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Dal Caffè di M. Gramellini. “Il padre eterno”

Quando ha saputo che gli rimanevano pochi mesi di vita, Andrea Bizzotto ha subito pensato a sua figlia Giulia, di due anni. A come si sarebbe arrabbiata nel non trovarlo più. Un orfano si sente tradito ed è impossibile guarirlo dal sospetto che chi lo ha lasciato non gli volesse bene. Così Andrea ha scritto un libro per spiegare a Giulia chi era suo padre e quanto l’amasse, ha inciso dei nastri perché lei potesse conoscere la sua voce, le ha preparato lettere numerate da aprire in occasione dei prossimi compleanni. Ma rispetto agli uomini del passato Andrea aveva a disposizione uno strumento in più per eternarsi, Instagram, e lo ha usato come di solito nessuno fa, offrendo di se stesso un ritratto non edulcorato. Davanti al futuro sguardo della figlia, ha squadernato luci e ombre: il suo gelato preferito alla nocciola e le flebo in ospedale, la chitarra Stratocaster e le lastre dei polmoni, i baci con la moglie e la testa pelata, la gioia per Giulia che entra al nido e la speranza di poterla accompagnare al primo giorno di scuola, la bellezza di un panorama lacustre e la stizza per un destino incomprensibile. Fino all’ultimo selfie, scattato dopo una notte di dolore e di morfina. Fino all’ultimo post, il disegno di un fiore che si inerpica in cielo: «Ci vediamo dalla mia stella». Andrea Bizzotto aveva trentatré anni e se n’è andato con la certezza che sua figlia saprà che ci è stato.

Fonte: https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_marzo_02/padre-eterno-d6a3706e-3c70-11e9-8da9-1361971309b1.shtml

Da Costanza Miriano. L’attacco al padre è un attacco alla paternità di Dio

Nei giorni scorsi, quelli successivi alla manifestazione contro la violenza sulle donne, si sono succedute alcune voci che secondo me meritano una reazione seria. Sentendo la Finocchiaro declamare (a dei bambini, peraltro) da Rai 3 che gli uomini sono tutti dei pezzi di m…, o la Murgia dire che nascere maschio in un sistema patriarcale è come essere figlio di un mafioso, anche io ho pensato che non fossero degne di attenzione o, che, come ha scritto qualche illustre pensatore sui social, mettersi a rispondere a questo livello è come fare a gara di rutti. Si potrebbe replicare con affermazioni dello stesso spessore speculativo, tipo che le sarde sono tutte basse e brutte (e pazienza che ne conosco di bellissime, come Silvia e Annamaria – scusa Elisabetta Canalis, ho le mie preferenze – ma l’ideologia non considera i fatti, sennò magari è costretta a cambiare). Si potrebbe scherzare come il mitico Lercio (“Partorisce un maschio: Murgia arrestata per associazione mafiosa”), che comunque fa molto più ridere della Finocchiaro.

Eppure la questione è un po’ più seria di così. Mi piacerebbe moltissimo che la Finocchiaro e la Murgia, soprattutto, argomentassero con qualche fatto: dove sarebbe questa società patriarcale? Non vedo tracce di patriarcato in Italia, ma io direi neanche in Europa, il continente senza padri – letteralmente, visto che di figli non se ne fanno più; senza padri anche culturalmente – è dal ’68 che si inneggia a una società senza padri, persino la psicanalisi, con Lacan, ne prende atto: l’Europa delle quote azzurre (in Norvegia), dei congedi obbligatori di paternità (in Svezia), l’Europa dove le donne abortiscono a milioni senza che i padri possano dire una sillaba, l’Italia dove le mie amiche – non so quelle della tv delle ragazze – vorrebbero più figli e più tempo per stare con loro, e più sono giovani meno capiscono simili questioni da vecchie babbione. Loro, le ragazzine di oggi, i loro coetanei se li mangiano a colazione, hanno le stesse possibilità di lavoro e di carriera, sono più brave a scuola, vivono la loro sessualità con tutta la libertà del mondo, ricevono istruzioni per i contraccettivi dalla scuola media, a volte prima della pubertà. Abbiamo un problema di paternità anche nella Chiesa, con pastori che si vergognano di ciò che sono, e invitano a non fare il presepe per rispetto degli altri, stravolgono il credo, insegnano nei seminari che la Madonna non era vergine e che quello che Gesù ha detto non era tanto certo perché non c’era il registratore, raccomandano l’uso della contraccezione.

Il problema però è che per un vecchio corto circuito del solito piccolo circoletto pseudo intellettuale, sono chiamati a parlare in tv, a scrivere editoriali sui giornaloni, sempre i soliti esponenti di una sola cultura, che si è conquistata un posto egemonico col ’68 e non lo ha più lasciato, e pazienza il crollo degli ascolti, pazienza le copie sempre più esigue di libri e giornali, pazienza se la realtà dice altro, pazienza se non rappresentano più nessuno. Pazienza anche se il voto ha recentemente giudicato con estrema severità un partito liquido e femminilizzato che ha fatto delle unioni civili il suo gonfalone, appuntandosi poi come medaglia sul petto le Dat, cioè il suicidio, quando un uomo vero di fronte al dolore non scappa ma lo affronta virilmente.

La realtà, al contrario di quello che declama il solito gruppetto di intellettuali, è che viviamo in una società senza maschi e senza padri, la realtà è che nelle relazioni personali normali il potere, come è sempre stato e sempre sarà, è delle donne, che possono usarlo o per rendere gli uomini più virili e padri, o per manipolarli, esattamente come gli uomini che non sanno amare possono usare la forza e la violenza, che è il loro modo di esprimere il loro limite. Oggi solo l’ideologia può negare che l’emancipazione delle donne sia definitivamente compiuta: non so a Cabras, ma a Perugia già trenta anni fa una ragazzina normale come me, figlia di una mamma a tempo pieno, alla fine del liceo poteva andare a New York senza genitori, pensare il suo futuro senza contemplare la famiglia e i figli (per fortuna poi non è andata così) e immaginare di misurarsi in qualsiasi campo del sapere, senza avere mai subito nessuna sorta di discriminazioni, esercitando la sua facoltà di andarsene quando intuiva che una relazione poteva essere in qualche modo malata o pericolosa.

Oggi a essere sotto attacco è invece l’uomo, maschio, eterosessuale, bianco, euroatlantico. È lui il colpevole di tutto, quando invece avremmo così bisogno che tornasse a esercitare la sua paternità su figli sempre più fuori controllo a scuola e fuori, incapaci di concentrarsi e di rispettare la pur minima regola. E avremmo bisogno anche di professori con gli attributi, che non patteggiano compiti e interrogazioni con i ragazzi, che non contrattano voti, ma professori come quelli della generazione precedente, talmente autorevoli che bastava una loro occhiata a precipitare nel silenzio la classe, a costringere a ore e ore di studio. Ho sentito un professore universitario americano auspicare di poter assumere per una cattedra una donna, di colore, lesbica, così “con una ho soddisfatto tre minoranze, e gli altri li posso scegliere in base al merito”.

Io lo so, perché i figli che studiano ce li ho, e posso dire che il livello che è oggi loro richiesto è figlio di un appiattimento verso il basso che viene proprio dalla rinuncia dell’esercizio dell’autorevolezza, che non è stata affatto sostituita da una capacità di far innamorare del sapere o di trovare se stessi, ma semplicemente da una grande cialtroneria.

È evidente oggi che c’è un pregiudizio negativo nei confronti dei padri, che io invece vedo presenti come non mai, e molto, molto più dei loro padri: una vicinanza emotiva che ha fatto sicuramente perdere qualcosa in capacità normativa, con la complicità di madri dilaganti e poco inclini a dare ai padri il giusto spazio (non sono una sociologa ma ho una larga esperienza di mamma con figli con amichetti, e di sicuro ho più titolo a parlare di di certe maitre a penser che non frequentano asili e scuole e licei).

Il bersaglio ultimo, a livello macroculturale, è l’autorità paterna come matrice della realtà, quindi il Padre, quindi Dio.

Papa Francesco. Catechesi sui Comandamenti: Onora tuo padre e tua madre

Le nostre ferite iniziano ad essere delle potenzialità quando per grazia scopriamo che il vero enigma non è più “perché?”, ma “per chi?”, per chi mi è successo questo. In vista di quale opera Dio mi ha forgiato attraverso la mia storia? Qui tutto si rovescia, tutto diventa prezioso, tutto diventa costruttivo.

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Il libro della settimana. Wonder (R. J. Palacio)

È la storia di Auggie, nato con una tremenda deformazione facciale, che, dopo anni passati protetto dalla sua famiglia per la prima volta affronta il mondo della scuola. Come sarà accettato dai compagni? Dagli insegnanti? Chi si siederà di fianco a lui nella mensa? Chi lo guarderà dritto negli occhi? E chi lo scruterà di nascosto facendo battute? Chi farà di tutto per non essere seduto vicino a lui? Chi sarà suo amico? Un protagonista sfortunato ma tenace, una famiglia meravigliosa, degli amici veri aiuteranno Augustus durante l’anno scolastico che finirà in modo trionfante per lui. Il racconto di un bambino che trova il suo ruolo nel mondo. Il libro è diviso in otto parti, ciascuna raccontata da un personaggio e introdotta da una canzone (o da una citazione) che gli fa da sfondo e da colonna sonora, creando una polifonia di suoni, sentimenti ed emozioni. Età di lettura: da 13 anni.

Buona domenica di Gioia incontenibile!!!

  1. Consacrazione dallo Spirito di Dio (Ne sono consapevole in tutte le mie fibre? Guardandomi allo specchio cosa vedo?)
  2. Missione e insieme santità (Quale è la mia?)
  3. Gioia piena, nuziale: Dio mi sceglie, mi aspetta, mi ama (Dall’innamoramento di fuoco iniziale; alla scelta tramite il fidanzamento; al matrimonio che trasferisce pienamente nella famiglia di Dio la famiglia che viene creata; alla maturità, in cui scegliersi ogni giorno; al tempo della saggezza, in cui basta uno sguardo). Anche nelle possibili ferite.

 

  1. «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
  2. «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo»: il Salvatore è venuto e viene (sappiamo già che verrà).

 

La vocazione cristiana è una vocazione ad un gaudio essenziale per chi l’accoglie. Il cristianesimo è fortuna, è pienezza, è felicità. Possiamo dire di più: è una beatitudine che non si smentisce; il cristiano è eletto ad una felicità, che non ha altra sorgente più autentica. Il Vangelo è una «buona novella», è un regno nel quale la letizia non può mancare. Un cristiano, invincibilmente triste, non è autenticamente cristiano. Noi siamo chiamati a vivere ed a testimoniare questo clima di vita nuova, alimentato da un gaudio trascendente, che il dolore e le sofferenze d’ogni genere della nostra presente esistenza non possono soffocare, sì bene provocare a simultanea e a vittoriosa espressione.

Papa Paolo VI, Discorso all’udienza generale del 4 gennaio 1978

Una donna, moglie e madre ‘normale’?

 

Non sono solo i cardinali, o i professori di università, o i teologi e comunque gli addetti ai lavori che scrivono al papa per esprimere perplessità e disagio, di fronte all’apparente scardinamento di principi basilari e consolidati. Anche semplici fedeli si sono fatti coraggio, e hanno indirizzato al papa i loro messaggi. Qualcuno di loro, non avendo risposta, si è rivolto a chi scrive queste righe, pensando che fosse possibile trovare in questo modo una via privilegiata. Gli ultimi due, nei giorni scorsi, dagli Stati Uniti e dall’Italia. Ma certamente sono numerosi quelli che hanno scritto e non se ne sa nulla.

Qualche giorno fa poi una persona con cui siamo in contatto su Twitter, senza che ci conosciamo personalmente, mi ha inviato un messaggio diretto. Era stata pubblicata sul blog Stilum Curiae la lettera di un collega ed amico, un vero sfogo. E così la persona che chiameremo Maria (vuole l’anonimato) diceva: “Ho letto la lettera ultima da lei pubblicata e mi è venuto in mente un pensiero: rendere pubbliche le lettere di tanti ‘semplici’ che in questi anni hanno di sicuro scritto a Bergoglio sarebbe una cosa fattibile? Sarebbe soprattutto lecito? Senza nomi, ovviamente… Personalmente ho scritto a lui a febbraio 2016. Al mio vescovo qualche mese fa”. Non ha avuto nessuna risposta. Allora Maria proponeva di creare una rubrica in cui i semplici fedeli pubblicassero le loro lettere rimaste senza risposta, e concludeva: “Se fosse un grido unanime ad elevarsi dal gregge, forse cardinali e vescovi troverebbero il coraggio di rompere il silenzio in cui secondo me molti vigliaccamente si nascondono?… Pensavo alla favola in cui il bambino a un certo punto grida che ‘Il re è nudo’…Al mio tweet sul profilo anche altri han risposto dicendo che avevano scritto anch’essi, oppure mi hanno chiesto l’indirizzo per la raccomandata”. Per questo l’idea..”.

Ma che cosa aveva scritto Maria, al papa, senza ricevere neanche il classico bigliettino del minutante della Segreteria di Stato, quello, tanto per intenderci, che aveva provocato un gran clamore inviando benedizioni a una coppia di lesbiche in America Latina? Ecco la sua lettera.

“Santo Padre,

sono una donna, moglie e madre ‘normale’.

Mi presento così perché vorrei che, leggendo questa mia lettera – se gliela faranno leggere personalmente – pensasse alla sua mamma, la quale certamente sarà stata anche lei una donna, moglie e madre ‘normale’.

Non sono dunque una lesbica desiderosa di avere un figlio, né una divorziata risposata che non è ben vista in parrocchia.

Sono una … ‘normale’.

Forse, sarà per questo motivo che ho il timore che non mi degnerà di risposta?

Ma, Le chiedo, non risponderebbe neppure a sua mamma?

Come donna, moglie e madre ‘normale’, dunque, non posso tacerLe tutto il dolore che provo per quanto vedo accadere in questo inizio di terzo millennio, nel mondo, nella famiglia e … soprattutto nella Chiesa!

Ho contratto matrimonio con l’unico uomo al cui fianco so di dover invecchiare, nella buona ma, anche, nella cattiva sorte!

Ho avuto in dono due figlie, oggi maggiorenni, che abbiamo cercato di far crescere soprattutto nel rispetto di valori inalienabili che, con tanta difficoltà al giorno d’oggi, cerco assieme a mio marito di difendere nonostante tutto, in loro e per loro!

Le cito solo un ultimissimo episodio per renderLe subito l’idea di ciò cui mi riferisco.

Le mie figlie sentono in tv dalla Sua bocca che “evitare la gravidanza in certi casi non è un male assoluto” e ne nasce una discussione in casa.

Ovviamente, per le mie figlie a fare due più due è bastato un attimo: “Dunque, anche la contraccezione non è un male; dunque commettere atti impuri – che per noi sono atti di amore (sic!) – non è un male, purché evitiamo una gravidanza”.

Ecco il punto.

E questo è un solo esempio; ma Le potrei fare mille altri, ormai quotidiani.
So – perché un giorno ce lo ha confidato in un incontro di catechesi, dicendo il peccato ma non il peccatore – quanto ha dovuto lottare un povero prete per convincere un ragazzo che compiere atti omosessuali è peccato; e che doveva chiedere perdono confessandosi; mentre il ragazzo insisteva dicendo che il Papa ha detto, ha detto, ha detto …
Ormai sono scenari di tutti i giorni e per tutti i problemi: da una parte sta quella che viene considerata la libertà, la gioia, il Papa e il peccato; dall’altra stanno quei poveri preti che, nel silenzio della preghiera, lottano contro il peccato con l’enorme fatica di chi non sente vicino a sé, in questa lotta, il Vicario di Cristo!

E’ pazzesco!

Io mi rendo perfettamente conto del ‘peso’ che può essere, per un semplice uomo benché assistito dalla Grazia, il guidare ‘la barca di Pietro’.

Ma Lei, Santo Padre, si rende conto del ‘peso’ che ha ogni Sua parola e del male che essa sta producendo – all’anima più che al corpo! – di chi La ascolta?

Io voglio sperare che tutto ciò non sia fatto per ‘mero calcolo’, ma sia solo frutto di una Sua eccessiva ingenua – anche se orrenda – spontaneità!

Perché, se si trattasse di calcolo voluto, mi sentirei totalmente ‘tradita’ dal Santo Padre, che ha ricevuto da Gesù il compito di ‘confermare’ nella fede, non di insinuare dubbi e di distruggerla!

Per finire vorrei chiederLe dunque, e concludo: secondo Lei, la sua mamma, che di certo La starà osservando dal Cielo e conosce ormai ‘tutta intera’ la Verità, oggi sarà contenta di Lei?

Nel garantirLe il ricordo della Sua persona nelle mie povere preghiere, La ringrazio per il tempo che avrà voluto dedicare a questo mio scritto, sperando che L’aiuti in una scelta di conversione.

Con le lacrime agli occhi, Le porgo, Santità, i miei filiali saluti”.

 

Fonte: Marco Tosattihttps://www.marcotosatti.com/tag/lettera/