per noi poter condividere il nostro amore con gli altri. E fate come se fosse per Gesù. Amiamoci gli uni gli altri come Egli ci ha amato. Amiamo Lui con amore indiviso. E la gioia di amare Lui e amarci gli uni gli altri, diamo ora, che Natale è così vicino. Conserviamo la gioia di amare Gesù nei nostri cuori. E condividiamo questa gioia con tutti quelli con cui veniamo in contatto. E questa gioia radiosa è vera, perché non abbiamo motivo di non essere felici perché non abbiamo Cristo con noi. Cristo nei nostri cuori, Cristo nel povero che incontriamo, Cristo nel sorriso che diamo e nel sorriso che riceviamo.

Facciamone un impegno: che nessun bambino sia indesiderato, e anche che ci accogliamo con un sorriso, specialmente quando è difficile sorridere. Non dimentico mai qualche tempo fa circa quattordici professori vennero dagli Stati Uniti da diverse università. E vennero a Calcutta nella nostra casa. Stavano parlando e dicevano di essere stati alla casa per i morenti. Abbiamo una casa per i morenti a Calcutta, dove abbiamo raccolto più di 36.000 persone solo dalle strade di Calcutta, e di questo grande numero più di 18.000 hanno avuto una bella morte. Sono semplicemente andati a casa da Dio; e sono venuti nella nostra casa e abbiamo parlato di amore, di compassione, e poi uno di loro mi ha chiesto: “Madre, per favore ci dica qualcosa che possiamo ricordare”. E ho detto loro: “Sorridetevi gli uni gli altri, dedicatevi del tempo nelle vostre famiglie. Sorridetevi”. E un altro mi ha chiesto: “Sei sposata?”, e ho detto: “Sì”, e trovo a volte molto difficile sorridere a Gesù perché può essere molto esigente a volte. Questo è qualcosa di vero, ed è là che viene l’amore, quando è esigente, e tuttavia possiamo darlo a Lui con gioia.

Come ho detto oggi, ho detto che se non vado in Cielo per qualcos’altro andrò in Cielo per tutta la pubblicità, perché mi ha purificata e sacrificata e resa veramente pronta ad andare in Cielo. Penso che questo sia qualcosa, che dobbiamo vivere la nostra vita in modo bello. Abbiamo Gesù con noi e Lui ci ama. Se potessimo solo ricordarci che Gesù mi ama, e ho l’opportunità di amare gli altri come Lui ama me, non nelle grandi cose, ma nelle piccole cose con grande amore, allora la Norvegia diventerebbe un nido d’amore. E quanto bello sarà che da qui sia stato dato un centro per la pace. Che da qui esca la gioia per la vita dei bambini non nati. Se diventate una luce bruciante nel mondo della pace, allora veramente il Nobel per la pace è un dono per il popolo norvegese. Dio vi benedica!

Liete notizie

È possibile che i bimbi in grembo abortiti, volontariamente e non, abbiano accettato di morire per Cristo a salvezza delle anime dei genitori e di tutto il mondo? È l’ipotesi di un opuscolo, “La via nascosta dei bimbi nati in cielo”, scritto da due semplici sacerdoti e da un teologo, che pone fondamento nella ragione, nella fede e nell’esperienza e che il Magistero della Chiesa non esclude come possibile.

C’è un opuscolo, scritto da due sacerdoti e un teologo, sicuramente destinato a far discutere e magari ad influire sulla vita della Chiesa. In una via di nascondimento. Motivo per cui non troverete le firme degli autori della pubblicazione, che però sappiamo essere persone fortemente fedeli alla tradizione e alla dottrina cattolica. Detto questo, come sempre accade nella Chiesa, l’intuizione di uno di questi preti, avallata dal teologo e dall’altro prete come possibile e ragionevole, è già nella coscienza del popolo.

La tesi di questo piccolo opuscolo, “La via nascosta dei bimbi nati in cielo”(ed Ancilla), è infatti la conferma di quanto molte madri con un sensum fidei che hanno perso i loro bambini in grembo percepivano già come vera: quei piccoli sono in cielo e il loro sacrificio è servito alla salvezza della loro famiglia. Anche i bambini volontariamente abortiti dai loro genitori espierebbero i peccati del mondo. In queste pagine si trova solo la conferma che questa ipotesi non è esclusa dalla Chiesa, come si evince dal documento del 2007 (ampiamente citato) della Commissione Teologica Internazionale La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo.

Facciamo alcune premesse partendo dal commento del teologo, che interviene nell’opuscolo per ricordare che per il fatto che i bimbi in grembo hanno un’anima la Chiesa non può escludere che abbiano un rapporto reale, seppur misterioso, con Dio. Di più, avendo sì il peccato originale, ma non avendone mai commesso alcuno i non nati vivono in uno stato di purezza tale da godere di un’intimità con il Creatore maggiore.

Il grande don Divo Barsotti conferma poi che la perfezione dell’anima non è lo stato d’infanzia, ma c’è «un grado più alto. Bisogna non essere nati, essere ancora nel seno della mamma. Ed è questa la perfezione del cristiano: essere nascosti nel seno di Dio…Quando siamo nel seno della mamma non si piange nemmeno…l’anima che affonda nel seno di Dio non parla più. Affondare nell’abisso divino; in quel fondo c’è Dio, l’anima vive di silenzio». Questa spiritualità, si legge ancora, è perfetta per i nostri tempi, perché mette davanti all’apparire e al fare della comunità cristiana l’umiltà, la rinuncia e il dono. Il che vale anche per la Chiesa, perché nella scelta di donarsi a Dio di questi piccoli «emerge la vita eterna prima di quella terrena, la verticalità come dimensione qualitativa della vita e dell’essere, invece dell’orizzontalità della qualità del fare».

Si fa l’esempio di Giovanni Battista che pur in grembo esultò di gioia all’arrivo della Madonna incinta del suo Salvatore. Non solo, perché anche la scienza ormai riconosce che già in utero il bambino è reattivo agli stimoli e che intrattiene una relazione con la madre che avrà le sue conseguenze nella vita psico-fisca post natale. Perciò, conferma il teologo, «non si può escludere, anche se a noi sfugge empiricamente il “come”, che questi bambini proprio nel loro sacrificio abbiano compiuto con la Grazia di Dio la propria offerta».

Ma l’intuizione di questa possibilità (l’offerta volontaria della propria vita per la salvezza delle anime da parte dei bimbi abortiti volontariamente e non) la spiega il sacerdote stesso che l’ha avuta e che racconta la sua vocazione così: «In Seminario una cosa mi ha distinto ed è una convinzione che fin da ragazzo ho avuto: la gravità dell’aborto ed ancor più la gravità dell’indifferenza del mondo», mentre «salvare le anime, “mestiere” del prete, mi è sempre sembrato il massimo che uno possa fare». Un giorno poi, mentre il prete stava presentando la mostra del beato Jerome Legeune in difesa della vita e contro l’aborto, ricevette una messaggio dalla sorella che, avendo perso il figlio al quarto mese di gravidanza, gli scrisse: «Il bimbo è andato in cielo». In quel momento il sacerdote pensò che quel piccolo lo amava molto e che fosse morto anche per la sua salvezza. Poco dopo scoprirà che Sebastiano sarebbe dovuto nascere il giorno del suo onomastico e si troverà “per caso” di fronte ad un dipinto della Madonna del parto, davanti a cui alcune domande esploderanno con urgenza: «Ma perché Dio permette, con l’aborto, la fecondazione artificiale e le varie pillole, l’uccisione di milioni di esseri umani innocenti…perché questa tremenda “sconfitta”, almeno in apparenza?». Di qui l’intuizione e la successiva ricerca della conferma nel Magistero della Chiesa e nel documento sopra citato, che appunto «non esclude» l’offerta della vita di questi bimbi. E infine la scoperta che «è possibile offrire il sacrificio di un altro» durante la Messa.

Se poi il Ventesimo secolo è stato quello del Venerdì Santo mentre il nostro, come disse Benedetto XVI, è quello del Sabato Santo, «in cui la Chiesa sembrerà scomparire sempre di più agli occhi del mondo» e se, come fu per i discepoli di Emmaus, potrà apparire tutto finito, sappiamo che Gesù è risorto e che è «nel nascondimento che il signore prepara il suo Trionfo».

Perciò nel commento finale del secondo sacerdote, noto per la sue altezze spirituali e per la sua ortodossia, a cui è stata sottoposta questa intuizione si trovano altre conferme. Infatti, pur stranito da questa possibilità, oltre a sentire «nell’intimo che tutto quello che egli (il primo sacerdote, ndr) mi diceva era vero», leggendo a sua volta il Magistero comprese che «il dialogo tra il bimbo nel grembo materno e Dio è un’ipotesi plausibile. Se non altro, non si può escludere…anche la Sacra Particola è un Mistero: come possa sussistere Dio nell’ostia consacrata è qualcosa di indecifrabile; è una realtà, una certezza, ma rimane un mistero alla mia povera intelligenza».

Detto questo, pur ammesso che questi piccoli siano in Paradiso e si siano offerti, può davvero il sacerdote appropriarsi di un loro atto e rioffrirlo al Padre in Cristo Gesù?. Attraverso sant’Agostino, papa Innocenzo III e il Concilio di Trento il prete spiega perché questo già avviene nella Messa dove «l’assemblea comunitaria dei santi viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote», sia perché «in quel calice alzato e offerto» c’è «la presenza e l’associazione di tutti coloro che, in Cristo, hanno partecipato in qualche modo alla sua Passione» sia perché «la Messa di Cristo li rende partecipi del “battesimo di sangue” del Signore». Non è da meno il documento del 2007 in cui si legge che «è anche possibile che Dio semplicemente agisca per dare il dono della salvezza ai bambini non battezzati» come ha fatto con Maria donandole gratuitamente un’«immacolata concezione». Una conferma si trova persino nell’enciclica Gaudium et Spes

Ci si chiede poi se sia possibile paragonare questi bimbi ai Santi Innocenti che abbiamo festeggiato settimana scorsa. Secondo il sacerdote, i Santi Innocenti «anche se inconsapevolmente….hanno sofferto e sono morti per Cristo» ma, a maggior ragione, se l’atto di questi bimbi è volontario valgono le parole di Gesù: «In verità ti dico: ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me».

Quello che colpisce è poi la prova empirica descritta: «Dopo la celebrazione di queste Messe tutto pare cambiato nella vita interiore: si avverte una pace di fondo, un senso di protezione, una forza contro le tentazioni, che prima non si poteva nemmeno immaginare». Soprattutto «per la loro preghiera e intercessione, abbiamo ricevuto grazie che non ci aspettavamo! Abbiamo invocato il loro intervento su alcune coppie di sposi che sembravano già sull’orlo della separazione e si sono riappacificati…su situazioni che sembravano senza uscita» e «tanti cuori si sono sciolti…Noi stessi siamo senza parole». Perciò alla fine dell’opuscolo, si trova una coroncina e delle preghiere per continuare ad offrire il sacrificio di questi piccoli.

La Madonna e il santo Natale

Dal Vangelo secondo Luca

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 

 

Santa Teresa di Calcutta:

 

Il frutto del silenzio è la preghiera

Il frutto della preghiera è la fede

Il frutto della fede è l’amore

Il frutto dell’amore è il servizio

Il frutto del servizio è la pace.