Meditazioni sulle Letture di domenica 2 dicembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

  • “Realizzerò le promesse di bene che ho fatto”, dice il Signore. Il nostro Dio promette benevolenza, misericordia, pace, giustizia, in modo particolare per tutti i poveri della terra. E non li abbandona. Anzi, rimane profondamente unito a noi; noi che riusciamo ad accorgercene soprattutto nei momenti di bisogno, quando non ci riteniamo autosufficienti.
  • Il ritornello del Salmo Responsoriale: “A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido”. Pregare, rivolgersi da figli nei confronti di Dio e confidare in lui. Quante circostanze della vita concreta e quotidiana in cui questo diventa lacerante: non sappiamo da che parte girarci, il Signore sembra non rispondere, non “sentiamo” nulla. Come nella tempesta, quando i discepoli sono spaventatissimi nella barca e Gesù… dorme. Ma c’è e domina le forze del mare.
  • “Angoscia di popoli in ansia”. Quanto è attuale (se non nascondiamo la testa sotto la sabbia).
  • “Vegliate in ogni momento pregando”. Qui c’è tutto.
    • “Vegliate”. Sappiate distinguere ciò che è veramente importante da ciò che è sabbia. Vegliate, non con angoscia distruttiva, ma come lo Sposo per la Sposa; come la Sposa per lo Sposo. Per le nozze eterne con lo Sposo divino.
    • “In ogni momento”. Sì, è possibile. Non per mezzo dell’abolizione di ogni attività, ma trasformando in straordinario l’ordinario quotidiano.
    • “Pregando”: ringraziando, invocando, chiedendo perdono, affidando le persone care e tutti coloro che soffrono.



Il Timone. “Insurrezioni cattoliche, quando il popolo non ci sta”

Nell’immagine, San Tommaso Moro, martire cristiano cattolico

La storia insegna, i cristiani sono sempre stati chiamati a resistere verso ogni tentativo del mondo di adorare qualche idolo. C’è, nella vocazione propria del cristiano, un non possumus dichiarato in faccia al mondo quando questo costringe a rinnegare la fede in Gesù Cristo.

Oggi il cristiano in occidente è chiamato a confrontarsi con una mentalità che vuole ridefinire la natura umana attraverso la destrutturazione della famiglia, la procreazione assistita, aborto e eutanasia. Ancora una volta sembra si apra un capitolo di persecuzione.

Come scriveva Tertulliano “il sangue dei martiri è seme di cristiani”, fin dalle origini menzogne, violenze e provocazioni hanno accompagnato la vita di quanti professavano la fede nel Cristo Signore. Da Stefano in poi è una lunga scia di sangue che ha irrorato la terra.

Molte volte questa vera e propria resistenza è stata messa in atto da interi popoli che si vedevano portare via quanto dava senso alle loro giornate e alle loro vite.

Un primo caso è quello del popolo di Cornovaglia e Devon nell’Inghilterra di Enrico VIII. In seguito al rifiuto del Papa Clemente VII di accordare il divorzio al Re, che voleva ripudiare la legittima sposa per impalmare Anna Bolena, Enrico VIII portò la Chiesa d’Inghilterra in stato di scisma. Con Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury, la chiesa inglese arrivò ad abolire la messa, il Book of Commun Prayer rimpiazzò il breviario e si proibì il celibato dei preti. Così il popolo insorse contro chi voleva imporre ai sacerdoti il nuovo culto; in ballo c’erano i sacramenti. Guidati da alcuni signori locali i popolani di Cornovaglia e Devon si organizzarono in armi e, sotto le insegne della Cinque Piaghe di Cristo, partirono per difendere la loro fede: vennero massacrati. Non erano rivoluzionari, ma erano determinati a disobbedire sulla questione della messa. In Inghilterra seguirono molte altre resistenze e altrettanti furono i massacri con sacerdoti appesi ai campanili e teste di fedeli esposte sulle piazze nei giorni di mercato. Con Elisabetta I l’Inghilterra diviene praticamente inabitabile per i cattolici che potranno rivedere un po’ di libertà solo a partire dal 1829.

Altro caso di resistenza è quello della Vandea francese. Anche qui una insurrezione spontanea e popolare, non organizzata da clero e nobiltà, ma che nasce dalla gente che si vede stravolgere la vita dai giacobini intenti a fare l’uomo nuovo. Nel 1793 la Vandea insorge, le difficoltà dei giacobini a sedare la sollevazione furono enormi e così si optò per un vero e proprio genocidio. Dapprima si procedette con la deportazione di donne, vecchi e bambini, poi furono massacrati tutti coloro che rimanevano; per la prima volta nella storia si utilizzarono metodi non convenzionali: gas, veleni, annegamenti di massa, forni crematori, incendi di case con dentro intere famiglie. Il tutto autorizzato dal Comitato di salute pubblica dello Stato che applicava alla lettera un famoso pensiero di Rousseau: “se il popolo pensa male, bisogna cambiare il popolo”.

Ma anche in Italia c’è stata un’insorgenza a difesa della fede e della tradizione. Tra il 1796 e il 1799 non vi fu regione in cui le popolazioni non si ribellassero all’invasore francese e vi sono storici che ritengono che la partecipazione (fino a 280.000 insorgenti) fu massiccia. Come nella Vandea francese la gente percepì immediatamente la natura del giacobinismo. Basta leggere le cronache del tempo per rendersi conto di come la popolazione insorgesse proprio in seguito alle offese al senso religioso: una processione impedita, il saccheggio di una chiesa, un convento chiuso, perfino l’ordine di non suonare le campane.

La storia insegna; anche oggi forse c’è una resistenza da compiere. Non si tratta ovviamente di imbracciare fucili, però c’è da chiedersi se vi è ancora un popolo pronto a mettersi in gioco.

Autore: Lorenzo Bertocchi

Fontehttp://www.iltimone.org/news-timone/insurrezioni-cattoliche-popolo-non-ci-sta/




Aiuto alla Chiesa che soffre. Venezia si illumina di rosso per Asia e per i cristiani perseguitati

«Presentare una realtà che non sempre viene illuminata»,

così il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha illustrato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi oggi, l’evento che Aiuto alla Chiesa che Soffre organizzerà in collaborazione con il Patriarcato e con il Patrocinio del Comune di Venezia il prossimo 20 novembre.

Quest’anno infatti il tradizionale pellegrinaggio diocesano dei giovani alla Basilica della Madonna della Salute. «Vorrei che i giovani si confrontassero con la realtà della Chiesa perseguitata», ha continuato il Patriarca. Al termine del pellegrinaggio verranno illuminati di rosso diversi monumenti simbolo di Venezia, tra cui il Ponte di Rialto, e un tratto del Canal Grande dal quale si leverà del fumo che diventerà rosso per effetto delle luci. «Si tratta di un evento che coinvolgerà l’intera città e che è stato fortemente voluto dal sindaco», ha affermato in collegamento telefonico l’assessore alla Coesione Sociale del Comune di Venezia, Simone Venturini.

Non è la prima volta che ACS illumina importanti monumenti in rosso per i cristiani perseguitati. «Stavolta – ha affermato il direttore di ACS, Alessandro Monteduro – vogliamo dedicare in particolar modo l’evento ad Asia Bibi e con lei a tutte le donne che soffrono violenza a causa della fede. Nella speranza che il movimento del #MeToo vada oltre Hollywood e includa anche queste donne coraggiose». Anche il Patriarca Moraglia ha citato l’esempio coraggioso di Asia Bibi: un modello per il «Cristianesimo in pantofole» di tanti occidentali.

Per raccontare l’evento del 20 novembre, ACS ha invitato in conferenza stampa cinque sacerdoti ed una religiosa. Don Robert Digal ha parlato della minaccia del fondamentalismo indù in India e ricordato i pogrom anticristiani dell’Orissa avvenuti nel 2008 anche nel suo villaggio. Suor Caterina Thi Kim Sa Tran della difficoltà di essere cristiani in Vietnam. Don Joseph Fidelis, sacerdote nigeriano ha ricordato le ragazze rapite, violentate e costrette a convertirsi da Boko Haram, in Nigeria. «Oggi voglio rilanciare la domanda che tanti cristiani perseguitati in Nigeria si pongono: “Mentre noi soffriamo dove sono i nostri fratelli occidentali?”». Il sacerdote ha sottolineato l’importanza di far conoscere al mondo le persecuzioni anticristiane con eventi quali quello di Venezia. Un’esigenza espressa anche da Don David John, sacerdote pachistano. «La cosa più difficile per noi è che soffriamo in silenzio. Asia Bibi è da anni in carcere e non abbiamo mai sentito la sua voce. Grazie ACS perché così fate sentire la nostra voce in tutto il mondo».

Padre Antoine Alan, francescano egiziano, ha posto l’accento sul pellegrinaggio giovanile che precederà l’evento nella città lagunare. «I giovani occidentali devono sapere cosa accade ai cristiani. A volte incontro dei ragazzi che non sanno neanche che in Egitto vi sono cristiani. E questa ignoranza fa più male del fondamentalismo». A Venezia racconterà le difficoltà dei cristiani egiziani, monsignor Botros Fahim Hanna.

 

Fontehttps://acs-italia.org/acs-notizie-dal-mondo/venezia-si-illumina-rosso-asia-cristiani-perseguitati/




Nazioni Unite. «In Iraq 12mila morti nelle fosse comuni»

Terrore. E sterminio di massa. Il genocidio messo in atto dal Daesh in Iraq nei due anni di occupazione militare da parte del sedicente Stato islamico inizia ad essere catalogato e quantificato.

L’apposita commissione inquirente delle Nazioni Unite ha riferito che sono state identificate oltre 200 fosse comuni, dove sono ritrovati i resti umani di un numero di persone che si stima possa oscillare fra le 6 e 12mila.

Citato dalla tv irachena “al-Iraqiya”, un comunicato di inquirenti delle Nazioni Unite in Iraq riferisce che sono state individuate sul territorio di circa 200 fosse comuni. Queste contengono un numero di resti umani che appartengono a un numero di persone non precisato, che va dalle 6mila alle 12 mila persone. Fra le vittime, riferiscono gli inquirenti, anche donne, bambini, anziani, disabili e membri delle forze di polizia irachene. Le fosse sono state trovate nelle province di Ninive, Kirkuk, Salahuddin e Anbar: per l’Onu un «lascito dell’Isis», che ha controllato ampie zone dell’Iraq dal 2014 al 2017. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite a Baghdad, le autorità irachene sono finora riuscite a riesumare i resti di 1.258 persone provenienti da diverse fosse comuni. Ma rimangono i resti di moltissime altre vittime ancora non riesumati e non identificati.

«I luoghi delle fosse comuni documentati nel nostro report sono uno straziante testamento di perdite umane, profonda sofferenza e scioccante crudeltà», ha dichiarato Jan Kubis, il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per l’Iraq. «Stabilire le circostanze che riguardano una così importante perdita di vite sarà un passo importante nell’elaborazione del lutto delle famiglie e nel percorso per assicurarsi il diritto alla verità e alla giustizia». La commissione delle nazioni Unite ha pure messo in luce alcune importanti difficoltà cui devono far fronte le famiglie delle vittime: in questo momento si devono registrare in cinque distinti uffici per cercare di stabilire la sorte dei loro congiunti. Infine il rapporto fa un appello per la creazione di un registro centralizzato e pubblico delle persone scomparse come pure di un ufficio federale delle persone scomparse. Il rapporto costituisce un primo, significativo passo, di un un processo di pacificazione nazionale e di ricostruzione delle responsabilità del passato che sarà molto lungo e complesso.

Ma se la guerra al Califfato islamico sembra ormai archiviata, non cessano in Iraq le presenze di milizie riconosciute dal governo. Il premier iracheno Adel Abdel Mahdi ha affermato ieri che le milizie anti-Daesh vicine all’Iran continueranno a operare e saranno finanziate con «nuove risorse». Lo hanno riferito i media iracheni, che citano l’intervento del premier durante la sua visita nel quartiere generale della “Mobilitazione popolare”, milizie che il governo di Baghdad ha incluso nelle forze di sicurezza e che riunisce i gruppi paramilitari creati nel 2014 con l’obiettivo dichiarato di «combattere il terrorismo». Nei mesi scorsi, dopo l’annuncio della sconfitta formale del Daesh, i leader delle milizie locali, per lo più sciite e vicine all’Iran, sono state criticate da ampi strati della popolazione per presunti abusi e violazioni. Alcuni casi di violenze, nei mesi successivi alla sconfitta del Daesh, sono stati denunciati da alcuni rapporti delle Nazioni Unite. Episodi che hanno fatto calare il consenso nei confronti delle milizie anche in aree abitate in maggioranza dalla popolazione sciita come nel sud del Paese. In zone a tradizionale presenza sunnita o cristiana, sono stati invece segnalati tentativi di insediamenti o appropriazioni di beni da parte di miliziani sciiti. «La mobilitazione popolare è ancora una necessità per l’Iraq », ha invece dichiarato il premier Abdel Mahdi. Un chiaro segno di un asse politico tra Baghdad e Teheran che non si è per nulla interrotto.

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Autore: Luca Geronico
Fontehttps://www.avvenire.it/mondo/pagine/in-iraq-12mila-morti-nelle-fosse-comuni



Sottomessi all’uomo iniquo

Il Leader supremo Xi Jinping è uno di questi uomini iniqui. Si è mostrato deciso a «opporsi e ad esaltare se stesso contro ogni cosiddetto dio o oggetto di culto», sopprimendo spietatamente la libertà di religione in Cina, spogliando le case di culto delle loro croci o altri simboli e sottoponendo tutto e tutti agli interessi del partito. Questo è l’uomo con cui il cardinale Parolin e i suoi colleghi della Segreteria di Stato, per volere di Papa Francesco, sono pronti a fare accordi. Il papa tradisce i cristiani di ogni tempo e luogo che hanno coraggiosamente resistito ai tentativi di rendere la Chiesa di Gesù Cristo piegata allo Stato.

San Paolo ci dice nella Seconda lettera ai Tessalonicesi che il Giorno del Signore non può venire prima che avvenga «l’apostasia» e «l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione», sia rivelato. Ma «il mistero dell’iniquità è già in atto», aggiunge. L’uomo che dà piena espressione a quel mistero, che completa l’evoluzione dell’umanità iniqua e la guida all’ultima ribellione, è l’ultimo ma non certo il primo di questi uomini. Pertanto, l’avvertimento di Paolo è utile oggi come alla fine dei tempi.

Il Leader supremo Xi Jinping è uno di questi uomini iniqui. Si è mostrato deciso a «opporsi e ad esaltare se stesso contro ogni cosiddetto dio o oggetto di culto», sopprimendo spietatamente la libertà di religione in Cina, spogliando le case di culto delle loro croci o altri simboli e sottoponendo tutto e tutti agli interessi del partito. La politica di Xi di “sinicizzare” tutte le espressioni religiose rende la religione interamente asservita allo Stato. Paolo disse che l’uomo dell’iniquità alla fine si sarebbe seduto nel tempio come se fosse Dio – alcuni Padri credevano che con ciò intendesse la Chiesa, che Paolo insegnava fosse il nuovo tempio di Dio – e sembra che Xi stia facendo proprio questo.

Questo è l’uomo con cui il cardinale Parolin e i suoi colleghi della Segreteria di Stato, per volere di Papa Francesco, sono pronti a fare “affari”. Sabato hanno firmato un accordo che secondo quanto riferito darà al Partito il ruolo principale e la decisione finale di nominare i vescovi cinesi nella Chiesa cattolica. Questo accordo richiede alla Chiesa di cancellare le precedenti scomuniche, permettendo al Partito di dettare anche la disciplina sacramentale. Porta il Partito direttamente nelle deliberazioni e azioni interne della Chiesa, sia amministrative che evangeliche o sacramentali. Sarebbe fondamentalmente sbagliato anche se lo Stato in questione fosse il Sacro Romano Impero invece di uno Stato senza Dio, spietato e omicida come è la Cina comunista. L’unità di cui il cardinale Parolin ha parlato sarà un’unità, non sotto Dio, ma sotto Xi, che eliminerà le chiese sotterranee e costringerà tutti in un recinto approvato dal Partito.

Il diritto canonico e Christus Dominus dichiarano questa azione non solo imprudente, ma anche illegittima. Francesco non ha revocato o sospeso il canone 377 § 5, che afferma che “in futuro nessun diritto o privilegio di elezione, nomina, presentazione o designazione di vescovi è concesso alle autorità civili”. Lui e i suoi rappresentanti stanno agendo illegalmente nel fare questo accordo con l’uomo cinese dell’iniquità.

Inoltre, come ha detto coraggiosamente il cardinale Zen, nella loro iniquità stanno «dando il gregge in pasto ai lupi». Tradiscono i martiri cinesi e i testimoni viventi della Cina che hanno sofferto così a lungo per la fedeltà a Cristo. «I fratelli e le sorelle della Cina continentale», come aveva detto Zen in precedenza, non hanno paura della povertà, della prigione, di effondere il loro sangue; la loro più grande sofferenza è vedere se stessi traditi dalla «famiglia».

Il papa tradisce i cristiani di ogni tempo e luogo che hanno coraggiosamente resistito ai tentativi di rendere la Chiesa di Gesù Cristo piegata allo Stato. In passato, tutto ciò che era richiesto era un pizzico di incenso all’imperatore, che i cristiani rifiutavano di offrire, spesso a costo della loro vita. Ma ora ai cattolici cinesi non viene solo chiesto di offrire il pizzico di incenso al Leader supremo, ma anche di permettere ai suoi funzionari di controllare e nominare i vescovi e il clero che faranno questo a loro nome. La scandalosa pratica delle investiture laiche è tornata, e in una forma più scandalosa di quanto non fosse accaduto in passato. La strada che ha portato a Enrico VIII e alla Costituzione Civile del clero in Francia sarà di nuovo percorsa.

Questa non è una semplice questione di giudizio prudenziale. Se lo Stato ha la supervisione della Chiesa, rende falso il Vangelo della Chiesa. Mette la menzogna alla confessione fondamentale della Chiesa, “Gesù è il Signore”, poiché anche nella Chiesa lo Stato diventa Signore. E in cambio della confessione del Vaticano che in Cina lo Stato è Signore, la Cina riconoscerà il Papa come il capo nominale di tutti i suoi cattolici. Che valore ha tutto questo? In realtà, i cattolici cinesi, come i cattolici di qualunque paese, hanno un solo capo: Gesù Cristo. Il Papa non è il capo dei cattolici, è il capo del collegio apostolico. E la sua funzione di capo del collegio apostolico è proprio ciò di cui lo sta privando Xi.

Com’è che abbiamo un Pontefice e una Segreteria di Stato che non capiscono queste cose o non se ne danno cura? Revocare o sospendere il canone 377 § 5 avrebbe reso la loro azione meno iniqua da un punto di vista mondano, almeno non avrebbe contravvenuto alla legge della Chiesa. Ma non l’avrebbe resa neanche un po’ meno iniqua a livello teologico. Perché questa azione è in contrasto con la legge divina, il decreto che fece risorgere Gesù dai morti e lo pose alla destra del Padre. Inoltre contraddice la natura stessa della Chiesa.

Cos’è la Chiesa, se non una missione di ambasciatori incaricata di dichiarare ai governanti e governati di questo mondo che ogni autorità è passata a Colui che siede alla destra del Padre e verrà di nuovo nella gloria per giudicare i vivi e i morti? Ma l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese è stata istituita dalle autorità cinesi per garantire che questo messaggio non venisse ascoltato correttamente in Cina. È stata istituita in modo che fosse lo Stato a dirigere e gestire l’ambasciata ecclesiale di Gesù Cristo.

Coloro che sono inclini a dire di Francesco «Beh, dopotutto lui è il papa, e può fare ciò che vuole», dovrebbero pensarci bene. Faranno appello al canone 1404, “La prima Sede non è giudicata da nessuno”, per giustificare la loro acquiescenza e inazione? Quel canone condanna lo stesso pontefice in questa faccenda. Sì, egli è responsabile direttamente al Signore piuttosto che ai tribunali umani. Ma ciò significa che non può rendere conto, né decidere di rendere conto, a Xi Jinping o a qualsiasi altro leader secolare in tutto ciò che riguarda la Chiesa in quanto Chiesa. Significa invece che è tenuto a confessare il vero Signore come Signore. A parte quel costante e fedele atto di confessione, in realtà non agisce affatto come “Pietro”, occupante della prima Sede.

Nelle parole della Commissione teologica del Vaticano II, poiché il papa è particolarmente responsabile nei confronti del Signore, è «anch’esso legato alla rivelazione stessa, alla struttura fondamentale della Chiesa, ai sacramenti, alle definizioni dei precedenti concili e ad altri obblighi troppo numerosi da citare». Tutto questo è in gioco nella decisione di Francesco di dare al Partito Comunista Cinese il diritto di avviare e supervisionare le nomine episcopali. I vescovi fedeli sono obbligati, da parte loro, a rifiutarsi di riconoscere la legittimità di questo concordato e a riconoscere come vescovi fratelli coloro che sono stati nominati prima dell’accordo e non quelli nominati in base ad esso. Oppure il mistero dell’iniquità è progredito così tanto perfino nella stessa Chiesa al punto che la luce può essere compagna delle tenebre e Cristo accordarsi con Belial, solo perché lo dice la Segreteria di Stato?

Autore: Douglas Farrow

 

Fontehttps://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/09/men-of-lawlessness

http://lanuovabq.it/it/sottomessi-alluomo-iniquo




Il Papa scrive ai cinesi, ma nel cammino non si vede libertà

A seguito della firma dell’accordo provvisorio fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, Papa Francesco ha scritto un “Messaggio ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale” (LEGGI IL DOCUMENTO INTEGRALE). E’ il caso di commentare alcune parti di questo messaggio.

Innanzitutto sono apprezzabili i toni di ammirazione e apprezzamento che il Pontefice indirizza al popolo cinese e alla sua cultura. Ma questo apprezzamento si estende anche alle sofferenze dei cristiani sotto la persecuzione comunista (parola che naturalmente non appare mai nel messaggio): “Sono sentimenti di ringraziamento al Signore e di sincera ammirazione – che è l’ammirazione dell’intera Chiesa cattolica – per il dono della vostra fedeltà, della costanza nella prova, della radicata fiducia nella Provvidenza di Dio, anche quando certi avvenimenti si sono dimostrati particolarmente avversi e difficili. Tali esperienze dolorose appartengono al tesoro spirituale della Chiesa in Cina e di tutto il Popolo di Dio pellegrinante sulla terra. Vi assicuro che il Signore, proprio attraverso il crogiuolo delle prove, non manca mai di colmarci delle sue consolazioni e di prepararci a una gioia più grande. Con il Salmo 126 siamo più che certi che «chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia» (v. 5)!”. Trspare dunque un apprezzamento per le sofferenze del popolo cinese, e si percepisce che dietro quella parola “avvenimenti” ci sarebbe dovuto essere la parola “persecuzioni”.

Il Papa intravede le difficoltà affermando: “Si tratta di un cammino che, come il tratto precedente, «richiede tempo e presuppone la buona volontà delle Parti» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 4), ma per la Chiesa, dentro e fuori della Cina, non si tratta solo di aderire a valori umani, bensì di rispondere a una vocazione spirituale: uscire da se stessa per abbracciare «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1) e le sfide del presente che Dio le affida. È, pertanto, una chiamata ecclesiale a farsi pellegrini sui sentieri della storia, fidandosi innanzitutto di Dio e delle sue promesse, come fecero Abramo e i nostri Padri nella fede”. Certo, importante questo avviso alla missonarietà della Chiesa in Cina, tenendo però conto che la possiblità di azione, per il controllo del governo, è ridottissimo e certamente del tutto precluso per ciò che riguarda l’essere elemento di cambiamento della società. Al momento dell’accordo, gli “avvenimenti” non erano terminati, ma continuavano e continuano senza tregua.

Ma il Papa, prevenendo questa obiezione, afferma: “Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per una terra sconosciuta che doveva ricevere in eredità, senza conoscere il cammino che gli si apriva dinnanzi. Se Abramo avesse preteso condizioni, sociali e politiche, ideali prima di uscire dalla sua terra, forse non sarebbe mai partito. Egli, invece, si è fidato di Dio, e sulla sua Parola ha lasciato la propria casa e le proprie sicurezze. Non furono dunque i cambiamenti storici a permettergli di confidare in Dio, ma fu la sua fede pura a provocare un cambiamento nella storia. La fede, infatti, è «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio» (Eb 11,1-2)”. Giusto, ma Abramo si è lanciato verso il pericolo ignoto, fidandosi di Dio; qui il pericolo e la situazione è nota e, come il Pontefice ha detto, è del tutto comprensibile la sofferenza di quanti non capiscono, di quanti pensano che un accordo in questo momento non abbia senso. Perché non è solo il Cardinale Joseph Zen a pensarla così, ma tantissimi intellettuali anche cattolici, liberi di poter dire quello che pensano, e che hanno più di un dubbio sulla opportunità di questo accordo in queste condizioni.

“Allorquando, nel passato, si è preteso di determinare anche la vita interna delle comunità cattoliche, imponendo il controllo diretto al di là delle legittime competenze dello Stato, nella Chiesa in Cina è comparso il fenomeno della clandestinità. Una tale esperienza – va sottolineato – non rientra nella normalità della vita della Chiesa e «la storia mostra che Pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 8)”. La clandestinità non era il vero problema, il vero problema era (ed è, come pensano molti) che lo Stato non tollera Vescovi che siano liberi di annunciare il Vangelo anche laddove questo annuncio contrastasse con le politiche del governo. Saranno liberi ora?

Se al Papa è stato promesso questo, sarà veramente un successo storico qualora la promessa verrà mantenuta. Sarebbe veramente un fatto straordinario. Alla luce di questo bisogna leggere questo altro passaggio: “In questo contesto, la Santa Sede intende fare sino in fondo la parte che le compete, ma anche a voi, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, spetta un ruolo importante: cercare insieme buoni candidati che siano in grado di assumere nella Chiesa il delicato e importante servizio episcopale. Non si tratta, infatti, di nominare funzionari per la gestione delle questioni religiose, ma di avere autentici Pastori secondo il cuore di Gesù, impegnati a operare generosamente al servizio del Popolo di Dio, specialmente dei più poveri e dei più deboli, facendo tesoro delle parole del Signore: «Chi vuol essere grande tra voi sifarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Mc 10,43-44)”. Ecco il punto: i fedeli avranno la libertà di proporre i candidati più adatti nel senso “cattolico” o dovranno sottostare (come molti sanno e pensano) ai candidati che il governo comunista e ufficialmente ateo, favorisce?

Chi conosce la Cina popolare perché la vive, può garantire che in tutti gli ambiti c’è un controllo estremo, è dubitabile che la Cina realisticamente lasci ora questa libertà d’azione alla Chiesa Cattolica. E questa incomprensione si riflette anche in questo: “Sul piano civile e politico, i Cattolici cinesi siano buoni cittadini, amino pienamente la loro Patria e servano il proprio Paese con impegno e onestà, secondo le proprie capacità. Sul piano etico, siano consapevoli che molti concittadini si attendono da loro una misura più alta nel servizio al bene comune e allo sviluppo armonioso dell’intera società. In particolare, i Cattolici sappiano offrire quel contributo profetico e costruttivo che essi traggono dalla propria fede nel regno di Dio. Ciò può richiedere a loro anche la fatica di dire una parola critica, non per sterile contrapposizione ma allo scopo di edificare una società più giusta, più umana e più rispettosa della dignità di ogni persona”. Ma “la parola critica” può causare la prigione, come a tantissimi è capitato. Come possono essere liberi di essere profetici e costruttivi in queste condizioni?

Verso la fine il Papa dice: “In Cina è di fondamentale importanza che, anche a livello locale, siano sempre più proficui i rapporti tra i Responsabili delle comunità ecclesiali e le Autorità civili, mediante un dialogo franco e un ascolto senza pregiudizi che permetta di superare reciproci atteggiamenti di ostilità. C’è da imparare un nuovo stile di collaborazione semplice e quotidiana tra le Autorità locali e quelle ecclesiastiche – Vescovi, sacerdoti, anziani delle comunità –, in maniera tale da garantire l’ordinato svolgimento delle attività pastorali, in armonia tra le legittime attese dei fedeli e le decisioni che competono alle Autorità”. Ma questo tenendo presente che si sta parlando di uno stato fortemente autoritario, quindi la collaborazione è sempre a senso unico.

E’ sicuro che il Papa sinceramente voglia il bene del popolo cinese, ma la conoscenza più diretta dell’attuale situazione della Cina (averci lavorato, vissuto, operato), di tanti laici e missionari, permette di sollevare più di qualche dubbio sul fatto che la soluzione adottata con la firma dell’accordo provvisorio del 22 settembre sia quella più adeguata.

 

Autore: Aurelio Porfiri

 

Fontehttp://lanuovabq.it/it/il-papa-scrive-ai-cinesi-ma-nel-cammino-non-si-vede-liberta




Messaggio di Papa Fancesco ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale

«Il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione»

(Salmo 100,5)

Carissimi fratelli nell’episcopato, sacerdoti, persone consacrate e fedeli tutti della Chiesa cattolica in Cina, ringraziamo il Signore perché eterna è la sua misericordia e riconosciamo che «Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo» (Sal100,3)!

In questo momento riecheggiano nel mio animo le parole con cui il mio venerato Predecessore, nella Lettera del 27 maggio 2007, vi esortava: «Chiesa cattolica in Cina, piccolo gregge presente e operante nella vastità di un immenso popolo che cammina nella storia, come risuonano incoraggianti e provocanti per te le parole di Gesù: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32) […]: perciò “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16)» (Benedetto XVILettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 5).

1. Negli ultimi tempi, sono circolate tante voci contrastanti sul presente e, soprattutto, sull’avvenire delle comunità cattoliche in Cina. Sono consapevole che un tale turbinio di opinioni e di considerazioni possa aver creato non poca confusione, suscitando in molti cuori sentimenti opposti. Per alcuni, sorgono dubbi e perplessità; altri hanno la sensazione di essere stati come abbandonati dalla Santa Sede e, nel contempo, si pongono la struggente domanda sul valore delle sofferenze affrontate per vivere nella fedeltà al Successore di Pietro. In molti altri, invece, prevalgono positive attese e riflessioni animate dalla speranza di un avvenire più sereno per una feconda testimonianza della fede in terra cinese.

Tale situazione si è venuta accentuando soprattutto in riferimento all’Accordo Provvisorio fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese che, come sapete, è stato firmato nei giorni scorsi a Pechino. In un frangente tanto significativo per la vita della Chiesa, tramite questo breve Messaggio, desidero, innanzitutto, assicurarvi che siete quotidianamente presenti nella mia preghiera e condividere con voi i sentimenti che abitano il mio cuore.

Sono sentimenti di ringraziamento al Signore e di sincera ammirazione – che è l’ammirazione dell’intera Chiesa cattolica – per il dono della vostra fedeltà, della costanza nella prova, della radicata fiducia nella Provvidenza di Dio, anche quando certi avvenimenti si sono dimostrati particolarmente avversi e difficili.

Tali esperienze dolorose appartengono al tesoro spirituale della Chiesa in Cina e di tutto il Popolo di Dio pellegrinante sulla terra. Vi assicuro che il Signore, proprio attraverso il crogiuolo delle prove, non manca mai di colmarci delle sue consolazioni e di prepararci a una gioia più grande. Con il Salmo 126 siamo più che certi che «chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia» (v. 5)!

Continuiamo, quindi, a fissare lo sguardo sull’esempio di tanti fedeli e Pastori che non hanno esitato ad offrire la loro “bella testimonianza” (cfr 1 Tm 6,13) al Vangelo, fino al dono della propria vita. Sono da considerarsi veri amici di Dio!

2. Da parte mia, ho sempre guardato alla Cina come a una terra ricca di grandi opportunità e al Popolo cinese come artefice e custode di un inestimabile patrimonio di cultura e di saggezza, che si è raffinato resistendo alle avversità e integrando le diversità, e che, non a caso, fin dai tempi antichi è entrato in contatto con il messaggio cristiano. Come diceva con grande acume il P. Matteo Ricci, S.I., sfidandoci alla virtù della fiducia, «prima di contrarre amicizia, bisogna osservare; dopo averla contratta, bisogna fidarsi» (De Amicitia, 7).

È anche mia convinzione che l’incontro possa essere autentico e fecondo solo se avviene attraverso la pratica del dialogo, che significa conoscersi, rispettarsi e “camminare insieme” per costruire un futuro comune di più alta armonia.

In questo solco si colloca l’Accordo Provvisorio, che è frutto del lungo e complesso dialogo istituzionale della Santa Sede con le Autorità governative cinesi, inaugurato già da San Giovanni Paolo II e proseguito da Papa Benedetto XVI. Attraverso tale percorso, la Santa Sede altro non aveva – e non ha – in animo se non di realizzare le finalità spirituali e pastorali proprie della Chiesa, e cioè sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo, e raggiungere e conservare la piena e visibile unità della Comunità cattolica in Cina.

Sul valore di tale Accordo e sulle sue finalità vorrei proporvi alcune riflessioni, offrendovi altresì qualche spunto di spiritualità pastorale per il cammino che, in questa nuova fase, siamo chiamati a percorrere.

Si tratta di un cammino che, come il tratto precedente, «richiede tempo e presuppone la buona volontà delle Parti» (Benedetto XVILettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 4), ma per la Chiesa, dentro e fuori della Cina, non si tratta solo di aderire a valori umani, bensì di rispondere a una vocazione spirituale: uscire da se stessa per abbracciare «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1) e le sfide del presente che Dio le affida. È, pertanto, una chiamata ecclesiale a farsi pellegrini sui sentieri della storia, fidandosi innanzitutto di Dio e delle sue promesse, come fecero Abramo e i nostri Padri nella fede.

Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per una terra sconosciuta che doveva ricevere in eredità, senza conoscere il cammino che gli si apriva dinnanzi. Se Abramo avesse preteso condizioni, sociali e politiche, ideali prima di uscire dalla sua terra, forse non sarebbe mai partito. Egli, invece, si è fidato di Dio, e sulla sua Parola ha lasciato la propria casa e le proprie sicurezze. Non furono dunque i cambiamenti storici a permettergli di confidare in Dio, ma fu la sua fede pura a provocare un cambiamento nella storia. La fede, infatti, è «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio» (Eb 11,1-2).

3. Come Successore di Pietro, desidero confermarvi in questa fede (cfr Lc 22,32) – nella fede di Abramo, nella fede della Vergine Maria, nella fede che avete ricevuto – invitandovi a porre con sempre maggiore convinzione la vostra fiducia nel Signore della storia e nel discernimento della sua volontà compiuto dalla Chiesa. Invochiamo il dono dello Spirito, affinché illumini le menti e riscaldi i cuori e ci aiuti a capire dove ci vuole condurre, a superare gli inevitabili momenti di smarrimento e ad avere la forza di proseguire con decisione sulla strada che si apre davanti a noi.

Proprio al fine di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in Cina e di ricostituire la piena e visibile unità nella Chiesa, era fondamentale affrontare, in primo luogo, la questione delle nomine episcopali. È a tutti noto che, purtroppo, la storia recente della Chiesa cattolica in Cina è stata dolorosamente segnata da profonde tensioni, ferite e divisioni, che si sono polarizzate soprattutto intorno alla figura del Vescovo quale custode dell’autenticità della fede e garante della comunione ecclesiale.

Allorquando, nel passato, si è preteso di determinare anche la vita interna delle comunità cattoliche, imponendo il controllo diretto al di là delle legittime competenze dello Stato, nella Chiesa in Cina è comparso il fenomeno della clandestinità. Una tale esperienza – va sottolineato – non rientra nella normalità della vita della Chiesa e «la storia mostra che Pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede» (Benedetto XVILettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 8).

Vorrei farvi sapere che, da quando mi è stato affidato il ministero petrino, ho provato grande consolazione nel constatare il sincero desiderio dei Cattolici cinesi di vivere la propria fede in piena comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro, il quale è «il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi che della moltitudine dei fedeli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23). Di tale desiderio mi sono giunti nel corso di questi anni numerosi segni e testimonianze concreti, anche da parte di coloro, compresi Vescovi, che hanno ferito la comunione nella Chiesa, a causa di debolezza e di errori, ma anche, non poche volte, per forte e indebita pressione esterna.

Perciò, dopo aver attentamente esaminato ogni singola situazione personale e ascoltato diversi pareri, ho riflettuto e pregato molto cercando il vero bene della Chiesa in Cina. Infine, davanti al Signore e con serenità di giudizio, in continuità con l’orientamento dei miei immediati Predecessori, ho deciso di concedere la riconciliazione ai rimanenti sette Vescovi “ufficiali” ordinati senza Mandato Pontificio e, avendo rimosso ogni relativa sanzione canonica, di riammetterli nella piena comunione ecclesiale. In pari tempo, chiedo loro di esprimere, mediante gesti concreti e visibili, la ritrovata unità con la Sede Apostolica e con le Chiese sparse nel mondo, e di mantenervisi fedeli nonostante le difficoltà.

4. Nel sesto anno del mio Pontificato, che ho messo fin dai primi passi sotto il segno dell’Amore misericordioso di Dio, invito pertanto tutti i Cattolici cinesi a farsi artefici di riconciliazione, ricordando con sempre rinnovata passione apostolica le parole di Paolo: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18).

Infatti, come ho avuto modo di scrivere al termine del Giubileo Straordinario della Misericordia, «non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. […]. Anche nei casi più complessi, dove si è tentati di far prevalere una giustizia che deriva solo dalle norme, si deve credere nella forza che scaturisce dalla grazia divina» (Lett. ap.Misericordia et misera, 20 novembre 2016, 11).

In questo spirito e con le decisioni prese, possiamo dare inizio a un percorso inedito, che speriamo aiuterà a sanare le ferite del passato, a ristabilire la piena comunione di tutti i Cattolici cinesi e ad aprire una fase di più fraterna collaborazione, per assumere con rinnovato impegno la missione dell’annuncio del Vangelo. Infatti, la Chiesa esiste per testimoniare Gesù Cristo e l’Amore perdonante e salvifico del Padre.

5. L’Accordo Provvisorio siglato con le Autorità cinesi, pur limitandosi ad alcuni aspetti della vita della Chiesa ed essendo necessariamente perfettibile, può contribuire – per la sua parte – a scrivere questa pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina. Esso, per la prima volta, introduce elementi stabili di collaborazione tra le Autorità dello Stato e la Sede Apostolica, con la speranza di assicurare alla Comunità cattolica buoni Pastori.

In questo contesto, la Santa Sede intende fare sino in fondo la parte che le compete, ma anche a voi, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, spetta un ruolo importante: cercare insieme buoni candidati che siano in grado di assumere nella Chiesa il delicato e importante servizio episcopale. Non si tratta, infatti, di nominare funzionari per la gestione delle questioni religiose, ma di avere autentici Pastori secondo il cuore di Gesù, impegnati a operare generosamente al servizio del Popolo di Dio, specialmente dei più poveri e dei più deboli, facendo tesoro delle parole del Signore: «Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Mc 10,43-44).

Al riguardo, appare evidente che un Accordo non è altro che uno strumento e non potrà da solo risolvere tutti i problemi esistenti. Anzi, esso risulterebbe inefficace e sterile, qualora non fosse accompagnato da un profondo impegno di rinnovamento degli atteggiamenti personali e dei comportamenti ecclesiali.

6. Sul piano pastorale, la Comunità cattolica in Cina è chiamata ad essere unita, per superare le divisioni del passato che tante sofferenze hanno causato e causano al cuore di molti Pastori e fedeli. Tutti i cristiani, senza distinzione, pongano ora gesti di riconciliazione e di comunione. Al riguardo, facciamo tesoro dell’ammonimento di San Giovanni della Croce: «Al tramonto della vita, saremo giudicati sull’amore» (Parole di luce e di amore, 1, 57).

Sul piano civile e politico, i Cattolici cinesi siano buoni cittadini, amino pienamente la loro Patria e servano il proprio Paese con impegno e onestà, secondo le proprie capacità. Sul piano etico, siano consapevoli che molti concittadini si attendono da loro una misura più alta nel servizio al bene comune e allo sviluppo armonioso dell’intera società. In particolare, i Cattolici sappiano offrire quel contributo profetico e costruttivo che essi traggono dalla propria fede nel regno di Dio. Ciò può richiedere a loro anche la fatica di dire una parola critica, non per sterile contrapposizione ma allo scopo di edificare una società più giusta, più umana e più rispettosa della dignità di ogni persona.

7. Mi rivolgo a tutti voi, amati confratelli Vescovi, sacerdoti e persone consacrate, che «servite il Signore nella gioia» (Sal 100,2). Riconosciamoci discepoli di Cristo nel servizio al Popolo di Dio. Viviamo la carità pastorale come bussola del nostro ministero. Superiamo le contrapposizioni del passato, la ricerca dell’affermazione di interessi personali, e prendiamoci cura dei fedeli facendo nostre le loro gioie e le loro sofferenze. Impegniamoci umilmente per la riconciliazione e l’unità. Riprendiamo con energia ed entusiasmo il cammino dell’evangelizzazione, così come indicato dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

A voi tutti ripeto con affetto: «Ci metta in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 19 marzo 2018, 138).

Con convinzione vi invito a chiedere la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti: «Chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore» (ibid., 139).

8. In quest’anno, in cui tutta la Chiesa celebra il Sinodo dei Giovani, desidero rivolgermi specialmente a voi, giovani cattolici cinesi, che varcate le porte della Casa del Signore «con inni di grazie, con canti di lode» (Sal 100,4). Vi chiedo di collaborare alla costruzione del futuro del vostro Paese con le capacità personali che avete ricevuto in dono e con la giovinezza della vostra fede. Vi esorto a portare a tutti, con il vostro entusiasmo, la gioia del Vangelo.

Siate pronti ad accogliere la guida sicura dello Spirito Santo, che indica al mondo di oggi il cammino verso la riconciliazione e la pace. Lasciatevi sorprendere dalla forza rinnovatrice della grazia, anche quando può sembrarvi che il Signore chieda un impegno superiore alle vostre forze. Non abbiate paura di ascoltare la sua voce che vi chiede fraternità, incontro, capacità di dialogo e di perdono, e spirito di servizio, nonostante tante esperienze dolorose del recente passato e le ferite ancora aperte.

Spalancate il cuore e la mente per discernere il disegno misericordioso di Dio, che chiede di superare i pregiudizi personali e le contrapposizioni tra i gruppi e le comunità, per aprire un coraggioso e fraterno cammino alla luce di un’autentica cultura dell’incontro.

Tante sono, oggi, le tentazioni: l’orgoglio del successo mondano, la chiusura nelle proprie certezze, il primato dato alle cose materiali come se Dio non ci fosse. Andate controcorrente e rimanete saldi nel Signore: «Egli solo è buono», solo «il suo amore è per sempre», solo la «sua fedeltà» dura «di generazione in generazione» (Sal 100,5).

9. Cari fratelli e sorelle della Chiesa universale, tutti siamo chiamati a riconoscere tra i segni dei nostri tempi quanto sta accadendo oggi nella vita della Chiesa in Cina. Abbiamo un compito importante: accompagnare con una fervente preghiera e con fraterna amicizia i nostri fratelli e sorelle in Cina. Infatti, essi devono sentire che nel cammino, che in questo momento si apre di fronte a loro, non sono soli. È necessario che vengano accolti e sostenuti come parte viva della Chiesa: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133,1).

Ogni comunità cattolica locale, in tutto il mondo, si impegni a valorizzare e ad accogliere il tesoro spirituale e culturale proprio dei Cattolici cinesi. È giunto il tempo di gustare insieme i frutti genuini del Vangelo seminato nel grembo dell’antico “Regno di Mezzo” e di innalzare al Signore Gesù Cristo il canto della fede e del ringraziamento, arricchito di note autenticamente cinesi.

10. Mi rivolgo con rispetto a Coloro che guidano la Repubblica Popolare Cinese e rinnovo l’invito a proseguire, con fiducia, coraggio e lungimiranza, il dialogo da tempo intrapreso. Desidero assicurare che la Santa Sede continuerà ad operare sinceramente per crescere nell’autentica amicizia con il Popolo cinese.

Gli attuali contatti tra la Santa Sede e il Governo cinese si stanno dimostrando utili per superare le contrapposizioni del passato, anche recente, e per scrivere una pagina di più serena e concreta collaborazione nel comune convincimento che «l’incomprensione non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina» (Benedetto XVILettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 4).

In tal modo, la Cina e la Sede Apostolica, chiamate dalla storia ad un compito arduo ma affascinante, potranno agire più positivamente per la crescita ordinata ed armonica della Comunità cattolica in terra cinese, si adopereranno per promuovere lo sviluppo integrale della società assicurando maggior rispetto per la persona umana anche nell’ambito religioso, lavoreranno concretamente per custodire l’ambiente in cui viviamo e per edificare un futuro di pace e di fraternità tra i popoli.

In Cina è di fondamentale importanza che, anche a livello locale, siano sempre più proficui i rapporti tra i Responsabili delle comunità ecclesiali e le Autorità civili, mediante un dialogo franco e un ascolto senza pregiudizi che permetta di superare reciproci atteggiamenti di ostilità. C’è da imparare un nuovo stile di collaborazione semplice e quotidiana tra le Autorità locali e quelle ecclesiastiche – Vescovi, sacerdoti, anziani delle comunità –, in maniera tale da garantire l’ordinato svolgimento delle attività pastorali, in armonia tra le legittime attese dei fedeli e le decisioni che competono alle Autorità.

Ciò aiuterà a comprendere che la Chiesa in Cina non è estranea alla storia cinese, né chiede alcun privilegio: la sua finalità nel dialogo con le Autorità civili è quella di «giungere a una relazione intessuta di reciproco rispetto e di approfondita conoscenza» (ibid.).

11. A nome di tutta la Chiesa imploro dal Signore il dono della pace, mentre invito tutti a invocare con me la materna protezione della Vergine Maria:

Madre del Cielo, ascolta la voce dei tuoi figli, che umilmente invocano il tuo nome.

Vergine della speranza, a te affidiamo il cammino dei credenti nella nobile terra di Cina. Ti preghiamo di presentare al Signore della storia le tribolazioni e le fatiche, le suppliche e le attese dei fedeli che ti pregano, o Regina del Cielo!

Madre della Chiesa, a te consacriamo il presente e l’avvenire delle famiglie e delle nostre comunità. Custodiscile e sostienile nella riconciliazione tra fratelli e nel servizio per i poveri che benedicono il Tuo nome, o Regina del Cielo!

Consolatrice degli afflitti, a te ci rivolgiamo perché sei rifugio di quanti piangono nella prova. Veglia sui tuoi figli che lodano il tuo nome, fa’ che portino uniti l’annuncio del Vangelo. Accompagna i loro passi per un mondo più fraterno, fa’ che a tutti portino la gioia del perdono, o Regina del Cielo!

Maria, Aiuto dei Cristiani, per la Cina ti chiediamo giorni di benedizione e di pace. Amen!

Dal Vaticano, 26 settembre 2018

 

FRANCESCO




Dal Corriere della sera. Antonia Arslan: «Il genocidio degli armeni e i miei 57 anni di silenzio»

La scrittrice e la visita del presidente Mattarella a Erevan, capitale dell’Armenia: «Mi sono sentita accettata come figlia dei sopravvissuti giunti in Veneto»

Quando qualche settimana fa ha visto Sergio Mattarella scendere dalla scaletta dell’aereo a Erevan, capitale dell’Armenia, alla scrittrice Antonia Arslan, 80 anni, s’è allargato il cuore: «Era la prima volta di un presidente della Repubblica nella terra dei miei antenati. Come armena italiana, mi sono sentita finalmente riconosciuta. E anche come armena veneta. Pochi sanno che la Serenissima si salvò dalla bancarotta grazie a 40 mila ducati d’oro prestati dagli Scerimanian, che nel 1612 avevano aperto una sede a Venezia, terminale dei commerci fin dall’anno 1000. Il che spiega perché nel 1717 il doge Giovanni Corner concesse in perpetuo l’Isola di San Lazzaro degli Armeni al monaco cristiano Mechitar».

Gli Arslan d’Italia

Gli Arslan d’Italia discendono da Yerwant Arslanian, pioniere dell’otorinolaringoiatria, nato nel 1865 a Kharpert e giunto nel nostro Paese a soli 15 anni. La sua passione per gli studi lo salvò dal Metz Yeghérn, il Grande crimine, il genocidio del suo popolo a opera dei turchi, iniziato nel 1894, culminato nel 1915 e proseguito fino al 1922. «Era mio nonno. Nel 1923 ottenne dallo stato civile di troncare le ultime tre lettere del cognome. Lo fece per angoscia, per mimetizzarsi. Una precauzione comprensibile: in quella fornace bruciarono le vite di almeno 25 o 30 parenti».

La nipote

La nipote Antonia non riesce a spiegarsi perché ha atteso quasi mezzo secolo prima di dare corpo, nel romanzo La masseria delle allodole, al ricordo di quell’immane tragedia che segnò la storia della sua famiglia, né come sia stato possibile che il libro abbia totalizzato sette edizioni in soli due mesi nel 2004 e da allora sia già stato ristampato ben 37 volte. «Se penso che non doveva nemmeno uscire…».

Tentarono di boicottarlo?
«No, la colpa fu mia. Anche se ho sempre insegnato Letteratura all’Università di Padova, i libri non erano il mio mestiere, per cui mi affidai a un agente letterario. Uno dei più famosi, non mi chieda il nome. Gli mandai il manoscritto a settembre del 2002. A Natale non l’aveva ancora visionato. La mia amica Siobhan Nash-Marshall, docente di Filosofia teoretica a New York, che ospitai per Capodanno, era indignata. Volle telefonargli. “Ma signora! È in lettura”, si stizzì lui. Ad aprile andai a trovare in America la dantista Teodolinda Barolini, capo del dipartimento di italiano della Columbia University. “E il tuo romanzo?”, mi chiese. Arrossii di vergogna».

Non stento a crederlo.
«Fu lei a trovarmi un altro agente. Io telefonai al primo, dicendogli: in nove mesi si fa un bambino, penso che bastino anche per un libro. Sentenziò: “La trama è debole”. Stavo quasi per crederci, se i registi Paolo e Vittorio Taviani, dopo che fu pubblicato, non mi avessero cercato: “Non abbiamo mai letto niente di più potente! Vogliamo farci un film”. Adesso posso dirlo: quell’agente, secondo me, nemmeno lo sfogliò».

«La masseria delle allodole» uscì quando lei aveva 66 anni. Perché non avvertì il bisogno di scriverlo prima?
«Non lo so, me lo chiedo spesso. Mi limitavo a comporre poesie sulla Guerra dei trent’anni, pensi un po’. All’improvviso, ebbi la percezione che dovevo parlare dell’olocausto armeno prima che i vecchi sopravvissuti morissero. Una necessità scaturita dai precordi».

La sua fonte fu nonno Yerwant.
«Sì, un dono che mi fece per i miei 9 anni. Poi non ne parlò mai più. Era il 1947. “Sto per andarmene, quindi devi sapere”, mi disse. Infatti morì dopo pochi mesi. Fu mio nonno ad accogliere in Italia i tre orfani del fratello Sempad, le femmine Arussiag ed Henriette e il maschio Nubar, che scampò al massacro di tutti i maschi perché la madre Shushanig lo aveva travestito da femminuccia. Anche mio zio Nubar divenne otorinolaringoiatra, a Genova».

Come mai suo nonno affidò proprio a lei i suoi atroci ricordi?
«Ero ammalata, una febbre misteriosa che ogni 15 giorni aumentava. Il nonno dovette farmi 36 punture di penicillina, molto dolorose, in cambio di un premio: 50 lire l’una. Se devo morire, ne voglio 100, replicai. Ci accordammo per 75. Mi portò in convalescenza sulle Dolomiti, a Susin di Sospirolo. E lì, sotto i glicini di un albergo liberty, cominciò a raccontare, a partire dalla madre Iskuhi, che lo aveva partorito a 16 anni e che morì a 19 dando alla luce Sempad. Ricordava ancora il profumo di pesca delle sue gote».

Non la sconvolsero i racconti della carneficina?
«No, neppure quando mi spiegò che il fratello Sempad, farmacista, era stato decapitato dai soldati turchi e la sua testa gettata in grembo alla moglie Shushanig. Mi pareva di leggere l’Enciclopedia della fiaba, che mi avevano regalato. Ero onorata dalla sua fiducia e tranquillizzata dal distacco con cui narrava gli eventi. Avevo già visto gli orrori della Seconda guerra mondiale, mia madre alle prese con i nazisti, le mitragliate che mi fecero finire in un fosso, i due bombardamenti di Padova. La vita del nonno mi sembrava un romanzo d’appendice».

Immagino, catapultato dall’Anatolia a Venezia appena quindicenne.
«Un viaggio mitologico. Suo padre lo affidò a dei banditi, dando loro un gruzzolo in banconote tagliate a metà: ebbero l’altra parte solo quando il figlio gli scrisse dal Collegio Armeno. A 18 anni nonno Yerwant rifiutò i sussidi paterni. Si laureò in Medicina a Padova. Per mantenersi, fece l’infermiere durante un’epidemia di colera. Andò a studiare chirurgia a Parigi, dove, non avendo soldi, mangiava solo albicocche secche. Incontro ancora anziani che da piccoli furono operati da lui. Non esistendo l’anestesia, la tecnica era semplice: uno sberlone del papà e uno della mamma, in contemporanea, il bimbo spalancava la bocca urlando per lo spavento e, zac, in un baleno il nonno gli aveva già resecato le tonsille».

Che motivi avevano i Giovani Turchi per annientare gli armeni?
«Venivano dalle steppe. Avevano bisogno di una patria. La trovarono in Anatolia, sbarazzandosi della popolazione autoctona. Molti di loro avevano studiato in Germania. Fu la prova generale della Shoah. I giornali tedeschi a fine Ottocento scrivevano: “Gli armeni sono gli ebrei del Medio Oriente”».

L’Occidente sapeva, ma tacque.
«Il rapporto di Leslie Davis, console americano a Kharpert dal 1914 al 1917, corredato di foto agghiaccianti, è rimasto sepolto per 70 anni al Dipartimento di Stato Usa. Mio nonno mi raccontò come fecero i seguaci di Mustafa Kemal Atatürk ad abolire il fez».

Come?
«A chi usciva di casa con quel copricapo, glielo inchiodavano in testa. Cambiarono persino i nomi delle città, dei monti, dei fiumi. Neppure i nazisti arrivarono a tanto. Subito dopo, la persecuzione colpì l’ultima minoranza: i curdi».

Quanti armeni furono uccisi?
«Tra 1,2 e 1,5 milioni, forse 2 milioni».

Liliana Segre, uscita viva da Auschwitz, mi disse che il tempo della dimenticanza dura meno di un secolo. Poi i genocidi spariscono dai libri di storia.
«Il nostro sparì subito, tanto da far dire ad Adolf Hitler: “Chi si ricorda il massacro degli armeni?”».

Perché la Turchia nega ostinatamente il vostro olocausto?
«È pervasa da uno sciovinismo spaventoso. I bimbi di 4 anni ogni mattina devono cantare l’inno nazionale. Riconoscere vorrebbe dire anche restituire. Io non possiedo nulla che attesti le origini familiari a Kharpert. Eppure mio nonno aveva quattro fratelli medici che giravano per la città cantando: “Siamo i felici dottori Arslanian”. Furono trucidati».

Si fida di Recep Tayyip Erdogan?
«No di certo. È un uomo astutissimo. Sogna di annettersi la Siria e far risorgere l’Impero ottomano, estirpando i curdi».

Sogna anche di entrare nell’Ue.
«Portare 75 milioni di musulmani in Europa? Al fianco della Germania, con cui va d’accordissimo, Erdogan detterebbe legge a Strasburgo. Provo i brividi».

Quali sentimenti suscitano in lei i migranti che sbarcano sulle nostre coste?
«Pietà, perché mi ricordano Arussiag, Henriette e Nubar. Ma anche coscienza che le persone accolte hanno l’obbligo d’imparare la lingua e adeguarsi alle leggi del Paese ospitante. I miei avi lo fecero. Conosco un armeno di Milano che è andato all’Agenzia delle Entrate per segnalare che si erano dimenticati di fargli pagare le tasse su taluni redditi».

Che riflessi ha avuto sulla sua vita lo sterminio degli armeni?
«Mi ha tolto qualsiasi forma di ansietà. Non mi agito per nulla, mai, perché penso a ciò che accadde ai miei progenitori e mi dico che il peggio del peggio lo abbiamo già vissuto. Credo che ogni individuo abbia dentro di sé un lago profondo, da cui trae forza. A me pare di ritrovarla quando ascolto il nostro canto di comunione, Der voghormia, Dio abbi pietà».

C’è qualcosa che in lei abbia provocato lo stesso orrore del Metz Yeghérn?
«L’Holodomor russo, la carestia pianificata per cancellare un intero popolo. Da 3 a 5 milioni di contadini ucraini che Stalin soppresse portandogli via tutto, non solo il bestiame e le scorte alimentari, ma persino le sementi. Bisogna aver letto Tutto scorre… di Vasilij Grossman per capire che cosa significhi morire di fame guardando i propri campi incolti. L’ultimo boccone il padre lo dà al suo bambino. Dopo qualche mese arriva il poliziotto, apre la porta e dice: “Qua ce ne sono tre, due grandi e uno piccolo. Buttate via tutto”».

Autore: Stefano Lorenzetto
Fonte: Corriere della sera. © RIPRODUZIONE RISERVATA
21 settembre 2018 (modifica il 21 settembre 2018 | 20:05)



Lettera del Rettor Maggiore in occasione della Venerabilità del cardinale Augusto Hlond

(AgenziaNotizieSalesiane – Roma) – Il 19 maggio 2018, il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante le virtù eroiche del Servo di Dio Augusto Giuseppe Hlond, della Società Salesiana di San Giovanni Bosco, arcivescovo di Gniezno e Varsavia, primate di Polonia, cardinale di Santa Romana Chiesa, fondatore della Società di Cristo per gli Emigranti; nato il 5 luglio 1881 a Brzęczkowice (Polonia) e morto a Varsavia (Polonia) il 22 ottobre 1948.

Per l’occasione il Rettor Maggiore, Don Ángel Fernández Artime, ha inviato una lettera ai Salesiani e ai membri della Famiglia Salesiana nella quale, dopo aver ripercorso le tappe della vita del venerabile, sia come Salesiano, che come arcivescovo e primate della Chiesa polacca, ne evidenzia alcuni tratti, sia sotto il profilo virtuoso, che come persona chiamata ad assumere grandi e gravi responsabilità, in uno dei periodi più drammatici della storia del ‘900.

“Il cardinale Hlond fu un uomo virtuoso, un luminoso esempio di religioso salesiano e un pastore generoso, austero, capace di visioni profetiche. Obbediente alla Chiesa e fermo nell’esercizio dell’autorità, dimostrò umiltà eroica e inequivocabile costanza nei momenti di maggiore prova. Coltivò la povertà e praticò la giustizia verso i poveri e i bisognosi. Le due colonne della sua vita spirituale, alla scuola di San Giovanni Bosco, furono l’Eucaristia e Maria Ausiliatrice. Nella storia della Chiesa di Polonia, il cardinale Augusto Hlond è stato una delle figure più eminenti per la testimonianza religiosa della sua vita, per la grandezza, la varietà e l’originalità del suo ministero pastorale, per le sofferenze che affrontò con intrepido animo cristiano per il Regno di Dio. L’ardore apostolico distinse l’opera pastorale e la fisionomia spirituale del Venerabile Augusto Hlond, che assumendo come motto episcopale Da mihi animas coetera tolle, da vero figlio di san Giovanni Bosco lo confermò con la sua vita di consacrato e di vescovo, dando testimonianza di instancabile carità pastorale”.

In quest’anno in cui la Strenna invita a coltivare l’arte di ascoltare e accompagnare, la testimonianza del venerabile Augusto Hlond rifulge come vera guida e pastore del suo popolo, impegnato a difendere la libertà della Chiesa e la dignità dell’uomo, in un’epoca segnato da grandi prove e persecuzioni, come quella vissuta dalla Polonia sotto l’occupazione nazista prima e il regime comunista poi.

Il testo completo della lettera del Rettor Maggiore è disponibile qui.




70° anniversario della morte del card. Hlond

(AgenziaNotizieSalesiane – Varsavia) – “Un’opera monumentale, molto bella e ricca di foto uniche”. Con queste parole don Pierluigi Cameroni, Postulatore Generale della Cause dei Santi della Famiglia Salesiana, ha definito il volume “August Hlond. 1881-1948”, pubblicato dall’Istituto Polacco della Memoria Nazionale (IPN).

Il volume, curato da Łukasz Kobiela, è stato presentato la scorsa primavera a Varsavia, in occasione del 70° anniversario della morte del card. Hlond e in coincidenza con il riconoscimento della Venerabilità da parte di papa Francesco lo scorso 19 maggio.

Nell’occasione il cardinale Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, ha parlato del testo come di una “pubblicazione bella e necessaria”, mentre il dott. Jarosław Szarek, Presidente dell’IPN, ha detto, che finora l’immagine di questa eminente figura è stata troppo poco indagata, e perciò l’IPN “vuole far rivivere la memoria di quest’uomo, un intellettuale carismatico, dal grande talento organizzativo”.

“Molte delle sue iniziative – ha proseguito il dott. Szarek – sono giunte fin ai nostri tempi: l’Akcja Katolicka (Azione Cattolica), la Towarzystwo Chrystusowe dla Poloni Zagranicznej (La Società di Cristo per gli Emigranti della Polonia), la fondazione della diocesi di Katowice, l’applicazione della Dottrina Sociale della Chiesa in Slesia”.

Durante la presentazione del libro è stato anche ricordato che il venerabile Hlond, Primate della Polonia per oltre 20 anni, (1926-1948), era nato in una modesta, ma religiosa famiglia, a Brzęczkowice, in Slesia. E fu proprio in quella famiglia, di 10 figli – nella quale peraltro sorsero altre tre vocazioni salesiane – che egli apprese l’amore per la Patria.

Secondo il Presidente dell’IPN, il card. Hlond sapeva perfettamente, che “bisogna parlare con la società, anche attraverso i media, e perciò decise di fondare Gość Niedzielny (l’Ospite Domenicale), che è pubblicato ancora oggi”.

Marek Jędraszewski, arcivescovo metropolita di Cracovia, da parta sua ha osservato che “il lavoro e l’insegnamento del card. Hlond costituiscono un patrimonio da cui hanno attinto negli anni seguenti sia il popolo polacco, sia grandi pastori della Chiesa polacca, come il Primate Wyszyński e san Giovanni Paolo II”.

Infine Łukasz Kobiela, l’autore del libro, ha spiegato che questa è la prima opera che tratta così ampiamente dell’attività del card. Hlond, mostrandone anche il retroterra storico, in particolare nella natia Slesia. Per il volume ha affermato di aver utilizzato diverse fonti, provenienti dalla Polonia e dall’estero, ed anche raccolte private, archivi salesiani, l’archivio arcidiocesano di Varsavia… Molti di questi materiali sono stati presentati per la prima volta e tra questi figurano i documenti riguardanti l’arresto del Primate da parte dai tedeschi nel 1943, nell’abbazia di Hautecombe, delle foto del periodo della prigione a Bar-de-Duc e Wiedenbruck, e dei documenti trovati dall’IPN che riguardano gli interventi intrapresi dopo la II Guerra Mondiale contro il card. Hlond dai funzionari del Ministero della Pubblica Sicurezza del governo comunista.