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Da Giulia Tanel (NuovaBussolaQuotidiana). “Mostrami l’amore”, così si parla di (vera) affettività

Nel nostro contesto ipersessualizzato e pornografico, dove si moltiplicano i corsi che riducono la sessualità a mero “tecnicismo”, è importante formare una cultura affettiva sana che coinvolga i genitori come primi responsabili dell’educazione dei figli. Con questi scopi nascono i cinque sussidi di Mostrami l’amore, rivolti a diverse fasce d’età e intesi a trasmettere tanti insegnamenti oggi ignorati.

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Sant’Agostino. Omelia su “Li amò sino alla fine”

Li amò sino alla fine.

Cristo stesso è il fine: non in senso di arresto ma di compimento: fine in senso di meta, non in senso di morte. E così Cristo, che si è immolato, è la nostra Pasqua, perché in lui si compie il nostro “passaggio”.

1. La cena del Signore narrata da Giovanni merita di essere col suo aiuto spiegata e commentata con particolare cura. Noi cercheremo di farlo secondo la capacità che il Signore stesso ci avrà concesso. Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13, 1). Pasqua, fratelli, non è, come alcuni ritengono, una parola greca, ma ebraica; ma è sorprendente la coincidenza di significato nelle due lingue. Patire, in greco, si dice , per cui si è creduto che Pasqua volesse dire Passione, come se questa parola derivasse appunto da patire; mentre nella sua lingua, l’ebraico, Pasqua vuol dire “passaggio”, per la ragione che il popolo di Dio celebrò la Pasqua per la prima volta allorché, fuggendo dall’Egitto, passò il Mar Rosso (cf. Es 14, 29). Ora però quella figura profetica ha trovato il suo reale compimento, quando il Cristo come pecora viene immolato (cf. Is 3, 7), e noi, segnate le nostre porte col suo sangue, segnate cioè le nostre fronti col segno della croce, veniamo liberati dalla perdizione di questo mondo come lo furono gli Ebrei dalla schiavitù e dall’eccidio in Egitto (cf. Es 12, 23); e celebriamo un passaggio sommamente salutare, quando passiamo dal diavolo a Cristo, dall’instabilità di questo mondo al solidissimo suo regno. E per non passare con questo mondo transitorio, passiamo a Dio che permane in eterno. Innalzando lodi a Dio per questa grazia che ci è stata concessa, l’Apostolo dice: Egli ci ha strappati al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell’amor suo (Col 1, 13). Sicché, interpretando la parola Pasqua, che, come si è detto, in latino si traduce “passaggio”, il santo evangelista dice: Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre. Ecco la Pasqua, ecco il passaggio! Passaggio da che, e a che cosa? Da questo mondo al Padre. Nel Capo è stata data alle membra la speranza certa di poterlo seguire nel suo passaggio. Che sarà dunque degli infedeli e di tutti coloro che sono estranei a questo Capo e al suo corpo? Non passano forse anch’essi, dal momento che non rimangono qui? Passano, sì, anch’essi; ma una cosa è passare dal mondo e un’altra è passare col mondo, una cosa passare al Padre e un’altra passare al nemico. Anche gli Egiziani infatti passarono il mare, ma non lo attraversarono per giungere al regno, bensì per trovare nel mare la morte.

[L’amore lo condusse alla morte.]

2. Dunque, sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Sì, li amò perché anch’essi, da questo mondo dove si trovavano, passassero, in virtù del suo amore, al loro Capo che da qui era passato. Che significa infatti sino alla fine se non fino a Cristo? Cristo – dice l’Apostolo – è il fine di tutta la legge, a giustizia di ognuno che crede (Rm 10, 4). Cristo è il fine che perfeziona, non la fine che consuma; è il fine che dobbiamo raggiungere, non la fine che corrisponde alla morte. E’ in questo senso che bisogna intendere l’affermazione dell’Apostolo: La nostra Pasqua è Cristo che è stato immolato (1 Cor 5, 7). Egli è il nostro fine, e in lui si compie il nostro passaggio. Mi rendo conto che questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte, credendo che questo sia il significato dell’espressione: li amò sino alla fine. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte. Se perfino quel ricco superbo ed empio anche dopo la morte continuò ad amare i suoi cinque fratelli (cf. Lc 16, 27-28), si potrà pensare che Cristo ci abbia amato soltanto fino alla morte? No, o carissimi, non sarebbe, col suo amore, arrivato fino alla morte, se poi con la morte fosse finito il suo amore per noi. Forse l’espressione li amò sino alla fine va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro, secondo la sua stessa dichiarazione: Non c’è amore più grande, che dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). L’espressione dunque li amò sino alla fine, può avere questo senso: fu proprio l’amore a condurlo alla morte.

3. E fatta la cena, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, il proposito di tradirlo, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava, Gesù si leva da mensa, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto (Gv 13, 2-5). Non dobbiamo intendere quel “fatta la cena” nel senso che la cena fosse già consumata e terminata; si cenava ancora, quando il Signore si alzò e lavò i piedi ai discepoli. Di fatti poi si rimise a tavola, e più tardi porse il boccone al suo traditore; sicché la cena non era ancora terminata, se in tavola c’era ancora del pane. Fatta la cena vuol dire che essa era pronta ed era in tavola per essere consumata dai commensali.

[Giuda venditore del Redentore.]

4. Ma continuiamo: Quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, il proposito di tradirlo. Forse domandi che cosa era stato messo in cuore a Giuda; appunto questo: il proposito di tradirlo. Si tratta di una suggestione spirituale, che non avviene attraverso l’orecchio ma attraverso il pensiero, e quindi non materialmente ma spiritualmente. Infatti ciò che si dice spirituale, non sempre si deve intendere in senso positivo. L’Apostolo ci parla di spiriti del male che abitano nelle regioni celesti, contro i quali noi, dice, siamo in lotta (cf. Ef 6, 12); e non vi sarebbero influssi spirituali malefici se non esistessero spiriti maligni. Il termine spirituale deriva infatti da spirito. Ma chi può dire come avviene questo fenomeno, che le suggestioni diaboliche possono penetrare in fondo al cuore umano e mescolarsi ai suoi pensieri, tanto che l’uomo è indotto a considerarle proprie? Non v’è dubbio che anche le buone suggestioni, derivanti dallo spirito buono, seguono una via altrettanto segreta e spirituale. L’importante è il consenso che la coscienza darà a quelle buone o a quelle cattive, alle prime se soccorsa dall’aiuto divino, alle seconde se privata per sua colpa del medesimo aiuto. Il diavolo aveva dunque già operato nel cuore di Giuda istigando il discepolo a tradire il Maestro, non avendo Giuda saputo riconoscere Dio in lui. Giuda era andato alla cena col proposito di spiare il Pastore, di insidiare il Salvatore, di vendere il Redentore. Con tale animo si era presentato alla cena: Gesù vedeva e tollerava, e Giuda credeva di poter nascondere le sue intenzioni, ingannandosi sul conto di colui che voleva ingannare. Frattanto Gesù, che ben leggeva nel cuore di Giuda, a sua insaputa si serviva di lui per i propri disegni.

5. Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani. Quindi anche il traditore stesso. Se infatti non avesse avuto in mano anche lui, non avrebbe potuto servirsene come voleva. Il traditore quindi era già stato consegnato nelle mani di colui che egli intendeva tradire; così col tradimento si accingeva a compiere un male che, a sua insaputa, si sarebbe convertito in bene ad opera della stessa vittima del suo tradimento. Il Signore infatti sapeva molto bene che cosa doveva fare per gli amici, egli che pazientemente si serviva dei nemici; e il Padre gli aveva dato in mano tutte le cose, in modo che si servisse di quelle cattive per mandare ad effetto quelle buone. Inoltre sapeva che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava, e come non aveva lasciato Dio quando da Dio era venuto a noi, così non avrebbe lasciato noi, quando sarebbe tornato a Dio.

6. Sapendo dunque tutte queste cose, si alza da tavola, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto. Dobbiamo, o carissimi, considerare diligentemente l’intenzione dell’evangelista. Accingendosi a parlare della profonda umiltà del Signore, ha voluto prima richiamare la nostra attenzione alla sua grandezza. E’ per questo che dice: Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava. Avendogli dunque il Padre dato tutto nelle mani, egli si mette a lavare, non le mani ma i piedi dei discepoli: pur sapendo di essere venuto da Dio e di tornare a Dio, compie l’ufficio non di Dio Signore ma di uomo servo. Era con l’intenzione di sottolineare l’umiltà di Cristo che l’evangelista ha voluto parlare prima del suo traditore, che era venuto avendo già quel proposito ben conosciuto dal Signore; e questo particolare mostra come il Signore sia giunto al massimo dell’umiltà, non disdegnando di lavare i piedi a colui le cui mani già vedeva impegnate in sì grande delitto.

[La sua passione per la nostra purificazione.]

7. Ma perché meravigliarsi che si sia alzato da tavola e abbia deposto le vesti colui che, essendo nella forma di Dio, annientò se stesso? E che meraviglia se prese un panno, e se ne cinse, colui che prendendo la forma di servo è stato trovato come un uomo qualsiasi nell’aspetto esterno (cf. Fil 2, 6-7)? Che meraviglia se versò acqua nel catino per lavare i piedi dei discepoli colui che versò il suo sangue per lavare le sozzure dei peccati? Che meraviglia se col panno di cui si era cinto asciugò i piedi, dopo averli lavati, colui che con la carne di cui si era rivestito sostenne il cammino degli Evangelisti? Per cingersi di un panno depose le vesti che aveva; mentre, per prendere la forma di servo, quando annientò se stesso, non depose la forma che aveva ma soltanto prese quella che non aveva. Si sa, che per esser crocifisso fu spogliato delle sue vesti e, morto, fu avvolto in un lenzuolo; e tutta la sua passione è la nostra purificazione. Nell’imminenza quindi della passione e della morte, ha voluto rendere questo servizio, non solo a quelli per i quali stava per morire, ma anche a colui che lo avrebbe tradito per farlo morire. Tanto importante è per l’uomo l’umiltà, che la divina maestà ha voluto raccomandarla anche con il suo esempio. L’uomo superbo si sarebbe perduto per sempre, se Dio non fosse venuto a cercarlo umiliandosi. E’ venuto infatti il Figlio dell’uomo a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10). L’uomo si era perduto per aver seguito la superbia del tentatore; segua dunque, ora che è stato ritrovato, l’umiltà del Redentore.

Dal Corriere della Sera. I sogni dei bambini in ospedale realizzati nel ricordo di Giulia

La giovane di Bergamo, scomparsa a 14 anni, ha ispirato la onlus «conGiulia». Il vescovo di Bergamo sta avviando la causa di beatificazione

Voi non conoscete la storia di Giulia. Giulia che crede nei sogni. Giulia che non si lascia mai andare. Giulia che sfida il tumore. Giulia che non ha paura. Giulia che piange da sola. Giulia che si arrabbia con Dio. Giulia che non può fare a meno di Dio. Giulia che crede nella vita. Giulia che commuove i medici. Giulia che incoraggia i genitori. Giulia che immagina il paradiso come nei cartoni animati. Giulia che lancia in aria la parrucca e va incontro alla morte con il sorriso, perché ha due finali da scrivere: uno senza malattia e l’altro con il Signore e comunque vada, dice, sono entrambi bei finali. Ecco, la sua storia, comincia qui. Dal coraggio di vivere. E da un ponfo sulla mano, un piccolo gonfiore che sembra una puntura di tafano. E invece è un rabdomiosarcoma alveolare. Uno spietato killer. Giulia ha appena dodici anni, ha fatto da poco la Cresima, la sua estate al mare è un’estate felice fino al 2 settembre 2009. La diagnosi è un brivido: non sarà una passeggiata, dicono i medici.

Nella casa di Bergamo, un condominio in fondo al sentiero di via Elba, dietro la ferrovia, il papà e la mamma raccontano i primi giorni in ospedale, la chemio e gli esami che non vanno: ci sono porte che a dodici anni si aprono sulla vita, per Giulia si aprono solo dalla parte sbagliata. Sara e Antonio Gabrieli hanno gli occhi umidi, come il giorno in cui lei li ha presi per mano dicendo che se la sarebbe giocata, che non si può passare la giornata a lamentarsi, che «ci sono persone che stanno peggio di noi…». Il tumore non è una cosa alla quale si pensa tutti i giorni, però ci sono i medici, i farmaci, le cure che potrebbero funzionare. E comunque c’è sempre quel Signore lassù, anche lui qualcosa potrebbe fare. «Intanto mi hanno messa in un letto al secondo piano invece che allo zero, ed è già tanto», scrive sul diario. Così è più vicina al cielo.

Nel salotto ci sono foto, libri, ricordi. Come se Giulia non fosse mai andata via. Davide, il fratello gioca alla playstation. La nonna cucina. Sara e Antonio Gabrieli dicono che la figlia ha fatto del quotidiano lo straordinario e ha trasformato lo straordinario in normalità. Oggi testimoniano loro questa forza di vivere: incontri, dibattiti, una onlus, vanno dove c’è bisogno di speranza e di fiducia. «Giulia è una bella pianta che è cresciuta da sola. Noi l’abbiamo lasciata crescere e oggi continuiamo a camminare con lei».

Sul tavolo c’è un pieghevole con l’immagine di Gesù e dentro una preghiera, un ringraziamento a Dio. L’ha finito nel suo letto a casa, poi se n’è andata: era il 19 agosto 2011. Aveva 14 anni e voleva lasciare dei segni forti, accidenti a lei. Ne ha lasciati tanti. Ai medici del reparto di oncoematologia dei Riuniti di Bergamo, per esempio, i supereroi, come li chiamava, che salvano la vita a tutti, anche agli sconosciuti. Era lei a fargli forza contro l’alieno, quando l’insofferenza ai farmaci la faceva stare malissimo.«Voi mi consolate nei momenti più difficili e rimanete con me finché non mi tranquillizzo. Siete grandi». È riuscita persino ad abbracciarli quando dovevano comunicargli che c’era una maledetta recidiva.«Se ce l’ho fatta con la prima chemio posso farcela anche con la seconda…».

Un altro segno lo ha lasciato per i compagni di scuola: non smettere mai di sognare. Lei sognava di diventare medico, di essere utile alle persone che soffrono. Era brava Giulia. Pagella super, gran talento per la scrittura. Il secondo e il terzo anno delle medie li ha fatti con il pigiama addosso. Poi ci sarebbe stato il liceo. Con l’amica Chiara, ovviamente. Dividevano tutto, dall’asilo, alle elementari, alle vacanze. Insieme anche all’esame di terza media. Giulia l’ha strappato alla sofferenza e ai dati clinici. Con la tesina sulla Shoah la commissione si è alzata in piedi : standing ovation.

Ma alla fine il segnale più forte l’ha dato vincendo la paura, facendo coraggio agli altri, ringraziando tutti per quello che ha ricevuto. «Purtroppo non riuscirò a ripagarvi di questo», ha lasciato scritto. Spiazzava i luoghi comuni, sorprendeva sempre. Era felice per una gita a Eurodisney e un viaggio a Medjugorje: evasione e preghiera, senza complessi di colpa. «Manifestava la sua gioia in entrambi i casi con la stessa intensità», ricorda il padre. A Medjugorje c’è tornata una seconda volta: compiva quattordici anni, ma era già adulta.

Non è facile riuscire a dire che il tempo passato in un letto d’ospedale tra siringhe e dolori non è un tempo perduto, sottratto a un’età spensierata. O riempire i momenti di sconforto pensando a chi sta ancora peggio di te, perché non ha una famiglia, non ha amici, non ha nessuno. Giulia ce l’ha fatta. Ha accettato la malattia. Ha cercato risposte logiche, umane. Si è interrogata su Dio. Poi ha fatto squadra con lui e ha concluso, per noi che stiamo da questa parte, che non c’è niente che non valga la pena vivere: anche quando stai male c’è una luce che ti porti dentro. Diceva alla mamma: «Ognuno ha un Dio, c’è un Dio per tutti». Vengono in mente le parole di Dietrich Bonhoeffer, il teologo vittima del nazismo che dialoga con Dio e trasforma la sua fine in un nuovo inizio. «Sono solo ma tu non mi abbandoni… Non capisco le tue vie, ma tu sai qual è la mia strada».

Lei non era teologa, ma al Signore dava lo stesso del tu. In un video che da anni gira anche sulla rete sembra parlare a una platea immaginaria: «Dio è come un padre che ci prende per mano e ci aiuta a superare gli scalini troppo alti». Il papà e la mamma non sanno dove trovasse tanta forza. La fede, certo. Ma a volte non basta. «Giulia aveva una misteriosa forza di attrazione», commenta il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi. Proprio lui fra qualche giorno avvierà la causa di beatificazione. In una terra di devozione, di papi e di santi affiora l’idea di un’altra santità, che non è quella del martirio o dell’eccezione. È una santità normale, che passa attraverso una ragazza che nonostante la malattia ha continuato ad essere se stessa e a sognare. Il processo sarà lungo e complesso. Serve l’autorizzazione della Congregazione delle cause dei santi, poi la raccolta delle prove e delle testimonianze. E serve soprattutto un miracolo accertato.

Uno c’è già. In sette anni Giulia è riuscita a far sognare molte persone. A dare speranza, sentimento che in tempi difficili ha ancora più valore. È nata con lei, dalla sua forza di non arrendersi, «conGiulia», una onlus che si rivolge alle scuole e al mondo della sanità per dare spazi di normalità ad altri bambini malati, che vivono per mesi e a volte anni nelle corsie d’ospedale. L’ultimo progetto trasforma il sogno in una fotografia e prima ancora in una rappresentazione scenica. Settimio Benedusi, il fotografo, ha allestito un set nell’ospedale di Bergamo, dove un diario di bordo raccoglie i pensieri di tutti, pazienti, medici e infermieri.

Massimo Provenzi, il direttore del reparto di Oncoematologia, racconta che l’incontro con Giulia l’ha aiutato a migliorare il rapporto medico-paziente: alla cura servono empatia e umanità e quella ragazzina ne aveva da vendere. Grazie a lei è nata anche la scuola estiva per i piccoli degenti. «Aveva questo in testa — ricorda il padre — mi ripeteva sempre: la malattia non va in vacanza, perché la scuola sì?». Se vuoi capire il valore della vita, diceva Gianni Bonadonna, il grande medico dell’Istituto tumori, entra in un reparto di oncologia pediatrica. Lì si misura la forza della speranza, del coraggio e dell’umanità. Da lì sono cresciuti giovani capaci di sognare, come quelli che hanno scritto la canzone «Palle di Natale» e realizzato un fumetto mettendosi nei panni dei supereroi. Da analoghi reparti e dalla Fondazione Magica Cleme, a Milano, sono partiti i ragazzi e le ragazze del Bullone, che hanno realizzato un sogno con un giornale e un laboratorio di moda. E dal letto di un’oncologia pediatrica Giulia ha chiesto agli amici di Bergamo di far vivere i sogni. Come se fossero ancora i suoi. Missione compiuta.

11 marzo 2019 (modifica il 12 marzo 2019 | 18:01)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore: Giangiacomo Schiavi

Fonte:https://www.corriere.it/buone-notizie/19_marzo_11/i-sogni-bambini-ospedale-realizzati-ricordo-giulia-d33ceb1e-43e4-11e9-bcde-19097826363a.shtml

Dal Caffè di M. Gramellini. “Il padre eterno”

Quando ha saputo che gli rimanevano pochi mesi di vita, Andrea Bizzotto ha subito pensato a sua figlia Giulia, di due anni. A come si sarebbe arrabbiata nel non trovarlo più. Un orfano si sente tradito ed è impossibile guarirlo dal sospetto che chi lo ha lasciato non gli volesse bene. Così Andrea ha scritto un libro per spiegare a Giulia chi era suo padre e quanto l’amasse, ha inciso dei nastri perché lei potesse conoscere la sua voce, le ha preparato lettere numerate da aprire in occasione dei prossimi compleanni. Ma rispetto agli uomini del passato Andrea aveva a disposizione uno strumento in più per eternarsi, Instagram, e lo ha usato come di solito nessuno fa, offrendo di se stesso un ritratto non edulcorato. Davanti al futuro sguardo della figlia, ha squadernato luci e ombre: il suo gelato preferito alla nocciola e le flebo in ospedale, la chitarra Stratocaster e le lastre dei polmoni, i baci con la moglie e la testa pelata, la gioia per Giulia che entra al nido e la speranza di poterla accompagnare al primo giorno di scuola, la bellezza di un panorama lacustre e la stizza per un destino incomprensibile. Fino all’ultimo selfie, scattato dopo una notte di dolore e di morfina. Fino all’ultimo post, il disegno di un fiore che si inerpica in cielo: «Ci vediamo dalla mia stella». Andrea Bizzotto aveva trentatré anni e se n’è andato con la certezza che sua figlia saprà che ci è stato.

Fonte: https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_marzo_02/padre-eterno-d6a3706e-3c70-11e9-8da9-1361971309b1.shtml

Da Notizie pro vita. Da abortista a pro life: la storia di Abby nel film Unplanned

I lettori più assidui di Pro Vita sicuramente conosceranno la storia di Abby Johnson, che da direttrice di una clinica abortista di Planned Parenthood è divenuta fervente attivista pro lifeAbbiamo già parlato della sua storia che la vide protagonista di un arduo faccia a faccia con il caposaldo dell’abortismo seriale: il profitto. Quando cominciò a nutrire serie perplessità sui dati relativi ai “servizi” della sua clinica, che vedevano gli aborti salire e il sostegno alla maternità stagnare, ne parlò col suo superiore, ricevendo questa risposta: «Abby, devi avere chiare le tue priorità. La tua priorità deve essere l’aborto, perché lì ci sono i soldi».

Chiaramente la decisione di abbandonare quel mondo non giunse istantanea, per un insieme di ragioni facilmente intuibili, ma nel giro di un mese Abby rinunciò coraggiosamente a una posizione che le garantiva lauti guadagni per abbracciare la causa della vita, cominciando dalla collaborazione con la Coalition for Life che operava proprio all’esterno della sua clinica…

La straordinaria vicenda di Abby Johnson è ora racchiusa in un film ispirato al suo libro, Unplanned (letteralmente: non pianificato). L’associazione 40 Days for Life ha colto l’occasione e sabato 9 febbraio darà la possibilità di vedere in anteprima ufficiale il film Unplanned a Londra; film che ovviamente non sarà distribuito nel Regno Unito (e chissà in quanti altri Paesi) e quindi si tratterà dell’unica opportunità di vederlo prima che esca in Dvd. Sarà presente Shawn Carney, attore del film, che terrà un intervento dopo la proiezione. All’inizio della giornata ci sarà una conferenza dal titolo Dentro l’industria dell’aborto, di Sue Thayer, che per 15 anni ha lavorato come manager del centro per aborti, ma ora è un avvocato pro vita e direttore di Outreach per 40 Days for Life. Il suo intervento racconterà alcuni dei segreti meno noti del lavorare per Planned Parenthood.

Ottima iniziativa dell’associazione 40 Days for Life, alla quale auguriamo la più ampia diffusione. Chi fosse residente a Londra o avesse amici o parenti da quelle parti, può considerare questo evento per trascorrere un week end nel più autentico spirito pro life.
La prenotazione del biglietto si può fare qui.

Redazione Pro vita

Spunti di meditazione sulle Letture di domenica 20 gennaio 2019

  1. Dio che accoglie la persona umana come sposo/sposa
  2. Diversi doni nella Chiesa, tutti da Dio e in funzione della sua gloria
  3. Durante le nozze di Cana, Gesù manifesta la sua gloria e i suoi discepoli gli credono

Il contesto nuziale è quello migliore, il più adatto per lasciar rivelare l’amore di Dio per ciascuna persona.

Il matrimonio, quindi, rappresenta un dono (e una responsabilità) straordinaria: rivelare Dio, svelare la sua bontà infinita.