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Creature e Creatore. 3. Il Passaggio

Mio fratello, che non parlava assolutamente mai della sua terribile malattia, un giorno mi disse che lui andava molto spesso al “nostro” cimitero e sostava davanti al loculo del nonno paterno, di cui ne portava il nome, a vedere l’effetto che faceva vedersi scritto sulla lapide, visto che non ne avrebbe avuto la possibilità.

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Come Pollicino, per seguire le tracce di Gesù e Maria, san Francesco di Sales e don Bosco


 

 

 

 

 

 

 

 

1° atto. La peggiore eresia secondo san Francesco di Sales

Francesco di Sales, Filotea, Parte I, Capitolo III

Nella creazione Dio comandò alle piante di portare frutto, ciascuna secondo il proprio genere: allo stesso modo, ai Cristiani, piante vive della Chiesa, ordina di portare frutti di devozione, ciascuno secondo la propria natura e la propria vocazione.

La devozione deve essere vissuta in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla nubile, dalla sposa; ma non basta, l’esercizio della devozione deve essere proporzionato alle forze, alle occupazioni e ai doveri dei singoli.

Ti sembrerebbe cosa fatta bene che un Vescovo pretendesse di vivere in solitudine come un Certosino? E che diresti di gente sposata che non volesse mettere da parte qualche soldo più dei Cappuccini? Di un artigiano che passasse le sue giornate in chiesa come un Religioso? E di un Religioso sempre alla rincorsa di servizi da rendere al prossimo, in gara con il Vescovo? Non ti pare che una tal sorta di devozione sarebbe ridicola, squilibrata e insopportabile?

Eppure queste stranezze capitano spesso, e la gente di mondo, che non distingue, o non vuol distinguere, tra la devozione e le originalità di chi pretende essere devoto, mormora e biasima la devozione, che non deve essere confusa con queste stranezze.

Se la devozione è autentica non rovina proprio niente, anzi perfeziona tutto; e quando va contro la vocazione legittima, senza esitazione, è indubbiamente falsa.

Aristotele dice che l’ape ricava il miele dai fiori senza danneggiarli, e li lascia intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non porta danno alle vocazioni e alle occupazioni, ma al contrario, le arricchisce e le rende più belle.

Qualunque genere di pietra preziosa, immersa nel miele diventa più splendente, ognuna secondo il proprio colore; lo stesso avviene per i cristiani: tutti diventano più cordiali e simpatici nella propria vocazione se le affiancano la devozione: la cura per la famiglia diventa serena, più sincero l’amore tra marito e moglie, più fedele il servizio del principe e tutte le occupazioni più dolci e piacevoli.

Pretendere di eliminare la vita devota dalla caserma del soldato, dalla bottega dell’artigiano, dalla corte del principe, dall’intimità degli sposi è un errore, anzi un’eresia.

[…] Poco importa dove ci troviamo: ovunque possiamo e dobbiamo aspirare alla devozione.[1]

2° atto. L’apice di san Francesco di Sales. Il monte degli amanti

Francesco di Sales, Teotimo, Libro XII, Capitolo XIII

«Teotimo, il monte Calvario è il monte degli amanti. Ogni amore che non trae origine dalla passione del Salvatore è frivolo e pericoloso. Infelice è la morte senza l’amore del Salvatore; infelice è l’amore senza la morte del Salvatore. L’amore e la morte sono talmente fusi insieme nella Passione del Salvatore che non è possibile avere nel cuore l’una senza l’altra. Sul Calvario non è possibile avere la vita senza l’amore, né l’amore senza la morte del Redentore: ma fuori di là, tutto è o morte eterna oppure amore eterno, e tutta la sapienza cristiana consiste nel saper scegliere bene».

 

3° atto. La vita di don Bosco come splendore ferito d’amore

Dalle Memorie dell’Oratorio

«In quel momento [moti rivoluzionari] apparve tale un pervertimento di idee e di azioni, che io non poteva più fidarmi di gente di servizio; quindi ogni lavoro domestico era fatto da me e mia madre. Fare la cucina, preparare la tavola, scopare, spaccar legna, tagliare e fare mutande, camicie, calzoni, giubbetti, asciugamani, lenzuola, e farne le relative riparazioni; erano cose di mia spettanza. Ma queste cose tornavano assai vantaggiose moralmente, perché io poteva comodamente indirizzare ai giovani un consiglio od una parola amica, mentre loro somministrava pane, minestra od altro».

Dalle Memorie Biografiche

«Oh! Se io potessi un poco mettere in voi questo grande amore a Maria e a Gesù nell’Eucaristia, quanto sarei fortunato. Vedete, dirò uno sproposito, ma importa niente: sarei disposto per ottenere questo a strisciare con la lingua per terra di qui fino a Superga. È uno sproposito, ma io sarei disposto a farlo; la mia lingua andrebbe in pezzi, ma importa niente: io allora avrei tanti giovani santi».

 

4° atto. L’oscura chiarezza della fede

 

Mentre ascolto il sottofondo di Handel sono profondamente indeciso se rimanere voltato verso le montagne solenni davanti alla mia scrivania o girarmi verso… il comodino. Lì so che mi attende una parte di vita molto più scomoda e dolorosa. Per farmi capire devo prima introdurre una cosiddetta figura retorica: l’ossimoro. Questa parola strana ha un’etimologia, un origine ancora più stramba: in greco vuol dire «acuto sciocco». Così. È come se la mamma ti dicesse “affrettati lentamente”. Oppure, in modo molto più adatto alla serietà della parola, Salvatore Quasimodo, nelle Lettere alla madre, scriveva che “gli alberi si gonfiano di acqua, bruciano di neve”. Anche se sappiamo tutti che la neve non brucia, certamente il verso del poeta ha seminato qualcosa nel nostro cuore.

Perché l’ossimoro. Per il semplice motivo che in queste settimane, alla sera prima di addormentarmi, sto leggendo due ossimori: Crudele dolcissimo amore e Oscura luminosissima notte. In copertina al primo libro una foto dell’84 con una simpatica ragazza sorridente. Sovrasta il secondo libro un cielo che minaccia temporale e una piccola donna, di schiena, in carrozzella. Si parla di un amore: soprattutto quello di Dio per Chiara, ma anche di quello spassionato e a tratti giocondo della prima Chiara. Ma di un amore che è al tempo stesso crudele (non lascia tregue, incide con il bisturi fino ai nervi più scoperti e al cuore) e dolcissimo: Dio, per Chiara è “il Socio” a cui non può e soprattutto non vuole rinunciare. È l’Amore della sua vita. L’unico che permette di fare in modo che le ferite lancinanti divengano feritoie da cui intravedere una salvezza. Alla vostra lettura tutto il resto del diario del dialogo tra una Chiara malata in modo progressivo, degenerativo e incurabile… e Dio.

Qui incontriamo il primo Francesco: è il nostro amico Francesco di Sales. Lui parla dell’esperienza dell’anima innamorata di Dio. “Ed ecco la meraviglia: infatti Dio propone i misteri della fede alla nostra anima frammisti ad oscurità e tenebre, in modo che noi non vediamo le verità, ma soltanto le intravediamo; proprio come capita qualche volta allorché essendo la terra coperta di nebbia, non riusciamo a vedere il sole, ma vediamo soltanto un po’ più di chiarore nella sua direzione, di modo che, per così dire, lo vediamo senza vederlo, poiché, da un lato, non lo vediamo in modo tale da poter dire semplicemente che lo vediamo, e, d’altro lato, non lo vediamo così poco da poter dire che non lo vediamo affatto; è quello che chiamiamo intravedere.

Tuttavia, questa oscura chiarezza della fede, una volta entrata nel nostro spirito, non per forza di ragionamenti o per forza di argomentazioni, ma soltanto per la dolcezza della sua presenza, si fa credere e obbedire dall’intelletto con tanta autorità, che la certezza che essa ci dona della verità supera tutte le altre certezze del mondo e sottomette talmente tutto lo spirito e tutti i suoi discorsi che, a confronto, non godono più di alcun credito”.

Beccato! Anche qui c’è l’ossimoro…. “l’oscura chiarezza della fede”.

Noi pretenderemmo di sapere tutto, subito e distintamente, ma nella vita… soprattutto nell’amore non è così. Vediamo attraverso, intravediamo, scorgiamo, intuiamo… e ci viene richiesto uno slancio di testa+cuore+volontà che a volte ci scaglia verso altezze vertiginose (nel bene), altre volte verso dispiaceri che scarnificano l’anima e il corpo (e delle volte capita che anche qui stiamo procedendo verso il bene complessivo).

Mettiamoci allora in ascolto di Benedetto e Francesco nella Lumen Fidei (numeri 2 e 3). Loro parlano della fede e si chiedono: è solo una luce illusoria? ”Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.

In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione”.

Anche il tramonto di oggi non delude: rosso fuoco tra gli alberi spogli. Capolavoro di una giornata di grazia. Qui ci vuole il primo movimento (Affettuoso) del Concerto Brandeburghese numero 5 di Bach.

Augurandoci che anche la nostra vita, anche tra accordi dissonanti, risulti per Dio, per i fratelli e le sorelle… per noi stessi un’armonia stupenda.

Bisogna rattristarsi per le colpe commesse,

con un pentimento forte, solido, costante, tranquillo,

ma non violento, inquieto, scoraggiato.

Francesco di Sales

Solo quando è buio si possono vedere le stelle.

Martin Luther King

Colui che spera di essere felice deve sopportare una misura di infelicità:

la luce può entrare solo dove c’è stato buio.

Robbi Riziring



[1] Per «devozione» Francesco intende il fatto di compiere con amore (gioioso o sofferto) la volontà di felicità di Dio per noi e per tutti coloro che incontriamo.

San Francesco di Sales e il vertice altissimo dell’amore


L’amore ama l’amaro e il dolce

a causa della volontà di Dio, da cui l’uno

e l’altro procede; ma esso ama

di più l’amaro, perché esso non è

degno di amore se non per la volontà di Dio;

cosicché l’amore senza timore di

fraintendere può abbandonarsi

a seguire la volontà divina nell’

amaro, cosa che essa non oserebbe mai di fare tra

le dolcezze le quali, essendo

degne di amore sia in Dio che in se stesse,

si crede spesso che le si ami

per Dio e che le si ami per

esse stesse. Ora, la purezza dell’amore

divino richiede che noi amiamo in ogni

cosa solo la volontà di Dio, senza intromissione di

un proprio interesse.

Francesco di Sales, Trattato dell’amor di Dio, Libro IX

Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia

Dedicato a Lorenzo


Contesto

Stavo tornando dal controllo di routine con la mia dottoressa ed ero tutto felice: lei molto soddisfatta per i progressi di salute, io ancora più contento. La giornata era luminosa, di sole pieno, al mattino si vedevano anche le montagne innevate. Ho detto: mi fermo qui in zona a fare la quotidiana passeggiata di mezz’oretta, mi trovo nella valle vicino ad un monastero. Cuffiette con la musica giusta e via, accanto ad alberi e brentelle.

Mi torna in mente un incontro di sabato sera scorso con un gruppo di ragazzi e ragazze ex-tossicodipendenti. Era stato (volutamente da parte mia e soprattutto per grazia di Dio) un colloquio “cuore a cuore”: gli avevo spiegato che la bocca parla solo alle orecchie, ma è il cuore che parla al cuore di chi ascolta. Gli avevo anche accennato alla differenza tra il sentimentalismo moderno e il “cuore” come lo intende san Francesco di Sales al centro dell’anima (mi dicevo, dove sono andato a impelagarmi?). Sorpresa: i giovani continuavano a guardarmi con occhi sbarrati, come ansiosi di abbeverarsi.

Poi in questi giorni c’è Laura appena nata, con papà Marco e mamma Cristina: una nuova vita dolcissima ma già tenace. Il giorno prima l’anniversario di matrimonio di papà e mamma.

Tante cose che avevano bisogno di esprimersi, di esplodere. Da qui le righe che seguono.

NB Per il titolo, grazie ad Alessandra, che per prima me l’ha sentita declamare e mi ha detto: “le tue parole mi entrano nella pelle” e mi ha ricordato il versetto che dai tempi della sua conversione la “perseguita”. Ed ecco il titolo.

Chi semina nelle lacrime, 
mieterà nella gioia (Sal 126,5)

Di gioia o disperazione,
travaglio del parto o lutto,
lacerazione o scoperta:
lacrime.
Fluiscono dagli occhi,
ma sgorgano dal cuore,
il più intimo del mio intimo.
In contatto con Dio
e come nuovo battesimo
ti permettono di rinascere.
Le mie lacrime nell’otre tuo raccogli,
Signore, Signora,
non sono forse scritte nel tuo libro? (Sal 56,8)
Beato l’uomo, fortunata la donna
che delle lacrime il sapore non ha dimenticato.
Benedetto il sacerdote che al lutto
proprio e altrui non ha fatto il callo,
ma di lacrime e dolore ancora risuona

Parafrasi e spiegazione

Alessandra, che mi ha suggerito il titolo, ha sofferto e pianto tanto tanto. Dalla sua prima “vera” confessione (dopo i casini combinati e subiti), la sua vita è cambiata ed ha cominciato pian piano, tra alti e bassi, a sperimentare cosa significhino le parole gioia, pace del cuore, serenità… E spessissimo, quando apre la Bibbia per la meditazione quotidiana, si ritrova davanti queste parole.
Al centro (anche grafico) della poesia stanno le lacrime. Esiste qualcuno che non abbia mai pianto? Non credo proprio. Esiste qualcuno, specie adulto, che non si ricorda più l’ultima volta che ha pianto? Qualcuno mi ha detto di sì, che non si ricorda.
Conosco le lacrime di gioia, di liberazione (che è ben più dello sfogo). Ho sperimentato le lacrime di disperazione, quando sei veramente nei casini e sembra che non possa esistere sulla faccia della terra una via d’uscita.
Vengo dai giorni della nascita di Lauretta: un travaglio dalle 7.00 di mattina alla nascita alle 18.21 con parto cesareo. E ho visto la mamma Cristina distrutta (e al tempo stesso felicissima e fiera).
Per un sacerdote che presiede a tanti funerali, che senso hanno le lacrime del lutto? Auguro ad ogni ministro di Dio di non congelare mai i sentimenti e di trovare, almeno a volte, anche lui il coraggio di piangere per la scomparsa della persona cara.
Lacrime di lacerazione: mi sento tirare da tutte le parti. E che fare??? Piangere. E poi avere la pazienza lasciarsi aiutare a sganciare i legami non sani.
Lacrime di scoperta. Queste sì che sono le “vere” lacrime. Non perché le altre non lo siano, ma perché ci rendono possibile nella vita quasi quotidiana l’esperienza irripetibile della mamma che soffre terribilmente… ma finisce per gioire. Per me, le lacrime della scoperta sono come il mio arrivo a punta Kennedy dopo la salita del ghiacciaio del Ventina: ero con mio papà e un amico giapponese. L’ultima parte della salita l’ho fatta “da primo”: dopo l’ultima nevicata nessuno vi era passato quindi la neve era perfettamente vergine. Salita sul dorso, crestina, roccette finali e l’arrivo in vetta. La soddisfazione, “far sicura” agli altri che seguono e il panorama. Sinceramente non ricordo se ho versato lacrime materiali, ma tutto questo è quanto chiamo lacrime di scoperta. È come quando ti arrabatti per settimane, mesi, anni… con un problema e non riesci a venirne fuori. E una mattina, non si sa come, le nubi si diradano. Il sole è tornato. Le lacrime sgorgano.
La differenza tra gli occhi e il cuore credo che sia evidente a tutti. Attenzione solo che per “cuore” intendo quello biblico, quello di san Francesco di Sales: il luogo dell’autentico incontro tra te e Dio. “Va dove ti porta il cuore” è una bella frase, un invito allettante: basta che per “cuore” non si intenda l’istinto (che a volte, anche negli uomini e nelle donne, è più vicino agli animali che agli angeli). Mi viene in mente l’immagine del cuore come un pezzo di ghiaccio che – certamente per dono di Dio e con la collaborazione delle persone buone che ti vogliono bene – si scioglie e torna a pulsare per vivere e amare.
L’intimo. Ti prego, non aver paura a guardare dentro di te, scusa il gioco: anche le ferite più sofferte possono diventare feritoie di luce. La luce… quella vera del vangelo di Giovanni.
Essere prete richiede dei sacrifici. Che a volte diventano macigni o bocconi troppo grandi e amari per essere inghiottiti. Ma quando inizi (meglio, impari molto gradualmente) a confessare – almeno per me – tutto prende un significato. Senza svelare segreti, pensa a quando una persona trova il coraggio (grazia di Dio) di guardare al suo punto dolente fondamentale… e piange, mettendoci dentro tutto quello che ho scritto sinora. Io, dopo l’adeguato silenzio, sono abituato a ripartire dicendo: “Lo sai che oggi sei una persona nuova, che sei nato/a di nuovo”? I padri della Chiesa paragonavano le lacrime di conversione all’acqua del battesimo: rigenera veramente.
Quando ho letto la proposta di un dizionario laico, che non pensava assolutamente a quel versetto del salmo, di far derivare úter (otre) da úterus (femminile) sono rimasto allocchito. Prova anche tu a rileggere quei due versetti effettuando la sostituzione. Dio come una mamma. Non più solo “Signore”, ma “Signora”. E le lacrime che…
Sconvolgente.
Patrizia: “Le lacrime che non scendono si incrostano sul cuore”.