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Ottimismo di Dio e sistema preventivo salesiano: possibile ancora nel 2019?

Atteggiamento teologico preventivo e ottimista

in san Francesco di Sales e don Bosco.

Possibile e credibile oggi?T

Dalla Chiesa cattolica del 2019, profondamente lacerata…

  • tra il “si è sempre fatto così” e una misericordia che non riconosce il peccato;
  • tra il “faccio tutto quello che mi pare e piace” e il “devi comportarti in un certo modo” non motivato o non capace di rispondere alle problematiche di oggi;
  • tra la morale solo imparata a memoria e il “mi comporto come mi fa più comodo”;
  • tra chi vede il peccato in ogni azione e chi parla solo di fragilità, non di colpe personali, ma piuttosto di realtà già decise dalla cultura, dalla storia personale …
  • tra dialogo con le altre confessioni religiose e le esagerazioni nel dialogo con le altre chiese (vedi Eucaristia ridotta a pane benedetto con poter “concelebrare” con fratelli delle chiese riformate);
  • tra accoglienza di tutti, anche con religioni violente e non rispettose, e la paura o il rifiuto o l’egoismo del proprio piccolo giardino;
  • tra le esortazioni ad una Chiesa “in uscita verso i poveri, i lontani…” e centinaia di migliaia di martiri cristiani da parte dell’islam.
  • Ad esempio: “desidero che celebri tu il nostro matrimonio, perché il mio parroco è troppo attaccato al dogma, non è d’accordo con la nostra convivenza”
  • … alla riscoperta dell’autentica teologia di comunione.

Non possiamo accontentarci della mediocrità delle chiacchiere da giornali quotidiani, trasmissioni televisive a caccia di audience… ma è necessario che torniamo a Gesù Cristo – vero Dio e vero uomo – e a Colei e coloro che meglio di tutti hanno incarnato il Suo Spirito: i santi.

Un dialogo tra santi di epoche, culture, formazioni diverse – pur accomunati nella denominazione di un unico carisma – ha bisogno di essere fondato primariamente in modo teologico.

Anzitutto riferendosi alla Trinità, unità di persone diverse, che condividono un’unica natura: intendere il cristianesimo già dal principio intimamente dialogico e non intimistico o individualistico.

A riguardo delle ricadute mariane ed inscindibilmente ecclesiologiche di questa inesauribile fonte e di tale criterio trinitario, si può affermare anzitutto che ciascun essere umano, ogni santo, può vedere in Maria, in collaborazione nella Chiesa, un principio di pienezza accessibile a tutti. Assieme al grande teologo contemporaneo don Giorgio Gozzelino sdb,[1] proviamo a recepire una formulazione del principio di eminenza nella comunanza, come espressione dell’ecclesiologia di comunione proposta dal Concilio Ecumenico Vaticano II.[2]

Proponiamo di procedere offrendo:

1. Una formula riassuntiva.

2. La realizzazione eminente in Maria Santissima.

3. Una possibilità di applicazione a san Francesco di Sales;

4. ed infine un’ipotesi teologica riguardante don Bosco.

1. Nella Chiesa tutti hanno tutto, ma ciascuno possiede i suoi valori a modo proprio; e per ogni valore esiste un apice (singola persona  o  gruppo)  che  invera  quel  valore  in  forma  eminente, a beneficio di tutti.

2.  Se nella chiesa tutti posseggono  i  contenuti  sostanziali  delle  proprietà  di  Maria,  ognuno  li realizza  a  modo  proprio;  ed  esiste  un  vertice,  precisamente  lei,  che  attua  quelle  proprietà  nella modalità di una pienezza che arreca vantaggio a tutti.

Ci azzardiamo ora in due personali applicazioni:

3.  Nella  Chiesa  tutti  hanno  tutto,  ma  ciascuno  possiede  i  suoi  valori  (in  particolare  la  carità pastorale, episcopale e paterna) a modo proprio; e per questa Carità esiste un apice (san Francesco di Sales, Dottore della Carità) che invera la Carità in forma eminente, a beneficio di tutti.

4. Nella Chiesa tutti hanno tutto, ma ciascuno possiede i suoi valori (in particolare la paternità, l’amorevolezza e la capacità di scorgere il bene in ogni giovane) a modo proprio; e per la sapienza educativa esiste un apice (san Giovanni Bosco, Padre, Maestro e Amico della gioventù) che invera la  carità  educativa  in  forma  eminente,  a  beneficio  di  tutti,  specialmente  i  giovani  poveri  e abbandonati.

Nel flusso incessante della medesima Trinità, sotto lo sguardo di Maria e nella sua pienezza di doni, a vantaggio della Chiesa intera, possiamo ora affrescare alcuni tratti del carisma salesiano, che ha indubbiamente la sua  fonte  in  Dio,  si  è  manifestato  all’interno  della  storia  nel  dialogo tra S. Francesco di Sales e S. Giovanna de Chantal; ha prodotto e goduto di un rigoglio tutto speciale – pur nella continuità – con S. Giovanni Bosco.

  • San Francesco di Sales ottimista in Dio

Di fronte alle guerre di religione; posizioni anche all’interno del cattolicesimo non equilibrate a riguardo dell’escatologia e della predestinazione; metodi militaristi di evangelizzazione …

  1. vocazione universale alla santità
    1. pazienza verso noi stessi, principio di vera accoglienza dell’altro e di crescita nello Spirito [p. 13] di San Giovanni Bosco discepolo e interprete di san Francesco di Sales
    2. Sino a cantare la vita, anche e nonostante la nostra sordità (aridità, apparente inutilità…)
  • Don Bosco, consapevole dei pericoli del suo tempo, incarna l’amore preventivo di Dio

Conoscendo gli interlocutori del liberalismo, anticlericalismo, massoneria…

  1. prevenire e non reprimere [p. 28] San Giovanni Bosco discepolo e interprete di san Francesco di Sales
    1. ottimismo pedagogico [pp. 30-31] San Giovanni Bosco discepolo e interprete di san Francesco di Sales
    2. educatori “padri, maestri e amici” dei giovani
    3. ambiente educativo accogliente, familiare, gioioso
    4. Eucaristia e Confessione
  • Come essere preventivi e ottimisti oggi?
    • possibile riscoprire la vocazione universale alla santità in comunità e con i giovani?
    • in che modo dimostrare pazienza senza arrendevolezza?
    • lo scoraggiamento come una delle malattie più pericolose negli operatori pastorali. E noi?
    • incontrando storie di ragazzi già segnati dal vero e proprio peccato familiare e personale (divisioni e guerre tra padri e madri, tutto ciò che riguarda la sessualità e l’affettività) … è concretamente possibile ancora prevenire o siamo obbligati solo a correre ai ripari alla meno peggio?
    • Amorevolezza salesiana e fermezza negli interventi del Papa e del Rettor Maggiore (vedi abusi).
    • formazione dei laici allo scopo di un ambiente interamente pedagogico. Nella concretezza di oggi?
    • dal formalismo dell’Eucaristia e della Confessione ad una scoperta più profonda. Attraverso quali strade?

Don Paolo Mojoli sdb


[1] Cf. G. Gozzelino, Ecco tua madre! Breve saggio di mariologia sistematica, Elledici, Leumann (To) 1998, pp. 115-118; ID., Il mistero  dell’uomo  in  Cristo.  Saggio  di  protologia,  Elledici,  Leumann  (To)  1991.  Troviamo  anche  un  prezioso approfondimento riguardante questo stesso principio direttivo dell’ecclesiologia di comunione riferito alla vita consacrata in ID., Seguono Cristo più da vicino. Lineamenti di teologia della vita consacrata, Elledici, Leumann (To) 1997, pp. 24-25.123; a riguardo del ministero ordinato troviamo valide proposte e concretizzazioni in  ID., Nel nome del Signore. Teologia del ministero ordinato, Elledici, Leumann (To) 1992, pp. 52-54.

[2] Vengono in particolare studiati i contenuti e la stessa strutturazione di Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium: AAS 57 (1965), pp. 5-67.

La “Madre Moretta”

Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro il 1° 2000 fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

“La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei… Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

“Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

La Chiesa la ricorda l’8 febbraio mentre nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 9 febbraio.
 


Autore: Cristina Siccardi

Fonte:http://www.santiebeati.it/dettaglio/40025