image_pdf

La “Madre Moretta”

Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro il 1° 2000 fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

“La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei… Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

“Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

La Chiesa la ricorda l’8 febbraio mentre nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 9 febbraio.
 


Autore: Cristina Siccardi

Fonte:http://www.santiebeati.it/dettaglio/40025

Spunti di commento alle Letture del 13 gennaio 2019: Battesimo del Signore

“Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio” (Isaia 40,1)

Tutti indubbiamente abbiamo bisogno di essere consolati. Ma forse a volte cerchiamo di alleviare la sofferenza attraverso dei mezzi solo umani, che non possono appagare fino in fondo la nostra sete di felicità e soprattutto permetterci di rispondere al progetto d’amore di Dio per noi.

Quindi, veramente, cerchiamo consolazione nel Signore?

Queste parole, e tante altre simili, le abbiamo già sentite in Avvento. Con le feste del Natale, queste parole hanno dimostrato la loro verità o sono passate come se nulla fosse?

Vangelo: Luca 3,16-16.21-22

“In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». 
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».”

“Il popolo era in attesa”

Da una parte, interroghiamoci sulle nostre attese più autentiche e profonde… Noi, attendiamo il Messia oppure ben altro?

Dall’altra, siamo invitati dalla sapienza della Chiesa nella liturgia a legare l’attesa di un futuro migliore, alla certezza (di un passato che non svanisce, vedi la seconda Lettura) della salvezza donata in Cristo, una volta per tutte e per tutti.

“Spirito Santo e fuoco”

Ora il Battesimo non è solo promessa, ma realizzazione in Dio.

“Il cielo si aprì”

La Trinità intera si lascia coinvolgere, è la prima a prendere l’iniziativa nella storia umana.

“Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”

Questa bellissima espressione si rivolge e si applica a Gesù, alla Chiesa intera, a ciascuno di noi.

Qui troviamo l’unica e vera consolazione.

Quindi:

  1. Il “vestito” come difesa dall’altro, perché non mi fido del suo amore: vedi Adamo ed Eva originariamente nel paradiso terrestre, appena creati.
  2. Onora il padre e la madre.
  3. Amare l’altro per quello che è, non per quanto mi consola.
  4. Diventare noi stessi fonte di consolazione.

Spunti per la meditazione di domenica 15 aprile 2018

Testimoni: “martiri”, gioiosi portatori di un bene ricevuto (quando uno di voi ha ricevuto un regalo, ha stretto una nuova amicizia, si è riconciliato con qualcuno… glielo si legge negli occhi e in tutta la vitalità dello spirito e del corpo)

 

Luca 24,35-48.

 

Che cosa, oggi, il giovane e il grande cristiano può testimoniare, come acqua che trabocca da bicchiere sotto la fonte?

  1. L’incontro con Gesù nell’Eucaristia. Conosco qualcuno che dice di voler bene ad una persona, ma poi arriva tardi agli appuntamenti, si fa aspettare, magari non viene proprio. Di che tipo di amicizia, di amore si tratta? Sicuramente molto fragile.

Per noi si tratta dell’appuntamento alla Santa Messa domenicale o con Gesù nella preghiera quotidiana.

  1. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti”. La gioia. Un santo diceva che “un cristiano triste, è un tristo santo”, cioè gli manca qualcosa. Un piccolissimo segreto: più importanti e profonde sono le realtà per cui gioite, più la gioia sarà autentica, profonda e duratura.
  1. “Il girotondo dei santi” (Vedi Giudizio universale del Beato Angelico). C’è Dio Padre che pensa con benevolenza a noi; c’è il Figlio Gesù che ci ama da morire; lo Spirito Santo Amore che ci dona intelligenza e forza per compiere le scelte giuste. Ci sono poi i santi, ad esempio quelli dei vostri nomi. Vi affidate a loro ogni giorno? Papa Francesco, nei giorni scorsi ha scritto un importante documento in cui parla dei “santi della porta accanto”, quelle persone che molto probabilmente non saliranno mai alle glorie degli altari, ma – anche con la loro semplice presenza – rendono più bella la vita. Sono gli amici che ascoltano e anche perdonano; sono le mamme dal bel sorriso; i papà che dopo una giornata o una settimana di lavoro invocano da Dio la gioia di giocare con i propri figli, sono tutti coloro che fanno del bene nelle nostre comunità.

In un mondo in cui tutto sembra violenza, egoismo, orgoglio, lotta senza fine… il Signore Gesù ci aiuti ad essere il germoglio, un campo fiorito di vera fede, speranza, carità. Di gioia vissuta nel Signore.

Domenica del Battesimo del Signore Gesù

Oggi desidero consegnarti una parola speciale, che esprima il cuore del messaggio del vangelo ad un uomo-donna che viva nel nostro mondo secolarizzato:

«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»

Perché questo messaggio risultasse vero e aderente alla vita, in ogni suo momento, anche in quelli più dolorosi, Gesù è stato disposto ad amarci da morire.

Sono parole dette a te con tutta la tenerezza e la forza che l’amore può avere.

Il nostro è un mondo in cui le voci che risuonano più forti gridano:

“Tu non sei buono, sei brutto; sei indegno; devi solo dimostrare che vali; vale il giudizio tagliente e senza remissione; concorrenza sfrenata”

 

Quando si dà ascolto alle voci che ci chiamano indegni e non amabili, allora il successo, la popolarità e il potere sono facilmente percepiti come soluzione attraente.

Quindi:

  • Rifiuto di noi stessi; non sono buono, mi merito di essere messo da parte, dimenticato, rifiutato, abbandonato
  • Arroganza: mettere me stesso su di un piedistallo, per evitare di essere visto come io mi vedo

 

La sofferenza più profonda nasce dal non sentirmi profondamente benvenuto nell’esistenza umana. Anche se mi è sempre stato detto di essere l’amato, era come se qualcosa, dentro di me, si rifiutasse di ascoltare la voce che proviene dalla parte più profonda e autentica del mio essere e che dice: “Tu sei l’amato, in e mi sono compiaciuto”

 

Invece: “Dimostra che sei degno di qualcosa, fai qualcosa di significativo, spettacolare o potente, e allora potrai guadagnare l’amore che desideri”

 

In verità, tante volte sono stato elogiato, ricompensato, amato… ma sotto sotto rimaneva l’interrogativo: “Se tutti quelli che mi coprono di tanta attenzione potessero vedere e conoscere la parte più intima di me stesso, mi amerebbero ancora?”

 

Non stai sperando anche tu, come me, che qualche persona, cosa o evento possano darti quel sentimento definitivo di intima pace e gioia che tu desideri? Quante volte pensi “forse questo viaggio, questo libro, questa idea, questa serie di eventi, questo lavoro o questa relazione porterà a compimento il mio desiderio più profondo”… Finché rimani nell’attesa di questo misterioso momento, andrai avanti correndo alla cieca, sempre ansioso e senza pace, sempre febbrile e furioso.

 

Ma io e te siamo in realtà AMATI DI UN AMORE INFINITO, SENZA CONDIZIONI da parte di Dio; assai prima che chiunque potesse accoglierci o rifiutarci; amarci o disprezzarci. È Dio che dice “ovunque tu sia, io ci sarò; niente mai ci separerà”.

 

Cf. Isaia 43 «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare, poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore. Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita. Non temere, perché io sono con te; dall’oriente farò venire la tua stirpe, dall’occidente io ti radunerò».

 

Cf. Salmo 139: “Signore, tu mi scruti e mi conosci… Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte», nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce…  Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda… “

Questa voce è come una sorgente che sgorga nel deserto: da custodire come preziosa, di fronte a tutti i nemici, specialmente quelli interni a noi.

 

(Cf. H.M. Nouwen, Sentirsi amati. La vita spirituale in un mondo secolare, Queriniana, Brescia 2005)

 

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Intera Trinità si mette in gioco in modo che questa verità sia proclamata al mondo a riguardo di Gesù.

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Quello che voglio dirti oggi è che tu, proprio tu che sei distratto dalle preoccupazioni o assonnato perché il bimbo non ha dormito stanotte o il giovane figlio è rientrato ormai stamattina dalla discoteca, tu che sei preoccupato per il tuo matrimonio che va a rotoli…… tu (e lui) sei l’Amato.

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Sì, è quella voce, la voce che parla dall’alto o da dentro i nostri cuori, che sussurra dolcemente o dichiara con forza: “Tu sei l’amato, in te mi sono compiaciuto”.

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Non è certamente facile ascoltare quella voce in un mondo che ci assedia e pieno di altre voci che gridano: “Tu non sei buono, sei brutto, sei indegno, sei da disprezzare, non sei nessuno e non puoi dimostrare il contrario”

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Quando si dà ascolto alle voci che ci chiamano indegni e non amabili, allora il successo, la popolarità, il potere, la sessualità disordinata sono facilmente percepiti come soluzioni attraenti. Ma la vera trappola è il rifiuto di noi stessi.

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Vi chiedo perdono per tutte quelle volte in cui la Chiesa o la morale cristiana, invece di spiegare le vere ed evangeliche ragioni dell’agire moralmente bene, si è presa gioco di noi e di voi facendo leva solo sui sensi di colpa. Il senso di colpa è come sentirsi sporchi dentro, come avere una macchia che si lava ogni volta ad esempio con la confessione, ma che riemerge sempre (vedi Lady Macbeth). Il peccato autenticamente cristiano, invece, riguarda una relazione personale con Dio e con i fratelli: come un’amicizia interrotta, ma che un abbraccio, un “ti voglio bene”, a volte anche solo una telefonata può riallacciare. Il senso di colpa distrugge, rende aggrovigliati su se stessi; il perdono del peccato rialza, permette di crescere!

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Allora è proprio vero che l’intera Trinità si mette in gioco in modo che questa verità sia proclamata al mondo a riguardo di me, di te che ascolti, di ogni fratello e sorella che incontriamo…

 

Creature e Creatore. 12. Profumo di latte

Sto cercando una cosa che il radar della mia memoria ha localizzato nei cassetti e antina della libreria. Quando apro la porticina, come nei migliori cartoni animati in cui allo spalancarsi della porta dello sgabuzzino tutto precipita addosso al personaggio, gran parte del contenuto scivola sul pavimento. Evidentemente l’ultimo della famiglia che vi aveva rovistato, aveva poi ricacciato tutto dentro confidando nelle cerniere del battente. Sono album dalle svariate dimensioni e copertine, buste con negativi, foto sciolte, insomma l’archivio fotografico della nostra famiglia prima dell’avvento delle nuove tecnologie dove le immagini vengono salvate in chiavette, cd, dvd, clouds ecc ecc. Gli album che nel caos sono finiti sopra di tutto, sono i più vecchi, quelli con le foto dei miei figli neonati, i battesimi, le prime pappe, il primo Natale e compleanno.

Sfoglio quelle pagine ben ordinate a accuratamente datate e ritrovo immagini “dimenticate”. Sorrido guardando quei ricordi e dalla memoria riaffiora il profumo di latte che avevano i miei bambini, e che tutti i neonati hanno. Risento sotto le mie dita il velluto della loro pelle, il colorito di pesca matura, la morbidezza burrosa delle loro gambotte e braccine, la forza della loro manina nello stringere il mio indice così grande, i loro piedini scalcianti che baciavo e solleticavo per farli ridere.

Ma su tutto il ricordo del loro profumo di pulito, di fresco, di nuovo e, appunto, di latte.

Ritrovo immagini nelle quali li sto cullando o dormono tra le mie braccia abbandonati, “tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre”, così come prega il Salmo 130. Infatti, per rendermi concrete queste parole, ho sempre pensato ai momenti del sonno dei miei figli tra le mie braccia, nella loro tanto inconsapevole quanto connaturata totale fiducia verso di me e certezza che li avrei protetti e difesi da qualsiasi cosa fosse accaduta. Così doveva essere il mio rapporto con Dio “come bimbo svezzato è l’anima mia”.

Ma in questo momento di profondi ricordi di mamma intrisi di profumi e sensazioni tattili, capovolgo la situazione e penso a cosa può provare Dio. Se il mio abbraccio era così trabboccante amore, com’è quello di Dio Papà? Con quale sguardo di tenerezza mi guarda? Per Lui la mia pelle sarà sempre “di pesca” anche quando sarà increspata e raggrinzita? Sarò sempre morbida anche se indurita dalla vita? Mi terrà sempre forte anche quando scalcerò per trovare altre braccia che solo apparentemente mi possono sembrare più attraenti?

Ho una certezza: Dio Papà sentirà sempre il mio profumo di latte.

 

ekc2488n

Il Battesimo di Gesù, noi e il cosmo intero

«Tu sei il Figlio mio, l’amato: 
in te ho posto il mio compiacimento».
Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell’acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell’acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste.
Sono io che devo ricevere da te il battesimo (cfr. Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l’amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiate.

 Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo