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Papa Francesco sull’omelia

Chi tiene l’omelia deve compiere bene il suo ministero – colui che predica, il sacerdote o il diacono o il vescovo -, offrendo un reale servizio a tutti coloro che partecipano alla Messa, ma anche quanti l’ascoltano devono fare la loro parte. Anzitutto prestando debita attenzione, assumendo cioè le giuste disposizioni interiori, senza pretese soggettive, sapendo che ogni predicatore ha pregi e limiti. Se a volte c’è motivo di annoiarsi per l’omelia lunga o non centrata o incomprensibile, altre volte è invece il pregiudizio a fare da ostacolo. E chi fa l’omelia deve essere conscio che non sta facendo una cosa propria, sta predicando, dando voce a Gesù, sta predicando la Parola di Gesù. E l’omelia deve essere ben preparata, deve essere breve, breve! Mi diceva un sacerdote che una volta era andato in un’altra città dove abitavano i genitori e il papà gli aveva detto: “Tu sai, sono contento, perché con i miei amici abbiamo trovato una chiesa dove si fa la Messa senza omelia!”. E quante volte noi vediamo che nell’omelia alcuni si addormentano, altri chiacchierano o escono fuori a fumare una sigaretta… Per questo, per favore, che sia breve, l’omelia, ma che sia ben preparata. E come si prepara un’omelia, cari sacerdoti, diaconi, vescovi? Come si prepara? Con la preghiera, con lo studio della Parola di Dio e facendo una sintesi chiara e breve, non deve andare oltre i 10 minuti, per favore. Concludendo possiamo dire che nella Liturgia della Parola, attraverso il Vangelo e l’omelia, Dio dialoga con il suo popolo, il quale lo ascolta con attenzione e venerazione e, allo stesso tempo, lo riconosce presente e operante. Se, dunque, ci mettiamo in ascolto della “buona notizia”, da essa saremo convertiti e trasformati, pertanto capaci di cambiare noi stessi e il mondo. Perché? Perché la Buona Notizia, la Parola di Dio entra dalle orecchie, va al cuore e arriva alle mani per fare delle opere buone.

 

Udienza generale del 7 febbraio 2018

Il silenzio nella Santa Messa

Il silenzio non si riduce all’assenza di parole, bensì nel disporsi ad ascoltare altre voci: quella del nostro cuore e, soprattutto, la voce dello Spirito Santo. Nella liturgia, la natura del sacro silenzio dipende dal momento in cui ha luogo: «Durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 54). Dunque, prima dell’orazione iniziale, il silenzio aiuta a raccoglierci in noi stessi e a pensare al perché siamo lì. Ecco allora l’importanza di ascoltare il nostro animo per aprirlo poi al Signore. Forse veniamo da giorni di fatica, di gioia, di dolore, e vogliamo dirlo al Signore, invocare il suo aiuto, chiedere che ci stia vicino; abbiamo familiari e amici malati o che attraversano prove difficili; desideriamo affidare a Dio le sorti della Chiesa e del mondo. E a questo serve il breve silenzio prima che il sacerdote, raccogliendo le intenzioni di ognuno, esprima a voce alta a Dio, a nome di tutti, la comune preghiera che conclude i riti d’introduzione, facendo appunto la “colletta” delle singole intenzioni. Raccomando vivamente ai sacerdoti di osservare questo momento di silenzio e non andare di fretta: «preghiamo», e che si faccia il silenzio. Raccomando questo ai sacerdoti. Senza questo silenzio, rischiamo di trascurare il raccoglimento dell’anima.

Il sacerdote recita questa supplica, questa orazione di colletta, con le braccia allargate è l’atteggiamento dell’orante, assunto dai cristiani fin dai primi secoli – come testimoniano gli affreschi delle catacombe romane – per imitare il Cristo con le braccia aperte sul legno della croce. E lì, Cristo è l’Orante ed è insieme la preghiera! Nel Crocifisso riconosciamo il Sacerdote che offre a Dio il culto a lui gradito, ossia l’obbedienza filiale.

Nel Rito Romano le orazioni sono concise ma ricche di significato: si possono fare tante belle meditazioni su queste orazioni. Tanto belle! Tornare a meditarne i testi, anche fuori della Messa, può aiutarci ad apprendere come rivolgerci a Dio, cosa chiedere, quali parole usare. Possa la liturgia diventare per tutti noi una vera scuola di preghiera.

 

Fonte:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2018/1/10/udienzagenerale.html

Buona domenica di Gioia incontenibile!!!

  1. Consacrazione dallo Spirito di Dio (Ne sono consapevole in tutte le mie fibre? Guardandomi allo specchio cosa vedo?)
  2. Missione e insieme santità (Quale è la mia?)
  3. Gioia piena, nuziale: Dio mi sceglie, mi aspetta, mi ama (Dall’innamoramento di fuoco iniziale; alla scelta tramite il fidanzamento; al matrimonio che trasferisce pienamente nella famiglia di Dio la famiglia che viene creata; alla maturità, in cui scegliersi ogni giorno; al tempo della saggezza, in cui basta uno sguardo). Anche nelle possibili ferite.

 

  1. «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
  2. «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo»: il Salvatore è venuto e viene (sappiamo già che verrà).

 

La vocazione cristiana è una vocazione ad un gaudio essenziale per chi l’accoglie. Il cristianesimo è fortuna, è pienezza, è felicità. Possiamo dire di più: è una beatitudine che non si smentisce; il cristiano è eletto ad una felicità, che non ha altra sorgente più autentica. Il Vangelo è una «buona novella», è un regno nel quale la letizia non può mancare. Un cristiano, invincibilmente triste, non è autenticamente cristiano. Noi siamo chiamati a vivere ed a testimoniare questo clima di vita nuova, alimentato da un gaudio trascendente, che il dolore e le sofferenze d’ogni genere della nostra presente esistenza non possono soffocare, sì bene provocare a simultanea e a vittoriosa espressione.

Papa Paolo VI, Discorso all’udienza generale del 4 gennaio 1978

Il libro della settimana. Crudele dolcissimo amore

Chiara M. vive a Trento dove ha lavorato per diversi anni come infermiera professionale presso l’ospedale cittadino. Crudele dolcissimo amore è il suo primo libro. La foto di copertina risale al 1984.

“Con poesia sa parlare del dolore, con tocco leggero ti fa sorridere, pensare, riflettere, piangere. È un mistero come Chiara riesca ad arrivare così in profondità , a trasmetterci tutta quella serenità “?, Cinzia TH Torrini, regista cinematografica.

“È una delle cose più belle che ho letto in assoluto”?, Piero Coda, teologo.

Gli amici dicono di lei:

Quando penso a Chiara, mi si dipinge nella mente un fiore sotto una pioggia torrenziale (Mauro).
Chiara è semplicemente raggiante. Porta allegria e speranza ovunque si trovi. Fin dal primo incontro mi ha colpito la sua gioia di vivere, l’entusiasmo che mette in ogni secondo di vita (Andrea).

È una delle persone più coraggiose che io conosca”… Penso a lei come a una bianca montagna delle sue parti, a una rosea dolomite, forte e immortale (Antonella).

Ciascuno a contatto con lei si trova a suo agio, come con una persona pienamente realizzata, sana nel cuore e nella mente (Nunzi).

È lei quella che avrebbe bisogno di attenzione e sostegno, e invece è lei, il più delle volte, a dare conforto a noi (Dina e Ivano).

Un suo aperto sorriso, una sua battuta, una bella risata rendono unico ogni nostro incontro (Patrizia).

L’arte di Chiara sta nel far emergere il Bello che alberga nell’altro (Aldo).

Chiara? Lei è sempre con me (Alessandra).

 

 

Salesianamente. Un sogno che cambia la vita (1)

A quell’età ho fatto un sogno. Sarebbe rimasto profondamente impresso nella mia
mente per tutta la vita. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si
divertiva una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi
bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere
usando pugni e parole.
In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli
copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli
mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse:
– Dovrai farteli amici con bontà e carità, non picchiandoli. Su, parla, spiegagli che il
peccato è una cosa cattiva, e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso.
Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero
capace a parlare di religione a quei monelli.
In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si
raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa dicessi gli domandai:
– Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?
– Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili – rispose – dovrai renderle possibili
con l’obbedienza e acquistando la scienza.
– Come potrò acquistare la scienza?
– Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è
sapiente diventa un povero ignorante.
– Ma chi siete voi?
– Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno.
– La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo
permesso. Perciò ditemi il vostro nome. – Il mio nome domandalo a mia madre.
In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che
risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima.
Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per
mano e mi disse:
– Guarda.
Guardai, e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c’era una
moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi
disse:
– Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che
adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.
Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli
mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell’uomo e a
quella signora.
A quel punto, nel sogno, mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte
quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse:
– A suo tempo, tutto comprenderai.
Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa era scomparsa.
Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male per i pugni che
avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti.
Capo di briganti?
Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai fratelli che si misero a ridere, poi alla
mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua interpretazione. Giuseppe disse: « Diventerai
un pecoraio ». Mia madre: « Chissà che non abbia a diventare prete ». Antonio malignò: «
Sarai un capo di briganti ». L’ultima parola la disse la nonna, che non sapeva niente di
teologia, che non sapeva né leggere né scrivere: « Non bisogna credere ai sogni ».
Io ero del parere della nonna. Tuttavia quel sogno non riuscii più a togliermelo dalla
mente. Ciò che esporrò in queste pagine dirà il perché.

 

Fonte: san Giovanni Bosco, Memorie dell’oratorio di san Francesco di Sales

 

Adattamento: Teresio Bosco

Santi e Testimoni. Suor Eusebia Palomino

Eusebia Palomino Yenes vede i natali nel crepuscolo del secolo XIX, il 15 dicembre del 1899, a Cantalpino, piccolo paese della provincia di Salamanca (Spagna), in una famiglia tanto ricca di fede quanto scarsa di mezzi. Papà Agustín, uomo di grande bontà e dolcezza, lavora come bracciante stagionale a servizio dei proprietari terrieri dei dintorni, mentre mamma Juana Yenes accudisce alla casa con i quattro figli. D’inverno la campagna riposa e il lavoro viene a mancare, il pane scarseggia. Allora papà Palomino si trova costretto a chiedere aiuto alla carità di altri poveri nei paesetti della zona. Talvolta a lui si accompagna la piccola Eusebia, di sette anni appena, ignara del costo di certe umiliazioni: ella gode di quelle camminate per i sentieri campestri, e lietamente saltella accanto al papà che le fa ammirare le bellezze del creato e che, dalla luminosità del paesaggio di Castiglia, trae spunti catechistici che la incantano. Poi, raggiunto un cascinale, sorride alle buone persone che la accolgono e chiede “un pane per l’amor di Dio”.

Il primo incontro con Gesù nell’Eucaristia all’età di otto anni procura alla fanciulla una sorprendente percezione del significato dell’appartenere e dell’offrirsi in totalità di dono al Signore. Assai presto deve lasciare la scuola per aiutare la famiglia e dopo avere dato prova di precoce maturità nell’accudire – bambina lei stessa – i bambini di alcune famiglie del luogo, mentre i genitori sono al lavoro, a dodici anni va a Salamanca con la sorella maggiore e si colloca a servizio di qualche famiglia come bambinaia-tuttofare. Nei pomeriggi domenicali frequentando l’oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice conosce le suore, che decidono di chiedere la sua collaborazione in aiuto alla comunità. Eusebia accetta più che volentieri e si mette subito all’opera: aiuta in cucina, porta la legna, provvede alle pulizie della casa, stende il bucato nel grande cortile, va ad accompagnare il gruppo di studentesse alla scuola statale e svolge altre commissioni in città.

Il desiderio segreto di Eusebia, di consacrarsi interamente al Signore, accende e sostanzia ora più che mai ogni sua preghiera, ogni suo atto. Dice: “Se compio con diligenza i miei doveri farò piacere alla Vergine Maria e riuscirò a essere un giorno sua figlia nell’Istituto”. Non osa chiederlo, per la sua povertà e mancanza d’istruzione; né si ritiene degna di una tale grazia: poiché è una congregazione tanto grande, pensa. La superiora visitatrice, alla quale si è confidata, l’accoglie con materna bontà e la rassicura: “Non ti preoccupare di nulla”. E volentieri, a nome della madre generale, decide di ammetterla.

Il 5 agosto 1922 inizia il noviziato in preparazione alla professione. Ore di studio e di preghiera alternate a quelle del lavoro scandiscono le giornate di Eusebia, che è al massimo della gioia. Dopo due anni, nel 1924 pronuncia i voti religiosi che la vincolano all’amore del suo Signore. Viene assegnata alla casa di Valverde del Camino, una cittadina che all’epoca conta 9.000 abitanti, all’estremo sud-ovest della Spagna, nella zona mineraria dell’Andalusia verso il confine con il Portogallo. Le giovani della scuola e dell’oratorio, al primo incontro, non celano una certa delusione: la nuova arrivata è figura piuttosto insignificante, piccola e pallida, non bella, con mani grosse e, per di più, ha un brutto nome.

Il mattino seguente la piccola suora è al suo posto di lavoro: un lavoro multiforme che la impegna in cucina, in portineria, in guardaroba, nella cura del piccolo orto e nell’assistenza delle bimbe nell’oratorio festivo. Gode di “essere nella casa del Signore per ogni giorno di vita”. È questa la situazione “regale” di cui si sente onorato il suo spirito, che abita le sfere più alte dell’amore. Le piccole sono presto catturate dalle sue narrazioni di fatti missionari, o vite di santi, o episodi di devozione mariana, o aneddoti di don Bosco, che ricorda grazie ad una felice memoria e sa rendere attraenti e incisivi con la forza del suo sentire convinto, della sua fede semplice.

Tutto, in suor Eusebia, riflette l’amore di Dio e il desiderio forte di farlo amare: le sue giornate operose ne sono trasparenza continua e lo confermano i temi prediletti delle sue conversazioni: in primo luogo l’amore di Gesù per tutti gli uomini, che la sua Passione ha salvato. Le Sante Piaghe di Gesù sono il libro che suor Eusebia legge ogni giorno. Ne trae spunti didascalici attraverso una semplice “coroncina”, che consiglia a tutti, anche con frequenti accenni. Nelle sue lettere, si fa apostola della devozione all’Amore misericordioso, secondo le rivelazioni di Gesù alla religiosa polacca, oggi santa, Faustina Kowalska, divulgate in Spagna dal domenicano Padre Juan Arintero.

L’altro “polo” della pietà vissuta e della catechesi di suor Eusebia è costituito dalla “Vera devozione mariana” insegnata dal santo francese Luigi M. Grignion de Montfort. Sarà questa l’anima e l’arma dell’apostolato di suor Eusebia per tutto l’arco della sua breve esistenza. Destinatari sono ragazze, giovani, mamme di famiglia, seminaristi, sacerdoti. “Forse non vi fu parroco in tutta la Spagna – è detto nei Processi – che non abbia ricevuto una lettera di suor Eusebia a proposito della schiavitù mariana”.

Quando, all’inizio degli anni ’30, la Spagna entra nelle convulsioni della rivoluzione per la rabbia dei senza-Dio votati alla distruzione della religione, suor Eusebia non esita a portare alle conseguenze estreme quel principio di “disponibilità”, pronta letteralmente a spogliarsi di tutto. Si offre al Signore come vittima per la salvezza della Spagna, per la libertà della religione. La vittima è accetta a Dio. Nell’agosto 1932 un malore improvviso e le prime avvisaglie. Poi l’asma, che in momenti diversi l’aveva disturbata, inizia ora a tormentarla fino a livelli d’intollerabilità, aggravata da malesseri vari subentrati in modo insidioso.

In questo tempo, visioni di sangue addolorano suor Eusebia ancor più degli inspiegabili mali fisici. Il 4 ottobre 1934, mentre alcune consorelle pregano con lei nella cameretta del suo sacrificio, s’interrompe e impallidisce: “Pregate molto per la Catalogna”. È il momento iniziale di quella sollevazione operaia in Asturia e di quella catalana a Barcellona (4-15 ottobre 1934) che saranno chiamate “anticipo rivelatore”. Visione di sangue anche per la sua cara direttrice, suor Carmen Moreno Benítez, che sarà fucilata con un’altra consorella il 6 settembre 1936: nel 2001, dopo il riconoscimento del martirio, sarà dichiarata beata.

Intanto i malanni di suor Eusebia si aggravano: il medico curante ammette di non saper definire la malattia che, aggiuntasi all’asma, le fa accartocciare le membra riducendola a un gomitolo. Chi la visita sente la forza morale e la luce di santità che irradia da quelle povere membra doloranti, lasciando assolutamente intatta la lucidità del pensiero, la delicatezza dei sentimenti e la gentilezza nel tratto. Alle sorelle che la assistono promette: “Tornerò a fare i miei giretti”.

Nel cuore della notte fra il 9 e il 10 febbraio 1935 suor Eusebia pare serenamente addormentarsi. Per l’intera giornata le fragili spoglie, adorne di tantissimi fiori, sono visitate da tutta la popolazione di Valverde. Fra tutti ritorna la stessa espressione: “È morta una santa”.

Prima di morire ebbe momenti di estasi e visioni. La sua salma riposa a Valverde del Camino.

Venerabile il 17 dicembre 1996; beatificata il 25 aprile 2004 da Giovanni Paolo II.

 

PREGHIERA

O Dio, che hai modellato il cuore 
della beata Eusebia, vergine,
sul mistero pasquale del tuo Figlio, fino al dono della vita,
concedi a noi, rafforzati dal suo esempio di umiltà e letizia,
di crescere costantemente nel tuo amore
e nel servizio dei poveri.
Ti supplichiamo di voler glorificare quest’umile tua serva
e di concederci, per sua intercessione,
la grazia che ti chiediamo…
Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Fonte: http://www.sdb.org

 

 

 

 

Follia ed eresia dilagante: non risparmiano neppure il sacramento della Santa Comunione Eucaristica

Arrivano dati sconcertanti sulla possibilità di accostarsi alla “Mensa del Signore” luterana da parte dei cattolici; ugualmente (come già fatto in Svezia da papa Francesco) far “partecipare” alla S. Eucaristia i luterani.

Si tratta di follia, eresia, apostasia.

 

Si veda https://linformatoreweb.wordpress.com/2017/11/02/siamo-entrati-ufficialmente-nella-apostasia-5-novembre-messa-ecumenica-a-roma/

 

Anche qui sotto (a cura di Sandro Magister; fonte http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351332.html)

 

ROMA, 1 luglio 2016 – A modo suo, dopo aver incoraggiato per i divorziati risposati la comunione, in quanto “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”, papa Francesco incoraggia ora anche i protestanti e i cattolici a fare la comunione insieme nelle rispettive messe.

Lo fa, come sempre, in modo discorsivo, allusivo, non definitorio, rimettendo la decisione ultima alla coscienza dei singoli.

Resta emblematica la risposta che diede il 15 novembre 2015, in visita nella Christuskirche, la chiesa dei luterani di Roma (vedi foto), a una protestante che gli chiedeva se poteva fare la comunione assieme al marito cattolico.

La risposta di Francesco fu una stupefacente girandola di sì, no, non so, fate voi. Che è indispensabile rileggere per intero, nella trascrizione ufficiale:

“Grazie, Signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderLe, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: ‘Fate questo in memoria di me’. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. Lei è una testimonianza di un cammino anche profondo perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. Abbiamo lo stesso Battesimo. Quando Lei si sente peccatrice – anche io mi sento tanto peccatore – quando suo marito si sente peccatore, Lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il Battesimo. Quando voi pregate insieme, quel Battesimo cresce, diventa forte; quando voi insegnate ai vostri figli chi è Gesù, perché è venuto Gesù, cosa ci ha fatto Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica, ma è lo stesso. La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche luci teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi. ‘Questo è il mio Corpo, questo è il mio sangue’, ha detto il Signore, ‘fate questo in memoria di me’, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare. Io ho avuto una grande amicizia con un vescovo episcopaliano, 48enne, sposato, due figli e lui aveva questa inquietudine: la moglie cattolica, i figli cattolici, lui vescovo. Lui accompagnava la domenica sua moglie e i suoi figli alla Messa e poi andava a fare il culto con la sua comunità. Era un passo di partecipazione alla Cena del Signore. Poi lui è andato avanti, il Signore lo ha chiamato, un uomo giusto. Alla sua domanda Le rispondo soltanto con una domanda: come posso fare con mio marito, perché la Cena del Signore mi accompagni nella mia strada? È un problema a cui ognuno deve rispondere. Ma mi diceva un pastore amico: ‘Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?’ – ‘Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…’. La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: ‘Una fede, un battesimo, un Signore’, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più”.

Impossibile ricavare da queste parole un’indicazione chiara. Di certo, però, parlando in forma così “liquida”, papa Francesco ha rimesso tutto in discussione, riguardo all’intercomunione tra cattolici e protestanti. Ha reso qualsiasi posizione opinabile e quindi praticabile.

Infatti, in campo luterano le parole del papa furono subito prese come un via libera all’intercomunione.

Ma ora anche in campo cattolico è arrivata una presa di posizione analoga, che soprattutto si presenta come interpretazione autentica delle parole dette da Francesco nella chiesa luterana di Roma.

A far da interprete autorizzato del papa è il gesuita Giancarlo Pani, sull’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”, la rivista diretta da padre Antonio Spadaro che è ormai diventata la voce ufficiale di Casa Santa Marta, cioè di Jorge Mario Bergoglio in persona, che rivede e concorda gli articoli che più gli interessano, prima della loro pubblicazione.

Prendendo spunto da una recente dichiarazione congiunta della conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e della Chiesa evangelica luterana d’America, padre Pani dedica l’intera seconda parte del suo articolo all’esegesi delle parole di Francesco nella Christuskirche di Roma, accortamente selezionate tra le più funzionali allo scopo.

E ne trae la conclusione che esse hanno segnato “un cambiamento”  e “un progresso nella prassi pastorale”, analogo a quello prodotto da “Amoris laetitia” per i divorziati risposati.

Sono solo “piccoli passi avanti”, scrive Pani nel paragrafo finale. Ma la direzione è segnata.

Ed è la stessa che Francesco percorre quando dichiara – come ha fatto durante il volo di ritorno dall’Armenia – che Lutero “era un riformatore” benintenzionato e la sua riforma fu “una medicina per la Chiesa”, sorvolando sulle divergenze dogmatiche essenziali tra protestanti e cattolici riguardo al sacramento dell’eucaristia, perché – parola di Francesco nella Christuskirche di Roma – “la vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni”.

Ecco dunque qui di seguito i passaggi principali dell’articolo di padre Pani su “La Civiltà Cattolica”.

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Sull’intercomunione tra cattolici e protestanti

di Giancarlo Pani S.I.

Il 31 ottobre 2015, festa della Riforma, la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e la Chiesa evangelica luterana in America hanno pubblicato una dichiarazione congiunta che fa il punto sulla storia dell’ecumenismo nell’ultimo mezzo secolo. […] Il testo è stato reso noto dopo la chiusura del Sinodo dei vescovi sulla famiglia e in vista della commemorazione comune dei 500 anni della Riforma nel 2017. […]

Il documento si conclude con una rilevante proposta positiva: “La possibilità di un’ammissione, sia pure sporadica, dei membri delle nostre Chiese alla comunione eucaristica con l’altra parte (cioè la ‘communicatio in sacris’) potrebbe essere offerta più chiaramente e regolata in modo più misericordioso (compassionately)”. […]

La visita di papa Francesco alla Christuskirche di Roma

Due settimane dopo la promulgazione della dichiarazione, il 15 novembre scorso, papa Francesco ha visitato la Christuskirche, la Chiesa evangelica luterana di Roma. […]

Durante l’incontro, c’è stata anche una conversazione fra il papa e i fedeli. Tra i vari interventi, quello di una signora luterana, sposata con un cattolico, la quale ha chiesto che cosa possa fare perché lei partecipi insieme con il marito alla comunione eucaristica. E ha specificato: “Viviamo felicemente insieme da molti anni condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore”.

Rispondendo, papa Francesco ha posto una domanda: “Condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme?”.

La risposta a questa domanda l’ha data il Vaticano II, nel decreto “Unitatis redintegratio”: “Non è lecito considerare la ‘communicatio in sacris’ come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per ristabilire l’unità dei cristiani. Tale ‘communicatio in sacris’ è regolata soprattutto da due princìpi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa, e dalla partecipazione ai mezzi della grazia. Essa è per lo più impedita dal punto di vista dell’espressione dell’unità; la necessità di partecipare la grazia talvolta la raccomanda. Circa il modo concreto di agire, avuto riguardo a tutte le circostanze di tempo, di luogo, di persone, decida prudentemente l’autorità episcopale del luogo”.

Questa posizione è ribadita e ampliata dal direttorio per l’applicazione dei princìpi e delle norme sull’ecumenismo del 1993, approvato da papa Giovanni Paolo II, là dove si dice: “La condivisione delle attività e delle risorse spirituali deve riflettere questa duplice realtà: 1) la reale comunione nella vita dello Spirito che già esiste tra i cristiani e che si esprime nella loro preghiera e nel culto liturgico; 2) il carattere incompleto di tale comunione a motivo di differenze di fede e a causa di modi di pensare che sono inconciliabili con una condivisione piena dei doni spirituali”.

Il direttorio pone dunque l’accento sul “carattere incompleto della comunione” delle Chiese, da cui segue la limitazione dell’accesso al sacramento eucaristico. Ma se le Chiese si riconoscono nella successione apostolica e ammettono i reciproci ministeri e sacramenti, godono di un maggior accesso ai sacramenti stessi, che, in ogni caso, secondo il documento, non deve essere massivo e indiscriminato. La condivisione sacramentale rimane invece limitata per le Chiese che non hanno una comunione e unità di fede sulla Chiesa, l’apostolicità, i ministeri e i sacramenti.

Tuttavia la teologia cattolica mantiene con sapienza direttive di ampio respiro, in modo da considerare caso per caso – come ricorda il decreto “Unitatis redintegratio” – con un discernimento che compete all’ordinario del luogo. In tal senso, almeno dopo la promulgazione del direttorio, non si può più dire che “i non cattolici non possono mai ricevere la comunione in una celebrazione eucaristica cattolica”. È interessante notare come la stessa logica di “discernimento pastorale” sia stata applicata da papa Francesco nella sua esortazione apostolica “Amoris laetitia” (nn. 304-306).

Si può partecipare insieme alla Cena del Signore?

A questo punto si ricollega papa Francesco, il quale prosegue: “Ma non abbiamo lo stesso battesimo? E se abbiamo lo stesso battesimo, dobbiamo camminare insieme. Lei [il papa si riferisce alla signora che aveva posto la domanda] è una testimonianza di un cammino anche profondo, perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. […] Quando lei si sente peccatrice – anch’io mi sento tanto peccatore –, quando suo marito si sente peccatore, lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il battesimo. Quando voi pregate insieme, quel battesimo cresce, diventa forte. […] La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali, soltanto se uno è sincero con se stesso e con le poche luci teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso […]. ‘Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue’, ha detto il Signore; ‘fate questo in memoria di me’, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare”.

Ma allora si può partecipare insieme alla Cena del Signore? A questo proposito il papa ha fatto una distinzione: “Io non oserò mai dare il permesso di fare questo, perché non è mia competenza”. Poi ha aggiunto, ricordando le parole dell’apostolo Paolo: “Un battesimo, un Signore, una fede” (Ef 4, 5), e ha esortato, continuando: “È un problema a cui ognuno deve rispondere. […] Parlate col Signore e andate avanti”.

Qui entra in gioco la missione principale della Chiesa, formulata anche nel Codice di diritto canonico come “salus animarum, quae in Ecclesia suprema lex esse debet” (cfr. 1752). La necessità di una valutazione concreta su ciascun singolo caso è assolutamente ribadita da quella che è la missione precipua della Chiesa, la “salus animarum”. In forza di ciò, di fronte a casi estremi, l’accesso alla vita di grazia che i sacramenti garantiscono, soprattutto nel caso dell’amministrazione della eucaristia e della riconciliazione, diviene imperativo pastorale e morale.

La pastorale di papa Francesco

La presa di posizione del papa sembra una riaffermazione delle direttive del Vaticano II. Ma non sfugge che un cambiamento c’è, e anzi può essere inteso come un progresso nella prassi pastorale. Di fatto Francesco, come vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale, ribadendo quanto affermato dal Concilio inserisce quella prassi nel cammino storico che il dialogo luterano-cattolico ha compiuto nei confronti del sacramento della riconciliazione e dell’eucaristia. Il direttorio del 1993 già notava che “in certe circostanze, in via eccezionale e a determinate condizioni, l’ammissione a questi sacramenti può essere autorizzata e perfino raccomandata a cristiani di altre Chiese e comunità ecclesiali”.

Del resto, dieci anni prima, il Codice di diritto canonico dettava le condizioni in cui i fedeli delle Chiese nate dalla Riforma (luterani, anglicani ecc.) possono ricevere i sacramenti in particolari circostanze: per esempio, “se non possono accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti” (can. 844 § 4).

Papa Giovanni Paolo II, nella lettera enciclica “Ecclesia de eucharistia”, del 2003, ha precisato alcuni punti al riguardo, asserendo che “occorre badare bene a queste condizioni, che sono inderogabili, pur trattandosi di casi particolari determinati”, come quella del “pericolo di morte o altra grave necessità”. L’intento di queste precisazioni è sempre la cura pastorale delle persone, con una specifica attenzione a che questo non porti all’indifferentismo.

Qui occorre mettere in chiaro che, se da un lato le misure prudenziali e restrittive che la Chiesa ha posto in passato si basavano sulla teologia sacramentale, dall’altro la sua missione pastorale e la salvezza delle anime che essa ha a cuore rivelano il valore della grazia del Signore e la condivisione dei beni spirituali. Papa Francesco ha espresso particolare attenzione ai problemi della persona nella “communicatio in sacris”, alla luce degli sviluppi dell’insegnamento della Chiesa dal Concilio al direttorio del 1993 sui princìpi e norme dell’ecumenismo, dalla dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 1999 al testo “Dal conflitto alla comunione” del 2013, fino all’ultima dichiarazione del 2015.

Si tratta di piccoli passi avanti nella prassi pastorale. La norma e la dottrina devono essere sempre più guidate dalla logica evangelica e dalla misericordia, dalla cura pastorale dei fedeli, dall’attenzione ai problemi della persona e dalla valorizzazione della coscienza illuminata dal Vangelo e dallo Spirito di Dio.

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Il link all’articolo di padre Giancarlo Pani su “La Civiltà Cattolica” del 9 luglio 2016:

> Cattolici e luterani. L’ecumenismo nell’”Ecclesia semper reformanda”

La dichiarazione comune della conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e della Chiesa evangelica luterana d’America citata da Pani:

> Declaration on the Way: Church, Ministry and Eucharist