Dal Rettor Maggiore. Sull’omicidio di padre Antonio César Fernández




Dall’AgenziaNotizieSalesiane. Burkina Faso – Assassinato, il missionario salesiano Antonio César Fernández

(ANS – Ouagadougou) – È sempre l’ora dei martiri. Una morte tragica ha colpito la Congregazione Salesiana in Africa. Il nostro amato confratello Antonio César Fernández, della Ispettoria AFO (Africa Occidentale Francofona), è stato colpito a morte in un agguato teso da assassini jihadisti, dopo le 15:00 di ieri, venerdì 15 febbraio 2019.  

Il tragico episodio si è verificato a 40 chilometri dal confine meridionale del Burkina Faso. César stava tornando nella sua comunità di Ouagadougou (Burkina Faso) insieme ad altri due salesiani sopravvissuti all’assalto, dopo aver partecipato a Lomé (Togo) alla prima sessione del Capitolo ispettoriale di quella Provincia. L’auto dei tre confratelli è stata fermata dopo la dogana di Cincassé. Don César è stato separato dagli altri due confratelli e crivellato di colpi dai terroristi che poi sono fuggiti. Si parla anche dell’uccisione di quattro doganieri.

Antonio César Fernández era nato 72 anni fa a Pozoblanco, in Spagna, il 7 luglio 1946, era salesiano da 55 anni e sacerdote da 46. Si era offerto come missionario in diversi paesi africani dal 1982. Il suo primo incarico era stato a Lomé (Togo) e attualmente era responsabile della comunità salesiana di Ouagadougou, in Burkina Faso.

Preghiamo per il suo eterno riposo. Aveva offerto la sua vita per l’Africa e la sua offerta è stata accettata pienamente. Chiediamo a lui di pregare con noi per questa sua ispettoria, dove è arrivato con il primo gruppo di missionari a Lomé (Togo). Fu anche fondatore della parrocchia Maria Ausiliatrice, primo maestro di novizi per 10 anni.

Questo attentato fa parte dell’ondata di violenza che affligge il Burkina Faso dal 2015, in un contesto che ha visto un’impennata della minaccia terroristica nelle ultime settimane dopo la quinta Conferenza dei capi di Stato del G5 del Sahel, di cui il paese ha la presidenza di turno.

 Che il Signore risorto accolga con tenerezza Fratel César con tutti coloro che hanno dato la loro vita alla missione salesiana, e che Maria Ausiliatrice, che tanto amava, lo accolga con l’affetto della Buona Madre del Cielo.




La “Madre Moretta”

Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro il 1° 2000 fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

“La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei… Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

“Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

La Chiesa la ricorda l’8 febbraio mentre nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 9 febbraio.
 

Autore: Cristina Siccardi

Fonte:http://www.santiebeati.it/dettaglio/40025




Dalla Nuova Bussola Quotidiana. Ancora una chiesa attaccata dai radicali indù

In India non si fermano gli attacchi dei radicali indù ai cristiani. Domenica 27 gennaio alcune decine di militanti hanno attaccato una chiesa pentecostale nello stato indiano del Chhattisgarh mentre era in corso una riunione di preghiera guidata dal reverendo Ajav Ravi. Gridando che le preghiere dei cristiani sono un insulto agli dei indù, alcuni sono entrati nell’edificio, altri hanno aspettato all’esterno. Dopo aver interrotto la funzione hanno aggredito i fedeli, insultato le donne. Non contenti, hanno strappato tre copie della Bibbia, hanno rotto alcuni strumenti musicali e hanno distrutto una motocicletta. Il 22 gennaio era toccato alla Holy High School di Kolhapur, nel Maharashtra, devastata in pieno orario di lezione dai militanti dello Yuva Sena, l’ala giovanile del movimento ultra-nazionalista indù Shiv Sena, alleato di governo con il Bharatiya Janata Party. Il 29 gennaio migliaia di cristiani di ogni denominazione hanno partecipato a una marcia di protesta contro questo ennesimo atto intimidatorio. I partecipanti – circa 3.500 persone tra suore, laici, bambini e leader religiosi – si sono dati appuntamento nel piazzale del campus della St. Xavier Church, nei pressi della scuola attaccata, e di lì hanno raggiunto gli uffici delle imposte locali per presentare a direttore Avinash Subhedar un memorandum in cui si esprime preoccupazione per l’aumento delle aggressioni alle scuole e ai luoghi sacri cristiani. I dimostranti, che portavano cartelloni e bandiere, hanno sfilato in silenzio.

Autore:Anna Bono

Fonte:http://www.lanuovabq.it/it/ancora-una-chiesa-attaccata-dai-radicali-indu




Meditazioni sulle Letture di domenica 2 dicembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

  • “Realizzerò le promesse di bene che ho fatto”, dice il Signore. Il nostro Dio promette benevolenza, misericordia, pace, giustizia, in modo particolare per tutti i poveri della terra. E non li abbandona. Anzi, rimane profondamente unito a noi; noi che riusciamo ad accorgercene soprattutto nei momenti di bisogno, quando non ci riteniamo autosufficienti.
  • Il ritornello del Salmo Responsoriale: “A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido”. Pregare, rivolgersi da figli nei confronti di Dio e confidare in lui. Quante circostanze della vita concreta e quotidiana in cui questo diventa lacerante: non sappiamo da che parte girarci, il Signore sembra non rispondere, non “sentiamo” nulla. Come nella tempesta, quando i discepoli sono spaventatissimi nella barca e Gesù… dorme. Ma c’è e domina le forze del mare.
  • “Angoscia di popoli in ansia”. Quanto è attuale (se non nascondiamo la testa sotto la sabbia).
  • “Vegliate in ogni momento pregando”. Qui c’è tutto.
    • “Vegliate”. Sappiate distinguere ciò che è veramente importante da ciò che è sabbia. Vegliate, non con angoscia distruttiva, ma come lo Sposo per la Sposa; come la Sposa per lo Sposo. Per le nozze eterne con lo Sposo divino.
    • “In ogni momento”. Sì, è possibile. Non per mezzo dell’abolizione di ogni attività, ma trasformando in straordinario l’ordinario quotidiano.
    • “Pregando”: ringraziando, invocando, chiedendo perdono, affidando le persone care e tutti coloro che soffrono.



Il Timone. “Insurrezioni cattoliche, quando il popolo non ci sta”

Nell’immagine, San Tommaso Moro, martire cristiano cattolico

La storia insegna, i cristiani sono sempre stati chiamati a resistere verso ogni tentativo del mondo di adorare qualche idolo. C’è, nella vocazione propria del cristiano, un non possumus dichiarato in faccia al mondo quando questo costringe a rinnegare la fede in Gesù Cristo.

Oggi il cristiano in occidente è chiamato a confrontarsi con una mentalità che vuole ridefinire la natura umana attraverso la destrutturazione della famiglia, la procreazione assistita, aborto e eutanasia. Ancora una volta sembra si apra un capitolo di persecuzione.

Come scriveva Tertulliano “il sangue dei martiri è seme di cristiani”, fin dalle origini menzogne, violenze e provocazioni hanno accompagnato la vita di quanti professavano la fede nel Cristo Signore. Da Stefano in poi è una lunga scia di sangue che ha irrorato la terra.

Molte volte questa vera e propria resistenza è stata messa in atto da interi popoli che si vedevano portare via quanto dava senso alle loro giornate e alle loro vite.

Un primo caso è quello del popolo di Cornovaglia e Devon nell’Inghilterra di Enrico VIII. In seguito al rifiuto del Papa Clemente VII di accordare il divorzio al Re, che voleva ripudiare la legittima sposa per impalmare Anna Bolena, Enrico VIII portò la Chiesa d’Inghilterra in stato di scisma. Con Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury, la chiesa inglese arrivò ad abolire la messa, il Book of Commun Prayer rimpiazzò il breviario e si proibì il celibato dei preti. Così il popolo insorse contro chi voleva imporre ai sacerdoti il nuovo culto; in ballo c’erano i sacramenti. Guidati da alcuni signori locali i popolani di Cornovaglia e Devon si organizzarono in armi e, sotto le insegne della Cinque Piaghe di Cristo, partirono per difendere la loro fede: vennero massacrati. Non erano rivoluzionari, ma erano determinati a disobbedire sulla questione della messa. In Inghilterra seguirono molte altre resistenze e altrettanti furono i massacri con sacerdoti appesi ai campanili e teste di fedeli esposte sulle piazze nei giorni di mercato. Con Elisabetta I l’Inghilterra diviene praticamente inabitabile per i cattolici che potranno rivedere un po’ di libertà solo a partire dal 1829.

Altro caso di resistenza è quello della Vandea francese. Anche qui una insurrezione spontanea e popolare, non organizzata da clero e nobiltà, ma che nasce dalla gente che si vede stravolgere la vita dai giacobini intenti a fare l’uomo nuovo. Nel 1793 la Vandea insorge, le difficoltà dei giacobini a sedare la sollevazione furono enormi e così si optò per un vero e proprio genocidio. Dapprima si procedette con la deportazione di donne, vecchi e bambini, poi furono massacrati tutti coloro che rimanevano; per la prima volta nella storia si utilizzarono metodi non convenzionali: gas, veleni, annegamenti di massa, forni crematori, incendi di case con dentro intere famiglie. Il tutto autorizzato dal Comitato di salute pubblica dello Stato che applicava alla lettera un famoso pensiero di Rousseau: “se il popolo pensa male, bisogna cambiare il popolo”.

Ma anche in Italia c’è stata un’insorgenza a difesa della fede e della tradizione. Tra il 1796 e il 1799 non vi fu regione in cui le popolazioni non si ribellassero all’invasore francese e vi sono storici che ritengono che la partecipazione (fino a 280.000 insorgenti) fu massiccia. Come nella Vandea francese la gente percepì immediatamente la natura del giacobinismo. Basta leggere le cronache del tempo per rendersi conto di come la popolazione insorgesse proprio in seguito alle offese al senso religioso: una processione impedita, il saccheggio di una chiesa, un convento chiuso, perfino l’ordine di non suonare le campane.

La storia insegna; anche oggi forse c’è una resistenza da compiere. Non si tratta ovviamente di imbracciare fucili, però c’è da chiedersi se vi è ancora un popolo pronto a mettersi in gioco.

Autore: Lorenzo Bertocchi

Fontehttp://www.iltimone.org/news-timone/insurrezioni-cattoliche-popolo-non-ci-sta/




Aiuto alla Chiesa che soffre. Venezia si illumina di rosso per Asia e per i cristiani perseguitati

«Presentare una realtà che non sempre viene illuminata»,

così il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha illustrato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi oggi, l’evento che Aiuto alla Chiesa che Soffre organizzerà in collaborazione con il Patriarcato e con il Patrocinio del Comune di Venezia il prossimo 20 novembre.

Quest’anno infatti il tradizionale pellegrinaggio diocesano dei giovani alla Basilica della Madonna della Salute. «Vorrei che i giovani si confrontassero con la realtà della Chiesa perseguitata», ha continuato il Patriarca. Al termine del pellegrinaggio verranno illuminati di rosso diversi monumenti simbolo di Venezia, tra cui il Ponte di Rialto, e un tratto del Canal Grande dal quale si leverà del fumo che diventerà rosso per effetto delle luci. «Si tratta di un evento che coinvolgerà l’intera città e che è stato fortemente voluto dal sindaco», ha affermato in collegamento telefonico l’assessore alla Coesione Sociale del Comune di Venezia, Simone Venturini.

Non è la prima volta che ACS illumina importanti monumenti in rosso per i cristiani perseguitati. «Stavolta – ha affermato il direttore di ACS, Alessandro Monteduro – vogliamo dedicare in particolar modo l’evento ad Asia Bibi e con lei a tutte le donne che soffrono violenza a causa della fede. Nella speranza che il movimento del #MeToo vada oltre Hollywood e includa anche queste donne coraggiose». Anche il Patriarca Moraglia ha citato l’esempio coraggioso di Asia Bibi: un modello per il «Cristianesimo in pantofole» di tanti occidentali.

Per raccontare l’evento del 20 novembre, ACS ha invitato in conferenza stampa cinque sacerdoti ed una religiosa. Don Robert Digal ha parlato della minaccia del fondamentalismo indù in India e ricordato i pogrom anticristiani dell’Orissa avvenuti nel 2008 anche nel suo villaggio. Suor Caterina Thi Kim Sa Tran della difficoltà di essere cristiani in Vietnam. Don Joseph Fidelis, sacerdote nigeriano ha ricordato le ragazze rapite, violentate e costrette a convertirsi da Boko Haram, in Nigeria. «Oggi voglio rilanciare la domanda che tanti cristiani perseguitati in Nigeria si pongono: “Mentre noi soffriamo dove sono i nostri fratelli occidentali?”». Il sacerdote ha sottolineato l’importanza di far conoscere al mondo le persecuzioni anticristiane con eventi quali quello di Venezia. Un’esigenza espressa anche da Don David John, sacerdote pachistano. «La cosa più difficile per noi è che soffriamo in silenzio. Asia Bibi è da anni in carcere e non abbiamo mai sentito la sua voce. Grazie ACS perché così fate sentire la nostra voce in tutto il mondo».

Padre Antoine Alan, francescano egiziano, ha posto l’accento sul pellegrinaggio giovanile che precederà l’evento nella città lagunare. «I giovani occidentali devono sapere cosa accade ai cristiani. A volte incontro dei ragazzi che non sanno neanche che in Egitto vi sono cristiani. E questa ignoranza fa più male del fondamentalismo». A Venezia racconterà le difficoltà dei cristiani egiziani, monsignor Botros Fahim Hanna.

 

Fontehttps://acs-italia.org/acs-notizie-dal-mondo/venezia-si-illumina-rosso-asia-cristiani-perseguitati/




Nazioni Unite. «In Iraq 12mila morti nelle fosse comuni»

Terrore. E sterminio di massa. Il genocidio messo in atto dal Daesh in Iraq nei due anni di occupazione militare da parte del sedicente Stato islamico inizia ad essere catalogato e quantificato.

L’apposita commissione inquirente delle Nazioni Unite ha riferito che sono state identificate oltre 200 fosse comuni, dove sono ritrovati i resti umani di un numero di persone che si stima possa oscillare fra le 6 e 12mila.

Citato dalla tv irachena “al-Iraqiya”, un comunicato di inquirenti delle Nazioni Unite in Iraq riferisce che sono state individuate sul territorio di circa 200 fosse comuni. Queste contengono un numero di resti umani che appartengono a un numero di persone non precisato, che va dalle 6mila alle 12 mila persone. Fra le vittime, riferiscono gli inquirenti, anche donne, bambini, anziani, disabili e membri delle forze di polizia irachene. Le fosse sono state trovate nelle province di Ninive, Kirkuk, Salahuddin e Anbar: per l’Onu un «lascito dell’Isis», che ha controllato ampie zone dell’Iraq dal 2014 al 2017. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite a Baghdad, le autorità irachene sono finora riuscite a riesumare i resti di 1.258 persone provenienti da diverse fosse comuni. Ma rimangono i resti di moltissime altre vittime ancora non riesumati e non identificati.

«I luoghi delle fosse comuni documentati nel nostro report sono uno straziante testamento di perdite umane, profonda sofferenza e scioccante crudeltà», ha dichiarato Jan Kubis, il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per l’Iraq. «Stabilire le circostanze che riguardano una così importante perdita di vite sarà un passo importante nell’elaborazione del lutto delle famiglie e nel percorso per assicurarsi il diritto alla verità e alla giustizia». La commissione delle nazioni Unite ha pure messo in luce alcune importanti difficoltà cui devono far fronte le famiglie delle vittime: in questo momento si devono registrare in cinque distinti uffici per cercare di stabilire la sorte dei loro congiunti. Infine il rapporto fa un appello per la creazione di un registro centralizzato e pubblico delle persone scomparse come pure di un ufficio federale delle persone scomparse. Il rapporto costituisce un primo, significativo passo, di un un processo di pacificazione nazionale e di ricostruzione delle responsabilità del passato che sarà molto lungo e complesso.

Ma se la guerra al Califfato islamico sembra ormai archiviata, non cessano in Iraq le presenze di milizie riconosciute dal governo. Il premier iracheno Adel Abdel Mahdi ha affermato ieri che le milizie anti-Daesh vicine all’Iran continueranno a operare e saranno finanziate con «nuove risorse». Lo hanno riferito i media iracheni, che citano l’intervento del premier durante la sua visita nel quartiere generale della “Mobilitazione popolare”, milizie che il governo di Baghdad ha incluso nelle forze di sicurezza e che riunisce i gruppi paramilitari creati nel 2014 con l’obiettivo dichiarato di «combattere il terrorismo». Nei mesi scorsi, dopo l’annuncio della sconfitta formale del Daesh, i leader delle milizie locali, per lo più sciite e vicine all’Iran, sono state criticate da ampi strati della popolazione per presunti abusi e violazioni. Alcuni casi di violenze, nei mesi successivi alla sconfitta del Daesh, sono stati denunciati da alcuni rapporti delle Nazioni Unite. Episodi che hanno fatto calare il consenso nei confronti delle milizie anche in aree abitate in maggioranza dalla popolazione sciita come nel sud del Paese. In zone a tradizionale presenza sunnita o cristiana, sono stati invece segnalati tentativi di insediamenti o appropriazioni di beni da parte di miliziani sciiti. «La mobilitazione popolare è ancora una necessità per l’Iraq », ha invece dichiarato il premier Abdel Mahdi. Un chiaro segno di un asse politico tra Baghdad e Teheran che non si è per nulla interrotto.

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Autore: Luca Geronico
Fontehttps://www.avvenire.it/mondo/pagine/in-iraq-12mila-morti-nelle-fosse-comuni



Sottomessi all’uomo iniquo

Il Leader supremo Xi Jinping è uno di questi uomini iniqui. Si è mostrato deciso a «opporsi e ad esaltare se stesso contro ogni cosiddetto dio o oggetto di culto», sopprimendo spietatamente la libertà di religione in Cina, spogliando le case di culto delle loro croci o altri simboli e sottoponendo tutto e tutti agli interessi del partito. Questo è l’uomo con cui il cardinale Parolin e i suoi colleghi della Segreteria di Stato, per volere di Papa Francesco, sono pronti a fare accordi. Il papa tradisce i cristiani di ogni tempo e luogo che hanno coraggiosamente resistito ai tentativi di rendere la Chiesa di Gesù Cristo piegata allo Stato.

San Paolo ci dice nella Seconda lettera ai Tessalonicesi che il Giorno del Signore non può venire prima che avvenga «l’apostasia» e «l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione», sia rivelato. Ma «il mistero dell’iniquità è già in atto», aggiunge. L’uomo che dà piena espressione a quel mistero, che completa l’evoluzione dell’umanità iniqua e la guida all’ultima ribellione, è l’ultimo ma non certo il primo di questi uomini. Pertanto, l’avvertimento di Paolo è utile oggi come alla fine dei tempi.

Il Leader supremo Xi Jinping è uno di questi uomini iniqui. Si è mostrato deciso a «opporsi e ad esaltare se stesso contro ogni cosiddetto dio o oggetto di culto», sopprimendo spietatamente la libertà di religione in Cina, spogliando le case di culto delle loro croci o altri simboli e sottoponendo tutto e tutti agli interessi del partito. La politica di Xi di “sinicizzare” tutte le espressioni religiose rende la religione interamente asservita allo Stato. Paolo disse che l’uomo dell’iniquità alla fine si sarebbe seduto nel tempio come se fosse Dio – alcuni Padri credevano che con ciò intendesse la Chiesa, che Paolo insegnava fosse il nuovo tempio di Dio – e sembra che Xi stia facendo proprio questo.

Questo è l’uomo con cui il cardinale Parolin e i suoi colleghi della Segreteria di Stato, per volere di Papa Francesco, sono pronti a fare “affari”. Sabato hanno firmato un accordo che secondo quanto riferito darà al Partito il ruolo principale e la decisione finale di nominare i vescovi cinesi nella Chiesa cattolica. Questo accordo richiede alla Chiesa di cancellare le precedenti scomuniche, permettendo al Partito di dettare anche la disciplina sacramentale. Porta il Partito direttamente nelle deliberazioni e azioni interne della Chiesa, sia amministrative che evangeliche o sacramentali. Sarebbe fondamentalmente sbagliato anche se lo Stato in questione fosse il Sacro Romano Impero invece di uno Stato senza Dio, spietato e omicida come è la Cina comunista. L’unità di cui il cardinale Parolin ha parlato sarà un’unità, non sotto Dio, ma sotto Xi, che eliminerà le chiese sotterranee e costringerà tutti in un recinto approvato dal Partito.

Il diritto canonico e Christus Dominus dichiarano questa azione non solo imprudente, ma anche illegittima. Francesco non ha revocato o sospeso il canone 377 § 5, che afferma che “in futuro nessun diritto o privilegio di elezione, nomina, presentazione o designazione di vescovi è concesso alle autorità civili”. Lui e i suoi rappresentanti stanno agendo illegalmente nel fare questo accordo con l’uomo cinese dell’iniquità.

Inoltre, come ha detto coraggiosamente il cardinale Zen, nella loro iniquità stanno «dando il gregge in pasto ai lupi». Tradiscono i martiri cinesi e i testimoni viventi della Cina che hanno sofferto così a lungo per la fedeltà a Cristo. «I fratelli e le sorelle della Cina continentale», come aveva detto Zen in precedenza, non hanno paura della povertà, della prigione, di effondere il loro sangue; la loro più grande sofferenza è vedere se stessi traditi dalla «famiglia».

Il papa tradisce i cristiani di ogni tempo e luogo che hanno coraggiosamente resistito ai tentativi di rendere la Chiesa di Gesù Cristo piegata allo Stato. In passato, tutto ciò che era richiesto era un pizzico di incenso all’imperatore, che i cristiani rifiutavano di offrire, spesso a costo della loro vita. Ma ora ai cattolici cinesi non viene solo chiesto di offrire il pizzico di incenso al Leader supremo, ma anche di permettere ai suoi funzionari di controllare e nominare i vescovi e il clero che faranno questo a loro nome. La scandalosa pratica delle investiture laiche è tornata, e in una forma più scandalosa di quanto non fosse accaduto in passato. La strada che ha portato a Enrico VIII e alla Costituzione Civile del clero in Francia sarà di nuovo percorsa.

Questa non è una semplice questione di giudizio prudenziale. Se lo Stato ha la supervisione della Chiesa, rende falso il Vangelo della Chiesa. Mette la menzogna alla confessione fondamentale della Chiesa, “Gesù è il Signore”, poiché anche nella Chiesa lo Stato diventa Signore. E in cambio della confessione del Vaticano che in Cina lo Stato è Signore, la Cina riconoscerà il Papa come il capo nominale di tutti i suoi cattolici. Che valore ha tutto questo? In realtà, i cattolici cinesi, come i cattolici di qualunque paese, hanno un solo capo: Gesù Cristo. Il Papa non è il capo dei cattolici, è il capo del collegio apostolico. E la sua funzione di capo del collegio apostolico è proprio ciò di cui lo sta privando Xi.

Com’è che abbiamo un Pontefice e una Segreteria di Stato che non capiscono queste cose o non se ne danno cura? Revocare o sospendere il canone 377 § 5 avrebbe reso la loro azione meno iniqua da un punto di vista mondano, almeno non avrebbe contravvenuto alla legge della Chiesa. Ma non l’avrebbe resa neanche un po’ meno iniqua a livello teologico. Perché questa azione è in contrasto con la legge divina, il decreto che fece risorgere Gesù dai morti e lo pose alla destra del Padre. Inoltre contraddice la natura stessa della Chiesa.

Cos’è la Chiesa, se non una missione di ambasciatori incaricata di dichiarare ai governanti e governati di questo mondo che ogni autorità è passata a Colui che siede alla destra del Padre e verrà di nuovo nella gloria per giudicare i vivi e i morti? Ma l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese è stata istituita dalle autorità cinesi per garantire che questo messaggio non venisse ascoltato correttamente in Cina. È stata istituita in modo che fosse lo Stato a dirigere e gestire l’ambasciata ecclesiale di Gesù Cristo.

Coloro che sono inclini a dire di Francesco «Beh, dopotutto lui è il papa, e può fare ciò che vuole», dovrebbero pensarci bene. Faranno appello al canone 1404, “La prima Sede non è giudicata da nessuno”, per giustificare la loro acquiescenza e inazione? Quel canone condanna lo stesso pontefice in questa faccenda. Sì, egli è responsabile direttamente al Signore piuttosto che ai tribunali umani. Ma ciò significa che non può rendere conto, né decidere di rendere conto, a Xi Jinping o a qualsiasi altro leader secolare in tutto ciò che riguarda la Chiesa in quanto Chiesa. Significa invece che è tenuto a confessare il vero Signore come Signore. A parte quel costante e fedele atto di confessione, in realtà non agisce affatto come “Pietro”, occupante della prima Sede.

Nelle parole della Commissione teologica del Vaticano II, poiché il papa è particolarmente responsabile nei confronti del Signore, è «anch’esso legato alla rivelazione stessa, alla struttura fondamentale della Chiesa, ai sacramenti, alle definizioni dei precedenti concili e ad altri obblighi troppo numerosi da citare». Tutto questo è in gioco nella decisione di Francesco di dare al Partito Comunista Cinese il diritto di avviare e supervisionare le nomine episcopali. I vescovi fedeli sono obbligati, da parte loro, a rifiutarsi di riconoscere la legittimità di questo concordato e a riconoscere come vescovi fratelli coloro che sono stati nominati prima dell’accordo e non quelli nominati in base ad esso. Oppure il mistero dell’iniquità è progredito così tanto perfino nella stessa Chiesa al punto che la luce può essere compagna delle tenebre e Cristo accordarsi con Belial, solo perché lo dice la Segreteria di Stato?

Autore: Douglas Farrow

 

Fontehttps://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/09/men-of-lawlessness

http://lanuovabq.it/it/sottomessi-alluomo-iniquo




Il Papa scrive ai cinesi, ma nel cammino non si vede libertà

A seguito della firma dell’accordo provvisorio fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, Papa Francesco ha scritto un “Messaggio ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale” (LEGGI IL DOCUMENTO INTEGRALE). E’ il caso di commentare alcune parti di questo messaggio.

Innanzitutto sono apprezzabili i toni di ammirazione e apprezzamento che il Pontefice indirizza al popolo cinese e alla sua cultura. Ma questo apprezzamento si estende anche alle sofferenze dei cristiani sotto la persecuzione comunista (parola che naturalmente non appare mai nel messaggio): “Sono sentimenti di ringraziamento al Signore e di sincera ammirazione – che è l’ammirazione dell’intera Chiesa cattolica – per il dono della vostra fedeltà, della costanza nella prova, della radicata fiducia nella Provvidenza di Dio, anche quando certi avvenimenti si sono dimostrati particolarmente avversi e difficili. Tali esperienze dolorose appartengono al tesoro spirituale della Chiesa in Cina e di tutto il Popolo di Dio pellegrinante sulla terra. Vi assicuro che il Signore, proprio attraverso il crogiuolo delle prove, non manca mai di colmarci delle sue consolazioni e di prepararci a una gioia più grande. Con il Salmo 126 siamo più che certi che «chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia» (v. 5)!”. Trspare dunque un apprezzamento per le sofferenze del popolo cinese, e si percepisce che dietro quella parola “avvenimenti” ci sarebbe dovuto essere la parola “persecuzioni”.

Il Papa intravede le difficoltà affermando: “Si tratta di un cammino che, come il tratto precedente, «richiede tempo e presuppone la buona volontà delle Parti» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 4), ma per la Chiesa, dentro e fuori della Cina, non si tratta solo di aderire a valori umani, bensì di rispondere a una vocazione spirituale: uscire da se stessa per abbracciare «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1) e le sfide del presente che Dio le affida. È, pertanto, una chiamata ecclesiale a farsi pellegrini sui sentieri della storia, fidandosi innanzitutto di Dio e delle sue promesse, come fecero Abramo e i nostri Padri nella fede”. Certo, importante questo avviso alla missonarietà della Chiesa in Cina, tenendo però conto che la possiblità di azione, per il controllo del governo, è ridottissimo e certamente del tutto precluso per ciò che riguarda l’essere elemento di cambiamento della società. Al momento dell’accordo, gli “avvenimenti” non erano terminati, ma continuavano e continuano senza tregua.

Ma il Papa, prevenendo questa obiezione, afferma: “Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per una terra sconosciuta che doveva ricevere in eredità, senza conoscere il cammino che gli si apriva dinnanzi. Se Abramo avesse preteso condizioni, sociali e politiche, ideali prima di uscire dalla sua terra, forse non sarebbe mai partito. Egli, invece, si è fidato di Dio, e sulla sua Parola ha lasciato la propria casa e le proprie sicurezze. Non furono dunque i cambiamenti storici a permettergli di confidare in Dio, ma fu la sua fede pura a provocare un cambiamento nella storia. La fede, infatti, è «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio» (Eb 11,1-2)”. Giusto, ma Abramo si è lanciato verso il pericolo ignoto, fidandosi di Dio; qui il pericolo e la situazione è nota e, come il Pontefice ha detto, è del tutto comprensibile la sofferenza di quanti non capiscono, di quanti pensano che un accordo in questo momento non abbia senso. Perché non è solo il Cardinale Joseph Zen a pensarla così, ma tantissimi intellettuali anche cattolici, liberi di poter dire quello che pensano, e che hanno più di un dubbio sulla opportunità di questo accordo in queste condizioni.

“Allorquando, nel passato, si è preteso di determinare anche la vita interna delle comunità cattoliche, imponendo il controllo diretto al di là delle legittime competenze dello Stato, nella Chiesa in Cina è comparso il fenomeno della clandestinità. Una tale esperienza – va sottolineato – non rientra nella normalità della vita della Chiesa e «la storia mostra che Pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 8)”. La clandestinità non era il vero problema, il vero problema era (ed è, come pensano molti) che lo Stato non tollera Vescovi che siano liberi di annunciare il Vangelo anche laddove questo annuncio contrastasse con le politiche del governo. Saranno liberi ora?

Se al Papa è stato promesso questo, sarà veramente un successo storico qualora la promessa verrà mantenuta. Sarebbe veramente un fatto straordinario. Alla luce di questo bisogna leggere questo altro passaggio: “In questo contesto, la Santa Sede intende fare sino in fondo la parte che le compete, ma anche a voi, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, spetta un ruolo importante: cercare insieme buoni candidati che siano in grado di assumere nella Chiesa il delicato e importante servizio episcopale. Non si tratta, infatti, di nominare funzionari per la gestione delle questioni religiose, ma di avere autentici Pastori secondo il cuore di Gesù, impegnati a operare generosamente al servizio del Popolo di Dio, specialmente dei più poveri e dei più deboli, facendo tesoro delle parole del Signore: «Chi vuol essere grande tra voi sifarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Mc 10,43-44)”. Ecco il punto: i fedeli avranno la libertà di proporre i candidati più adatti nel senso “cattolico” o dovranno sottostare (come molti sanno e pensano) ai candidati che il governo comunista e ufficialmente ateo, favorisce?

Chi conosce la Cina popolare perché la vive, può garantire che in tutti gli ambiti c’è un controllo estremo, è dubitabile che la Cina realisticamente lasci ora questa libertà d’azione alla Chiesa Cattolica. E questa incomprensione si riflette anche in questo: “Sul piano civile e politico, i Cattolici cinesi siano buoni cittadini, amino pienamente la loro Patria e servano il proprio Paese con impegno e onestà, secondo le proprie capacità. Sul piano etico, siano consapevoli che molti concittadini si attendono da loro una misura più alta nel servizio al bene comune e allo sviluppo armonioso dell’intera società. In particolare, i Cattolici sappiano offrire quel contributo profetico e costruttivo che essi traggono dalla propria fede nel regno di Dio. Ciò può richiedere a loro anche la fatica di dire una parola critica, non per sterile contrapposizione ma allo scopo di edificare una società più giusta, più umana e più rispettosa della dignità di ogni persona”. Ma “la parola critica” può causare la prigione, come a tantissimi è capitato. Come possono essere liberi di essere profetici e costruttivi in queste condizioni?

Verso la fine il Papa dice: “In Cina è di fondamentale importanza che, anche a livello locale, siano sempre più proficui i rapporti tra i Responsabili delle comunità ecclesiali e le Autorità civili, mediante un dialogo franco e un ascolto senza pregiudizi che permetta di superare reciproci atteggiamenti di ostilità. C’è da imparare un nuovo stile di collaborazione semplice e quotidiana tra le Autorità locali e quelle ecclesiastiche – Vescovi, sacerdoti, anziani delle comunità –, in maniera tale da garantire l’ordinato svolgimento delle attività pastorali, in armonia tra le legittime attese dei fedeli e le decisioni che competono alle Autorità”. Ma questo tenendo presente che si sta parlando di uno stato fortemente autoritario, quindi la collaborazione è sempre a senso unico.

E’ sicuro che il Papa sinceramente voglia il bene del popolo cinese, ma la conoscenza più diretta dell’attuale situazione della Cina (averci lavorato, vissuto, operato), di tanti laici e missionari, permette di sollevare più di qualche dubbio sul fatto che la soluzione adottata con la firma dell’accordo provvisorio del 22 settembre sia quella più adeguata.

 

Autore: Aurelio Porfiri

 

Fontehttp://lanuovabq.it/it/il-papa-scrive-ai-cinesi-ma-nel-cammino-non-si-vede-liberta