Papa Francesco e la spiritualità del dono di sé. Udienza generale

La spiritualità del dono di sé, che questo momento della Messa ci insegna, possa illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo.

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 febbraio 2018

[Multimedia]


 

La Santa Messa – 11. Liturgia eucaristica: I. Presentazione dei doni

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo con la catechesi sulla Santa Messa. Alla Liturgia della Parola – su cui mi sono soffermato nelle scorse catechesi – segue l’altra parte costitutiva della Messa, che è la Liturgia eucaristica. In essa, attraverso i santi segni, la Chiesa rende continuamente presente il Sacrificio della nuova alleanza sigillata da Gesù sull’altare della Croce (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 47). È stato il primo altare cristiano, quello della Croce, e quando noi ci avviciniamo all’altare per celebrare la Messa, la nostra memoria va all’altare della Croce, dove è stato fatto il primo sacrificio. Il sacerdote, che nella Messa rappresenta Cristo, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli nell’Ultima Cena: prese il pane e il calicerese grazieli diede ai discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate … bevete: questo è il mio corpo … questo è il calice del mio sangue. Fate questo in memoria di me».

Obbediente al comando di Gesù, la Chiesa ha disposto la Liturgia eucaristica in momenti che corrispondono alle parole e ai gesti compiuti da Lui la vigilia della sua Passione. Così, nella preparazione dei doni sono portati all’altare il pane e il vino, cioè gli elementi che Cristo prese nelle sue mani. Nella Preghiera eucaristica rendiamo grazie a Dio per l’opera della redenzione e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Seguono la frazione del Pane e la Comunione, mediante la quale riviviamo l’esperienza degli Apostoli che ricevettero i doni eucaristici dalle mani di Cristo stesso (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 72).

Al primo gesto di Gesù: «prese il pane e il calice del vino», corrisponde quindi la preparazione dei doni. È la prima parte della Liturgia eucaristica. E’ bene che siano i fedeli a presentare al sacerdote il pane e il vino, perché essi significano l’offerta spirituale della Chiesa lì raccolta per l’Eucaristia. È bello che siano proprio i fedeli a portare all’altare il pane e il vino. Sebbene oggi «i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla Liturgia, tuttavia il rito della presentazione di questi doni conserva il suo valore e significato spirituale» (ibid., 73). E al riguardo è significativo che, nell’ordinare un nuovo presbitero, il Vescovo, quando gli consegna il pane e il vino, dice: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico» (Pontificale Romano – Ordinazione dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi). Il popolo di Dio che porta l’offerta, il pane e il vino, la grande offerta per la Messa! Dunque, nei segni del pane e del vino il popolo fedele pone la propria offerta nelle mani del sacerdote, il quale la depone sull’altare o mensa del Signore, «che è il centro di tutta la Liturgia eucaristica» (OGMR, 73). Cioè, il centro della Messa è l’altare, e l’altare è Cristo; sempre bisogna guardare l’altare che è il centro della Messa. Nel «frutto della terra e del lavoro dell’uomo», viene pertanto offerto l’impegno dei fedeli a fare di sé stessi, obbedienti alla divina Parola, un «sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente», «per il bene di tutta la sua santa Chiesa». Così «la vita dei fedeli, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1368).

Certo, è poca cosa la nostra offerta, ma Cristo ha bisogno di questo poco. Ci chiede poco, il Signore, e ci dà tanto. Ci chiede poco. Ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà; ci chiede cuore aperto; ci chiede voglia di essere migliori per accogliere Lui che offre se stesso a noi nell’Eucaristia; ci chiede queste offerte simboliche che poi diventeranno il Suo corpo e il Suo sangue. Un’immagine di questo movimento oblativo di preghiera è rappresentata dall’incenso che, consumato nel fuoco, libera un fumo profumato che sale verso l’alto: incensare le offerte, come si fa nei giorni di festa, incensare la croce, l’altare, il sacerdote e il popolo sacerdotale manifesta visibilmente il vincolo offertoriale che unisce tutte queste realtà al sacrificio di Cristo (cfr OGMR, 75). E non dimenticare: c’è l’altare che è Cristo, ma sempre in riferimento al primo altare che è la Croce, e sull’altare che è Cristo portiamo il poco dei nostri doni, il pane e il vino che poi diventeranno il tanto: Gesù stesso che si dà a noi.

E tutto questo è quanto esprime anche l’orazione sulle offerte. In essa il sacerdote chiede a Dio di accettare i doni che la Chiesa gli offre, invocando il frutto del mirabile scambio tra la nostra povertà e la sua ricchezza. Nel pane e nel vino gli presentiamo l’offerta della nostra vita, affinché sia trasformata dallo Spirito Santo nel sacrificio di Cristo e diventi con Lui una sola offerta spirituale gradita al Padre. Mentre si conclude così la preparazione dei doni, ci si dispone alla Preghiera eucaristica (cfr ibid., 77).

La spiritualità del dono di sé, che questo momento della Messa ci insegna, possa illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo.




Con amore verso l’Amore. Esercizi spirituali con san Francesco di Sales. Seconda giornata, mattino.

Dalla storia alla spiritualità

Dal mondo quotidiano. La tempesta (Branduardi)

 

Non c’è più vento per noi

tempo non ci sarà

per noi che allora cantavamo

con voci così chiare.

Non c’è più tempo per noi

vento non ci sarà

per noi che abbiamo navigato quel mare così nero

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

Non c’è più vento per noi

tempo non ci sarà

per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.

Si alzerà il vento per noi

tempo per noi sarà

il nostro viaggio, l’ha guidato la mano del destino

ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà

Un vento poi soffierà dentro le nostre vele

qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa.

Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele

perché la rotta giusta solo il Signore la sa.

 

Non c’è più vento per noi

tempo non è per noi

che nella notte senza luce misuravamo il mare.

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

Un vento poi soffierà dentro le nostre vele

qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa.

Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele

perché la rotta giusta solo il Signore la sa.

 

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

 

 

Invocazione dello Spirito Santo più intimo a noi di noi stessi

Costituzioni salesiane. Lo spirito salesiano

 

  1. Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l’ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano.

Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio.

 

  1. Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre.

Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l’urgenza del Regno che viene; l’atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepoli nell’unità della comunione fraterna.

Brani biblici. Dio è luce

 

5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. 6Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. 8Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. 9Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 10Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

 

1 Giovanni 1

 

Vedi Cantico dei Cantici 2,8-17

 

 

Meditazione. Abbandono eroico e carità sacerdotale

Accenni al 1500-1600 nell’area francese-savoiarda

 

Francesco di Sales nasce il 21 agosto 1567 nel castello di Sales, vicino a Thorens, in Alta Savoia.

 

Politicamente, Francesco viene alla luce in uno stato-cuscinetto, sorto appena otto anni prima quando, con la pace di Cateau-Cambrésis (1559), la Francia è obbligata dalla Spagna a sgomberare il Piemonte: quest’ultimo, infatti, è proprio confinante con la Lombardia, a quell’epoca sotto il dominio spagnolo.

Rinforzata dalla guida di Emanuele Filiberto, abile politico e comandante coraggioso, anche spostando la capitale a Torino, «la Savoia [ormai indipendente] diventa un regno di tutto rispetto nello scacchiere europeo, tanto da costituire il più grande stato dell’Italia».[1]

Diversa la tempra di Carlo Emanuele I, figlio di Emanuele Filiberto, che governerà dal 1580 al 1630, dunque per la maggior parte della vita e dell’attività di Francesco di Sales. Nel 1588 Carlo Emanuele I occupa il marchesato di Saluzzo, si inoltra in Provenza e pretende di farsi riconoscere re di Francia, in quanto cugino di Enrico III, sovrano assassinato.

Le sue conquiste gli vengono ritolte da Enrico IV che, solo nel 1601, con il trattato di Lione, gli cede Saluzzo e lo Chablais, ottenendo in cambio le terre dei Savoia al di là del Rodano: Bresse, Valromey, Bugey e Gex. La grande diocesi di Ginevra si estende ed esercita la giurisdizione canonica anche su queste regioni, dove la presenza del calvinismo è ridotta quasi alla clandestinità: si comprende pertanto l’interesse di Francesco di Sales a mantenere buoni rapporti con la corona francese. Più volte, nel corso del suo ministero episcopale,[2] accetterà il difficile compito di mediatore tra i sovrani francesi e quelli savoiardi, come quando – tra il 1618 e il 1619 – accompagnerà a Parigi il giovane cardinale Maurizio di Savoia a chiedere la mano della sorella di Luigi XIII, Cristina di Francia, per il fratello, il principe Vittorio Amedeo, figlio del duca Carlo Emanuele di Savoia; o come quando – nel 1622 – poco prima di morire – si recherà ad Avignone, dove Carlo Emanuele I gli aveva chiesto di accompagnare la Corte dei Savoia per felicitarsi con Luigi XIII della sua vittoria sui protestanti del Sud e per concludere con lui un’alleanza che verrà effettivamente sancita nel 1623 tra la Francia, la Savoia, la Svizzera e Venezia.[3]

Esprimeremo gli aspetti fondamentali del contesto culturale man mano che torneremo ad accennare, nel prossimo capitoletto, allo sviluppo della vita di Francesco di Sales.

 

A livello ecclesiale e spirituale,[4] non si può capire buona parte di Francesco di Sales senza accennare almeno lontanamente alla Riforma, soprattutto calvinista, con cui si confronterà per una vita intera; alle possibili cause della Riforma luterana e calvinista, alla risposta della Chiesa a queste sollecitazioni.

Lo storico Giacomo Martina presenta la questione della riforma attraverso una domanda aperta, che ci accompagna verso orizzonti ancora più vasti della vita intra ed extra ecclesiale (se questa distinzione non è anacronistica). Ci si interroga sulle

cause che a poco a poco, a partire dall’inizio del Trecento, preparano la crisi del Cinquecento. Chi aveva ragione, Adriano VI, e soprattutto il cardinal Madruzzo, che, riconoscendo umilmente le colpe dei cattolici e la corruzione della curia, addossavano alla Chiesa, alla curia, ai cattolici in genere la maggiore responsabilità nella genesi della rivolta protestante, o il cardinal Campeggi, che già allora respingeva questa tesi, sostenendo che nessun abuso morale può giustificare un cambiamento del dogma?[5]

Anche la spiritualità di un santo, di un popolo è incarnata in un’epoca. Questi interrogativi ci fanno presagire Francesco impegnato sia nel tentativo di conversione alla verità cattolica da parte dei calvinisti, ma anche in tutti gli sforzi per il riordinamento della diocesi. Solo un fatto tra i tanti: nonostante tutta la buona volontà, Francesco di Sales non riuscirà mai ad aprire un seminario per la diocesi di Ginevra con sede ad Annecy.

È sempre Giacomo Martina ad offrirci una sintesi di questo periodo riguardante tre aspetti: 1. I cristiani in genere e la loro presenza nella società 2. Il difficile rapporto tra Chiesa e Stato 3. La Chiesa in quanto tale.

  1. La società è ufficialmente cristiana. L’ambiente, le strutture sociali, la legislazione, i costumi, tutto è o vorrebbe essere ispirato ai princìpi cristiani (che in realtà sono interpretati in modo conforme alla mentalità del tempo, spesso in molti tratti ben lontana dal genuino spirito evangelico). Dalla nascita alla morte gli uomini incontrano nella loro vita consuetudini cristiane, e sono sorretti e quasi guidati passo passo da queste strutture confessionali. La società in se stessa prende la sua ispirazione dalla religione.
  2. La Chiesa è soggetta a molte e pesanti catene. Lo Stato riconosce a malincuore l’esistenza di un’altra società, che si proclama indipendente nei suoi confronti, dotata di prerogative e di diritti che non traggono origine da una concessione statale: evitando per lo più inutili discussioni teoriche, lo Stato, col pretesto di tutelare la Chiesa, di difenderla da ogni pericolo e di assicurare l’efficacia del suo apostolato, la sottopone a pesanti controlli in tutta la sua attività, che finisce per essere in molti casi paralizzata e quasi soffocata. La Chiesa ha perso gran parte della sua libertà: le catene che la legano sono d’oro, ma per questo non cessano di essere catene.
  3. La Chiesa è appesantita da uno spirito terreno, mondano: vescovi, abati, monsignori ambiscono ricchezze e onori, la curia romana non vuole essere inferiore alle altre corti per ricchezza e lusso. Gli ecclesiastici godono di numerosi privilegi che la società riconosce loro, e, scambiando i mezzi col fine, finiscono per considerarli non come condizioni o mezzi idonei ad assicurare meglio l’adempimento della propria missione spirituale, ma come un vantaggio personale. La pastorale si fonda largamente sulla costrizione, l’autorità sul prestigio ispirato dalla pompa: l’umiltà e la povertà sono poco apprezzate.[6]

Francesco vive dunque all’interno del travagliato contesto politico, culturale ed ecclesiale dell’alta Savoia,[7] con anche numerosi intrecci sia con la Francia, sia con la Savoia italiana, sia con lo stato pontificio. La bibliografia storiografica a riguardo della spiritualità del tempo è ampia.[8] Per una ricognizioni sugli aspetti culturali, si veda anzitutto il volume curato da Rioux e Sirinelli.[9]

 

Ancora sulla vita e le opere di Francesco di Sales

 

San Francesco di Sales nasce nel castello di Sales (Alta Savoia) il 21 agosto 1567 e muore a Lione il 28 dicembre 1622. Viene ordinato sacerdote il 18 dicembre 1593 e vescovo di Ginevra l’8 dicembre 1602. È stato beatificato nel 1661, canonizzato da Alessandro VII nel 1665, proclamato Dottore della Chiesa da Pio IX il 7 luglio 1877[10] ed eletto patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici il 26 gennaio 1923 da parte di Pio XI, attraverso l’enciclica Rerum omnium.[11] Si veda anche, per un primo, ma molto significativo accostamento alla figura di Francesco di Sales nella sua completezza, la catechesi a lui dedicata da parte di Benedetto XVI.[12]

 

L’esistenza e la fortuna di Francesco di Sales possono essere descritte a partire dalla distinzione in vari periodi della sua vita. Possiamo vedere Francesco giovane studente a La Roche, Parigi e Padova; Francesco che viene ordinato sacerdote ed è ardente ritratto del Buon Pastore nella delicata e pericolosa missione nel Chiablese, in mezzo ai calvinisti; Francesco vescovo, direttore spirituale e co-fondatore – assieme alla madre di Chantal – dell’ordine religioso della Visitazione. Metodologicamente, prima affronteremo una veloce narrazione della vita di Francesco, accompagnata dal confronto con i più importati avvenimenti politici, culturali, religiosi ed ecclesiali del tempo.[13] In seguito affronteremo alcuni nodi particolarmente importanti e decisivi sia per la sua formazione, sia per il suo apostolato come sacerdote, direttore spirituale e vescovo.

 

Il giovane Francesco viene innanzitutto formato dai genitori, che pensavano al loro figlio primogenito come ad un cattolico fervente ed un perfetto gentiluomo del suo tempo. Tutta l’organizzazione degli studi, i vari passaggi che seguiranno, andranno in questa direzione, in realtà da loro concepita come unitaria, secondo lo spirito del tempo.

Nel 1567, mentre il 21 agosto Francesco nasce e il 28 dello stesso mese viene battezzato, contemporaneamente san Tommaso d’Aquino viene proclamato «dottore della Chiesa» da papa Pio V. In realtà scopriremo tra poche pagine la differenza piuttosto profonda tra l’umiltà e la frescezza del pensiero originario di san Tommaso d’Aquino e quello decadente e pessimista dei tomisti dell’epoca. Nello stesso anno, con la bolla ex omnibus afflictionibus Pio V ratifica la condanna attuata dalla Sorbona a riguardo del pensiero del teologo lovaniense Michele Baio, che sosteneva l’impotenza della natura umana di fronte alla grazia e l’ottimismo nei confronti della natura umana nel suo «stato originale».

A livello politico ed ecclesiale, nel 1571, mentre Francesco sta ancora vivendo con la sua famiglia, Pio V promuove una «lega santa» con Venezia, Spagna, Savoia, Genova, Toscana e ordine di Malta per combattere i Turchi a Cipro. La vittoria di Lepanto (7 ottobre) ferma l’espansione ottomana nel Mediterraneo.

1572, 24 agosto: viene perpetuata la strage degli ugonotti francesi da parte dei cattolici nella notte di san Bartolomeo. Possiamo lasciare ancora spazio alle riflessioni storiografiche dell’una e dell’altra parte per capirne meglio la portata, le motivazioni, le conseguenze. Ma certamente il fatto stesso di punire con la spada un’intera popolazione, perché di “fede” diversa, rivela molto a riguardo della mentalità sociale, politica e soprattutto ecclesiale del tempo e la quale è stata proposta anche a Francesco di Sales. Il quale risulterà profondamente rivoluzionario sia nella mentalità, nei metodi, nei risultati.

Intanto Francesco, compiendo i sei anni, l’età in cui è possibile cominciare a studiare con un po’ di serietà, mette sul tavolo involontariamente l’opzione (sostenuta dalla madre) di rimanere al castello, che si scontra con quella del padre il quale, anche rimproverando la  moglie per l’eccessiva mollezza,[14] vorrebbe che loro figlio fosse allevato in una scuola più regolare, confrontarsi con altri compagni e docenti, allontanarsi insomma da quella specie di bolla di amore che si era creata al castello: suo figlio, in fondo, non poteva nemmeno rischiare lontanamente di essere uno sdolcinato incapace di prendersi le necessarie responsabilità della vita di un nobile!

Nel 1574, Teodoro Beza, successore di Calvino a Ginevra, pubblica il trattato Sui diritti dei magistrati, nel quale sostiene il diritto-dovere di resistere al sovrano in caso di violazione dei principi religiosi e legislativi. Da parte cattolica e comunque dal sentire comune dell’epoca, questo principio non era allora ammesso e veniva fortemente osteggiato.

Complice l’assenso e il desiderio dello stesso Francesco e con l’aiuto dei cugini, che frequenteranno inizialmente le stesse scuole, il padre ebbe la meglio. Così, tra il 1573 e il 1574 Francesco iniziò la sua avventura scolastica: La Roche (fino al 1575, con i due anni di grammatica inferiore); Annecy (1575, fino ad una data compresa tra il 1578 e il 1582, in cui respirò i suoi primi influssi dell’umanesimo che – nato in Italia – si era propagandato fino a Parigi); Parigi (fino al 1588); Padova (con la laurea in Diritto civile ed ecclesiastico nel 1591). Da sottolinearsi, innanzitutto a livello di clima storico-politico, le guerre di religione, a cui solo Enrico IV di Borbone – subentrato nel 1589 ad Enrico III di Navarra, che fu assassinato – diventato cattolico, mette fine alle guerre di religione in Francia (1893). Alcuni aspetti che non si possono tralasciare, a livello di personalità e di spiritualità salesiana (iniziale, con grandi fatiche e drammi), potrebbero essere: la generosità, allora nascente, ma che già raggiunge livelli eroici; l’incontro con un molto più ampio e complesso di quello familiare a cui era abituato; un ottimismo – in base al quale verrà contraddistinto e sempre ricordato – che si costruisce non su basi illusorie o semplicemente ingenue, ma passa attraverso almeno due crisi causate da gravi malattie che lo debilitarono fisicamente e psicologicamente e misero a dura prova la sua fede e che lo portano letteralmente sull’orlo della tomba; la direzione spirituale ricevuta in dono: per lui padre Antonio Possevino, padre Filippo Gesualdi, gli scritti di padre Lorenzo Scupoli sono veramente dei riferimenti a cui affida l’interezza della propria esistenza.

In conclusione al Dottorato padovano, tornando in famiglia a La Thuille (25 febbraio 1592), il padre aveva preparato per lui tre doni, in funzione della cura della famiglia, della madre e dei fratelli con tutto ciò che era stato conquistato e conservato a caro prezzo: una preziosa e ben fornita biblioteca, tutti i documenti necessari per entrare a far parte dei senatori savoiardi che avevano sede a Ginevra ed una giovane e brava fidanzata. Le speranze della famiglia e soprattutto del padre anziano erano tutte riposte su di lui.

In realtà, varie circostanze, tra cui la fiducia illimitata in Francesco da parte del vescovo di Ginevra ancora residente ad Annecy, lo aiutarono a realizzare il progetto a cui si sentiva chiamato di servizio a Dio e alla Chiesa attraverso il sacerdozio. Il padre, ad un certo punto, non potè che cedere.

Il 18 dicembre 1593 ricevette dal suo vescovo, Monsignor de Granier, l’ordinazione sacerdotale, insieme poi alla carica di capo dei canonici della diocesi.

Nell’estate del 1594 il duca di Savoia e il vescovo di Granier si trovano concordi, ormai concluse le guerre di religione, nel ricominciare l’evangelizzazione cattolica in particolare della regione del Chiablese. Fu chiesto a Francesco questo pericoloso e delicato servizio e lui non rifiutò, da una parte tenendo alta la dialettica missionaria, sicuro di essere nel giusto, d’altra parte agendo con lo stile della carità, della mansuetudine e soprattutto del dialogo aperto e sincero. È di questo periodo la composizione e l’utilizzo delle Controversie, giunte a noi finalmente in un forma dotata di una certa sicurezza grazie al lavoro delle sorelle Visitandine e all’assistenza di padre Mackey.[15]

Attraverso il contributo di Francesco, alcuni importanti personaggi dello Chablais abiurano il calvinismo (1596). In ottobre, Papa Clemente VIII chiede a Francesco che provi a convertire Teodoro Beza, successore di Calvino nella guida della Ginevra calvinista. In effetti, durante l’anno successivo, questi incontri avverranno, ma non produrranno l’effetto sperato, nonostante la positività dell’andamento dei dialoghi.

Il 1598 è particolarmente importante a livello sia politico che religioso, in quanto viene stipulato l’Editto di Nantes, attraverso il quale Enrico IV, pur riconoscendo il cattolicesimo quale religione di stato, assicura agli ugonotti libertà di coscienza e di culto (tranne che nella capitale Parigi) e parità di diritti civili. Nello stesso tempo, Francesco compone, in polemica con i calvinisti, la Difesa del vessillo della santa Croce.[16] In novembre cade in una grave malattia e verso fine anno inizia il viaggio a Roma per la visita ad limina per conto del suo vescovo, ormai anziano ed ammalato, oltreché deciso, dopo la sua morte, a lasciare a Francesco la guida della diocesi. Infatti la visita a Roma non rimane solo formale: il 22 marzo dell’anno successivo Clemente VIII esamina la preparazione di Francesco prima di nominarlo vescovo. Presenti anche i cardinali Bellarmino, Federico Borromeo, Baronio, Borghese.

L’anno 1602 è particolarmente intenso. Anzitutto viene inviato in un viaggio a Parigi per questioni giuridiche da trattare con il re. A livello di fede e di ministero, all’interno del «circolo Acarie» incontra le figure spirituali più prestigiose di quel momento. Il 14 aprile: predica davanti al re Enrico IV, punto più alto di un ministero religioso nato con i presupposti di una missione solo politica. In settembre: apprende la morte del vescovo suo predecessore, torna in fretta ad Annecy e l’8 dicembre avviene la sua consacrazione episcopale.

Mentre viene riconosciuto ed apprezzato il suo zelo nella riforma della diocesi, avvicinandosi il più possibile ai dettami del concilio di Trento (1545-1563), si afferma sempre più la sua capacità di predicatore, colui che parla «cuore a cuore» anche ad ogni singolo di una possibile folla presente in una grande cattedrale.

In effetti, le predicazioni a Digione nella quaresima dell’anno 1604 sono particolarmente importanti, sia per il benefico effetto sulla popolazione, sia per l’inaspettato quanto provvidenziale incontro con la vedova Giovanna Francesca Frémyot de Rabutin de Chantal (1572-1641), con la quale ci fu un intenso scambio di lettere di direzione spirituale[17] e grazie alla quale collaborazione fu fondato l’Ordine della Visitazione (1611).

Nel 1607, Francesco viene anche interpellato da parte del papa Paolo V (1552-1621) e offre il suo contributo per un’equilibrata soluzione a riguardo della questione sulla grazia, tanto dibattuta a quel tempo sia all’interno della Chiesa cattolica, sia in riferimento allo scisma protestante. Ecco che, anche grazie alla posizione mediatrice di Francesco (che nel periodo parigino e padovano aveva tanto sofferto a causa di posizioni errate di alcuni teologi), viene ufficialmente «congelata» e rimandata a tempi più sereni la controversia De auxiliis che vedeva contrapporsi soprattutto il pensiero del gesuita Luis de Molina (1535-1600), che – con i suoi discepoli – accentuava il ruolo della libertà umana di fronte a Dio, a quello del domenicano Domingo Bañez (1528-1604), che aveva dato il via ad una scuola di pensiero in cui si sottolineava il primato della grazia divina di fronte alla miseria umana.

Nello stesso anno troviamo la testimonianza, in una lettera alla signora di Chantal, del progetto di scrivere una vita di «Santa Carità».[18] Con tutti gli adattamenti del caso troviamo qui esposta la prima testimonianza che parla del futuro capolavoro teologico di Francesco: il Teotimo.

Nel gennaio del 1609 avviene la pubblicazione della Filotea, con la presenza però di molti errori. Francesco sarà soddisfatto e riconoscerà solo l’edizione del 1619.

Durante il 1610, Enrico IV promuove una vasta alleanza antiasburgica (coinvolgendo anche la Savoia) e viene ucciso da un fanatico cattolico; nello stesso tempo Galileo pubblica il Sidereus nuncius, ove appoggia le teorie copernicane; nello stesso periodo di questi avvenimenti di valenza mondiale, nella pace di un’umile costruzione (la casa «de la Galerie») sul limitare di Annecy, il 6 giugno 1610 inizia il noviziato delle prime fondatrici della visitazione, guidate soprattutto dal loro vescovo Francesco e dal carisma della madre di Chantal. Esattamente un anno dopo avviene la loro prima professione.

Gli anni successivi sono dedicati sia alla cura della sua diocesi, al sostegno paterno nei confronti delle visitandine (che cominciano ad espandersi in varie città della Francia) e alla predicazione.

Nel 1616, mentre il Sant’Uffizio ammonisce Galileo per le sue teorie copernicane, san Francesco di Sales pubblica finalmente il Trattato dell’amor di Dio.[19]

Il 1618 è l’anno in cui inizia la terribile guerra dei Trent’anni; intanto Francesco continua la sua opera di mediatore politico-religioso raggiungendo il cardinale Maurizio di Savoia che sta andando a Parigi per chiedere la mano di Cristina di Francia a favore del fratello Vittorio Amedeo, principe di Savoia. Ed inoltre, il 16 ottobre, la Visitazione viene eretta a ordine religioso.

Nel 1619 vediamo il mondo sociale ancora più sconvolto: si sviluppa, in particolare all’interno dei paesi mediterranei, una crisi economica di grande portata, con intenso calo produttivo, riflusso demografico, deflazione monetaria. A Francesco, intanto, viene proposto più volte di diventare coadiutore del vescovo di Parigi, ma rifiuta sempre. E il 1 maggio abbiamo la fondazione del primo monastero della Visitazione a Parigi.

Il 1620 è segnato dal seguitare degli scontri tra cattolici e protestanti, in particolare merita di essere segnalato l’episodio in cui gli abitanti cattolici della Valtellina uccidono molti protestanti («sacro macello»).

Francesco muore il 28 dicembre 1622 e il 24 o 29 [???] gennaio avviene la traslazione del corpo ed i funerali ad Annecy.

 

Si è consapevoli che alcune questioni sfuggono a questo racconto, pur necessario, fatto di date e di avvenimenti. La scelta che vorremmo fare sarebbe quella di indicare alcune problematiche e questioni particolari che potrebbero essere evidenziate, suggerendo uno spunto bibliografico a vantaggio di chi volesse approfondire questi aspetti:

  • Crisi psico-fisico-spirituali e questione sulla predestinazione;[20]
  • Missione presso i calvinisti;[21]
  • Conoscenze a Parigi;[22]
  • Come Vescovo di Ginevra, con sede nell’Alta Savoia di Annecy, diviene uno degli intermediarii politico-religiosi tra Parigi e Torino;[23]
  • L’incontro con Giovanna di Chantal e la Visitazione;[24]
  • Accenni sul futuro possibile influsso sul semi-quietismo e nascente giansenismo.[25]

 

 

Testi significativi

 

L’atto di abbandono eroico


 

Qualsiasi cosa accada, Signore, voi che tenete tutto nelle vostre mani, voi le cui vie sono tutte di giustizia e di verità; qualsiasi cosa abbiate decretata riguardo a me nel segreto eterno della vostra predestinazione e della vostra riprovazione, voi i cui giudizi sono un abisso immenso, voi che siete un Giudice sempre giusto e un Padre misericordioso, io vi amerò, Signore, almeno in questa vita. Almeno in questa vita, Signore,  vi amerò, se non mi è concesso di amarvi nell’eternità.[26]

Quidquid sit, o Domine, in cujus manu cuncta sunt posita et cujus omnes viæ justitia et veritas; quidquid de illo æterno prædestinationis ac reprobationis arcana cujus judicia abyssus multa circa me statutum a te fuerit, qui semper es justus Judex et misericors Pater, diligam te, Domine, saltem in hac vita, si diligere non dabitur in aeterna; et saltem, te hic amabo, o Deus meus, et in misericordia tua semper sperabo, et semper adjiciam super omnem laudem tuam , quidquid in oppositum angelus Satanæ suggerere non desinat. O Domine Jesu, tu eris semper spes mea et salus mea in terra viventium. Si meis exigentibus meritis maledictus de maledictorum numero sum futurus qui faciem tuam suavissimam non videbunt, da mihi saltem ut ex numero eorum non sim qui maledicent nomini sancto tuo.

Revu sur le texte inséré dans le IId Proces de Canonisation.[27]



 

Il primo discorso ai canonici di Annecy e alla presenza del vescovo de Granier

 

Alla fine di dicembre 1593 Francesco pronuncia il suo discorso-programma[28] dinanzi ai canonici riuniti, una specie di «discorso della corona» in relazione alla presa di possesso della sua nuova carica: la carica più alta tra i canonici e minore solo a quella del vescovo.

Prima che il discorso abbia inizio, un rimescolio, tutti si alzano: arriva il vescovo de Granier, il quale, per delicatezza, è solito non intervenire nelle riunioni del capitolo: questa volta, l’intenzione è chiara: vuol fare onore – il massimo onore – a Francesco, il quale si sente più commosso che mai. Dichiara apertamente che ha dovuto superare uno stato di «angoscia» considerando la propria pochezza, ma che la bonomia dei presenti, la generosità del Presule, gli restituiscono il coraggio. Inizia il suo dire in un modo che lo rivela tutto intero:

«Dio, che mi hai innalzato a questa dignità, proteggimi sempre con la tua potenza, affinché io eviti qualsiasi peccato nell’esercizio del mio ufficio, e il compimento delle tue leggi cosi giuste sia movente e regola dei miei pensieri, delle mie parole e delle mie azioni».

È, quanto mai, un discorso «salesiano». Umile, garbatissimo, decisivo. Si divide in due parti: la prima, senza parere, prepara la seconda.

L’oratore insiste sul tema della propria giovinezza e insufficienza per governare un’assemblea cosi valida e lo fa a ragion veduta: infatti, nella seconda parte, il suo discorso dovrà farsi imprevisto e sconvolgente. Egli segna ora bene le distanze e proclama la propria inferiorità per non apparire, poi, presuntuoso e temerario: messo a posto l’accertamento della sua pochezza, fra mezz’ora annuncerà un programma di rinnovamento e di conquista che lascerà attonito chi non lo conosce. Lui, grande ragazzo di ventisei anni, traccerà una linea di fuoco anche per quelle vite che volgono già al crepuscolo.

«Ma tranquillizzatevi. Ricordatevi, vi prego, e considerate che Dio sceglie comunemente ciò che esiste di più infimo e di più infermo in questo mondo per confondere ciò che è forte, e che, generalmente, dalla bocca dei bambini e dei lattanti trae la sua lode più perfetta, cosi che noi gli riconduciamo più facilmente “i beni che procedono tutti da Lui”. Oh supremo protettore dei piccoli, tu puoi dalle pietre suscitare i figli di Abramo…

Ripeterò, dunque, in tutta sincerità, benché in una condizione diversa e tanto più misera, ciò che disse il più saggio degli uomini: “Sono l’essere più insensato e non possiedo la saggezza degli uomini; non ho imparato la saggezza, non conosco la scienza dei Santi”; ma, subito dopo, rialzerò l’anima mia con David: “Perché non ho conosciuto le lettere, entrerò nella potenza del Signore”. Ciò vuol dire che, per i miei talenti e il mio conoscimento, sono debolissimo, ma fonderò tutte le mie speranze in Colui che è potente per rendere eloquente la lingua dei bambini…».

Del resto, l’accettazione della nuova carica da parte di Francesco è basata sopra una dinamica intima che egli rivela apertamente: egli «si rimette» al giudizio e alla volontà definitiva dei suoi colleghi. Se questi non lo gradiranno; egli sarà ben lieto di rinunciare: se lo accetteranno, prenderà questo atto della loro bonomia come un comando e come un impegno per lui. «Intanto – dice – oso ricordarvi che, se mi accettate, assumete contemporaneamente il dovere di sostenere la mia incapacità».

C’è, dunque, un rovesciamento: la nomina è venuta dall’alto, e Francesco china la testa: tuttavia suggerisce ai confratelli una scappatoia: si pronuncino essi contro la inettitudine di lui, egli lascerà libero il suo stallo.

Quali sono –  ci domandiamo noi – gli uomini ai quali si rivolge, e in qual modo reagiscono? Gli ascoltatori si potrebbero suddividere in quattro gruppi: fautori, ammiratori, amici, scontenti.

Le tre prime categorie, evidentemente, s’identificano: è questione di una gradazione di favore: la quarta è quella alla quale Francesco fa appello: non, dunque, umiltà apparente, formale, da parte del «Prévôt», bensì sostanziale…

Mentre i presenti ascoltano la «harangue», si contano reciprocamente, s’intende, in un perfetto silenzio mentale: si conoscono bene, e il risultato del conteggio è, più o meno, questo: due terzi sono di fautori-ammiratori-amici, un terzo è di scontenti. Secondo Francesco dovrebbero essere questi ultimi a decidere se egli dovrà restare o meno.

Intanto, la «harangue» continua e l’oratore scivola con disinvoltura dalla prima parte alla seconda: e a questo punto, rivela il programma della propria «prepositura». Se dicesse ai canonici di Ginevra-Annecy: «Varcheremo l’Oceano, ci trasferiremo nelle Indie Occidentali per conquistare e condurre a Dio tutti i popoli che le abitano», direbbe forse una utopia minore di quella che sta per dire: egli dice semplicemente: fratelli venerati, io vi suggerisco e vi chiedo il proposito di ricuperare Ginevra.

 

«È per mezzo della carità che dobbiamo smantellare le mura di Ginevra, per mezzo della carità invaderla, recuperarla.  Questa idea mi conduce insensibilmente e di per se stessa alla seconda parte del mio discorso.

Non vi propongo né il ferro, né quella polvere, il cui odore e sapore ricordano la fornace infernale; non organizzo uno di quei campi nei quali i soldati non hanno fede né religione. Che il nostro campo sia il campo di Dio le cui trombe fanno risonare con accenti pieni di dolcezza, questo inno: “Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti”. È in questo campo, o validi compagni di armi, che fisserete i vostri sguardi; e ciò che la vostra fedeltà deve a Dio, alla Patria, ai vostri altari e ai vostri focolari, quando l’occasione si presenterà, fatelo, mostratelo, attuatelo. Voi intravedete finalmente, penso, tutta l’ampiezza del piano che vi propongo per riconquistare Ginevra.

Volete un metodo facile per espugnare d’assalto una città? Vi prego d’impararlo dall’esempio di Oloferne. Assediando Betulia, taglia l’acquedotto e pone sotto guardia tutte le fontane. La sete tortura i poveri assediati sì che sono costretti ad arrendersi.

Anche noi, vi scongiuro, usiamo il metodo di cui lui ci ha dato esempio… C’è un acquedotto che alimenta e rianima, per così dire, tutte le razze degli eretici: sono gli esempi dei preti perversi, le azioni, le parole, in sostanza, l’iniquità di tutti, ma in particolare degli ecclesiastici. È per causa nostra che il nome di Dio viene bestemmiato giorno per giorno tra le nazioni, e con piena ragione il Signore se ne lamenta amaramente per mezzo dei suoi profeti. Ecco l’acqua di contraddizione che soddisfa la sete bruciante degli eretici, bevanda degna davvero di coloro che la prendono.

Questa iniquità la bevono quegli uomini iniqui, cosi come sta scritto: “Bevano l’iniquità come l’acqua”».

Continuando nella sua metafora, Francesco invita ciascuno a vigilare affinché la sorgente privata dei suoi difetti rifluisca verso la scaturigine, poiché allora, sicuramente, «il Giordano tornerà indietro, e Israele uscirà dall’Egitto».

«Bisogna rovesciare le mura di Ginevra per mezzo di preghiere ardenti, e dar l’assalto della carità fraterna. È per mezzo di questa carità che debbono fare forza le nostre teste d’assalto».

Poi, il pensiero s’innalza verso la Gerusalemme celeste: «Esiste una città eterna… il Capo supremo di questa roccaforte, il Cristo Signor Nostro ne cederà le ricchezze a chi l’avrà espugnata per mezzo di quelle armi…  Il Regno dei cieli, infatti, soffre violenza e sono i violenti che lo rapiscono… Avanti, dunque, e coraggio, fratelli ottimi, tutto cede alla carità; l’amore è forte come la morte, e a colui che ama, niente è difficile.

Ci potrà forse lasciare insensibili questo dolore per un esilio… di cui i nostri peccati prolungano la durata?

Gli Israeliti si assisero sulle rive dei fiumi di Babilonia e piansero al ricordo di Sion.

Che faremo noi, canonici di Ginevra? Non siamo anche noi pellegrini ed esiliati sopra una terra straniera, quella che abitiamo?… L’esempio che Geremia ci addita di quei medesimi Israeliti ci mostra la tristezza che Ginevra, perduta per Cristo e per noi, dovrebbe ispirarci: si sono seduti per terra, i vegliardi della Figlia di Sion; hanno coperto di cenere le loro teste, si sono rivestiti di cilizi; le vergini di Giuda hanno abbassato i loro volti verso la terra» …

La trasposizione dello stato d’animo degli esuli in Babilonia è completo e la suggestione biblica è intatta: e, del resto, calza con la realtà attuale. Francesco sconfina rapidamente nel richiamo al presente: sono essi i più venerabili in Ginevra, sono essi gli anziani di Sion, e Francesco li invita alla loro parte di lacrime: e le vergini di Giuda non mancano: non sopravvivono lì, in Annecy, le umili Clarisse di Ginevra, scacciate dalla patria, e rifugiate anch’esse sulla terra d’esilio?  Saranno esse le Vergini di Giuda che abbasseranno i volti verso la terra in segno di lutto, e solleveranno le anime nella orazione.

 

 

Contemplazione poetica. Inutile anche il cantare?

 

Né che tu riesca a dire quanto[29]

di te si involi nell’oscurità

 

e torni a dire, a ridire in attesa di capirti

 

avanti ancora d’essere capito

 

se pure mai

ciò sia accaduto.

 

è la ragione del mio cantarti

Verbo, unica sostanza…

 

cantato dunque

senza speranza?

 

 

 

 

Affidamento a Maria. Devozione piena di fiducia

 

[107] 2) La vera devozione a Maria è tenera, vale a dire piena di fiducia nella Vergine santa, di quella stessa fiducia che un bambino ha nella propria mamma. Essa spinge l’anima a ricorrere a Maria, in tutte le necessità materiali e spirituali, con molta semplicità, fiducia e tenerezza. La spinge a rivolgersi a lei per aiuto come ad una mamma, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni cosa: nei dubbi per essere illuminato, nei traviamenti per ritrovare il cammino, nelle tentazioni per essere sostenuto, nelle debolezze per essere fortificato, nelle cadute per essere rialzato, negli scrupoli per esserne liberato, nelle croci, fatiche e contrarietà della vita per essere consolato. In poche parole, l’anima si rivolge a Maria abitualmente, in tutti questi malesseri corporali e spirituali, senza timore d’importunare questa Madre buona e di dispiacere a Gesù Cristo.

 

 

 

 


[1] E. Bolis, Introduzione a Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali (= Opere complete di Francesco di Sales, 5), introduzione e note di E. Bolis, traduzione di S. Morra, revisione di L. Magnabosco, Città Nuova, Roma 2011, 8.

[2] In quanto cioè vescovo di Ginevra, con sede ad Annecy, ndr.

[3] Bolis, Introduzione, 8.

[4] Cf. H. Jedin (a cura di), Storia della chiesa. Vol. VI. Riforma e controriforma. Crisi-Consolidamento-Diffusione missionaria (XVI-XVII sec.), Jaca Book, Milano 1975; J.-P. Massaut, L’humanisme au début de [16e] siècle, in DictSp V 892-896; M. de Certeau, La réforme dans le catholicisme, in DictSp V 896-910; J. Orcibal, Vers l’épanouissement du 17e siècle (1580-1600), in DictSp V 910-916; J. Le Brun, Le grand siècle de la spiritualité française et ses lendemains, in DictSp V 917-953.

[5] G. Martina, La Chiesa nell’età dell’assolutismo del liberalismo del totalitarismo. Vol. I. L’età della Riforma, Morcelliana, Brescia 61986, 19.

[6] Ivi, p. 20.

[7] G. Duby – R. Mandrou, Storia della civiltà francese, Il Saggiatore, Milano 1996; M. Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi, Torino 1973. Da un punto di vista differente rispetto a quello cattolico, si veda H.A.L. Fisher, Storia d’Europa, volume II, Laterza, Roma-Bari 1973.

[8] Cf. J. Dagens, Bibliographie chronologique de la littérature de spiritualité et de ses sources (1501-1610), Desclee de Brouwer, Strasbourg, 1952.

[9] J.-P. Rioux – J.-F. Sirinelli (sous la direction de), Histoire culturelle de la France. Tome 2. De la Renaissance à l’aube des Lumières, Seuil, Paris 1997.

[10] Cf. Pio IX, Epistula apostolica Dives in misericordia Deus, 7 luglio 1877, in AAS 10 (1877-1878), 332-361.

[11] Cf. Pio XI, Litterae Encyclicae Rerum Omnium perturbationem, 26 gennaio 1923, in AAS 15 (1923), 49-63. Poi, la breve ma incisiva sintesi biografica ed offerta bibliografica presentata in H. Schwendenwein, Francesco di Sales, in G. Pelliccia – G. Rocca (a cura di), Dizionario degli istituti di perfezione, Vol. IV, Paoline, Roma 1977, 530-533.

[12] Benedetto XVI, Udienza generale su «san Francesco di Sales», 2 marzo 2011, in Osservatore Romano, Anno CLI n. 51, 8.

[13] Cf. R. Balboni, Cronologia della vita e delle opere di Francesco di Sales, in F 15-19; G. Papàsogli, Come piace a Dio. Francesco di Sales e la sua «grande figlia», Città Nuova, Roma 1981; A. Ravier, Francesco di Sales. Ciò in cui credeva, Morcelliana, Brescia 2008, 5-6; Id., Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Jaca Book, Milano 1986; M. Vergottini – A. Zambarbieri, Tavole cronologiche, in G. Angelini – G. Colombo – M. Vergottini, Storia della teologia. IV. Età moderna, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2001, 509-532. Si veda anche P. Mojoli, San Francesco di Sales. Rinascere cristiani oggi. La Filotea, le metafore vive e la fecondità spirituale, Velar/Elledici, Gorle (Bg)/Torino, 22015, 225-235.

[14] Cf. N. de Hauteville, La Maison naturelle, historique et chronologique de Saint François de Sales, Jacquard, Paris 1669, 187; G. Papàsogli, Come piace a Dio. Francesco di Sales e la sua «grande figlia», Città Nuova, Roma 41995, 45: «Signora, io disapprovo in voi un po’ troppa “mignardise” [carineria, sdolcinatura], e che voi la mostriate troppo teneramente a nostro figlio. Io ho verso lui un affetto più solido e gli rivolgo un interesse conforme ai grandi disegni che medito per il suo innalzamento».

[15] Cf. ŒA I.

[16] Cf. ŒA II.

[17] Cf. ŒA XI-XXI.

[18] Cf. ŒA XIII 265.

[19] Cf. ŒA IV-V.

[20] Cf. J. Boenzi, Saint Francis de Sales. Life and Spirit, De Sales Resource Center, Stella Niagara (New York) 2013, 23-42; E.-J. Lajeunie, Saint François de Sales. L’Homme, la Pensée, l’Action, I, Guy Victor, Paris 1966, 137-145; E. McDonnell, The Concept of Freedom in the Writings of St Francis de Sales, Peter Lang, Bern 2009, 56-75; G. Papàsogli, Come piace a Dio, 80-90; A. Ravier, Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Jaca Book, Milano 1987, 24-27; C. Passoni, «Il Dio del cuore umano». L’intelligenza spirituale nell’opera di S. Francesco di Sales (1567-1622), Glossa, Milano 2007, 211-280; F. Trochu, Saint François de Sales. Evêque et Prince de Genève, fondateur de la Visitation Sainte-Marie, I, Vitte, Lyon 1946, 123-135; M. Wirth, Francesco di Sales e l’educazione. Formazione umana e umanesimo integrale, LAS, Roma 2006, 87-105.

[21] Cf. E. Alburquerque, Una spiritualità dell’amore: San Francesco di Sales, Elledici, Leumann (To), 2008, 101-122; Boenzi, Saint Francis de Sales, 43-70; H. Donze, Saint François de Sales modèle d’apotre, in AA.VV., Saint François de Sales. Témoignages et Mélanges à l’occasion de sa naissance (1567-1967), Editions Franco-Suisses, Ambilly-Annemasse 1968, 45-49; Lajeunie, Saint François de Sales, I, 291-529.

[22] Cf. A. Dodin, François de Sales. Vincent de Paul. Les deux amis, OEIL, Paris 1984; Lajeunie, Saint François de Sales, II, 183-236; Passoni, «Il Dio del cuore umano», 281-372 ; L. C. Sheppard, Barbe Acarie. Wife and mystic, Burns Oates, London 1953.

[23] Cf. Lajeunie, Saint François de Sales, II, 337-350.

[24] Cf. Alburquerque, Una spiritualità dell’amore, 219-238; Boenzi, Saint Francis de Sales, 71-102. 131-138; Lajeunie, Saint François de Sales, II, 236-280. 384-393; A. Ravier, Giovanna di Chantal. Fascino femminile e santità, Città Nuova, Roma 32000; W. M. Wright, Bond of perfection. Jeanne de Chantal & François de Sales, DeSales Resource Center, Stella Niagara (New York) 22011; Eadem, Heart speaks to Heart. The Salesian Tradition, Darton, Longman and Todd, London 2004, 44-66.

[25] Cf. Lajeunie, Saint François de Sales, II, 432-461; Passoni, «Il Dio del cuore umano», 97-190.

[26] G. Papàsogli, Come piace a Dio, 89.

[27] ŒA II 19-20.

[28] G. Papàsogli, Come piace a Dio, 143-147. Fonte completa in latino e francese, che riporta l’intero discorso: ŒA VII 99-113.

[29] Da qui in poi, tutte le «Contemplazioni poetiche» sono tratte da D. M. Turoldo., Ultime poesie. Canti ultimi – Mie notti con Qohelet, Garzanti, Milano 2012.

 




Papa Francesco sull’omelia

Chi tiene l’omelia deve compiere bene il suo ministero – colui che predica, il sacerdote o il diacono o il vescovo -, offrendo un reale servizio a tutti coloro che partecipano alla Messa, ma anche quanti l’ascoltano devono fare la loro parte. Anzitutto prestando debita attenzione, assumendo cioè le giuste disposizioni interiori, senza pretese soggettive, sapendo che ogni predicatore ha pregi e limiti. Se a volte c’è motivo di annoiarsi per l’omelia lunga o non centrata o incomprensibile, altre volte è invece il pregiudizio a fare da ostacolo. E chi fa l’omelia deve essere conscio che non sta facendo una cosa propria, sta predicando, dando voce a Gesù, sta predicando la Parola di Gesù. E l’omelia deve essere ben preparata, deve essere breve, breve! Mi diceva un sacerdote che una volta era andato in un’altra città dove abitavano i genitori e il papà gli aveva detto: “Tu sai, sono contento, perché con i miei amici abbiamo trovato una chiesa dove si fa la Messa senza omelia!”. E quante volte noi vediamo che nell’omelia alcuni si addormentano, altri chiacchierano o escono fuori a fumare una sigaretta… Per questo, per favore, che sia breve, l’omelia, ma che sia ben preparata. E come si prepara un’omelia, cari sacerdoti, diaconi, vescovi? Come si prepara? Con la preghiera, con lo studio della Parola di Dio e facendo una sintesi chiara e breve, non deve andare oltre i 10 minuti, per favore. Concludendo possiamo dire che nella Liturgia della Parola, attraverso il Vangelo e l’omelia, Dio dialoga con il suo popolo, il quale lo ascolta con attenzione e venerazione e, allo stesso tempo, lo riconosce presente e operante. Se, dunque, ci mettiamo in ascolto della “buona notizia”, da essa saremo convertiti e trasformati, pertanto capaci di cambiare noi stessi e il mondo. Perché? Perché la Buona Notizia, la Parola di Dio entra dalle orecchie, va al cuore e arriva alle mani per fare delle opere buone.

 

Udienza generale del 7 febbraio 2018




Il silenzio nella Santa Messa

Il silenzio non si riduce all’assenza di parole, bensì nel disporsi ad ascoltare altre voci: quella del nostro cuore e, soprattutto, la voce dello Spirito Santo. Nella liturgia, la natura del sacro silenzio dipende dal momento in cui ha luogo: «Durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 54). Dunque, prima dell’orazione iniziale, il silenzio aiuta a raccoglierci in noi stessi e a pensare al perché siamo lì. Ecco allora l’importanza di ascoltare il nostro animo per aprirlo poi al Signore. Forse veniamo da giorni di fatica, di gioia, di dolore, e vogliamo dirlo al Signore, invocare il suo aiuto, chiedere che ci stia vicino; abbiamo familiari e amici malati o che attraversano prove difficili; desideriamo affidare a Dio le sorti della Chiesa e del mondo. E a questo serve il breve silenzio prima che il sacerdote, raccogliendo le intenzioni di ognuno, esprima a voce alta a Dio, a nome di tutti, la comune preghiera che conclude i riti d’introduzione, facendo appunto la “colletta” delle singole intenzioni. Raccomando vivamente ai sacerdoti di osservare questo momento di silenzio e non andare di fretta: «preghiamo», e che si faccia il silenzio. Raccomando questo ai sacerdoti. Senza questo silenzio, rischiamo di trascurare il raccoglimento dell’anima.

Il sacerdote recita questa supplica, questa orazione di colletta, con le braccia allargate è l’atteggiamento dell’orante, assunto dai cristiani fin dai primi secoli – come testimoniano gli affreschi delle catacombe romane – per imitare il Cristo con le braccia aperte sul legno della croce. E lì, Cristo è l’Orante ed è insieme la preghiera! Nel Crocifisso riconosciamo il Sacerdote che offre a Dio il culto a lui gradito, ossia l’obbedienza filiale.

Nel Rito Romano le orazioni sono concise ma ricche di significato: si possono fare tante belle meditazioni su queste orazioni. Tanto belle! Tornare a meditarne i testi, anche fuori della Messa, può aiutarci ad apprendere come rivolgerci a Dio, cosa chiedere, quali parole usare. Possa la liturgia diventare per tutti noi una vera scuola di preghiera.

 

Fonte:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2018/1/10/udienzagenerale.html




Abba Filippo ci scrive

Carissimi amici, come state? Spero bene, qui abbiamo appena festeggiato il Natale, il 7 gennaio con una bellissima festa.
Tutto e’ iniziato la sera prima con una bella celebrazione nella notte, tutti i bambini e i ragazzi erano molto eccitati nel venire fuori di casa al buio per venire alla Messa, tanto entusiasmo, e poi anche alla mattina abbiamo celebrato la Messa di Natale, con l’arrivo del bambino Gesù. Poi nel nostro cortile abbiamo organizzato delle danze, alcune scenette sul Natale molto divertenti e infine dei giochi, fino al grande pranzo, un piattone di polenta con un bel pezzo di carne, una mucca che abbiamo comprato nei giorni prima e che poi la sera prima l’abbiamo “sistemata” e cucinata per il giorno di Natale. Tutti super contenti. Al pomeriggio grande sfida a calcio e pallavolo tra i giovani dell’oratorio e i giovani del convitto con premi finali per tutti.
Questa volta vi lascio un po’ di foto della festa di Natale e ringrazio tutti i nostri benefattori che hanno permesso questa bella festa.

Infine, questo mese e’ dedicato a don Bosco, il 31 gennaio è la sua festa, il nostro santo, il punto di riferimento per seguire Gesù, e vorrei ricordare due sue frasi:

“L’educazione è cosa del cuore.”

“In ogni ragazzo, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene, compito di ogni educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare.”

Ogni giorno proviamo a vivere queste frasi, proviamo ad essere don Bosco qui in Africa, W DON BOSCO.

Ciao a tutti
Abba Filippo

 




Buona domenica di Gioia incontenibile!!!

  1. Consacrazione dallo Spirito di Dio (Ne sono consapevole in tutte le mie fibre? Guardandomi allo specchio cosa vedo?)
  2. Missione e insieme santità (Quale è la mia?)
  3. Gioia piena, nuziale: Dio mi sceglie, mi aspetta, mi ama (Dall’innamoramento di fuoco iniziale; alla scelta tramite il fidanzamento; al matrimonio che trasferisce pienamente nella famiglia di Dio la famiglia che viene creata; alla maturità, in cui scegliersi ogni giorno; al tempo della saggezza, in cui basta uno sguardo). Anche nelle possibili ferite.

 

  1. «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
  2. «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo»: il Salvatore è venuto e viene (sappiamo già che verrà).

 

La vocazione cristiana è una vocazione ad un gaudio essenziale per chi l’accoglie. Il cristianesimo è fortuna, è pienezza, è felicità. Possiamo dire di più: è una beatitudine che non si smentisce; il cristiano è eletto ad una felicità, che non ha altra sorgente più autentica. Il Vangelo è una «buona novella», è un regno nel quale la letizia non può mancare. Un cristiano, invincibilmente triste, non è autenticamente cristiano. Noi siamo chiamati a vivere ed a testimoniare questo clima di vita nuova, alimentato da un gaudio trascendente, che il dolore e le sofferenze d’ogni genere della nostra presente esistenza non possono soffocare, sì bene provocare a simultanea e a vittoriosa espressione.

Papa Paolo VI, Discorso all’udienza generale del 4 gennaio 1978




Il libro della settimana. Crudele dolcissimo amore

Chiara M. vive a Trento dove ha lavorato per diversi anni come infermiera professionale presso l’ospedale cittadino. Crudele dolcissimo amore è il suo primo libro. La foto di copertina risale al 1984.

“Con poesia sa parlare del dolore, con tocco leggero ti fa sorridere, pensare, riflettere, piangere. È un mistero come Chiara riesca ad arrivare così in profondità , a trasmetterci tutta quella serenità “?, Cinzia TH Torrini, regista cinematografica.

“È una delle cose più belle che ho letto in assoluto”?, Piero Coda, teologo.

Gli amici dicono di lei:

Quando penso a Chiara, mi si dipinge nella mente un fiore sotto una pioggia torrenziale (Mauro).
Chiara è semplicemente raggiante. Porta allegria e speranza ovunque si trovi. Fin dal primo incontro mi ha colpito la sua gioia di vivere, l’entusiasmo che mette in ogni secondo di vita (Andrea).

È una delle persone più coraggiose che io conosca”… Penso a lei come a una bianca montagna delle sue parti, a una rosea dolomite, forte e immortale (Antonella).

Ciascuno a contatto con lei si trova a suo agio, come con una persona pienamente realizzata, sana nel cuore e nella mente (Nunzi).

È lei quella che avrebbe bisogno di attenzione e sostegno, e invece è lei, il più delle volte, a dare conforto a noi (Dina e Ivano).

Un suo aperto sorriso, una sua battuta, una bella risata rendono unico ogni nostro incontro (Patrizia).

L’arte di Chiara sta nel far emergere il Bello che alberga nell’altro (Aldo).

Chiara? Lei è sempre con me (Alessandra).

 

 




Salesianamente. Un sogno che cambia la vita (1)

A quell’età ho fatto un sogno. Sarebbe rimasto profondamente impresso nella mia
mente per tutta la vita. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si
divertiva una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi
bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere
usando pugni e parole.
In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli
copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli
mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse:
– Dovrai farteli amici con bontà e carità, non picchiandoli. Su, parla, spiegagli che il
peccato è una cosa cattiva, e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso.
Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero
capace a parlare di religione a quei monelli.
In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si
raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa dicessi gli domandai:
– Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?
– Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili – rispose – dovrai renderle possibili
con l’obbedienza e acquistando la scienza.
– Come potrò acquistare la scienza?
– Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è
sapiente diventa un povero ignorante.
– Ma chi siete voi?
– Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno.
– La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo
permesso. Perciò ditemi il vostro nome. – Il mio nome domandalo a mia madre.
In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che
risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima.
Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per
mano e mi disse:
– Guarda.
Guardai, e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c’era una
moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi
disse:
– Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che
adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.
Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli
mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell’uomo e a
quella signora.
A quel punto, nel sogno, mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte
quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse:
– A suo tempo, tutto comprenderai.
Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa era scomparsa.
Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male per i pugni che
avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti.
Capo di briganti?
Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai fratelli che si misero a ridere, poi alla
mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua interpretazione. Giuseppe disse: « Diventerai
un pecoraio ». Mia madre: « Chissà che non abbia a diventare prete ». Antonio malignò: «
Sarai un capo di briganti ». L’ultima parola la disse la nonna, che non sapeva niente di
teologia, che non sapeva né leggere né scrivere: « Non bisogna credere ai sogni ».
Io ero del parere della nonna. Tuttavia quel sogno non riuscii più a togliermelo dalla
mente. Ciò che esporrò in queste pagine dirà il perché.

 

Fonte: san Giovanni Bosco, Memorie dell’oratorio di san Francesco di Sales

 

Adattamento: Teresio Bosco




Santi e Testimoni. Suor Eusebia Palomino

Eusebia Palomino Yenes vede i natali nel crepuscolo del secolo XIX, il 15 dicembre del 1899, a Cantalpino, piccolo paese della provincia di Salamanca (Spagna), in una famiglia tanto ricca di fede quanto scarsa di mezzi. Papà Agustín, uomo di grande bontà e dolcezza, lavora come bracciante stagionale a servizio dei proprietari terrieri dei dintorni, mentre mamma Juana Yenes accudisce alla casa con i quattro figli. D’inverno la campagna riposa e il lavoro viene a mancare, il pane scarseggia. Allora papà Palomino si trova costretto a chiedere aiuto alla carità di altri poveri nei paesetti della zona. Talvolta a lui si accompagna la piccola Eusebia, di sette anni appena, ignara del costo di certe umiliazioni: ella gode di quelle camminate per i sentieri campestri, e lietamente saltella accanto al papà che le fa ammirare le bellezze del creato e che, dalla luminosità del paesaggio di Castiglia, trae spunti catechistici che la incantano. Poi, raggiunto un cascinale, sorride alle buone persone che la accolgono e chiede “un pane per l’amor di Dio”.

Il primo incontro con Gesù nell’Eucaristia all’età di otto anni procura alla fanciulla una sorprendente percezione del significato dell’appartenere e dell’offrirsi in totalità di dono al Signore. Assai presto deve lasciare la scuola per aiutare la famiglia e dopo avere dato prova di precoce maturità nell’accudire – bambina lei stessa – i bambini di alcune famiglie del luogo, mentre i genitori sono al lavoro, a dodici anni va a Salamanca con la sorella maggiore e si colloca a servizio di qualche famiglia come bambinaia-tuttofare. Nei pomeriggi domenicali frequentando l’oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice conosce le suore, che decidono di chiedere la sua collaborazione in aiuto alla comunità. Eusebia accetta più che volentieri e si mette subito all’opera: aiuta in cucina, porta la legna, provvede alle pulizie della casa, stende il bucato nel grande cortile, va ad accompagnare il gruppo di studentesse alla scuola statale e svolge altre commissioni in città.

Il desiderio segreto di Eusebia, di consacrarsi interamente al Signore, accende e sostanzia ora più che mai ogni sua preghiera, ogni suo atto. Dice: “Se compio con diligenza i miei doveri farò piacere alla Vergine Maria e riuscirò a essere un giorno sua figlia nell’Istituto”. Non osa chiederlo, per la sua povertà e mancanza d’istruzione; né si ritiene degna di una tale grazia: poiché è una congregazione tanto grande, pensa. La superiora visitatrice, alla quale si è confidata, l’accoglie con materna bontà e la rassicura: “Non ti preoccupare di nulla”. E volentieri, a nome della madre generale, decide di ammetterla.

Il 5 agosto 1922 inizia il noviziato in preparazione alla professione. Ore di studio e di preghiera alternate a quelle del lavoro scandiscono le giornate di Eusebia, che è al massimo della gioia. Dopo due anni, nel 1924 pronuncia i voti religiosi che la vincolano all’amore del suo Signore. Viene assegnata alla casa di Valverde del Camino, una cittadina che all’epoca conta 9.000 abitanti, all’estremo sud-ovest della Spagna, nella zona mineraria dell’Andalusia verso il confine con il Portogallo. Le giovani della scuola e dell’oratorio, al primo incontro, non celano una certa delusione: la nuova arrivata è figura piuttosto insignificante, piccola e pallida, non bella, con mani grosse e, per di più, ha un brutto nome.

Il mattino seguente la piccola suora è al suo posto di lavoro: un lavoro multiforme che la impegna in cucina, in portineria, in guardaroba, nella cura del piccolo orto e nell’assistenza delle bimbe nell’oratorio festivo. Gode di “essere nella casa del Signore per ogni giorno di vita”. È questa la situazione “regale” di cui si sente onorato il suo spirito, che abita le sfere più alte dell’amore. Le piccole sono presto catturate dalle sue narrazioni di fatti missionari, o vite di santi, o episodi di devozione mariana, o aneddoti di don Bosco, che ricorda grazie ad una felice memoria e sa rendere attraenti e incisivi con la forza del suo sentire convinto, della sua fede semplice.

Tutto, in suor Eusebia, riflette l’amore di Dio e il desiderio forte di farlo amare: le sue giornate operose ne sono trasparenza continua e lo confermano i temi prediletti delle sue conversazioni: in primo luogo l’amore di Gesù per tutti gli uomini, che la sua Passione ha salvato. Le Sante Piaghe di Gesù sono il libro che suor Eusebia legge ogni giorno. Ne trae spunti didascalici attraverso una semplice “coroncina”, che consiglia a tutti, anche con frequenti accenni. Nelle sue lettere, si fa apostola della devozione all’Amore misericordioso, secondo le rivelazioni di Gesù alla religiosa polacca, oggi santa, Faustina Kowalska, divulgate in Spagna dal domenicano Padre Juan Arintero.

L’altro “polo” della pietà vissuta e della catechesi di suor Eusebia è costituito dalla “Vera devozione mariana” insegnata dal santo francese Luigi M. Grignion de Montfort. Sarà questa l’anima e l’arma dell’apostolato di suor Eusebia per tutto l’arco della sua breve esistenza. Destinatari sono ragazze, giovani, mamme di famiglia, seminaristi, sacerdoti. “Forse non vi fu parroco in tutta la Spagna – è detto nei Processi – che non abbia ricevuto una lettera di suor Eusebia a proposito della schiavitù mariana”.

Quando, all’inizio degli anni ’30, la Spagna entra nelle convulsioni della rivoluzione per la rabbia dei senza-Dio votati alla distruzione della religione, suor Eusebia non esita a portare alle conseguenze estreme quel principio di “disponibilità”, pronta letteralmente a spogliarsi di tutto. Si offre al Signore come vittima per la salvezza della Spagna, per la libertà della religione. La vittima è accetta a Dio. Nell’agosto 1932 un malore improvviso e le prime avvisaglie. Poi l’asma, che in momenti diversi l’aveva disturbata, inizia ora a tormentarla fino a livelli d’intollerabilità, aggravata da malesseri vari subentrati in modo insidioso.

In questo tempo, visioni di sangue addolorano suor Eusebia ancor più degli inspiegabili mali fisici. Il 4 ottobre 1934, mentre alcune consorelle pregano con lei nella cameretta del suo sacrificio, s’interrompe e impallidisce: “Pregate molto per la Catalogna”. È il momento iniziale di quella sollevazione operaia in Asturia e di quella catalana a Barcellona (4-15 ottobre 1934) che saranno chiamate “anticipo rivelatore”. Visione di sangue anche per la sua cara direttrice, suor Carmen Moreno Benítez, che sarà fucilata con un’altra consorella il 6 settembre 1936: nel 2001, dopo il riconoscimento del martirio, sarà dichiarata beata.

Intanto i malanni di suor Eusebia si aggravano: il medico curante ammette di non saper definire la malattia che, aggiuntasi all’asma, le fa accartocciare le membra riducendola a un gomitolo. Chi la visita sente la forza morale e la luce di santità che irradia da quelle povere membra doloranti, lasciando assolutamente intatta la lucidità del pensiero, la delicatezza dei sentimenti e la gentilezza nel tratto. Alle sorelle che la assistono promette: “Tornerò a fare i miei giretti”.

Nel cuore della notte fra il 9 e il 10 febbraio 1935 suor Eusebia pare serenamente addormentarsi. Per l’intera giornata le fragili spoglie, adorne di tantissimi fiori, sono visitate da tutta la popolazione di Valverde. Fra tutti ritorna la stessa espressione: “È morta una santa”.

Prima di morire ebbe momenti di estasi e visioni. La sua salma riposa a Valverde del Camino.

Venerabile il 17 dicembre 1996; beatificata il 25 aprile 2004 da Giovanni Paolo II.

 

PREGHIERA

O Dio, che hai modellato il cuore 
della beata Eusebia, vergine,
sul mistero pasquale del tuo Figlio, fino al dono della vita,
concedi a noi, rafforzati dal suo esempio di umiltà e letizia,
di crescere costantemente nel tuo amore
e nel servizio dei poveri.
Ti supplichiamo di voler glorificare quest’umile tua serva
e di concederci, per sua intercessione,
la grazia che ti chiediamo…
Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Fonte: http://www.sdb.org

 

 

 

 




Follia ed eresia dilagante: non risparmiano neppure il sacramento della Santa Comunione Eucaristica

Arrivano dati sconcertanti sulla possibilità di accostarsi alla “Mensa del Signore” luterana da parte dei cattolici; ugualmente (come già fatto in Svezia da papa Francesco) far “partecipare” alla S. Eucaristia i luterani.

Si tratta di follia, eresia, apostasia.

 

Si veda https://linformatoreweb.wordpress.com/2017/11/02/siamo-entrati-ufficialmente-nella-apostasia-5-novembre-messa-ecumenica-a-roma/

 

Anche qui sotto (a cura di Sandro Magister; fonte http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351332.html)

 

ROMA, 1 luglio 2016 – A modo suo, dopo aver incoraggiato per i divorziati risposati la comunione, in quanto “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”, papa Francesco incoraggia ora anche i protestanti e i cattolici a fare la comunione insieme nelle rispettive messe.

Lo fa, come sempre, in modo discorsivo, allusivo, non definitorio, rimettendo la decisione ultima alla coscienza dei singoli.

Resta emblematica la risposta che diede il 15 novembre 2015, in visita nella Christuskirche, la chiesa dei luterani di Roma (vedi foto), a una protestante che gli chiedeva se poteva fare la comunione assieme al marito cattolico.

La risposta di Francesco fu una stupefacente girandola di sì, no, non so, fate voi. Che è indispensabile rileggere per intero, nella trascrizione ufficiale:

“Grazie, Signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderLe, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: ‘Fate questo in memoria di me’. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. Lei è una testimonianza di un cammino anche profondo perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. Abbiamo lo stesso Battesimo. Quando Lei si sente peccatrice – anche io mi sento tanto peccatore – quando suo marito si sente peccatore, Lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il Battesimo. Quando voi pregate insieme, quel Battesimo cresce, diventa forte; quando voi insegnate ai vostri figli chi è Gesù, perché è venuto Gesù, cosa ci ha fatto Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica, ma è lo stesso. La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche luci teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi. ‘Questo è il mio Corpo, questo è il mio sangue’, ha detto il Signore, ‘fate questo in memoria di me’, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare. Io ho avuto una grande amicizia con un vescovo episcopaliano, 48enne, sposato, due figli e lui aveva questa inquietudine: la moglie cattolica, i figli cattolici, lui vescovo. Lui accompagnava la domenica sua moglie e i suoi figli alla Messa e poi andava a fare il culto con la sua comunità. Era un passo di partecipazione alla Cena del Signore. Poi lui è andato avanti, il Signore lo ha chiamato, un uomo giusto. Alla sua domanda Le rispondo soltanto con una domanda: come posso fare con mio marito, perché la Cena del Signore mi accompagni nella mia strada? È un problema a cui ognuno deve rispondere. Ma mi diceva un pastore amico: ‘Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?’ – ‘Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…’. La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: ‘Una fede, un battesimo, un Signore’, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più”.

Impossibile ricavare da queste parole un’indicazione chiara. Di certo, però, parlando in forma così “liquida”, papa Francesco ha rimesso tutto in discussione, riguardo all’intercomunione tra cattolici e protestanti. Ha reso qualsiasi posizione opinabile e quindi praticabile.

Infatti, in campo luterano le parole del papa furono subito prese come un via libera all’intercomunione.

Ma ora anche in campo cattolico è arrivata una presa di posizione analoga, che soprattutto si presenta come interpretazione autentica delle parole dette da Francesco nella chiesa luterana di Roma.

A far da interprete autorizzato del papa è il gesuita Giancarlo Pani, sull’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”, la rivista diretta da padre Antonio Spadaro che è ormai diventata la voce ufficiale di Casa Santa Marta, cioè di Jorge Mario Bergoglio in persona, che rivede e concorda gli articoli che più gli interessano, prima della loro pubblicazione.

Prendendo spunto da una recente dichiarazione congiunta della conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e della Chiesa evangelica luterana d’America, padre Pani dedica l’intera seconda parte del suo articolo all’esegesi delle parole di Francesco nella Christuskirche di Roma, accortamente selezionate tra le più funzionali allo scopo.

E ne trae la conclusione che esse hanno segnato “un cambiamento”  e “un progresso nella prassi pastorale”, analogo a quello prodotto da “Amoris laetitia” per i divorziati risposati.

Sono solo “piccoli passi avanti”, scrive Pani nel paragrafo finale. Ma la direzione è segnata.

Ed è la stessa che Francesco percorre quando dichiara – come ha fatto durante il volo di ritorno dall’Armenia – che Lutero “era un riformatore” benintenzionato e la sua riforma fu “una medicina per la Chiesa”, sorvolando sulle divergenze dogmatiche essenziali tra protestanti e cattolici riguardo al sacramento dell’eucaristia, perché – parola di Francesco nella Christuskirche di Roma – “la vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni”.

Ecco dunque qui di seguito i passaggi principali dell’articolo di padre Pani su “La Civiltà Cattolica”.

__________

Sull’intercomunione tra cattolici e protestanti

di Giancarlo Pani S.I.

Il 31 ottobre 2015, festa della Riforma, la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e la Chiesa evangelica luterana in America hanno pubblicato una dichiarazione congiunta che fa il punto sulla storia dell’ecumenismo nell’ultimo mezzo secolo. […] Il testo è stato reso noto dopo la chiusura del Sinodo dei vescovi sulla famiglia e in vista della commemorazione comune dei 500 anni della Riforma nel 2017. […]

Il documento si conclude con una rilevante proposta positiva: “La possibilità di un’ammissione, sia pure sporadica, dei membri delle nostre Chiese alla comunione eucaristica con l’altra parte (cioè la ‘communicatio in sacris’) potrebbe essere offerta più chiaramente e regolata in modo più misericordioso (compassionately)”. […]

La visita di papa Francesco alla Christuskirche di Roma

Due settimane dopo la promulgazione della dichiarazione, il 15 novembre scorso, papa Francesco ha visitato la Christuskirche, la Chiesa evangelica luterana di Roma. […]

Durante l’incontro, c’è stata anche una conversazione fra il papa e i fedeli. Tra i vari interventi, quello di una signora luterana, sposata con un cattolico, la quale ha chiesto che cosa possa fare perché lei partecipi insieme con il marito alla comunione eucaristica. E ha specificato: “Viviamo felicemente insieme da molti anni condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore”.

Rispondendo, papa Francesco ha posto una domanda: “Condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme?”.

La risposta a questa domanda l’ha data il Vaticano II, nel decreto “Unitatis redintegratio”: “Non è lecito considerare la ‘communicatio in sacris’ come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per ristabilire l’unità dei cristiani. Tale ‘communicatio in sacris’ è regolata soprattutto da due princìpi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa, e dalla partecipazione ai mezzi della grazia. Essa è per lo più impedita dal punto di vista dell’espressione dell’unità; la necessità di partecipare la grazia talvolta la raccomanda. Circa il modo concreto di agire, avuto riguardo a tutte le circostanze di tempo, di luogo, di persone, decida prudentemente l’autorità episcopale del luogo”.

Questa posizione è ribadita e ampliata dal direttorio per l’applicazione dei princìpi e delle norme sull’ecumenismo del 1993, approvato da papa Giovanni Paolo II, là dove si dice: “La condivisione delle attività e delle risorse spirituali deve riflettere questa duplice realtà: 1) la reale comunione nella vita dello Spirito che già esiste tra i cristiani e che si esprime nella loro preghiera e nel culto liturgico; 2) il carattere incompleto di tale comunione a motivo di differenze di fede e a causa di modi di pensare che sono inconciliabili con una condivisione piena dei doni spirituali”.

Il direttorio pone dunque l’accento sul “carattere incompleto della comunione” delle Chiese, da cui segue la limitazione dell’accesso al sacramento eucaristico. Ma se le Chiese si riconoscono nella successione apostolica e ammettono i reciproci ministeri e sacramenti, godono di un maggior accesso ai sacramenti stessi, che, in ogni caso, secondo il documento, non deve essere massivo e indiscriminato. La condivisione sacramentale rimane invece limitata per le Chiese che non hanno una comunione e unità di fede sulla Chiesa, l’apostolicità, i ministeri e i sacramenti.

Tuttavia la teologia cattolica mantiene con sapienza direttive di ampio respiro, in modo da considerare caso per caso – come ricorda il decreto “Unitatis redintegratio” – con un discernimento che compete all’ordinario del luogo. In tal senso, almeno dopo la promulgazione del direttorio, non si può più dire che “i non cattolici non possono mai ricevere la comunione in una celebrazione eucaristica cattolica”. È interessante notare come la stessa logica di “discernimento pastorale” sia stata applicata da papa Francesco nella sua esortazione apostolica “Amoris laetitia” (nn. 304-306).

Si può partecipare insieme alla Cena del Signore?

A questo punto si ricollega papa Francesco, il quale prosegue: “Ma non abbiamo lo stesso battesimo? E se abbiamo lo stesso battesimo, dobbiamo camminare insieme. Lei [il papa si riferisce alla signora che aveva posto la domanda] è una testimonianza di un cammino anche profondo, perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. […] Quando lei si sente peccatrice – anch’io mi sento tanto peccatore –, quando suo marito si sente peccatore, lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il battesimo. Quando voi pregate insieme, quel battesimo cresce, diventa forte. […] La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali, soltanto se uno è sincero con se stesso e con le poche luci teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso […]. ‘Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue’, ha detto il Signore; ‘fate questo in memoria di me’, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare”.

Ma allora si può partecipare insieme alla Cena del Signore? A questo proposito il papa ha fatto una distinzione: “Io non oserò mai dare il permesso di fare questo, perché non è mia competenza”. Poi ha aggiunto, ricordando le parole dell’apostolo Paolo: “Un battesimo, un Signore, una fede” (Ef 4, 5), e ha esortato, continuando: “È un problema a cui ognuno deve rispondere. […] Parlate col Signore e andate avanti”.

Qui entra in gioco la missione principale della Chiesa, formulata anche nel Codice di diritto canonico come “salus animarum, quae in Ecclesia suprema lex esse debet” (cfr. 1752). La necessità di una valutazione concreta su ciascun singolo caso è assolutamente ribadita da quella che è la missione precipua della Chiesa, la “salus animarum”. In forza di ciò, di fronte a casi estremi, l’accesso alla vita di grazia che i sacramenti garantiscono, soprattutto nel caso dell’amministrazione della eucaristia e della riconciliazione, diviene imperativo pastorale e morale.

La pastorale di papa Francesco

La presa di posizione del papa sembra una riaffermazione delle direttive del Vaticano II. Ma non sfugge che un cambiamento c’è, e anzi può essere inteso come un progresso nella prassi pastorale. Di fatto Francesco, come vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale, ribadendo quanto affermato dal Concilio inserisce quella prassi nel cammino storico che il dialogo luterano-cattolico ha compiuto nei confronti del sacramento della riconciliazione e dell’eucaristia. Il direttorio del 1993 già notava che “in certe circostanze, in via eccezionale e a determinate condizioni, l’ammissione a questi sacramenti può essere autorizzata e perfino raccomandata a cristiani di altre Chiese e comunità ecclesiali”.

Del resto, dieci anni prima, il Codice di diritto canonico dettava le condizioni in cui i fedeli delle Chiese nate dalla Riforma (luterani, anglicani ecc.) possono ricevere i sacramenti in particolari circostanze: per esempio, “se non possono accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti” (can. 844 § 4).

Papa Giovanni Paolo II, nella lettera enciclica “Ecclesia de eucharistia”, del 2003, ha precisato alcuni punti al riguardo, asserendo che “occorre badare bene a queste condizioni, che sono inderogabili, pur trattandosi di casi particolari determinati”, come quella del “pericolo di morte o altra grave necessità”. L’intento di queste precisazioni è sempre la cura pastorale delle persone, con una specifica attenzione a che questo non porti all’indifferentismo.

Qui occorre mettere in chiaro che, se da un lato le misure prudenziali e restrittive che la Chiesa ha posto in passato si basavano sulla teologia sacramentale, dall’altro la sua missione pastorale e la salvezza delle anime che essa ha a cuore rivelano il valore della grazia del Signore e la condivisione dei beni spirituali. Papa Francesco ha espresso particolare attenzione ai problemi della persona nella “communicatio in sacris”, alla luce degli sviluppi dell’insegnamento della Chiesa dal Concilio al direttorio del 1993 sui princìpi e norme dell’ecumenismo, dalla dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 1999 al testo “Dal conflitto alla comunione” del 2013, fino all’ultima dichiarazione del 2015.

Si tratta di piccoli passi avanti nella prassi pastorale. La norma e la dottrina devono essere sempre più guidate dalla logica evangelica e dalla misericordia, dalla cura pastorale dei fedeli, dall’attenzione ai problemi della persona e dalla valorizzazione della coscienza illuminata dal Vangelo e dallo Spirito di Dio.

__________

Il link all’articolo di padre Giancarlo Pani su “La Civiltà Cattolica” del 9 luglio 2016:

> Cattolici e luterani. L’ecumenismo nell’”Ecclesia semper reformanda”

La dichiarazione comune della conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e della Chiesa evangelica luterana d’America citata da Pani:

> Declaration on the Way: Church, Ministry and Eucharist