Creature e Creatore

Rubrica che prova a coniugare la spiritualità cristiana e salesiana con la vita di tutti i giorni

 

15. Pubblicato il 14 gennaio 2018

Un sorriso

Si avvicina il cliente che il gestore attese ha chiamato al mio sportello: circa settantenne, fisico asciutto, capelli bianchi curati, un volto gentile e dolce ma con un’espressione dura, quasi torva, che stride con il resto di quella persona che stranamente ha attirato la mia attenzione. Lo saluto con il mio solito sorriso, forse un po’ più accentuato, e gli chiedo di cosa ha bisogno. Mi risponde in modo aspro e percepisco sempre più la dissonanza tra quell’atteggiamento e l’insieme di quel signore. Potrei starmene tranquillamente zitta, anzi dovrei proprio, fare l’operazione richiestami, dare il resto e passare al numero successivo ma… le parole mi escono incontrollate dalla bocca. Mi sento che gli sto chiedendo come mai ha quella espressione così arrabbiata oggi (non l’ho mai visto prima!) e gli chiedo. “Mi faccia un sorriso! Mio papà diceva che cuor contento il ciel l’aiuta. E’  brutto così!” Mamma mia, ma cosa sto dicendo? Questa confidenza decisamente non è professionale! Sicuramente lo ho offeso, il minimo che può farmi è chiamarmi davanti al direttore e presentare le sue rimostrante per un comportamento così inopportuno con un cliente e in un ufficio pubblico, potrebbe anche farmi reclamo scritto…. a me cosa interessa della sua espressione?? Lui mi guarda perplesso e rimane qualche istante interdetto, indeciso su come rispondermi. Approfitto di quegli istanti di sospensione per contargli il resto, sempre sorridendo, e lo sento mormorare “sto aspettando degli esisti…” Poi, mentre ripone il portafoglio, (ma cosa mi salta in testa???) gli richiedo: “Mi faccia un sorriso!” (sono andata davvero oltre!!! sto davvero rischiando quantomeno una rispostaccia) e lui …mi sorride! Un sorriso tirato ma che distende i suoi lineamenti, illumina il suo volto e la fa diventare davvero bello. E (ma cosa davvero mi succede oggi?) glielo dico! “Ma guarda che bello che è quando sorride! Buongiorno e buona giornata.” Il cuore mi batte forte, in tutti questi anni di lavoro mai mi sono azzardata a tanto! Lui si gira ancora sorridendo lievemente e va incontro ai suoi impegni.

Un paio di settimane dopo alzo lo sguardo perché mi sento fissata e lo vedo allo sportello accanto al mio. Mi sorride e il suo sorriso davvero lo illumina e lo rende bello. Sento la mia voce, incontrollata, che gli dice: “Buongiorno! Ma guarda che bello che è quando sorride! Lei è davvero un bel signore così! Vede che il sorriso le fa bene?” Mi fa un cenno con la testa, io ho già davanti il cliente successivo e in cuor mio penso che forse quegli esiti sono andati molto meglio di quanto si aspettasse e ringrazio Dio per questo.

E’ tornato ancora nel mio ufficio, il gestore attese lo direziona ad altri sportelli, ma prima di uscire si porta davanti alla mia postazione e mi saluta, naturalmente sorridendo, e una volta mi ha anche sgridata perché ero io ad avere l’espressione “seria” e così ero brutta!

 

14. Pubblicato il 23 dicembre 2017

Natale in carcere

Le carceri hanno sempre fatto parte del mio “paesaggio”: nelle vicinanze di casa mia, a qualche centinaio di metri dalle mura di cinta della città, sulla strada, oggi molto trafficata, che porta dalla periferia al centro storico. Inevitabile passarci davanti per andare a messa, a scuola, in centro, alla stazione per cui quella strada, nel nostro comune linguaggio, è chiamata “la strada delle carceri” più che con il nome della Santa a cui è dedicata. Quindi, per me luogo normale, attorno al quale non ci avevo davvero mai speso alcun pensiero se non di leggero timore quando, negli anni delle grandi rivolte, lotte e contestazioni, è capitato che i detenuti si abbarbicassero sui tetti dei bracci e lanciassero tegole verso la strada oppure quella volta in cui si è favoleggiato di una rocambolesca fuga attraverso un tunnel scavato sotto il muro di cinta e allo sbocco del quale, nel giardino della villetta adiacente, c’erano le guardie ad attendere i fuggiaschi oppure di impazienza quando dovevo aspettare che la strada venisse liberata dalle auto di scorta nelle occasioni in cui “venivano mossi” ospiti decisamente importanti. Per me era come se tutto finisse con quell’alto muro di cinta su cui vedevo continuamente e con ogni tempo camminare la ronda armata.

Una domenica al termine della celebrazione, il giovane parroco dice che poi (si scusa di non potersi fermare per gli abituali brevi colloqui in quanto) deve scappare in carcere per la messa nel braccio minorile di cui ne è cappellano. In quel periodo, sperando di avere finalmente un po’ di tempo a disposizione, sto cercando un ambito di volontariato nel quale potermi inserire e subito penso che quello, con i giovani così sfortunati, potrebbe essere una buona idea. E così, dopo alcuni incontri di reciproca conoscenza con i responsabili dell’associazione, viene programmato il mio primo ingresso in carcere per la Messa del giorno di Natale, assieme ad altri nuovi aspiranti volontari (i primi ingressi si fanno nelle solennità più importanti perchè presente la quasi totalità degli iscritti, l’occasione è di festa, gli ospiti più ben disposti e quindi l’impatto è “meno duro” per noi new entry). Ci si trova tutti fuori il grande cancello carraio per fare, per ovvi motivi, un’unica entrata. Ci viene chiesto di consegnare i documenti alle guardie della portineria e si aspettano i momenti successivi in uno stretto corridoio chiuso dal portoncino blindato d’ingresso. Prima che venga aperto ogni porta o cancello si deve aspettare che tutti siano passati e che venga chiuso quello alle nostre spalle. E’ proprio come si vede nei film. Si passano corridoi (freddi, per quanto decorati con cartelloni fatti dai prigionieri) e un cortile interno di cemento chiuso da alti muri con finestre chiuse da spesse grate. Suoni metallici di serrature che si aprono, di battenti di ferro che sonoramente si chiudono. Non si vede nessuno. Silenzio; nessun rumore, nessuna voce a parte il leggero vocio dei volontari esperti. In fondo ad un corridoio la giovane univesitaria a cui sono stata affidata mi mostra un grande tabellone e dei lavoretti-decori frutto del lavoro dei ragazzi nei laboratori tenuti, appunto, dall’associazione. Mi dice che non si possono fare progetti impegnativi e continuativi perchè i giovani ruotano spesso e i loro soggiorni talvolta sono anche relativamente brevi. Ma è pur sempre qualche cosa…..Si esce, dopo l’ennesima porta blindata e scatto di serratura, in un cortiletto interno, anch’ esso chiuso su tutti e quattro i lati (il cielo terso e gelido è davvero un quadrato in alto…come nei quadri…come nei film…come nei racconti…) al centro del quale c’è quello che doveva essere un minuscolo prato ma che ora è solo un pavimento duro di terra battuta con una leggera ombra di verde solo lungo i lati e qualche albero spoglio. Sento tutto ancora più triste degli ambienti chiusi che ho attraversato (questo è il primo termine che mi viene, o è meglio grigio, freddo, anonimo carcere?) I ragazzi sono lì in gruppetti che chiacchierano tra di loro e non si scompongono al nostro arrivo. Gran bella accoglienza, davvero! Gli animatori sono un po’ agitati perchè vedono che la palestrina non è stata, come tutte le altre domeniche, sgombrata dai pochi attrezzi e allestita per la celebrazione della Messa. Si scusano con noi nuovi…forse i ragazzi non ne avevano voglia….Il Don organizza tutto velocemente mentre noi veniamo invitati a restare nel cortiletto e a familiarizzare con gli ospiti. Fa freddo, il piumino e i guanti non bastano a scaldarmi. Resto in disparte: mi hanno detto di non chiedere i nomi, la provenienza ed in particolare il reato; di non fornire i miei dati, di stare sul generale. Già, sul generale. Ma cosa chiedo? cosa hanno fatto di bello ieri sera? Guardo quei giovani volti di varie etnie e nazionalità africane ed est europee; una sonora risata e una colorita esclamazione in napoletano mi fanno capire che quello è il gruppetto degli italiani (tra di loro dovrebbe esserci anche quel ragazzo che ha commesso poco addietro un grave delitto di cui tutti i giornali ne avevano parlato. Ma qual’è? nessuno di loro è un mostro a due teste e quattro braccia.) Sono tutti ragazzi normali vestiti in jeans e felpa, che stanno spavaldamente fumando una sigaretta o simulando una lotta o menandosi forti pacche sulle spalle. Noto uno, carnagione slava, isolato dagli altri, con le spalle appoggiate al grigio muro freddo, la testa e gli occhi bassi, visibilmente chiuso in sè stesso e al mondo. Quella solitudine così chiaramente espressa mi sgomenta. Vorrei avvicinarmi…ma ricordo le raccomandazioni: la prima volta mai da sola, sempre con un volontario esperto. E poi, davvero non saprei cosa dirgli e sento tutta la mia impotenza. La Messa inizia con le chitarre dei giovani dell’asssociazione, il Don ce la mette tutta per spiegare a quel gruppetto di musulmani e “senza dio” (ma almeno gli italiani che siano stati battezzati?) il grande mistero d’Amore di quel Dio fattosi bambino e che, come loro, è stato anche in carcere e sa di cosa si parla quando si dice di emarginazione, povertà, guerra, violenza subita; un Dio che ama e che perdona e che guarda al cuore e che è sempre lì per ciascuno di loro e cerca con parole semplici e comprensibili di dare speranza al di là del credo (o non credo) di ciscuno. E’ davvero strana quella Messa di Natale! Il momento delle preghiere è libero e molti ringraziano e pregano per quel nucleo di giovani progionieri; anche qualcuno dei ragazzi detenuti ringrazia ed uno in particolare mi commuove. Il napoletano alle mie spalle si unisce ai canti con bella voce e molto ben intonata: mi giro e gli faccio i complimenti (Ho sbagliato? troppo personale questo approccio?). Allo scambio della pace partecipano tutti, anche quei due africani che erano rimasti fuori della porta spalancata sul cortile. Stringo le mani a questi “delinquenti”: sono mani di adolescenti, o poco più, vive e calde come quelle dei miei figli. Un pensiero mi fulmina l’anima: io, la mia famiglia, noi non abbiamo nessun merito. Anche i miei figli avrebbero potuto in qualsiasi momento deviare, incontrare brutte amicizie, aderite a tentazioni di altre strade e situazioni. Sono stati solo fortunati a non nascere in certe realtà di degrado, a non aver visto e subito violenze, a non…..La Messa finisce e subito inizia il brindisi con panettone e bibite. Una signora volontaria quest’anno ha portato dei pacchi dono: uno per ogni ragazzo con scritto il suo nome sul bigliettino di auguri e dentro una felpa. Tutto per noi così normale! ma decisamente non per loro sia per il dono stesso (se e quando mai hanno ricevuto regali?) e poi il loro nome, proprio il loro…quindi non più anonimi, non più trasparenti, non più nessuno. E’ anche un modo per sentire la famiglia, la mamma vicina, in quel giorno di festa lontani dalle proprie origini e isolati dal resto del mondo. Vedo la loro gioia, si confrontano la taglia, si fanno dei commenti e battute. Ma su tutto non posso non sentire la solitudine, il vuoto, forse anche la disperazione. Quale futuro? quale speranza? Tutta quella situazione mi commuove fino alle lacrime e non riesco a contenere la viva commozione. All’improvviso mi sento mamma di tutti loro quasi che il loro dolore, seppur così ben mascherato in quel festoso momento, fosse il mio, della mia carne. Il mio cuore si dilata in una maternità che li abbraccia uno ad uno nella loro difficile e abbandonata adolescenza, li unisce ai miei due figli e non vedo più alcuna differenza tra loro e i figli del mio cuore.

 

13. Pubblicato il 17 dicembre 2017

Natale d’altri tempi

Oramai siamo nel Tempo del Natale. La città è un tripudio di luci, le vetrine fanno a gara su scintillii e addobbi, si comincia la seria ricerca dei regali, si prenota il ristorante per il pranzo di Natale. Nelle chiese si comincia ad allestire il Presepe. Nelle case si fa spazio per l’albero (per lo più finto) da allestire con addobbi preziosi e a tema.
Il mio non è un pensiero nostalgico, ma il ricordo che ho del Natale è un po’ diverso.

Alle elementari ci si preparava per la recita dell’ultimo giorno prima delle vacanze; le bidelle, con l’aiuto di qualche maestra, preparavano il presepe ai piedi della scala che portava alle aule del piano superiore e addobbavano anche un albero di Natale in modo molto semplice con finti pacchettini, bigliettini, nastri colorati e fiocchi..tutto fatto in casa e in parte anche da noi bambini. Tutto dicembre era vissuto in questi preparativi, senza contare la mitica letterina a Gesù Bambino piena di brillantini nella quale si chiedeva sottovoce se era possibile avere un regalo, quasi sempre senza osare specificare quale, e la maggior parte delle righe era riservata per ringraziare per i genitori e i fratellini e per chiedere di diventare più buoni e obbedienti perchè alla fine questo era il regalo più bello! Nella mia famiglia i doni non li portava Gesù Bambino, neppure Babbo Natale e neppure San Nicolò che passava solo dall’altra parte del Piave dove era nata la mamma e al quale i bambini facevano trovare fuori dell’uscio un po’ di paglia e biada per il povero asinello. A casa mia arrivava la Befana (Epifania che tutte le feste si porta via) e nessuno come lei sapeva portare fiammanti biciclette rosse, strabilianti scatole di traforo, le pistole dorate di Tex Willer, il libro di fiabe con la copertina azzurra di cartone rigido e splendidi disegni in ogni pagina, che poi era davvero difficile tornare a scuola il giorno dopo!
Si faceva l’albero di Natale: un pino vero con le radici che profumava di bosco tutto il salotto e che poi veniva piantato in giardino con la speranza che attecchisse per l’anno dopo. Le decorazioni erano ghirlande di svariati colori, fragilissime palline di vetro colorato e decorato, uccellini con la coda di piume, candeline rosse e lo splendido inarrivabile puntale. Si faceva anche un piccolo presepe: la capanna, qualche pastore, le pecorelle e il muschio che noi bimbi raccogliavamo nel prato dietro casa. Il papà decorava con le luci il pino del giardino e noi ci incantavamo a guardarlo dalla finestra del soggiorno. La sera della vigilia ci veniva concesso di restare alzati a guardare le comiche in televisione perchè poi si andava alla Messa di mezzanotte, mentre la mamma in cucina era indaffarata ai fornelli per preparare arrosti e bolliti, ragù, funghi e verdure cotte e crude per l’abbondanza del pranzo di Natale. La chiesa era gremita e molti non trovavano posto nei banchi; i bambini si sforzavano di restare svegli ma il tepore e l’omelia li facevano cedere al sonno da cui subito venivano risvegliati dai canti del coro: Tu scendi dalle stelle, Astro del Ciel, Adeste Fideles, Angeli della campagna, Santa Notte. Il momento più bello era quando il Bambinello veniva deposto nella mangiatoia del Presepe: era davvero arrivato Natale! E se ritornando a casa si diceva di aver freddo, la mamma subito ci ricordava che noi avevamo i cappotti e i guanti mentre Gesù era avvolto solo in poveri panni e il suo lettino era la paglia della mangiatoia del bue. Ma per scaldarci, una volta rientrati, ci preparava il latte caldo con il panettone: e sì, era davvero la notte di Natale!

Il giorno dopo si ritornava alla Messa solenne delle undici e ci si fermava ad ammirare con calma il grande Presepe con tutte le statuine e le case e il laghetto. Il pranzo era in soggiorno e la tavola era preparata con la tovaglia più bella e il cibo era abbondante e tutto buonissimo. Al pomeriggio si andava in centro città per il giro dei Presepi: Duomo, Frati, San Nicolò, San Vito, San Martino vicino alla pasticceria più rinomata dove poi si prendeva la cioccolata con la panna. E gli occhi erano sbarluccicanti e pieni di tutti quegli allestimenti ognuno diverso e particolare che ricordavano terre lontane e lavori antichi e davvero non si sapeva scegliere quale fosse il più bello. Si ritornava giusto per la cena con i tortellini in brodo e quanto avanzato dal pranzo. Poi subito a letto perchè domani, Santo Stefano, si va alla Messa delle nove.
Non voglio far nessun paragone con oggi: addobbi fantastici, vacanze sulla neve o ai tropici, pranzi luculliani in ristoranti di lusso o agriturismi, regali a dismisura magari qualcuno inutile. Solo mi chiedo se sarebbe bello poter ridare ai bambini almeno un po’ di quel Natale, in cui lo spirito vero era quello della nascita di Gesù, in cui si aspettava la mezzanotte non per i botti ma per deporre il Bambinello nella greppia mentre tutti cantavano “Tu scendi dalle stelle o Dio del cielo, e vieni in questa grotta al freddo e al gelo. O bambino mio divino, io ti vedo qui a tremar. O Dio beato, ah quanto ti costò l’avermi amato” e si sentiva tutto il freddo che quel neonato pativa, in cui la famiglia si riuniva per il giorno di festa, ed era davvero festa… e i regali se li lasciava alla Befana perché Gesù Bambino portava ben altri doni.

 

12. Pubblicato il 10 dicembre 2017

Profumo di latte

Sto cercando una cosa che il radar della mia memoria ha localizzato nei cassetti e antina della libreria. Quando apro la porticina, come nei migliori cartoni animati in cui allo spalancarsi della porta dello sgabuzzino tutto precipita addosso al personaggio, gran parte del contenuto scivola sul pavimento. Evidentemente l’ultimo della famiglia che vi aveva rovistato, aveva poi ricacciato tutto dentro confidando nelle cerniere del battente. Sono album dalle svariate dimensioni e copertine, buste con negativi, foto sciolte, insomma l’archivio fotografico della nostra famiglia prima dell’avvento delle nuove tecnologie dove le immagini vengono salvate in chiavette, cd, dvd, clouds ecc ecc. Gli album che nel caos sono finiti sopra di tutto, sono i più vecchi, quelli con le foto dei miei figli neonati, i battesimi, le prime pappe, il primo Natale e compleanno.

Sfoglio quelle pagine ben ordinate a accuratamente datate e ritrovo immagini “dimenticate”. Sorrido guardando quei ricordi e dalla memoria riaffiora il profumo di latte che avevano i miei bambini, e che tutti i neonati hanno. Risento sotto le mie dita il velluto della loro pelle, il colorito di pesca matura, la morbidezza burrosa delle loro gambotte e braccine, la forza della loro manina nello stringere il mio indice così grande, i loro piedini scalcianti che baciavo e solleticavo per farli ridere.

Ma su tutto il ricordo del loro profumo di pulito, di fresco, di nuovo e, appunto, di latte.

Ritrovo immagini nelle quali li sto cullando o dormono tra le mie braccia abbandonati, “tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre”, così come prega il Salmo 130. Infatti, per rendermi concrete queste parole, ho sempre pensato ai momenti del sonno dei miei figli tra le mie braccia, nella loro tanto inconsapevole quanto connaturata totale fiducia verso di me e certezza che li avrei protetti e difesi da qualsiasi cosa fosse accaduta. Così doveva essere il mio rapporto con Dio “come bimbo svezzato è l’anima mia”.

Ma in questo momento di profondi ricordi di mamma intrisi di profumi e sensazioni tattili, capovolgo la situazione e penso a cosa può provare Dio. Se il mio abbraccio era così trabboccante amore, com’è quello di Dio Papà? Con quale sguardo di tenerezza mi guarda? Per Lui la mia pelle sarà sempre “di pesca” anche quando sarà increspata e raggrinzita? Sarò sempre morbida anche se indurita dalla vita? Mi terrà sempre forte anche quando scalcerò per trovare altre braccia che solo apparentemente mi possono sembrare più attraenti?

Ho una certezza: Dio Papà sentirà sempre il mio profumo di latte.

 

11. Pubblicato il 3 dicembre 2017

Ave, o Maria

Ambienti luminosi, accoglienti, eleganti e silenziosi; uno splendido giardino che abbraccia la struttura; confortevoli stanze singole dove poter restare accanto ai propri cari per tutto il tempo e senza costrizioni di orari. Hanno portato qui mio fratello, per i suoi ultimi giorni, riparato dalla promiscuità della corsia ospedaliera. La terribile malattia gli ha devastato la mente, non è più vigile, non risponde ad alcuna sollecitazione; ma siamo convinti che ci sente, che sa che siamo lì con lui e gli raccontiamo della nostra quotidianità, del nostro amore per lui, di qualche particolare episodio anche allegro. Ogni mattina, prima dell’ufficio, mi fermo per sapere della notte, per un saluto, per guardarlo.

Mi sono alzata prima del solito: vorrei potermi fermare da lui qualche minuto in più. Sono sulla soglia di casa, squilla il tanto temuto telefono: è la carissima amica che tanto ha insistito per fare le notti: “Se puoi venire. Anche O. è già partita e sta arrivando”. Mi precipito, cercando di mantenermi il più serena possibile, per mia cognata, per gli altri pochissimi intimi che sono al capezzale. Il terribile momento sta inesorabilmente arrivando. Ci stringiamo attorno al letto in un denso silenzio e mia cognata accarezza dolcemente i capelli del marito. Per non lasciarci andare al pianto cominciamo a parlare di cose vane, delle nostre figlie adolescenti perennemente in dieta.

Improvvisamente il suo petto non si alza più nel respiro; silenzio assoluto; restiamo sospesi ad osservare quel volto. Poi impercettibilmente e lentamente riprende a respirare, e noi con lui. L’infermiera, chiamata d’urgenza, ci dice che possono accadere queste apnee e con lo sguardo, lasciandoci soli, ci fa intuire l’imminenza.

Vorrei tanto pregare. Scruto i volti degli altri quattro presenti: a parte mia cognata, non li conosco, non a sufficienza. Sono credenti? Posso pregare a voce alta davanti a loro? Quanto sono arrabbiati con Dio per questa storia così incomprensibile, ingiusta e disumana? Questa malattia, questa così dolorosa agonia, quanto li ha allontanti, distaccati, separati da Dio? Vedo le mani di mia cognata che si aggrappano a quella dell’amato e la sento gridare con voce soffocata di non lasciarla da sola, di non abbandonarla.

Mi sposto ai piedi del letto per lasciare spazio agli altri che si vogliono stringere più strettamente a lui. Per me non è questione di centimetri: nulla e nessuno potrà mai allentare quel legame così unico che ci unisce e che non dipende da quanto e quando ci siamo frequentati nell’età adulta. Sei mio fratello, sei la mia famiglia, siamo lo stesso sangue.

Davvero non mi importa quello che pensano e, anche a costo di venir aspramente zittita, inizio lentamente a voce alta:

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

Tu sei benedetta (sì benedetta, anche adesso in questo terribile momento che chi più di te può capire) tra tutte le donne e benedetto è il frutto del tuo seno (i miei giovani nipoti orfani), Gesù.

Santa Maria, Madre di Dio (Madre nostra, Madre sua)

prega per noi peccatori (perdonalo, mio Dio! accoglilo nel Tuo Amore, ti prego!)

adesso (volutamente ometto la “e”) nell’ora della nostra morte.

Proprio su questa ultima invocazione, con un profondo lungo sospiro mio fratello lascia il suo corpo.

In quella frazione di secondi del suo ultimo respiro ho sentito come se i cieli si fossero aperti, lì in quella stanza.

Maria era presente, lì ai piedi del letto, e prendeva Lorenzo con sé. Miliardesimi di secondo, sensazioni, emozioni, certezze che non riesco ad esprimere, a rendere concrete e comprensibili. Provo una indescrivibile profonda pace. Guardo il volto di Lorenzo e lo vedo sereno, liscio, quasi sparito lo scavo della malattia.

Ti saluto, o Maria

adesso, in questo preciso momento e in ogni momento

e nell’ora della mia morte.

 

10. Pubblicato il 28 novembre 2017

Il ventre di Maria

 

E’ davvero singolare il tabernacolo della cappella che si trova nel corridoio della Foresteria dell’abbazia di Praglia. E’ un altorilievo in candida pietra che raffigura Maria con ai lati due Angioletti nell’atto di aiutarla a sorreggere il tabernacolo. Sulla spalla sinistra del mantello è come ricamata una stella. Sul volto di Maria un dolce sorriso: ogni volta che lo guardo sembra che stia sorridendo proprio a me, e che mi voglia dire qualche cosa. Ma la cosa singolare, che mi ha colpita fin dalla prima volta, è che Maria sorregge, all’altezza del ventre, il Tabernacolo sulla cui porticina è impressa la colomba dello Spirito Santo.

Maria mamma, raffigurata nella sua maternità.

Anche se sono passati parecchi anni, ricordo molto bene quel momento della mia vita. La tensione provata nell’attesa della gravidanza che magari non stava arrivando proprio subito come avrei tanto desiderato. La trepidazione prima della conferma certa che avrei avuto un figlio. Lo scrutare ogni mio cambiamento fisico come ulteriore certezza, casomai le analisi avessero sbagliato…E poi la percezione del primo lieve movimento di quella creatura nel mio ventre molto simile al lieve tocco delle ali di una farfalla: sensazione unica e irripetibile sentire la vita che vive e si muove in te! Fino ai poderosi calci che preannunciavano l’impazienza della nascita. Tutte sensazioni queste che sicuramente anche Maria ha provato vivendo umanamente e completamente la sua maternità: il suo Bambino si stava formando dentro di lei e presto lo avrebbe visto, toccato, odorato, baciato, accarezzato, stretto al suo petto perdendosi in lui e nelle emozioni del parto.

Ed eccola lì, in quella cappella, che continua ad avere il suo Gesù nel suo ventre ma non per gelosia, non per possesso, non per materna protezione, ma per portarlo, per offrirlo, ancora ogni giorno a chi entra in quel luogo santo così come ha fatto quella volta con Elisabetta e la sua famiglia. E’ lì, madre missionaria, che dona gratuitamente ancora e ancora il suo Figlio prediletto.

Ma  quel tabernacolo racchiude Gesù, il Cuore di Gesù, e con il Suo Cuore tutti noi, ciascuno di noi, nella sua unicità. Lì dentro ci sono anche io, piccola donna stracolma di fragilità, di incapacità di amare, di cadute ma certamente Figlia. Ecco che Maria mi ha nel suo ventre e allora capisco quel dolce sorriso: mi ricorda il mio quando accarezzavo mio figlio ancora nascosto in me.

 

 

9. Pubblicato il 27 novembre 2017

Mio papà e il segno della croce

 

Fin da piccola ricordo di aver sempre visto, appesa accanto alla porta della cucina che si apre sulla scala interna, una bella immagine di Gesù riportata su una tavoletta di legno con fondo d’oro.

Da quella posizione quel Gesù guarda, benedicendo, tutto l’ambiente domestico più frequentato della casa e protegge il via vai, una volta decisamente più intenso, del su e giù per quella scala davvero ripida che collega i due piani dell’abitazione. Questo ricordo è strettamente collegato a quello di mio papà che, ogni mattina prima di andare al lavoro e quando ne ritornava, per prima cosa mettendo piede in cucina sfiorava con la sua manona quella immagine e si faceva il segno della croce ripetendolo su chi di noi figli si trovasse lì accanto intento alle proprie occupazioni. Ripeteva questo segno anche quando si partiva e si ritornava dalla gita domenicale, quando rientrava dai lavori nell’orto o dal pomeriggio passato, da bravo pensionato, con i suoi lavoretti di manutenzione domestica.  E per me quel segno di croce era la cosa più normale che papà potesse fare, come bere un bicchiere d’acqua o accendere la televisione per il telegiornale.

Papà, inoltre, tutte le sere prima di coricarsi passava in camera nostra e ci faceva il segno della croce augurandoci la buona notte. Benchè io fossi adulta e con progetti di mutuo e matrimonio, lui non ha mai smesso di chinarsi, senza far rumore, sul mio letto e di impartirmi la sua benedizione. Io facevo finta di dormire, ero grande, insomma ancora quei gesti da bambini!, ma poi dormivo più tranquilla e oggi quel lieve fruscio della sua mano sulla mia testa mi commuove e mi fa sentire papà più presente se non di quando vivevamo assieme.

Poi sono arrivati i nipoti e papà, fin da quando li avevo in braccio, ha continuato a sfiorare quella sacra immagine girandosi poi a benedire i bambini e me, magari accompagnando con una raccomandazione di “fate i bravi, non fate arrabbiare la mamma e aiutatela un pochettino” e “va piano mi raccomando che hai i bambini in macchina e fuori piove tanto”.

Forse ho preso da lui, era inevitabile, ma anche io ho sempre tracciato sulla fronte dei miei figli il segno della croce: al mattino quando li andavo a svegliare, ancora ben sotto le coperte e caldi dal sonno, e alla sera quale ultimo gesto prima si spegnere la luce. E questo non perché nel Catechismo della Chiesa Cattolica c’è scritto: “ogni battezzato è chiamato ad essere una benedizione e a benedire”; questo l’ho letto da non molto tempo, a dire il vero. Ma ho sempre pensato che fosse importante benedire i miei figli, mi veniva dal cuore, e così benedicevo anche i loro amichetti quando si fermavano per la notte, e non mi vergogno a farlo anche oggi con le amiche di mia figlia nelle rare occasioni che si fermano da noi e con stupore noto che queste giovani donne, non abituate a questo piccolo rituale familiare, lo accettano e mi ringraziano.

Oggi, che i miei ragazzi sono nelle loro vite lontano da casa, al mattino prima di uscire sfioro il quadretto che racchiude un Sacro Cuore (che poi ha una storia davvero strana circa il modo in cui ne sono entrata in possesso) e passo nelle le loro camere a benedire i letti vuoti dalle loro testine dorate e profumate ma con la certezza che quella benedizione giunge là dove si trovano, fosse anche dall’altra parte del mondo.

 

8. Pubblicato il novembre 2017

Maria faceva la zuppa?

 

E’ stata davvero una giornata intensa, una come tutte le altre. Pratiche un po’ difficili da sbrigare in ufficio; poi di corsa, e senza pranzo naturalmente! a scuola per l’incontro con i genitori e i maestri (ma perché la tirano così lunga?); via veloce per uscire dal parcheggio prima di tutti per andare a prendere i bambini dai nonni: col motore acceso spalanco il garage e caccio un urlo di richiamo e mio papà rincorre i nipotini per salutarci e dirmi con parole e gesti di andare piano; supersonica sosta al supermercato (latte, ricotta, formaggio fresco filante quello dell’altopiano, prosciutto crudo e cotto, ah, la cosa più importante: la base per la pizza); su di corsa, toglietevi le scarpe, lavatevi le mani, mettete gli zaini in camera vostra e non qui in mezzo, per favore dà una occhiata alle operazioni di tua sorella, non litigate e lasciate stare la gatta che io devo preparare la cena. Il forno è acceso, la base stesa sulla teglia, i pelati (non dirmi che non ho i pelati!!), Mamma aiutami a far presto e bene; inforno e vedo con sorpesa che sono nei miei tempi e che per le otto sarà in tavola, come tutte le sere.

Sorrido a Maria: grazie perchè anche questa volta hai guidato le mie mani.

Sono matta? Forse. Questo rivolgermi a Maria nelle mie faccende quotidiane è cominciato da non molto, a dire il vero. Un pomeriggio racconto a Mia Madre (suor Francesca) le mie fatiche di mamma lavoratrice casalinga e lei, con sapiente semplicità, mi illustra la giornata di Maria: anche lei cuciva le vestine, riassettava la cucina e la casa, preparava la zuppa. E sì, faceva proprio la mamma per quel Bambino così normale e speciale….e lo vedeva crescere in grazia e sapienza ……e serbava tutto nel suo cuore… Nella mia ignoranza spirituale non avevo mai pensato a questa quotidianità di Maria: Lei celeste creatura era dall’alto degli altari e del cielo.

Mia Madre mi chiamava spesso la sera, quando era un momento libera dagli impegni con la comunità, e per me corrispondeva all’ora in cui preparavo la cena. Mettevo in vivavoce e le raccontavo la mia giornata, le mie cose, i miei pensieri e una sera le dicevo del mio dispiacere di non riuscire a pregare, non ne avevo davvero il tempo.

Lei mi chiede cosa stessi facendo in quel momento. – “Il risotto per i miei bambini” – “Bene, e allora lei sta pregando. Non creda che per Maria accudire al suo Bambino non fosse preghiera? Lo faceva con amore perfetto. Quando si fanno le cose con amore, si prega. E adesso continui a mescolare quel suo risotto e chiami accanto a sè i suoi bambini e raccontatevi un po’ di cose.”

Da quella volta ho iniziato a chiedere l’aiuto alla Mia Mamma Celeste per i risotti, per i pranzi di Natale e Pasqua, per le feste di compleanno, per tutte le incombenze della casa e della mia vita. E Lei, donna concreta, attuale e presente, mi ha sempre aiutata, talvolta in modo incredibile e “impossibile”. E io, nei miei momenti di silenziosa preghiera, quando la penso,  la “vedo” nella sua casa, mentre prepara una fumante  zuppa per il Suo Gesù che sta giocando per terra con gli animaletti di terracotta.

 

 

7. Pubblicato il 19 novembre 2017

Pregare in automobile?

 

L’autovettura come luogo di preghiera? La sosta ai semafori e negli ingorghi del traffico come momenti per la meditazione? Sinceramente più volte mi sono detta che non mi sembravano proprio i luoghi più consoni e rispettosi per un rapporto con Dio.

Sono stata educata nella fede semplice e piccola; mia mamma, quando andavamo in centro per le svariate commissioni, mi portava sempre nella chiesetta romanica di Santa Lucia o in quella gotica di San Francesco per un saluto e un bacino a Gesù e alla Sua Mamma. Era piuttosto normale questo per i bambini della mia generazione. Oggi non so, anzi non credo proprio: si può venir accusati di plagio,  restrizione della libertà personale di scelta, formazione arbitraria e indottrinamento, quasi da denuncia a Telefono Azzurro.

Conosco nonne che, di nascosto da figli, generi e nuore, insegnano ai nipotini le elementari preghiere del nostro credo facendo promettere ai piccoli di non dire nulla ai genitori mantenendo per loro questo piccolo bel segreto e, se scoperte, sono oggetto di severi rimproveri. Io, invece, ho sempre pregato con i miei bambini: alla buonanotte della sera e in particolare al mattino all’inizio della nuova giornata. In macchina, con loro incastrati sul sedile posteriore tra zaini e cartelle e sacche per lo sport, già nell’attesa che si aprisse il cancello scorrevole di casa, iniziavamo con il segno della croce e poi continuavamo con le “solite preghiere ” alle quali si aggiungevano le intenzioni personali e particolari specialmente quelle rivolte all’Angelo Custode nei giorni di interrogazioni e compiti in classe. Talvolta la mia piccolina mi rimproverava di aver invocato troppo tiepidamente il suo Angelo che così non l’avrebbe aiutata! Poi ci restava l’ultimo chilometro per le solite noiose raccomandazioni e il promemoria dei programmi pomeridiani. Ancora oggi, che sono “grandi”, è così seppur nelle rare occasioni in cui ci muoviamo assieme al mattino. Talvolta io mi imbarazzo di questo rito che mi riporta alla loro infanzia e adolescenza (siamo adulti, la preghiera è un fatto personale!) e al cancello inizio con un chiacchierio qualunque: sempre chi dei due è in macchina con me mi interrompe e mi dice con tono di rimprovero: “e le preghiere?”

Personalmente non ho molto tempo per sostare nel silenzio della chiesa. I 47 (forse 50?) minuti della Messa domenicale, ai quali ne aggiungo qualche  briciola mentre le persone escono (nel chiacchierio!); fino ad alcuni mesi fa, al mattino prima dell’ufficio quando, arrivando in centro con molto anticipo, potevo fermarmi per una breve lettura personale e l’inizio delle lodi con i frati; e poi quando incontro la chiesa nelle mie passeggiate o commissioni in bicicletta: mi basta entrare per un saluto, una preghiera, un ringraziamento, un attimo di  raccoglimento. Un ciao, insomma.

Oggi, il raddoppiato tragitto in macchina al nuovo luogo di lavoro è diventato il mio momento di preghiera, la mia macchina “la mia chiesa”. Con un tenue sottofondo di musica classica (e già, io sono all’antica!) o gregoriana (peggio ancora!) inizio la mia lode personale per il nuovo giorno, la recita mentale delle abituali preghiere, le intenzioni e, naturalmente, su tutto molto spesso e ripetutamente si sovrappone un pensiero di meditazione o di riflessione magari guardando il cielo che si imporpora nell’alba o le ombre che si allungano al tramonto o le montagne che si stagliano all’orizzonte. Quando passo accanto alle fermate dell’autobus non posso non rivolgere un pensiero di supplica e richiesta di protezione per quelle giovani vite assonnate; quando mi supera maldestramente un furgoncino lanciato nella velocità del lavoro non posso non pregare per l’incolumità del conducente, di chi incontra e per i suoi impegni così urgenti; quando l’occhio scivola sulle finestre illuminate, chiedo l’attenzione su quella famiglia, su quella casa; quando….beh, il resto è un segreto linguaggio tra il mio cuore e il suo Creatore.

Può quindi essere la mia macchina il mio luogo di preghiera?

 

 

6. Pubblicato il 15 novembre 2017

La spesa di san Martino

 

Almeno dalle mie parti, San Martino è uno dei Santi più conosciuti sia per via di quella sua “estate” che spalanca le porte ai rigori dell’inverno, sia perché nel giorno della sua festa vengono benedetti i prodotti della terra e le macchine agricole (una volta i raccolti ed il bestiame).

Ho ben netta nella memoria la sua raffigurazione nei libri di lettura e nel catechismo: un soldato in armatura, a cavallo di un rampante destriero bianco e nell’atto di tagliare nettamente a metà il suo mantello per coprire un povero. Per me tutto finiva là anche in età adulta, nonostante gli sforzi fatti dal parroco (ex missionario) di far capire e attualizzare questa figura facendogli erigere un bel capitello affrescato, facendogli dedicare un frequentato sterrato di campagna e facendo dipingere e ricamare uno splendido stendardo con la sua effige: era e restava una figura del passato.

Come tutte le sere mia figlia mi chiama dalla città universitaria dove sta studiando e mi racconta del gelo polare che improvviso è calato giù dalle gole delle montagne. Poi mi chiede di non arrabbiarmi per una cosa che aveva fatto poco prima. Cosa mai avrà combinato? Attraversando Piazza Erbe per andare al supermercato aveva incrociato un giovane africano rattrappito dal vento gelido, solo con una giacchetta a ripararlo mentre stendeva la mano gelata in cerca di qualche elemosina. Si ferma, gli chiede il nome, da dove viene e quanti anni ha: sono coetanei. Gli domanda se quel giorno avesse mangiato e se ha qualcosa per la cena: entrambe risposte negative. Gli dice, allora, di seguirla e lo porta al supermercato. “Sai mamma, gli ho fatto fare la spesa. Lui non voleva, ma gli ho fatto comperare delle arance, gli ho fatto scegliere i biscotti e la marmellata, al banco gastronomia gli ho fatto tagliare un trancio di pizza e uno di focaccia bollenti, poi un succo di frutta e nel reparto abbigliamento ho trovato un bel paio di guanti in offerta. Non arrabbiarti, mamma, ma ho speso tutti i soldi che avevo.” Alla mia domanda di cosa avrebbe poi mangiato lei, mi risponde: “Ho ancora qualcosa in dispensa e me la farò bastare fino al tuo prossimo stipendio. Sai, lui era così felice! Mi ha fatto tanto piacere aiutarlo, non per i ringraziamenti (non la finiva più!) ma perché ha la mia stessa età! Ah, gli ho preso anche la cioccolata”.

Grazie, Bambina mia, perché con la tua fresca e semplice generosità mi ha fatto concretamente capire che si può davvero dare metà del proprio mantello senza temere di morire congelati.

 

 

5. Pubblicato il 12 novenbre 2017

Gli occhi di mio fratello

 

Sono nell’accogliente elegante salottino fuori dalla stanza di mio fratello.

Le tre pareti che lo racchiudono sono completamente a vetrata e si affacciano su un accurato giardino nel quale tre bimbetti si rincorrono con composta allegria. Mi sento sospesa in un terribile sogno, in una non realtà, nella quale mi aspetto che qualcuno mi dica che tutto è finito, che era solo un incubo, una allucinazione. Mio fratello, cinquantun’anni appena compiuti, biondo, occhi azzurri come il cielo, bello, un omone di quasi un metro e novanta, sorridente, abile dirigente e manager commerciale, la moglie conosciuta sui banchi di scuola, due splendidi figli ancora troppo giovani, è in quella tranquillissima camera e adesso le delicate infermiere lo stanno rinfrescando e  ne stanno riassettando il letto. Non penso, guardo solo oltre le chiome degli alberi.

Un fruscio mi fa girare e la coordinatrice mi chiede come sto, come mi sento. Mi invita ad accomodarmi sul candido e comodo divano e senza tanti preamboli ma con dolcezza mi chiede se mi rendo ben conto della situazione di Lorenzo, del pochissimo tempo che può mancare, quasi una immediatezza; perché ci sarebbe da prendere una decisione per poter essere pronti appena accade. Lo chiede prima a me perché la moglie e il giovane figlio sono troppo coinvolti, se potessi parlarne io per prima, sondare un po’ il loro parere, togliere timori e perplessità, se so cosa lui ne pensava circa la donazione degli organi ed in particolare quella degli occhi. (o ha detto cornee? io ricordo occhi). Quelle parole pronunciate a voce bassa e comprensiva mi feriscono le orecchie e il cuore penetrando come aculei di ghiaccio.  Siamo davvero alla fine; il cuore si ferma e ne risento il rumore quando riparte. In quella frazione di secondi alla mia mente appaiono i suoi splendidi occhi azzurri che, io castana, tanto avevo desiderato da adolescente; occhi che avevano visto i più svariati luoghi del mondo e che rivedo brillanti nel racconto dell’ultimo viaggio fatto in Kenia dove, al di fuori del circuito turistico e contrariamente alle  norme di sicurezza imposte, si era allontanato dal villaggio vacanza con uno del personale ed aveva caricato la jeep di giochi e quanto altro aveva trovato nell’emporio del minuscolo villaggio per portare tutto all’orfanotrofio della zona: si era illuminato nel descrivere gli occhi di quei bambini quando avevano visto tutto quell’impensabile ben di dio tutto per loro! Ricordo tutta la sua generosità e disponibilità e accoglienza agli altri, clienti o colleghi o amici che fossero.

E adesso io a decidere per lui. Già, cosa avrebbe fatto e voluto lui? Non avevamo mai affrontato questo argomento, non parlava mai della sua malattia e neppure dell’argomento in generale. Istanti senza tempo che vorrei tanto non dover vivere e nei quali rivedo tutta la nostra vita. Immediatamente so la risposta: non si sarebbe negato. Quando arriva mia cognata con il figlio maggiore, dopo un breve resoconto delle ultime ore, li invito ad uscire sul balconcino della stanza. Esordisco dicendo che lo hanno chiesto prima a me non certo per mancare di rispetto o delicatezza nei loro confronti, ma perché era meglio parlarne in famiglia, tra di noi, e magari io, la sorella, potevo spiegare meglio l’eventualità, si insomma, la possibilità della donazione degli occhi. Immediatamente mia cognata scatta anche verbalmente come colpita da una forte scossa elettrica. Mi sento annientata e di aver sbagliato tutto: come ho osato?

Mio nipote cinge teneramente le spalle della mamma e le chiede calmo e fermamente cosa avrebbe veramente voluto il papà: i loro occhi si compenetrano e le loro anime si parlano. Accettano per continuare e per non smentire la grande generosità di Lorenzo. L’inverno successivo, davanti ad una bollente tazza di tè, mia cognata mi legge una lettera arrivata da poco in cui le viene comunicato che le che cornee di Lorenzo sono finite in Austria ridando completamente la vista ad una persona che era pressoché cieca e che lei, se lo desiderava, avrebbe potuto conoscere. “In Austria, ma ti rendi conto? Non posso neppure pensare gli occhi di Lorenzo in Italia! Erano così belli, così limpidi, così azzurri! Un pezzetto di cielo, erano! E’ stata dura la decisione, in quel terribile momento, così all’improvviso, la certezza che non c’erano più speranze,  ma adesso sono contenta che possano ancora guardare il mondo come lo guardava lui.” Ripiega con calma la lettera e la ripone nella cartellina tra le altre carte del marito.

 

 

4. Pubblicato il 5 novembre 2017

Io e Gabriele

 

“Ciao Mamma, come stai? Sono in treno per Roma. Sai che a Gozzano ho conosciuto un miracolato?” e, approffittando della mia pausa di perplesso silenzio, con un tono di burla soggiunge “sì, un miracolato vivo!” – (immagina che per me i miracoli e i miracolati sono quelli ben vagliati e iscritti negli atti dei santuari di Fatima e Lourdes e certificati da severe commissioni per la canonizzazione di anime davvero speciali) – “Come un miracolato?” . “Sì, a Gozzano è venuto il nonno di un giovane confratello appena entrato in noviziato e mi ha raccontato la sua storia. Da bambino  aveva contratto una terribile malattia che non dava quasi più alcuna speranza e quell’estate i genitori, per toglierlo da caldo afoso della città, lo avevano mandato in collina dai nonni a respirare un’aria più leggera e magari recuperare un po’ di appetito, almeno prima della fine. Sul suo lettino c’era un quadretto di questo giovane santo che la nonna gli aveva detto esser morto di una malattia molto simile alla sua se non proprio la stessa e di pregarlo tutte le sere prima di addormentarsi. E così lui ogni sera gli diceva “Caro San Gabriele, almeno tu quando sei morto eri più grande di me, io sono ancora piccolo! E poi sono molto spaventato ma se tu mi vieni a prendere ti prometto che non avrò paura”. Una notte San Gabriele lo è andato a trovare nel sonno e gli ha detto che non sarebbe morto adesso ma, anzi, che sarebbe guarito e che, venuto il suo momento, lo sarebbe andato a prendere come gli chiedeva. E così è stato: è guarito, è diventato adulto, si è sposato ed è anche diventato nonno di più nipoti.” Mentre mio figlio mi racconta questa incedibile storia, io sto già cercando in rete qualcosa su questo santo di cui assolutamente non avevo mai sentito parlare e sfoglio la varie pagine del sito compresa quella delle preghiere tra le quali quella dei fidanzati. Verso sera mi chiama dalla sua stanza universitaria mia figlia visibilmente agitata e preoccupata per una grave crisi che stava vivendo con il suo ragazzo. Le racconto la storia del nonno miracolato e le consiglio di invocare san Gabriele con la preghiera, appunto, dei fidanzati affinché l’aiutasse a risolvere la situazione o bene in un senso o bene nell’altro. Da casa anch’io mi aggiungo alla supplica promettendogli di portare i miei figli a Isola del Gran Sasso non appena possibile. Per me non ho chiesto nulla, anche se da alcuni anni soffro di un problema cardiaco che mi aveva già portato ad alcuni viaggi al pronto soccorso con codice rosso. Mi bastava che intervenisse per mia figlia, e così è stato. Nei giorni successivi ho letto e riletto la sua vita, i suoi miracoli, le preghiere a lui dedicate. E, sicuramente verrò presa per visionaria, ho cominciato a “sentire” la sua presenza a casa nel senso che la solitudine e il vuoto che percepivo se ne erano andati come se altra persona fosse fisicamente presente ed era sparita anche la paura di morire d’infarto, da sola, nel corso delle notti. Ho cominciato a farmi arrivare la prima pubblicazione sulla sua vita e nel leggerla mi commuovevo alle lacrime. Questa profonda, intensa commozione la provo ancora quando penso alla sua giovane vita finita in quelle sofferenze e ai dolori provati nella sua breve esistenza terrena: orfano di mamma, nel 1842, all’età di quattro anni, undicesimo di tredici fratelli metà dei quali morti per i più svariati motivi in tenera età o giovinetti, compresa la sorella maggiore che aveva preso il posto della mamma. Ma Francesco (nato ad Assisi e battezzato alla stessa fonte di Santa Chiara e San Francesco) è un giovane brillante della aristocrazia locale, intelligente, sempre primo o tra i primi  a scuola, oggi lo si direbbe un leader (anche nelle marachelle), elegantissimo, all’ultima moda parigina, decisamente faceva tendenza ai balli e avvenimenti mondani, carriera diplomatica spalancata, un nascente interesse per una distinta giovinetta alla quale il papà lo avrebbe visto ben sposato. Due promesse, formulate in due diverse occasioni di gravissime malattie, di farsi religioso e poi decisamente mancate. Fulminato a Spoleto dallo sguardo che Maria gli ha lanciato dalla sua icona portata in processione in quel caldo 22 agosto e al quale non ha più potuto più sottrarsi. Il successivo 6 settembre parte per il noviziato dei Passionisti (tra i più austeri del tempo) a Morrovalle senza salutare nessuno e in assoluto segreto. Radicale cambio di vita.

Questo giovane mi attrae, è coetaneo dei miei figli, in lui vedo alcuni tratti delle loro vite: lo prego, lui studente modello, perché li accompagni negli studi; lui, seminarista esemplare, perché guidi i passi di mio figlio anch’esso seminarista. Chi più di lui può capire! Lo invoco per tutti i giovani che cercano la loro strada, la loro vocazione; lui, il Santo del sorrriso che ha sorriso con estrema dolcezza fino alla fine, perché allevi le sofferenze di tutti quei ragazzi che si trovano nella malattia fisica e, forse peggio ancora, interiore e spirituale. Comincio ad accorgermi che il mio cuore rallenta gli evidenti disturbi e gli dico, sorridendo: “Gabriele mio, mi hai davvero preso il cuore! Anzi, stai facendo di più, mi stai guarendo!” E mi ha guarita. Non solo il cuore fisico ma particolarmente quello interiore, la punta dello spirito direbbe San Francesco di Sales.

Con Gabriele parlo interiormente come a persona viva (sono pazza? ma lui è vivo! e lo chiamo semplicemente Gabriele, con il San davanti diventa troppo lungo!). Gli dico che vorrei essere vicino al suo letto ad imboccarlo con il latte caldo e a consolarlo ed accarezzarlo come avrebbe fatto la sua mamma, gli raccomando di coprirsi nelle giornate fredde, gli chiedo di accompagnarmi delle mie ritrovate passeggiate tra i campi e i frutteti della mia campagna, lui al quale era stato dato un permesso speciale per uscire dal conventino per meglio respirare lungo il torrente e viottoli. Lo vedo mentre ammira la maestosità del Gran Sasso pensando a….già chissà a cosa…alla grandezza di Dio, naturalmente. Un giorno ho accennato al mio padre spirituale di questo mio “demenziale” rapporto: contrariamente alla mia aspettativa non mi ha scoraggiata, mi ha detto che San Gabriele era un mio compagno di classe, anzi il primo della classe e che dovevo continuare a chiedergli aiuto per capire le varie lezioni e fare i compiti (già, linguaggio a dir poco elementare ma adattissimo a me!). Prima di addormentarmi leggo sempre almeno un capitoletto da una delle varie pubblicazioni, lo saluto e gli ricordo tutti i miei raccomandati. Gli chiedo aiuto a “capire nella mente e nel cuore”. Lui che fondato la sua santità in un brevissimo lasco di tempo contemplando i dolori di Gesù attraverso quelli della Madre Addolorata. Già, un giovane come tanti, come i ragazzi che vedo alle fermate degli autobus carichi di zaini e cartelle, con gli occhi pieni di futuro e sogni e speranze. Un giovane morto a 24 anni nell’assoluto anonimato e che trent’anni dopo “si è risvegliato” compiendo sulla sua tomba una serie di strepitosi prodigi che hanno continuato nel tempo e tutt’ora continuano. Molte volte mi sono chiesta come si piò arrivare alla santità in quattro anni. Padre Norberto, il Maestro dei Novizi e Assistente, ha detto nelle testimonianze processuali “Gabriele ha lavorato con il cuore”. A fatica intuisco il lavorio di quell’anima protesa verso il cielo.

Ma una cosa per me è certa: questo collegamento, questa unione, con le anime che sono in Paradiso esiste davvero. Gabriele è vivo, è nella terra dei viventi. Nella beatitudine e nella gloria, a tu per tu con Dio. Ha raggiunto la meta e, come primo della classe, cerca di spiegarmi la strada. Certamente io non raggiungerò mai le sue altezze, non posso pretendere di fare una versione di greco in dieci minuti, io ci impiego quasi una nottata! ma certamente mi  incita a non desistere, a sollevarmi dopo un brutto voto, a non aver paura dell’interrogazione finale.

Perchè racconto queste cose? prima di iniziare a scrivere gli ho chiesto di autarmi per non essere fraintesa o peggio derisa, per non mettere lui in imbarazzo. Mi piacerebbe solo che fosse conosciuto, e amato,  da altri, magari giovani come lui.

Ci sono riuscita? Proprio non lo so.

 

 

3. Pubblicato il 2 novembre 2017

 

 

Il Passaggio

 

Mio fratello, che non parlava assolutamente mai della sua terribile malattia, un giorno mi disse che lui andava molto spesso al “nostro” cimitero e sostava davanti al loculo del nonno paterno, di cui ne portava il nome, a vedere l’effetto che faceva vedersi scritto sulla lapide, visto che non ne avrebbe avuto la possibilità.

Alla mia espressione esterrefatta, mi disse che si trovava molto bene in quel silenzio, in quella pace dove trovava la forza per continuare poi la sua giornata di lavoro e in famiglia.

Ma continuavo assolutamente a non entrare al camposanto. Neppure dopo la ravvicinata morte sia del papà che di Lorenzo.

L’estate successiva sono ritornata, dopo davvero molti anni, in montagna con i miei figli. Uno dei primi luoghi visitati è stata la chiesa del ridente paesino tirolese e, appena superato il cancello di ferro battuto che delimitava l’area, mi sono trovata inaspettatamente tra le tombe che circondavano con semicerchi l’edificio che svettava verso il limpido azzurro cielo e la cappellina in fondo dedicata alla Santa Croce. Le tombe, tutte in terra, sovrastate da croci lavorate in ferro battuto e al posto della lapidi e lastre di pietra e marmo, giardini! Ognuno diverso dall’altro, con fiori dai più disparati colori e profumi e combinazioni. Una gioia per gli occhi che ben si sposava con lo stupendo panorama che si alzava dietro al muro di cinta di quell’area sacra.

In quel momento ho sentito l’unità della vita qui con quella “di là”. La morte come un semplice passaggio da un luogo ad un altro. Nessuna tristezza, nessun grigiore, nessuna fine. Le foto, i nomi, le date, mi raccontavano storie di montanari che continuavano a far parte della loro comunità, del loro territorio, del loro paesaggio e natura, in una continuità senza fine nel Creato.

Ogni giorno, mentre i miei figli andavano per sentieri e arrampicate, io andavo in quel cimitero e mi fermavo fin quasi a ricordarmi i nomi dei defunti. Vedevo l’amore con cui i familiari, in un composto dolore, sostituivano le piantine fiorite abbinando con sapienza i vari cromatismi e pulivano le foto lucidando i nomi, dato che la morte è la naturale conseguenza della vita qui in terra.

Da allora entro non solo nei cimiteri di montagna, per me sempre i più belli, ma anche in quello del mio paese e in quello ove riposa mio papà. E capisco la pace e il profondo silenzio che cercava mio fratello e nei quali si immergeva nella sua attesa.

 

 

2. Pubblicato il 29 ottobre 2017

 

Nebbia

 

Apro il garage: nebbia, fittissima, densa, come non si presentava da anni. Ma devo andare, non posso arrivare in ritardo, ho un orario da rispettare. Tutto intorno è silenzio, quasi un mondo irreale.

Quel vuoto surreale mi inquieta, entra in me. Mi concentro nel seguire le due linee bianche parallele che delimitano la mia corsia. Il vedere questi pochi metri delineati mi rassicura e mi  da la forza di continuare a guidare nel vuoto.

All’improvviso il ricordo di altre nebbie, di altri nulla che avanzavano, di altri sgomenti, di altri vuoti, di sensazioni di sospensione in una realtà senza futuro e con un passato frantumato. Di smarrimenti in cui il sole mi sembrava solo un ricordo e qualcosa di impossibile a ritornare.

Parlavo di questi stati d’animo a Mia Madre (suor Francesca, colei che mi ha accolto nel suo cuore come figlia prediletta). E lei, da dietro i suoi occhiali, mi sorrideva e mi guardava con grande tenerezza.

E mi diceva: “Mia cara lei sa cos’è la nebbia, ma quella fitta, che adesso non c’è quasi più, di quando eravamo bambine e in campagna non si vedeva oltre l’uscio di casa? Ebbene, mi dica, ma lei cosa pensa ci sia sopra la più fitta delle nebbie?” e io infantilmente le rispondevo. “Il sole. Il sole c’è sempre. La nebbia non arriva fin lassù a coprirlo!”.  – “Bene, mia cara. Ecco, si è data la risposta da sola. Sopra la nebbia che in questo momento sta invadendo la sua vita,  splende il Sole. Dio non la abbandona. Lui è sempre là che risplende e vedrà che se glieLo permette i Suoi caldi raggi trafiggeranno questa fredda nebbia,  la riscalderanno e la scioglieranno. Non perda mai la certezza che sopra questo strato seppur denso il sole splende sempre, anche se noi non lo vediamo. Vada con il suo cuore oltre questo oscuro manto che la copre e guardi il Sole”.

Queste parole che sentivo risuonare nelle mie orecchie quasi pronunciate da voce viva, mi rincuorano e all’improvviso mi si apre davanti il pargheggio dell’ufficio. Ringrazio Dio dal profondo del cuore: sono arrivata.

Sì, mia cara Madre, aveva proprio ragione. Il Sole ha sempre continuato a splendere sulla mia vita, anche e forse proprio in particolare nei momenti più duri e impossibili. Oggi lo posso dire e testimoniare.

Scendendo dall’auto mi guardo attorno: le sagome degli alberi che circondano l’area sembrano quasi avanzare. Mi chiudo il cappotto per allontanare l’umido pungente e mi avvio, serena. Mi aspetta un’altra splendente giornata.

 

 

1. Pubblicato il 22 ottobre 2017

 

L’erba e i fiori

 

In questi giorni ero molto insoddisfatta e scontenta di me: i salmi che pregavo mi scivolavano sotto gli occhi senza lasciarmi niente, leggevo meccanicamente e già non ricordavo le parole, distratta da cento inutili e futili pensieri. Quasi non vedevo l’ora che la preghiera dell’Ufficio e delle Lodi finissero presto. Stamattina in modo particolare. Andando a lavorare, non riuscivo a mettere una briciola di cuore neppure nelle mie personali invocazioni. E sì che ne avevo bisogno! Sia per me stessa che per i miei cari e amici e tutti. Rimproveravo me stessa per questa aridità, questa insensibilità, questa superficialità. Questa indifferenza alla preghiera che quasi provavo. Anche l’orizzonte sembrava mi avesse abbandonato: la corona di regali montagne che chiude la pianura era sparita, nascosta da una tenda di umidità che avrebbe poi portato alla pioggia.

Mi siedo al mio solito tavolinetto d’angolo e la cameriera mi porta il mio profumatissimo caffè. Come ogni mattima leggo alcune righe di un libro che mi è stato consigliato. Ed ecco che subito sulle parole che sto leggendo si sovrappongono anche quelle delle lettere che ho letto nei giorni scorsi e che San Francesco ha indirizzato ad una sua figlia spirituale che, evidendemente viveva in un certo senso la mia stessa inquetudine.

E la risposta, il conforto, la comprensione subito arrivano alla mia mente e al mio cuore.

Mia cara, accetta tutti i tuoi limiti e la chiara tentazione alla distrazione. Non cercare di camminare sulle alte vette, ma accetta con umiltà di razzolare nel tuo orto. Se e quando Dio ti vorrà dare delle ali, allora volerai. E non è detto che sarai aquila, anzi! Potrai restare semplice pollo. Allora accetterai anche questo, ma sempre continuando a guardare alle vette non con sospiri di rimpianto o invidia e gelosia verso coloro che volteggiano lassù, ma di gioia per il semplice fatto di essere pollo.

I fiori dei prati di montagna che tanto amo, non sanno neppure di esistere. Non sentono il loro profumo, non vedono il loro colore, la loro stupefacente semplice bellezza. Non vedono neppure chi è più bello e alto di loro. Non vedono neppure le maestose innevate vette che li circondano. Esistono per la gioia di chi li guarda, per il sole che li riscalda e illumina, per le farfalle che si posano sui loro petali.

Allora mia cara, esisti solo per Colui che ti ha creata e che ti ammira come Suo unico splendido fiore. Non cercare piacere in te stessa. Accetta semplicente di dare piacere e di essere solo gradita ai Suoi occhi.

Entra il solito signore con quel suo terribile cagnolino che abbaia proprio per nulla e bruscamente mi distoglie dalla mia concentrazione. Sorrido al mio primo moto di stizza. Non compiacerti dei tuoi bei pensieri, il fiorellino deve restare umile!

Mi avvio lungo il vialetto immerso nella nebbiolina con gli occhi pieni di prati fioriti e vette innevate, sentendo il gorgogliante suono dei torrenti e l’impeto della cascata.

Ma sono qui. Oggi cercherò di sorridere di più, di essere più gentile e disponibile. Piccolo nascosto insignificante stelo d’erba ma che assieme a tutti gli altri e agli splendidi fiori forma il giardino di Dio.