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Da Il Timone. Aborto, la principale causa di morte al mondo è una “scelta”. Quasi 42 milioni in un anno. Dicono che è una notizia da non sapere, tantomeno da divulgare

Il 2018 si è da poco concluso e numerosi e diversificati sono stati i bilanci che i media hanno presentato sui 365 giorni che ci siamo appena lasciati alle spalle. Principalmente, come da abitudine, si sono fatti resoconti sugli eventi politici, sociali, sportivi e climatici più rilevanti, quelli cioè che hanno interessato il maggior numero di persone. Eppure, nonostante i tentativi giornalistici di offrire le sintesi più accurate e complete sul 2018, c’è da scommettere che quasi nessuno sottolineerà il dato più drammatico dell’anno scorso, ossia quello della principale causa di morte, che ha comportato qualcosa come 41 milioni di vittime: 41.9 per la precisione, dunque quasi 42.

Per quale ragione la morte di decine di milioni di persone rischia di passare sotto silenzio? Semplice: perché ad averle uccise non sono stati la malattia, l’inquinamento, il fumo, la violenza di coppia o altro – tutte realtà a cui i media, come noto, riservano quotidiana attenzione. No, la causa di queste decine di milioni di morti è un’altra: è l’aborto volontario. A stabilirlo, sono state le elaborazioni effettuate a cura di Worldometers, che non è un sito tendenzioso o poco attendibile, essendo stato indicato come uno dei portali gratuiti più affidabili dall’American Library Association.

Ebbene, grazie a questa fonte sappiamo per esempio che, al 31 gennaio 2018, nel mondo le persone morte per cancro ammontassero a 8,2 milioni, di quali 5 a causa del fumo, mentre – come si diceva poc’anzi – gli esseri umani eliminati con l’aborto sono risultati oltre cinque volte tanti. Per la precisione, lo scorso anno poco meno di un quarto di tutte le gravidanze (il 23%) sono terminate con un aborto con il risultato finale che, per ogni 33 nativi viti, 10 bambini sono stati soppressi in frase prenatale. Per un totale, appunto, di quasi 42 milioni di morti. Una vera e propria carneficina.

Certo, chi nonostante tutto volesse ostinatamente cercare il bicchiere mezzo pieno potrebbe sempre ribattere che, nel male, si sta comunque verificando una riduzione mondiale del numero degli aborti, che dal 2010 al 2014, l’Oms stimava in 56 milioni all’anno. Un’affermazione, questa, che però merita di essere presa con le molle dal momento che – fanno notare diversi osservatori – notoriamente l’Oms, per elaborare le proprie stime, si appoggia all’istituto Guttmacher, ente notoriamente abortista e che, soprattutto, pare non conteggi nelle proprie stime i dati reali di molti Paesi.

Ne consegue quindi come, prima di tentare di ridimensionare una tragedia davvero epocale quale è quella dell’aborto procurato, convenga riflettere su quelle 42 milioni di persone eliminate prima che vedessero la luce, che – numeri alla mano – risultano parecchie di più delle vittime di cancro, malaria, Hiv, fumo, alcool e incidenti stradali messe assieme. Ciò nonostante, non soltanto della prima causa di morte nel pianeta, c’è da scommettere, si continuerà a non parlare ma, anche laddove lo si farà, lo si farà ricorrendo a quella neolingua che anziché di aborto preferisce parlare di «interruzione volontaria di gravidanza», con una sostituzione terminologica giudicata ingannevole e mendace anche da san Giovanni Paolo II nella sua Evangelium Vitae.

Così la tragedia dell’aborto  «una scelta», secondo il vocabolario della cultura dominante – continuerà a ripetersi nell’indifferenza generale anche in questo 2019. Anzi, si sta già ripetendo dato che, sempre secondo le stime di Worldometers, in questo inizio anno pare si siano già verificati più di 170.000 aborti. Ovviamente, anche di questo nessuno parlerà; anche se si sono già sommate, solo nell’ultimo anno, 42 milioni di ottime ragioni per farlo.

Libro della settimana. Simona Atzori, “dopo di te”

“Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma” (S. Atzori)

 

Le emozioni intime della ballerina, pittrice e scrittrice nata senza braccia riguardo la perdita della madre, in un libro delicato e forte

“Cosa ne sarà di mio figlio dopo di me? Chi lo proteggerà? Chi lo aiuterà?” Queste sono le domande che rappresentano la preoccupazione più grande di molti genitori, soprattutto nel caso in cui i figli abbiano delle disabilità. Un po’ la sensazione e quell’istinto innato di protezione, un po’ perché in Italia sono ancora insufficienti le leggi che si occupano di risolvere in modo definitivo la questione del “dopo di noi”.

Questi interrogativi possono trovare una risposta nelle parole di Simona Atzori: ballerina, pittrice e scrittrice, nata senza braccia che decide di dedicare la sua seconda opera letteraria (la prima nel 2011 Cosa ti manca per essere felice?) alla sorella Gioia, al padre e alla madre Tonina, rivolgendosi direttamente a quest’ultima.

“Dopo di te -Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma-” è il titolo del libro, un diario intimo  e toccante in cui Simona ripercorre l’ultimo periodo di vita di sua madre, dall’inizio della malattia fino al suo ultimo respiro, svelandole preoccupazioni e sentimenti che in quel periodo provava silenziosamente e che faticava ad esprimere. Mentre soffriva per la madre, contemporaneamente emergeva in Simona la consapevolezza che la sua vita sarebbe cambiata.

Ti ricordi mamma quando il giorno della mia nascita hai avuto la sensazione che l’ospedale e tutta Milano ti crollassero addosso? Trentotto anni dopo, nello stesso mese di giugno avevo l’impressione di sentirmi così. La differenza era che, se la tua sensazione arrivava in coincidenza con un inizio – che tu, grazie a Dio, hai saputo trasformare in luce e speranza di vita vera-, la mia sapeva di buio, di disperazione, di fine.”

In “Dopo di te” Simona racconta passo per passo come è riuscita a maturare ed accettare questa consapevolezza. La iniziò a sentire dentro di sé, le sarebbe mancato quel sostegno che sempre l’aveva sorretta e che l’aveva aiutata ad affrontare con grinta le sfide della vita. Una donna forte quella che descrive Simona, un pilastro della famiglia, fino a  quando la malattia portò  a cambiare le dinamiche all’interno della loro famiglia: i ruoli si stavano capovolgendo, era Tonina che avrebbe avuto bisogno del loro sostegno:
“Una parte di noi avrebbe voluto chiamare la mamma, come sempre da piccole nei momenti critici, ma ora eravamo noi chiamate a proteggere lei, la donna che ci aveva sempre protetto. In qualche modo eravamo diventate noi la sua mamma, ed era giusto così. Sapevamo che anche papà avrebbe avuto bisogno del nostro aiuto, di essere accompagnato per mano e con delicatezza, in questo nuovo percorso. Sapevamo che avremmo dovuto proteggere anche lui. (…)Avrei voluto essere più forte, ma non ce l’ho fatta. Per la prima volta avevo la sensazione che anche tu fossi fragile. Riuscivo a pensare solo che anche le leonesse cadono, benché tu non fossi ancora caduta- e, per la verità, non sei mai caduta. Ero io: io stavo cadendo. Io ero inciampata e temevo che non sarei riuscita a tenermi in piedi.

Un rapporto speciale come quello che spesso si instaura tra una madre e una figlia ma che nel caso di Simona e la madre si è sempre contraddistinto dal fatto che Tonina, come ha dichiarato Simona, fungeva da braccia alla figlia, sostenendo anche le sue scelte artistiche: l’accompagnava durante le esibizioni e nei numerosi viaggi in giro per l’Italia.
Così Simona racconta i primi suoi timori, come quella volta in cui doveva andare a Roma a ballare per il concerto per il Papa, pensando che sarebbe stata accompagnata, come per tutti gli spettacoli precedenti, dalla madre. Questa volta Tonina a causa del suo malessere non poteva andare. Simona  inizialmente decise di non partire ma la madre “si arrabbiò”, mai avrebbe permesso che sua figlia rinunciasse allo spettacolo. Simona quindì partì e  durante il viaggio in treno, in direzione Roma, la ballerina capì che “il dopo di te, in un certo senso era già cominciato”.

E’ la storia di una famiglia normale, di una madre che ha raccolto tutte le sfide della vita, superandole anche con ironia. Una madre che alle figlie ha voluto dare tutti gli strumenti per poter vivere serenamente. Ed in particolare a Simona, ha voluto far comprendere la vita, da un lato diventando le sue braccia, dall’altro aprendole tutte le possibilità per riuscire ad essere serena con ciò che ha, concentrandosi sempre su ciò che può fare e non su ciò che non può fare, con coraggio (quante volte se lo sono sentite dire!)  e umiltà, un sentimento che Simona ha imparato a scoprire ed a comprendere grazie alla madre.

“Ecco cosa mi era mancato. L’umiltà di accettare i cambiamenti, di perdonarmi se non ce la facevo, di smettere d’insistere quando era troppo. Volevo così tanto farcela da sola che stavo rischiando di smarrirmi, di non riuscire ad accettare fino in fondo gli enormi cambiamenti che mi erano capitati; è stata la sfida maggiore di quel periodo: accogliere il cambiamento con coraggio.(…)Dovevo farmi forza, raccogliere la signora Umiltà nella mia vita e farla accomodare nel posto d’onore della mia casa. Avrei dovuto guardala negli occhi ogni volta che stavo male, ogni volta che piangevo, ogni volta che chiedevo a Dio il perché di tutto questo. L’ho fatto. Lei mi è sempre stata accanto per ricordarmi, con pazienza, che potevo farcela. Potevo smetterla di lottare e accettare il cambiamento.”

Simona non si è abituata all’assenza della madre ma sa che, come ha fatto in questo libro, può trovare il modo di comunicare con lei, magari attraverso l’arte, in un quadro o ballando, come piaceva tanto a Tonina.

 

Fonte: https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/simona-atzori-racconta-il-suo-dopo-di-te-alla-madre

Passione

Che bella la lingua italiana – assieme ad altre -:

una sola parola per una ricchezza

insondabile e soprattutto sconvolgente

 

[Propongo la lettura accompagnata da L. Einaudi, Dietro casa, in Una mattina]
 

 

 

Passione di un bimbo per la sua squadra.

Le frittelle alla crema: che passione!

Passione dell’uomo per la sua donna.

Una donna appassionata dell’uomo suo.

Un maestro, un artigiano che lavora con passione.

Don Bosco che vive, muore, vive oggi

esplodendo di passione per i suoi giovani.

La passione della lenta agonia di dolore

di tanti fratelli e sorelle.

Mi appassiono di te che incontro.

La passione del giovedì, venerdì e sabato santo.

Oggi ti ho incontrato

e mi sono appassionato di te e della tua anima.

Chissà se queste righe faranno crescere in te

la passione…

Passione: amore o croce?

Passione: Amore e Croce.

Nessuna tua lacrima andrà perduta.

Passione nella Trinità: (sovra)abbassamento e servizio.

Passione: donare e a modo tuo ricevere.

Amare.

Creature e Creatore. 3. Il Passaggio

Mio fratello, che non parlava assolutamente mai della sua terribile malattia, un giorno mi disse che lui andava molto spesso al “nostro” cimitero e sostava davanti al loculo del nonno paterno, di cui ne portava il nome, a vedere l’effetto che faceva vedersi scritto sulla lapide, visto che non ne avrebbe avuto la possibilità.

Continua a leggere

Come Pollicino, per seguire le tracce di Gesù e Maria, san Francesco di Sales e don Bosco


 

 

 

 

 

 

 

 

1° atto. La peggiore eresia secondo san Francesco di Sales

Francesco di Sales, Filotea, Parte I, Capitolo III

Nella creazione Dio comandò alle piante di portare frutto, ciascuna secondo il proprio genere: allo stesso modo, ai Cristiani, piante vive della Chiesa, ordina di portare frutti di devozione, ciascuno secondo la propria natura e la propria vocazione.

La devozione deve essere vissuta in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla nubile, dalla sposa; ma non basta, l’esercizio della devozione deve essere proporzionato alle forze, alle occupazioni e ai doveri dei singoli.

Ti sembrerebbe cosa fatta bene che un Vescovo pretendesse di vivere in solitudine come un Certosino? E che diresti di gente sposata che non volesse mettere da parte qualche soldo più dei Cappuccini? Di un artigiano che passasse le sue giornate in chiesa come un Religioso? E di un Religioso sempre alla rincorsa di servizi da rendere al prossimo, in gara con il Vescovo? Non ti pare che una tal sorta di devozione sarebbe ridicola, squilibrata e insopportabile?

Eppure queste stranezze capitano spesso, e la gente di mondo, che non distingue, o non vuol distinguere, tra la devozione e le originalità di chi pretende essere devoto, mormora e biasima la devozione, che non deve essere confusa con queste stranezze.

Se la devozione è autentica non rovina proprio niente, anzi perfeziona tutto; e quando va contro la vocazione legittima, senza esitazione, è indubbiamente falsa.

Aristotele dice che l’ape ricava il miele dai fiori senza danneggiarli, e li lascia intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non porta danno alle vocazioni e alle occupazioni, ma al contrario, le arricchisce e le rende più belle.

Qualunque genere di pietra preziosa, immersa nel miele diventa più splendente, ognuna secondo il proprio colore; lo stesso avviene per i cristiani: tutti diventano più cordiali e simpatici nella propria vocazione se le affiancano la devozione: la cura per la famiglia diventa serena, più sincero l’amore tra marito e moglie, più fedele il servizio del principe e tutte le occupazioni più dolci e piacevoli.

Pretendere di eliminare la vita devota dalla caserma del soldato, dalla bottega dell’artigiano, dalla corte del principe, dall’intimità degli sposi è un errore, anzi un’eresia.

[…] Poco importa dove ci troviamo: ovunque possiamo e dobbiamo aspirare alla devozione.[1]

2° atto. L’apice di san Francesco di Sales. Il monte degli amanti

Francesco di Sales, Teotimo, Libro XII, Capitolo XIII

«Teotimo, il monte Calvario è il monte degli amanti. Ogni amore che non trae origine dalla passione del Salvatore è frivolo e pericoloso. Infelice è la morte senza l’amore del Salvatore; infelice è l’amore senza la morte del Salvatore. L’amore e la morte sono talmente fusi insieme nella Passione del Salvatore che non è possibile avere nel cuore l’una senza l’altra. Sul Calvario non è possibile avere la vita senza l’amore, né l’amore senza la morte del Redentore: ma fuori di là, tutto è o morte eterna oppure amore eterno, e tutta la sapienza cristiana consiste nel saper scegliere bene».

 

3° atto. La vita di don Bosco come splendore ferito d’amore

Dalle Memorie dell’Oratorio

«In quel momento [moti rivoluzionari] apparve tale un pervertimento di idee e di azioni, che io non poteva più fidarmi di gente di servizio; quindi ogni lavoro domestico era fatto da me e mia madre. Fare la cucina, preparare la tavola, scopare, spaccar legna, tagliare e fare mutande, camicie, calzoni, giubbetti, asciugamani, lenzuola, e farne le relative riparazioni; erano cose di mia spettanza. Ma queste cose tornavano assai vantaggiose moralmente, perché io poteva comodamente indirizzare ai giovani un consiglio od una parola amica, mentre loro somministrava pane, minestra od altro».

Dalle Memorie Biografiche

«Oh! Se io potessi un poco mettere in voi questo grande amore a Maria e a Gesù nell’Eucaristia, quanto sarei fortunato. Vedete, dirò uno sproposito, ma importa niente: sarei disposto per ottenere questo a strisciare con la lingua per terra di qui fino a Superga. È uno sproposito, ma io sarei disposto a farlo; la mia lingua andrebbe in pezzi, ma importa niente: io allora avrei tanti giovani santi».

 

4° atto. L’oscura chiarezza della fede

 

Mentre ascolto il sottofondo di Handel sono profondamente indeciso se rimanere voltato verso le montagne solenni davanti alla mia scrivania o girarmi verso… il comodino. Lì so che mi attende una parte di vita molto più scomoda e dolorosa. Per farmi capire devo prima introdurre una cosiddetta figura retorica: l’ossimoro. Questa parola strana ha un’etimologia, un origine ancora più stramba: in greco vuol dire «acuto sciocco». Così. È come se la mamma ti dicesse “affrettati lentamente”. Oppure, in modo molto più adatto alla serietà della parola, Salvatore Quasimodo, nelle Lettere alla madre, scriveva che “gli alberi si gonfiano di acqua, bruciano di neve”. Anche se sappiamo tutti che la neve non brucia, certamente il verso del poeta ha seminato qualcosa nel nostro cuore.

Perché l’ossimoro. Per il semplice motivo che in queste settimane, alla sera prima di addormentarmi, sto leggendo due ossimori: Crudele dolcissimo amore e Oscura luminosissima notte. In copertina al primo libro una foto dell’84 con una simpatica ragazza sorridente. Sovrasta il secondo libro un cielo che minaccia temporale e una piccola donna, di schiena, in carrozzella. Si parla di un amore: soprattutto quello di Dio per Chiara, ma anche di quello spassionato e a tratti giocondo della prima Chiara. Ma di un amore che è al tempo stesso crudele (non lascia tregue, incide con il bisturi fino ai nervi più scoperti e al cuore) e dolcissimo: Dio, per Chiara è “il Socio” a cui non può e soprattutto non vuole rinunciare. È l’Amore della sua vita. L’unico che permette di fare in modo che le ferite lancinanti divengano feritoie da cui intravedere una salvezza. Alla vostra lettura tutto il resto del diario del dialogo tra una Chiara malata in modo progressivo, degenerativo e incurabile… e Dio.

Qui incontriamo il primo Francesco: è il nostro amico Francesco di Sales. Lui parla dell’esperienza dell’anima innamorata di Dio. “Ed ecco la meraviglia: infatti Dio propone i misteri della fede alla nostra anima frammisti ad oscurità e tenebre, in modo che noi non vediamo le verità, ma soltanto le intravediamo; proprio come capita qualche volta allorché essendo la terra coperta di nebbia, non riusciamo a vedere il sole, ma vediamo soltanto un po’ più di chiarore nella sua direzione, di modo che, per così dire, lo vediamo senza vederlo, poiché, da un lato, non lo vediamo in modo tale da poter dire semplicemente che lo vediamo, e, d’altro lato, non lo vediamo così poco da poter dire che non lo vediamo affatto; è quello che chiamiamo intravedere.

Tuttavia, questa oscura chiarezza della fede, una volta entrata nel nostro spirito, non per forza di ragionamenti o per forza di argomentazioni, ma soltanto per la dolcezza della sua presenza, si fa credere e obbedire dall’intelletto con tanta autorità, che la certezza che essa ci dona della verità supera tutte le altre certezze del mondo e sottomette talmente tutto lo spirito e tutti i suoi discorsi che, a confronto, non godono più di alcun credito”.

Beccato! Anche qui c’è l’ossimoro…. “l’oscura chiarezza della fede”.

Noi pretenderemmo di sapere tutto, subito e distintamente, ma nella vita… soprattutto nell’amore non è così. Vediamo attraverso, intravediamo, scorgiamo, intuiamo… e ci viene richiesto uno slancio di testa+cuore+volontà che a volte ci scaglia verso altezze vertiginose (nel bene), altre volte verso dispiaceri che scarnificano l’anima e il corpo (e delle volte capita che anche qui stiamo procedendo verso il bene complessivo).

Mettiamoci allora in ascolto di Benedetto e Francesco nella Lumen Fidei (numeri 2 e 3). Loro parlano della fede e si chiedono: è solo una luce illusoria? ”Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.

In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione”.

Anche il tramonto di oggi non delude: rosso fuoco tra gli alberi spogli. Capolavoro di una giornata di grazia. Qui ci vuole il primo movimento (Affettuoso) del Concerto Brandeburghese numero 5 di Bach.

Augurandoci che anche la nostra vita, anche tra accordi dissonanti, risulti per Dio, per i fratelli e le sorelle… per noi stessi un’armonia stupenda.

Bisogna rattristarsi per le colpe commesse,

con un pentimento forte, solido, costante, tranquillo,

ma non violento, inquieto, scoraggiato.

Francesco di Sales

Solo quando è buio si possono vedere le stelle.

Martin Luther King

Colui che spera di essere felice deve sopportare una misura di infelicità:

la luce può entrare solo dove c’è stato buio.

Robbi Riziring



[1] Per «devozione» Francesco intende il fatto di compiere con amore (gioioso o sofferto) la volontà di felicità di Dio per noi e per tutti coloro che incontriamo.