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Creature e Creatore. 13. Natale d’altri tempi

Oramai siamo nel Tempo del Natale. La città è un tripudio di luci, le vetrine fanno a gara su scintillii e addobbi, si comincia la seria ricerca dei regali, si prenota il ristorante per il pranzo di Natale. Nelle chiese si comincia ad allestire il Presepe. Nelle case si fa spazio per l’albero (per lo più finto) da allestire con addobbi preziosi e a tema.
Il mio non è un pensiero nostalgico, ma il ricordo che ho del Natale è un po’ diverso.

Alle elementari ci si preparava per la recita dell’ultimo giorno prima delle vacanze; le bidelle, con l’aiuto di qualche maestra, preparavano il presepe ai piedi della scala che portava alle aule del piano superiore e addobbavano anche un albero di Natale in modo molto semplice con finti pacchettini, bigliettini, nastri colorati e fiocchi..tutto fatto in casa e in parte anche da noi bambini. Tutto dicembre era vissuto in questi preparativi, senza contare la mitica letterina a Gesù Bambino piena di brillantini nella quale si chiedeva sottovoce se era possibile avere un regalo, quasi sempre senza osare specificare quale, e la maggior parte delle righe era riservata per ringraziare per i genitori e i fratellini e per chiedere di diventare più buoni e obbedienti perchè alla fine questo era il regalo più bello! Nella mia famiglia i doni non li portava Gesù Bambino, neppure Babbo Natale e neppure San Nicolò che passava solo dall’altra parte del Piave dove era nata la mamma e al quale i bambini facevano trovare fuori dell’uscio un po’ di paglia e biada per il povero asinello. A casa mia arrivava la Befana (Epifania che tutte le feste si porta via) e nessuno come lei sapeva portare fiammanti biciclette rosse, strabilianti scatole di traforo, le pistole dorate di Tex Willer, il libro di fiabe con la copertina azzurra di cartone rigido e splendidi disegni in ogni pagina, che poi era davvero difficile tornare a scuola il giorno dopo!
Si faceva l’albero di Natale: un pino vero con le radici che profumava di bosco tutto il salotto e che poi veniva piantato in giardino con la speranza che attecchisse per l’anno dopo. Le decorazioni erano ghirlande di svariati colori, fragilissime palline di vetro colorato e decorato, uccellini con la coda di piume, candeline rosse e lo splendido inarrivabile puntale. Si faceva anche un piccolo presepe: la capanna, qualche pastore, le pecorelle e il muschio che noi bimbi raccogliavamo nel prato dietro casa. Il papà decorava con le luci il pino del giardino e noi ci incantavamo a guardarlo dalla finestra del soggiorno. La sera della vigilia ci veniva concesso di restare alzati a guardare le comiche in televisione perchè poi si andava alla Messa di mezzanotte, mentre la mamma in cucina era indaffarata ai fornelli per preparare arrosti e bolliti, ragù, funghi e verdure cotte e crude per l’abbondanza del pranzo di Natale. La chiesa era gremita e molti non trovavano posto nei banchi; i bambini si sforzavano di restare svegli ma il tepore e l’omelia li facevano cedere al sonno da cui subito venivano risvegliati dai canti del coro: Tu scendi dalle stelle, Astro del Ciel, Adeste Fideles, Angeli della campagna, Santa Notte. Il momento più bello era quando il Bambinello veniva deposto nella mangiatoia del Presepe: era davvero arrivato Natale! E se ritornando a casa si diceva di aver freddo, la mamma subito ci ricordava che noi avevamo i cappotti e i guanti mentre Gesù era avvolto solo in poveri panni e il suo lettino era la paglia della mangiatoia del bue. Ma per scaldarci, una volta rientrati, ci preparava il latte caldo con il panettone: e sì, era davvero la notte di Natale!

Il giorno dopo si ritornava alla Messa solenne delle undici e ci si fermava ad ammirare con calma il grande Presepe con tutte le statuine e le case e il laghetto. Il pranzo era in soggiorno e la tavola era preparata con la tovaglia più bella e il cibo era abbondante e tutto buonissimo. Al pomeriggio si andava in centro città per il giro dei Presepi: Duomo, Frati, San Nicolò, San Vito, San Martino vicino alla pasticceria più rinomata dove poi si prendeva la cioccolata con la panna. E gli occhi erano sbarluccicanti e pieni di tutti quegli allestimenti ognuno diverso e particolare che ricordavano terre lontane e lavori antichi e davvero non si sapeva scegliere quale fosse il più bello. Si ritornava giusto per la cena con i tortellini in brodo e quanto avanzato dal pranzo. Poi subito a letto perchè domani, Santo Stefano, si va alla Messa delle nove.
Non voglio far nessun paragone con oggi: addobbi fantastici, vacanze sulla neve o ai tropici, pranzi luculliani in ristoranti di lusso o agriturismi, regali a dismisura magari qualcuno inutile. Solo mi chiedo se sarebbe bello poter ridare ai bambini almeno un po’ di quel Natale, in cui lo spirito vero era quello della nascita di Gesù, in cui si aspettava la mezzanotte non per i botti ma per deporre il Bambinello nella greppia mentre tutti cantavano “Tu scendi dalle stelle o Dio del cielo, e vieni in questa grotta al freddo e al gelo. O bambino mio divino, io ti vedo qui a tremar. O Dio beato, ah quanto ti costò l’avermi amato” e si sentiva tutto il freddo che quel neonato pativa, in cui la famiglia si riuniva per il giorno di festa, ed era davvero festa… e i regali se li lasciava alla Befana perché Gesù Bambino portava ben altri doni.

 

Piccolo alfabeto cristiano. N come Nonni

La memoria delle radici è tanto più convincente quanto più le radici sono profonde, quanto più affondano nel mistero di Dio. Citando il grande poeta Clemente Rebora, il quale dice che “il tronco s’inabissa ov’è più vero”, papa Francesco, rivolgendosi ai nonni, ha commentato semplicemente così: “le radici si alimentano della verità”.

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