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San Francesco di Sales

Con amore verso l’Amore

Vivere la teologia più che discuterla

Esercizi Spirituali

Torino, 1-6 febbraio 2018

 

 

 

A don Morand Wirth,

vero salesiano

e padre nello Spirito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Un bambinello che è sul seno della sua madre addormentata,

è davvero nel suo posto migliore e più desiderabile,

anche se sua madre non gli dice una parola ed egli non dice una parola a lei»

(san Francesco di Sales)

 

 

«Francesco di Sales,

forse l’unico teologo che parla

dell’amore con amore»

(Elmar Salmann)

 

Indice

 

 

Indice. 3

Abbreviazioni 7

Per vivere con frutto gli esercizi spirituali.  1 febbraio pomeriggio. Ricordo dei genitori defunti 9

Dal mondo quotidiano. Nuvole bianche (Einaudi) 9

Invocazione dello Spirito Santo Creatore e Ri-creatore. 9

Costituzioni salesiane. Esercizi spirituali, momenti di rinnovamento. 9

Brani biblici. La nostra gioia sia piena. 9

Meditazione. «Come piace a Dio». 10

Cenni sulla vita e le opere di Francesco di Sales. 13

Contemplazione poetica. Anima di Cristo. 18

Affidamento a Maria. La vera devozione alla Vergine santa. 19

  1. Dalla storia alla spiritualità. 2 febbraio mattina. 20

Dal mondo quotidiano. La tempesta (Branduardi) 20

Invocazione dello Spirito Santo più intimo a noi di noi stessi 20

Costituzioni salesiane. Lo spirito salesiano. 21

Brani biblici. Dio è luce. 21

Meditazione. Abbandono eroico e carità sacerdotale. 22

Accenni al 1500-1600 nell’area francese-savoiarda. 22

Ancora sulla vita e le opere di Francesco di Sales. 25

Testi significativi 34

Contemplazione poetica. Inutile anche il cantare?. 39

Affidamento a Maria. Devozione piena di fiducia. 40

  1. Presentiamo la Filotea, Introduzione alla vita devota. 2 febbraio pomeriggio. 41

Dal mondo quotidiano. Dietro casa (Einaudi) 41

Invocazione dello Spirito Santo, fonte inesauribile di gioia. 41

Costituzioni salesiane. Ottimismo e gioia. 41

Brani biblici. Un comandamento nuovo. 42

Meditazione. Volare tra le fiamme senza bruciarsi le ali 43

Contemplazione poetica. Nel canto. 48

Affidamento a Maria. Devozione vera e santa. 48

  1. La vera e schietta devozione nella Filotea. 3 febbraio mattina. 49

Dal mondo quotidiano. Mani (MGS) 49

Invocazione dello Spirito Santo, Luce di verità. 49

Costituzioni salesiane. L’oratorio di Don Bosco criterio permanente. 49

Brani biblici. Avete vinto il Maligno. 49

Meditazione. Sino alla ferma risoluzione di vivere devotamente. 51

Contemplazione poetica. Fosse la perla rara. 57

Affidamento a Maria. Devozione costante alla Vergine. 57

  1. Con il padre spirituale. 3 febbraio pomeriggio. 58

Dal mondo quotidiano. Preghiera (Eight) 58

Invocazione dello Spirito Santo, Amore senza condizioni 60

Costituzioni salesiane. Amorevolezza salesiana. 60

Brani biblici. Quale grande amore ci ha dato il Padre. 60

Meditazione. Il direttore spirituale necessario. 61

Contemplazione poetica. Non macchiarti di un’avarizia. 64

Affidamento a Maria. Devozione disinteressata. 64

  1. Perché un metodo narrativo, metaforico e pieno di descrizioni. 4 febbraio mattina 65

Dal mondo quotidiano. My Family (Allevi) 65

Invocazione dello Spirito Santo, icona della crescita “divina”. 65

Costituzioni salesiane. Il Sistema Preventivo nella nostra missione. 65

Brani biblici. Amiamo con i fatti e nella verità. 66

Meditazione. 67

Contemplazione poetica. In cambio del tuo perdono. 76

Affidamento a Maria. Conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo. 77

  1. Uno stile teologico per le lettere spirituali. 4 febbraio pomeriggio. 78

Dal mondo quotidiano. Friuli Venezia Giulia (sottofondo di Einaudi) 78

Invocazione dello Spirito Santo, narratore della Grazia. 78

Costituzioni salesiane. Spirito di famiglia. 78

Brani biblici. Noi siamo da Dio. 78

Meditazione. Padre spirituale attraverso le lettere. 79

Contemplazione poetica. Lui non potrà non amarti 86

Affidamento a Maria. Essere, per mezzo suo, interamente di Gesù Cristo. 87

  1. Lettere di amicizia spirituale con la Madre de Chantal. 5 febbraio mattina. Giornata penitenziale. 88

Dal mondo quotidiano. Aquileia. (Mozart) 88

Invocazione dello Spirito Santo, Amico che consiglia. 88

Costituzioni salesiane. Il salesiano in formazione iniziale. 88

Brani biblici. Chi ama Dio, ami anche suo fratello. 89

Meditazione. 90

Contemplazione poetica. Questo solo bramire. 104

Affidamento a Maria. Tutto viene dato e consacrato. 105

  1. Il Teotimo, Trattato dell’amor di Dio: fonti e strutturazione del testo. 5 febbraio pomeriggio. Giornata penitenziale. 106

Dal mondo quotidiano. Stabat Mater (musica di Frisina) 106

Invocazione dello Spirito Santo, Sapienza infinita. 106

Costituzioni salesiane. Natura e missione della nostra Società. 106

Brani biblici. Perché sappiate che possedete la vita eterna. 106

Meditazione. Il Trattato dell’amor di Dio. 108

Il contesto bio-bibliografico immediato. 109

Specificità del testo. 112

Una presentazione del testo del Trattato dell’amor di Dio. 114

Importanza del Trattato dell’amor di Dio. 142

Contemplazione poetica. Sera a sant’Egidio. 145

Affidamento a Maria. Tutto secondo il volere del Figlio. 145

 

  1. Rassegnazione o «santissima indifferenza»? 6 febbraio mattina. 146

Dal mondo quotidiano. Jesus bleibet meine Freude, BWV 147 (Bach) 146

Invocazione dello Spirito Santo, Fortezza serena nella prova. 146

Costituzioni salesiane. Lavoro e temperanza. 146

Brani biblici. Egli ci ascolta. 147

Meditazione. Il suonatore sordo. 148

Una descrizione della «santissima indifferenza», vera meta dei nostri Esercizi Spirituali 150

Contemplazione poetica. In attesa. 154

Affidamento a Maria. Consacrazione alla Vergine e a Gesù Cristo. 154

Per approfondire. 155

Dagli scritti di san Francesco di Sales. 155

Fonti Magisteriali su san Francesco di Sales (in ordine cronologico) 156

Commenti ai suoi scritti e approfondimenti su vari temi trattati 156

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B. Essendo questo un sussidio per gli Esercizi Spirituali e non un sussidio o un testo accademico, si è cercato di semplificare al massimo l’apparato critico. In ogni caso, ricorrendo ai testi principali citati in nota, si potrà sempre risalire ai riferimenti completi.

Abbreviazioni

 

 

DictSp            Dictionnaire de spiritualité ascétique et mystique, 16 voll., Beauchesne, Paris 1937-1995.

 

F                      Francesco di Sales, Filotea. Introduzione alla vita devota (= Opere complete di Francesco di Sales, 3), introduzione di V. Viguera, traduzione e note di R. Balboni, Città Nuova, Roma 2009.

 

L                     Francesco di Sales, Tutte le lettere (= Patristica), a cura di L. Rolfo, 3 voll., Paoline, Roma 1967 [dopo la sigla segue immediatamente il numero del volume: ad esempio, L1].

 

LS                   Francesco di Sales, Lettere di amicizia spirituale, a cura di A. Ravier, Paoline, Milano 2003 [riduzione dell’edizione del 1984].

 

ŒA                 Œuvres de Saint François de Sales. Évêque de Genève et Docteur de l’Église. Édition complète d’après les autographes et les éditions originales enrichie de nombreuses pièces inédites. Dédiée a N.S.P. le Pape Léon XIII et honorée d’un Bref de sa Sainteté. Publiée sur l’invitation de Mgr Isoard, Évêque d’Annecy, par les soins des religieuses de la Visitation du Ier Monastère d’Annecy, 27 voll., Niérat, Annecy 1892-1964.

 

ŒP                 Saint François de Sales, Œuvres (Introduction à la vie dévote, Traité de l’Amour de Dieu, Recueil des Entretiens spirituels) (= Bibliothèque de la Pléiade), par A. Ravier, avec la collaboration de R. Devos, Gallimard, Paris 1969.

 

ST                   Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Traduzione e commento a cura dei domenicani italiani. Testo latino dell’edizione leonina, 35 voll., Edizioni Studio Domenicano, Bologna – Milano, 1959 ss.

 

T                     Francesco di Sales, Trattato dell’amore di Dio (= Opere complete di Francesco di Sales, 4), introduzione, cura e revisione di G. Gioia, traduzione di R. Balboni, Città Nuova, Roma 2011.

 

Per vivere con frutto gli esercizi spirituali.
1 febbraio pomeriggio.
Ricordo dei genitori defunti

 

 

 

Dal mondo quotidiano. Nuvole bianche (Einaudi)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo Creatore e Ri-creatore

 

 

Costituzioni salesiane. Esercizi spirituali, momenti di rinnovamento

 

  1. La nostra volontà di conversione si rinnova nel ritiro mensile e negli esercizi spirituali di ogni anno. Sono tempi di ripresa spirituale che Don Bosco considerava come la parte fondamentale e la sintesi di tutte le pratiche di pietà.

Per la comunità e per ogni salesiano sono occasioni particolari di ascolto della Parola di Dio, di discernimento della sua volontà e di purificazione del cuore.

Questi momenti di grazia ridonano al nostro spirito profonda unità nel Signore Gesù e tengono viva l’attesa del suo ritorno.

 

 

Brani biblici. La nostra gioia sia piena

 

1Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – 2la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

 

1 Giovanni 1

 

Vedi Cantico dei Cantici 1,1-2,7

 

Meditazione. «Come piace a Dio»

  • Scopo: prendere sul serio il «Sia fatta la tua volontà» del «Padre nostro». In altre parole, il discernimento. Nel linguaggio di Francesco di Sales: «dare luce all’intelligenza e calore alla volontà», «fortificare la nostra fede», «accrescere la nostra speranza», «aumentare il fervore della nostra carità», «imitare e mettere in pratica» il vangelo.
  • Condizioni da parte degli esercitandi: lasciarsi totalmente plasmare dallo Spirito Santo (docilità attiva e passiva insieme). Sì, totalmente, non è un assolutismo di cui aver paura. Cf. dubbio e suggerimento di un teologo di fama mondiale.
  • Condizioni da parte della guida: «Si ha un bel dire, ma il cuore parla al cuore, mentre la bocca non parla che alle orecchie».
  • Immagini:

 

 

 

Cenni sulla vita e le opere di Francesco di Sales

Francesco[1] nasce nel castello di Sales il 31 agosto 1567, primo di tredici figli (dieci maschi e tre femmine). La madre, Françoise de Sionnaz, ha appena quattordici anni, mentre il padre, François Ier de Nouvelles, signore di Boisy, ne ha trentuno in più, secondo l’usanza del tempo per le famiglie nobili. Al battesimo gli vengono imposti i nomi di Francesco e Bonaventura.

Il padre ha un carattere forte: è di poche parole e un po’ rude nei modi, ma con un gran cuore e molto amante della famiglia; possiede una fede che rasenta il fanatismo quando si tratta di Ugonotti. Sempre generoso nel soccorrere i poveri, quando la carestia si aggrava fa arrivare, a proprie spese, viveri da altri paesi, e così «salvò molte persone», in questo pienamente approvato in famiglia.

La madre, dolce e affettuosa, educa così religiosamente e teneramente il figlio che, quando Francesco ha sei anni, il padre giudica giunto il momento di dargli una formazione più virile e lo manda a scuola a La Roche, una cittadina poco distante, dove rimane due anni; passa poi al collegio di Annecy per i successivi tre anni. Dopo questa prima formazione, considerato maturo per affrontare la grande città, Francesco si trasferisce a Parigi, al Collegio Clermont, accompagnato dal suo precettore, l’abate Déage; durante questo periodo, una grave crisi spirituale lo porta sull’orlo dell’esaurimento. Completati gli studi umanistici e filosofici, dopo una breve vacanza in famiglia, nell’estate del 1588 parte per Padova, dove andavano a studiare quasi tutti i nobili di Savoia e di Francia, in obbedienza al padre che lo vuole laureato in diritto civile ed ecclesiastico, cosa impossibile a Parigi per un divieto dei Pontefici.

Dopo tre anni di intensi studi consegue la laurea, che gli viene conferita solennemente il 5 settembre 1591. Prima di tornare in Savoia, ha il permesso di fare una visita a Roma ma, a causa dei briganti che infestano l’Italia centrale, il viaggio termina a Loreto. Ritorna per breve tempo a Padova e agli inizi del 1592 riparte; visita le città più importanti dell’Italia del Nord e in marzo raggiunge la famiglia a La Thuile, sul lago di Annecy.

Nel dicembre di quello stesso anno si iscrive all’ordine degli Avvocati e vi rimane iscritto fino al 1597. Forse in quel momento non pensa che anche la professione di avvocato gli sarà utile per il bene della Chiesa; la eserciterà infatti per difendere diverse cause, fino alla più importante, in favore del Vescovo, nel luglio del 1595. Difenderà anche se stesso per il possesso della parrocchia del Petit-Bornand , quattro anni dopo a Chambery. Nel frattempo porta avanti il suo progetto: diventare sacerdote; il padre cede, ma chiede, come contropartita, qualche soddisfazione, per cui Francesco è costretto ad accettare la nomina di prevosto della Cattedrale. Il 9 giugno 1593 riceve gli ordini minori e il suddiaconato e il 24 dello stesso mese tiene con molta emozione il suo primo sermone per l’ottava del Corpus Domini. Viene poi ordinato diacono e, in dicembre, è sacerdote.

Pur essendosi dedicato prevalentemente a studi giuridici, la sua formazione teologica non è affatto fragile. A Padova, inoltre, ha stabilito rapporti di stima e di amicizia col gesuita Antonio Possevino, che considera suo padre spirituale; questi lo portò a continuare gli studi di teologia. Purtroppo a documentazione di questo non abbiamo più i dodici volumi rilegati, contenenti i suoi appunti di diritto e di teologia, redatti sia a Parigi che a Padova, e che egli consultava ancora quando era vescovo. è rimasto solo qualche piccolo frammento, dal quale si ha l’impressione che il suo impegno fosse «vivere» la teologia più che discuterla; orientamento che egli manterrà per tutta la vita.

Sotto la spinta del Possevino, poté seguire regolarmente le lezioni del minore conventuale Filippo Gesualdi, molto aperto alle nuove idee e ai nuovi metodi. Divennero molto amici, e da lui Francesco imparò l’amore per i Padri della Chiesa, la stima e la considerazione per san Tommaso, san Bonaventura e per i contemporanei più in vista.

Per concludere su questo tema si può dire che, pur non avendo gradi accademici in teologia, egli l’ha studiata seriamente.

Nel periodo della sua formazione Francesco si impegna in una vita spirituale intensissima: frequenta la chiesa del Santo, i Gesuiti, i Teatini e i Conventuali; partecipa alle loro pie riunioni, è assiduo alle pratiche di pietà e alla predicazione. E se già dai tempi di Parigi conosceva la dottrina d’amore del Ficino e del suo discepolo Pico della Mirandola, a Padova la approfondisce; il Lajeunie ne vede una prova nell’Esercizio del sonno o riposo spirituale, a cui si potrebbe aggiungere anche l’appunto contenente le Norme per le conversazioni e gli incontri, e sostiene, al tempo stesso, che questa dottrina è fondamentale per la via salesiana. Sempre a Padova vi avrebbe poi aggiunto la conoscenza della dottrina del Bembo e del Castiglione.

Egli non poteva ignorare le opere di questi autori che circolavano nell’ambiente colto del tempo, soprattutto quello universitario, ma li assunse con ·spirito critico. Apprezzò quei ragionamenti e quelle «cortesie», ma ne scoprì contemporaneamente il limite: rimaneva no parole vuote perché mancavano di una base solida, Cristo. L’eleganza delle forme e la gentilezza del porgere andavano salvate; era però indispensabile dare loro un’anima per farle vivere. Francesco conserverà per tutta la vita l’amabilità del tratto, soprattutto nei confronti delle donne, ma con tutt’altro spirito. Le sue lettere, in particolare quelle a Giovanna Francesca di Chantal, ne sono una prova, nonostante le cancellazioni compiute dalla Santa prima di permetterne la stampa. Egli trasfonde nella cortesia e nelle belle maniere l’amore vero dando loro un significato più denso e più profondo; fa dell’amore umano un’immagine di quello celeste: un gradino per salire a quello, conservando anche in esso le espressioni, care agli umanisti, di quello umano.

A Padova ebbe modo di conoscere anche Lorenzo Scupoli, teatino, la cui coerenza di vita lo aveva profondamente colpito, e di leggere il suo «trattatello», Il combattimento spirituale. La dottrina in esso contenuta lo aiutò a dare concretezza alla sua spiritualità: lo Scupoli, infatti, non mirava a creare un’anima bella, ma la Chiesa di Dio. È una spiritualità teocentrica che ha a radice il cristocentrismo pratico: tutto deve essere riferito a Dio per mezzo di Cristo.

 

Francesco conosce bene il suo tempo e sa che, benché la Chiesa sia sicuramente santa, perché santo è Cristo, suo capo, le sue membra sono spesso peccatrici.

Conscio delle sue responsabilità come pietra viva della Chiesa, mentre si prepara alla consacrazione episcopale, redige un «regolamento» per sé e per il suo personale che sembra quasi una regola monastica. Si impone un ritmo di vita che _non lascia spazio all’ozio, pur riservando tempo per coltivare le lettere, il bello e le conversazioni con gli amici: l’amicizia è uno dei valori maggiormente evidenziati in tutto l’arco della sua vita. Preghiera, studio, servizio pastorale lo occupano senza soste, costringendolo spesso a rubare tempo al sonno. Studia con particolare amore e cura la Scrittura, i Padri, la teologia, i commentari dei principali autori.

Il centro della sua giornata è costituito dalla santa Messa, celebrata possibilmente sempre in pubblico perché «è esempio utile per la gente semplice». è breve nella preparazione, come pure nel ringraziamento, perché dà maggior peso all’intensità della preghiera che alla sua durata, e sostiene che tutta la giornata deve essere ringraziamento o preparazione alla Messa; è breve anche «per non annoiare o raffreddare quelli che aspettano»: tipica espressione di quella carità che anima tutta la sua giornata. Attribuiva enorme importanza al sacramento della penitenza e desiderava vivere in prima persona ciò che chiedeva agli altri: anche quand’era vescovo non esitava ad accostarsi in pubbli co a tale sacramento.

Ma sarebbe far torto alla verità e a Francesco di Sales confondere la sua amabilità e la sua gentilezza con la debolezza, la mancanza di personalità o il lasciar correre pur di conservare la propria pace. È un uomo molto deciso, forte e cortese, ma sensibile, e soffre per i tradimenti, le mancanze alla parola data o la doppiezza.

Le lettere del periodo dello Chablais ci danno uno spaccato della sua anima: tenero con gli amici, inflessibile con chi crede di farsi gioco degli altri, irriducibile quando si tratta di difendere il diritto dei diseredati, cortese ma franco con i potenti, prudente e diplomatico, senza falsità, per giungere al fine che si è proposto, coraggioso nella verità e innocentemente spregiudicato nella sua semplicità.

Il Francesco che si batte con coraggio per liberare la Chiesa dalla peste dell’eresia, che istruisce i suoi preti perché siano all’altezza del loro compito, è lo stesso che conduce le anime alle più alte vette della santità. È l’uomo gentile, ma risoluto e preparato, che conquista la stima di Beza, teologo e studioso del Nuovo Testamento, continuatore dell’opera di Calvino, l’ammirazione e la simpatia di Clemente VIII, di Paolo V, di Leone XI, del Baronio, del Bellarmino, che saprà conquistare calvinisti incalliti come Lesdiguières, tener testa ai Cavalieri dei santi Maurizio e Lazzaro, e difendere i diritti dei suoi preti. E desiderava che il suo coraggio fosse riconosciuto. Anche da vescovo si manifesta così e sembra quasi compiaciuto di essere una persona intraprendente. Interessante a tale proposito la pagina autobiografica scritta nel suo caratteristico italiano al padre Possevino: «Io, l’altro giorno, andando a Gex, dopo havere celebrato la santa Messa in un villaggio vicino, mi venne al core di passare dentro la città di Genevra, il che era il mio camino più diritto; il che io feci senza alcuna apprehensione, per una certa confidanza più semplice che prudente. Et essendo arrivato alla porta, il sopraintendente di quella dimandando che io era, io feci rispondere pel mio Vicario generale che era Monsignor il Vescovo. Et sopra la dimanda che fu fatta: “Qual Vescovo?” io feci rispondere: “Monsignore il Vescovo di questa diocese”; et allora egli lo scrisse sopra il suo libro di consignatione, con queste parole: Mons.re Francesco di Sales Vescovo di questa diocese. Et non sò se egli intese il motto di diocese; almeno egli mi lasciò entrare, e così io passai a cavallo a traverso della città, salutato dalla più parte degli uomini e donne molto honorevolmente. Dapoi, essendo io uscito et essendo sparso tra il popolo il romore della mia passata, fecero grande diversità di discorsi fra loro… Comunemente hanno preso per un malvagio presaggio ch’io abbia havuto insigni di Vescovo ed di dire alla loro porta ch’io era il loro vescovo, il che non è giamai avenuto da poi che si ribellarono».

È il 1609, Francesco è vescovo da 7 anni e ha 42 anni di età.

Egli diverrà sempre più un «operaio della Parola», con l’instancabile predicazione e la cura per la catechesi, e un «operaio della penna»: scrive un breve ma intenso libretto per i suoi preti, Consigli ai Confessori, la raccolta dei sermoni, scritti durante la missione nello Chablais, che vanno sotto il nome di Controversie, ma che egli aveva chiamato Meditazioni, il celebre Filotea, Introduzione alla vita devota, il fondamentale Trattato dell’amore di Dio oltre a moltissime esortazioni e istruzioni per i suoi fedeli e per i sacerdoti.

Molte lettere e vari Trattenimenti (cioè conversazioni familiari, tenute alle Figlie della Visitazione, in cui risponde alle loro domande) testimoniano l’importanza che egli attribuiva all’accoglienza dei penitenti e il suo atteggiamento personale nell’esercitarla.

Contemplazione poetica. Anima di Cristo

 

ANIMA DI CRISTO[2]

Anima di Cristo, santificami.

Corpo di Cristo, salvami.

Sangue di Cristo, inebriami.

Acqua del costato di Cristo, lavami.

Passione di Cristo, confortami.

O buon Gesù, esaudiscimi.

Nelle tue piaghe, nascondimi.

Non permettere che io mi separi da te.

Dal nemico maligno difendimi.

Nell’ora della mia morte chiamami

e comandami di venire a te

a lodarti con i tuoi santi

nei secoli dei secoli.

Amen!

 

 

 

 

 

Affidamento a Maria. La vera devozione alla Vergine santa

 

[105] Scoperte e condannate le false devozioni alla Vergine santa, bisogna definire brevemente quella vera. [3] Essa è:

  1. interiore;
  2. tenera;
  3. santa;
  4. costante;
  5. disinteressata.

 

[106] 1) La vera devozione a Maria è interiore; parte, cioè, dalla mente e dal cuore; deriva dalla stima che si ha di lei, dall’alta idea che ci si forma delle sue grandezze e dall’amore che le si porta.

 

1. Dalla storia alla spiritualità.
2 febbraio mattina

 

 

Dal mondo quotidiano. La tempesta (Branduardi)

 

 

Non c’è più vento per noi

tempo non ci sarà

per noi che allora cantavamo

con voci così chiare.

Non c’è più tempo per noi

vento non ci sarà

per noi che abbiamo navigato quel mare così nero

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

Non c’è più vento per noi

tempo non ci sarà

per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.

Si alzerà il vento per noi

tempo per noi sarà

il nostro viaggio, l’ha guidato la mano del destino

ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà

Un vento poi soffierà dentro le nostre vele

qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa.

Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele

perché la rotta giusta solo il Signore la sa.

 

Non c’è più vento per noi

tempo non è per noi

che nella notte senza luce misuravamo il mare.

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

Un vento poi soffierà dentro le nostre vele

qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa.

Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele

perché la rotta giusta solo il Signore la sa.

 

Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.

 

 

 

Invocazione dello Spirito Santo più intimo a noi di noi stessi

Costituzioni salesiane. Lo spirito salesiano

 

  1. Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l’ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano.

Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio.

 

  1. Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre.

Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l’urgenza del Regno che viene; l’atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepoli nell’unità della comunione fraterna.

 

Brani biblici. Dio è luce

 

5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. 6Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. 8Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. 9Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 10Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

 

1 Giovanni 1

 

Vedi Cantico dei Cantici 2,8-17

 

 

Meditazione. Abbandono eroico e carità sacerdotale

Accenni al 1500-1600 nell’area francese-savoiarda

 

Francesco di Sales nasce il 21 agosto 1567 nel castello di Sales, vicino a Thorens, in Alta Savoia.

 

Politicamente, Francesco viene alla luce in uno stato-cuscinetto, sorto appena otto anni prima quando, con la pace di Cateau-Cambrésis (1559), la Francia è obbligata dalla Spagna a sgomberare il Piemonte: quest’ultimo, infatti, è proprio confinante con la Lombardia, a quell’epoca sotto il dominio spagnolo.

Rinforzata dalla guida di Emanuele Filiberto, abile politico e comandante coraggioso, anche spostando la capitale a Torino, «la Savoia [ormai indipendente] diventa un regno di tutto rispetto nello scacchiere europeo, tanto da costituire il più grande stato dell’Italia».[4]

Diversa la tempra di Carlo Emanuele I, figlio di Emanuele Filiberto, che governerà dal 1580 al 1630, dunque per la maggior parte della vita e dell’attività di Francesco di Sales. Nel 1588 Carlo Emanuele I occupa il marchesato di Saluzzo, si inoltra in Provenza e pretende di farsi riconoscere re di Francia, in quanto cugino di Enrico III, sovrano assassinato.

Le sue conquiste gli vengono ritolte da Enrico IV che, solo nel 1601, con il trattato di Lione, gli cede Saluzzo e lo Chablais, ottenendo in cambio le terre dei Savoia al di là del Rodano: Bresse, Valromey, Bugey e Gex. La grande diocesi di Ginevra si estende ed esercita la giurisdizione canonica anche su queste regioni, dove la presenza del calvinismo è ridotta quasi alla clandestinità: si comprende pertanto l’interesse di Francesco di Sales a mantenere buoni rapporti con la corona francese. Più volte, nel corso del suo ministero episcopale,[5] accetterà il difficile compito di mediatore tra i sovrani francesi e quelli savoiardi, come quando – tra il 1618 e il 1619 – accompagnerà a Parigi il giovane cardinale Maurizio di Savoia a chiedere la mano della sorella di Luigi XIII, Cristina di Francia, per il fratello, il principe Vittorio Amedeo, figlio del duca Carlo Emanuele di Savoia; o come quando – nel 1622 – poco prima di morire – si recherà ad Avignone, dove Carlo Emanuele I gli aveva chiesto di accompagnare la Corte dei Savoia per felicitarsi con Luigi XIII della sua vittoria sui protestanti del Sud e per concludere con lui un’alleanza che verrà effettivamente sancita nel 1623 tra la Francia, la Savoia, la Svizzera e Venezia.[6]

Esprimeremo gli aspetti fondamentali del contesto culturale man mano che torneremo ad accennare, nel prossimo capitoletto, allo sviluppo della vita di Francesco di Sales.

 

A livello ecclesiale e spirituale,[7] non si può capire buona parte di Francesco di Sales senza accennare almeno lontanamente alla Riforma, soprattutto calvinista, con cui si confronterà per una vita intera; alle possibili cause della Riforma luterana e calvinista, alla risposta della Chiesa a queste sollecitazioni.

Lo storico Giacomo Martina presenta la questione della riforma attraverso una domanda aperta, che ci accompagna verso orizzonti ancora più vasti della vita intra ed extra ecclesiale (se questa distinzione non è anacronistica). Ci si interroga sulle

cause che a poco a poco, a partire dall’inizio del Trecento, preparano la crisi del Cinquecento. Chi aveva ragione, Adriano VI, e soprattutto il cardinal Madruzzo, che, riconoscendo umilmente le colpe dei cattolici e la corruzione della curia, addossavano alla Chiesa, alla curia, ai cattolici in genere la maggiore responsabilità nella genesi della rivolta protestante, o il cardinal Campeggi, che già allora respingeva questa tesi, sostenendo che nessun abuso morale può giustificare un cambiamento del dogma?[8]

Anche la spiritualità di un santo, di un popolo è incarnata in un’epoca. Questi interrogativi ci fanno presagire Francesco impegnato sia nel tentativo di conversione alla verità cattolica da parte dei calvinisti, ma anche in tutti gli sforzi per il riordinamento della diocesi. Solo un fatto tra i tanti: nonostante tutta la buona volontà, Francesco di Sales non riuscirà mai ad aprire un seminario per la diocesi di Ginevra con sede ad Annecy.

È sempre Giacomo Martina ad offrirci una sintesi di questo periodo riguardante tre aspetti: 1. I cristiani in genere e la loro presenza nella società 2. Il difficile rapporto tra Chiesa e Stato 3. La Chiesa in quanto tale.

  1. La società è ufficialmente cristiana. L’ambiente, le strutture sociali, la legislazione, i costumi, tutto è o vorrebbe essere ispirato ai princìpi cristiani (che in realtà sono interpretati in modo conforme alla mentalità del tempo, spesso in molti tratti ben lontana dal genuino spirito evangelico). Dalla nascita alla morte gli uomini incontrano nella loro vita consuetudini cristiane, e sono sorretti e quasi guidati passo passo da queste strutture confessionali. La società in se stessa prende la sua ispirazione dalla religione.
  2. La Chiesa è soggetta a molte e pesanti catene. Lo Stato riconosce a malincuore l’esistenza di un’altra società, che si proclama indipendente nei suoi confronti, dotata di prerogative e di diritti che non traggono origine da una concessione statale: evitando per lo più inutili discussioni teoriche, lo Stato, col pretesto di tutelare la Chiesa, di difenderla da ogni pericolo e di assicurare l’efficacia del suo apostolato, la sottopone a pesanti controlli in tutta la sua attività, che finisce per essere in molti casi paralizzata e quasi soffocata. La Chiesa ha perso gran parte della sua libertà: le catene che la legano sono d’oro, ma per questo non cessano di essere catene.
  3. La Chiesa è appesantita da uno spirito terreno, mondano: vescovi, abati, monsignori ambiscono ricchezze e onori, la curia romana non vuole essere inferiore alle altre corti per ricchezza e lusso. Gli ecclesiastici godono di numerosi privilegi che la società riconosce loro, e, scambiando i mezzi col fine, finiscono per considerarli non come condizioni o mezzi idonei ad assicurare meglio l’adempimento della propria missione spirituale, ma come un vantaggio personale. La pastorale si fonda largamente sulla costrizione, l’autorità sul prestigio ispirato dalla pompa: l’umiltà e la povertà sono poco apprezzate.[9]

Francesco vive dunque all’interno del travagliato contesto politico, culturale ed ecclesiale dell’alta Savoia,[10] con anche numerosi intrecci sia con la Francia, sia con la Savoia italiana, sia con lo stato pontificio. La bibliografia storiografica a riguardo della spiritualità del tempo è ampia.[11] Per una ricognizioni sugli aspetti culturali, si veda anzitutto il volume curato da Rioux e Sirinelli.[12]

 

Ancora sulla vita e le opere di Francesco di Sales

 

San Francesco di Sales nasce nel castello di Sales (Alta Savoia) il 21 agosto 1567 e muore a Lione il 28 dicembre 1622. Viene ordinato sacerdote il 18 dicembre 1593 e vescovo di Ginevra l’8 dicembre 1602. È stato beatificato nel 1661, canonizzato da Alessandro VII nel 1665, proclamato Dottore della Chiesa da Pio IX il 7 luglio 1877[13] ed eletto patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici il 26 gennaio 1923 da parte di Pio XI, attraverso l’enciclica Rerum omnium.[14] Si veda anche, per un primo, ma molto significativo accostamento alla figura di Francesco di Sales nella sua completezza, la catechesi a lui dedicata da parte di Benedetto XVI.[15]

 

L’esistenza e la fortuna di Francesco di Sales possono essere descritte a partire dalla distinzione in vari periodi della sua vita. Possiamo vedere Francesco giovane studente a La Roche, Parigi e Padova; Francesco che viene ordinato sacerdote ed è ardente ritratto del Buon Pastore nella delicata e pericolosa missione nel Chiablese, in mezzo ai calvinisti; Francesco vescovo, direttore spirituale e co-fondatore – assieme alla madre di Chantal – dell’ordine religioso della Visitazione. Metodologicamente, prima affronteremo una veloce narrazione della vita di Francesco, accompagnata dal confronto con i più importati avvenimenti politici, culturali, religiosi ed ecclesiali del tempo.[16] In seguito affronteremo alcuni nodi particolarmente importanti e decisivi sia per la sua formazione, sia per il suo apostolato come sacerdote, direttore spirituale e vescovo.

 

Il giovane Francesco viene innanzitutto formato dai genitori, che pensavano al loro figlio primogenito come ad un cattolico fervente ed un perfetto gentiluomo del suo tempo. Tutta l’organizzazione degli studi, i vari passaggi che seguiranno, andranno in questa direzione, in realtà da loro concepita come unitaria, secondo lo spirito del tempo.

Nel 1567, mentre il 21 agosto Francesco nasce e il 28 dello stesso mese viene battezzato, contemporaneamente san Tommaso d’Aquino viene proclamato «dottore della Chiesa» da papa Pio V. In realtà scopriremo tra poche pagine la differenza piuttosto profonda tra l’umiltà e la frescezza del pensiero originario di san Tommaso d’Aquino e quello decadente e pessimista dei tomisti dell’epoca. Nello stesso anno, con la bolla ex omnibus afflictionibus Pio V ratifica la condanna attuata dalla Sorbona a riguardo del pensiero del teologo lovaniense Michele Baio, che sosteneva l’impotenza della natura umana di fronte alla grazia e l’ottimismo nei confronti della natura umana nel suo «stato originale».

A livello politico ed ecclesiale, nel 1571, mentre Francesco sta ancora vivendo con la sua famiglia, Pio V promuove una «lega santa» con Venezia, Spagna, Savoia, Genova, Toscana e ordine di Malta per combattere i Turchi a Cipro. La vittoria di Lepanto (7 ottobre) ferma l’espansione ottomana nel Mediterraneo.

1572, 24 agosto: viene perpetuata la strage degli ugonotti francesi da parte dei cattolici nella notte di san Bartolomeo. Possiamo lasciare ancora spazio alle riflessioni storiografiche dell’una e dell’altra parte per capirne meglio la portata, le motivazioni, le conseguenze. Ma certamente il fatto stesso di punire con la spada un’intera popolazione, perché di “fede” diversa, rivela molto a riguardo della mentalità sociale, politica e soprattutto ecclesiale del tempo e la quale è stata proposta anche a Francesco di Sales. Il quale risulterà profondamente rivoluzionario sia nella mentalità, nei metodi, nei risultati.

Intanto Francesco, compiendo i sei anni, l’età in cui è possibile cominciare a studiare con un po’ di serietà, mette sul tavolo involontariamente l’opzione (sostenuta dalla madre) di rimanere al castello, che si scontra con quella del padre il quale, anche rimproverando la  moglie per l’eccessiva mollezza,[17] vorrebbe che loro figlio fosse allevato in una scuola più regolare, confrontarsi con altri compagni e docenti, allontanarsi insomma da quella specie di bolla di amore che si era creata al castello: suo figlio, in fondo, non poteva nemmeno rischiare lontanamente di essere uno sdolcinato incapace di prendersi le necessarie responsabilità della vita di un nobile!

Nel 1574, Teodoro Beza, successore di Calvino a Ginevra, pubblica il trattato Sui diritti dei magistrati, nel quale sostiene il diritto-dovere di resistere al sovrano in caso di violazione dei principi religiosi e legislativi. Da parte cattolica e comunque dal sentire comune dell’epoca, questo principio non era allora ammesso e veniva fortemente osteggiato.

Complice l’assenso e il desiderio dello stesso Francesco e con l’aiuto dei cugini, che frequenteranno inizialmente le stesse scuole, il padre ebbe la meglio. Così, tra il 1573 e il 1574 Francesco iniziò la sua avventura scolastica: La Roche (fino al 1575, con i due anni di grammatica inferiore); Annecy (1575, fino ad una data compresa tra il 1578 e il 1582, in cui respirò i suoi primi influssi dell’umanesimo che – nato in Italia – si era propagandato fino a Parigi); Parigi (fino al 1588); Padova (con la laurea in Diritto civile ed ecclesiastico nel 1591). Da sottolinearsi, innanzitutto a livello di clima storico-politico, le guerre di religione, a cui solo Enrico IV di Borbone – subentrato nel 1589 ad Enrico III di Navarra, che fu assassinato – diventato cattolico, mette fine alle guerre di religione in Francia (1893). Alcuni aspetti che non si possono tralasciare, a livello di personalità e di spiritualità salesiana (iniziale, con grandi fatiche e drammi), potrebbero essere: la generosità, allora nascente, ma che già raggiunge livelli eroici; l’incontro con un molto più ampio e complesso di quello familiare a cui era abituato; un ottimismo – in base al quale verrà contraddistinto e sempre ricordato – che si costruisce non su basi illusorie o semplicemente ingenue, ma passa attraverso almeno due crisi causate da gravi malattie che lo debilitarono fisicamente e psicologicamente e misero a dura prova la sua fede e che lo portano letteralmente sull’orlo della tomba; la direzione spirituale ricevuta in dono: per lui padre Antonio Possevino, padre Filippo Gesualdi, gli scritti di padre Lorenzo Scupoli sono veramente dei riferimenti a cui affida l’interezza della propria esistenza.

In conclusione al Dottorato padovano, tornando in famiglia a La Thuille (25 febbraio 1592), il padre aveva preparato per lui tre doni, in funzione della cura della famiglia, della madre e dei fratelli con tutto ciò che era stato conquistato e conservato a caro prezzo: una preziosa e ben fornita biblioteca, tutti i documenti necessari per entrare a far parte dei senatori savoiardi che avevano sede a Ginevra ed una giovane e brava fidanzata. Le speranze della famiglia e soprattutto del padre anziano erano tutte riposte su di lui.

In realtà, varie circostanze, tra cui la fiducia illimitata in Francesco da parte del vescovo di Ginevra ancora residente ad Annecy, lo aiutarono a realizzare il progetto a cui si sentiva chiamato di servizio a Dio e alla Chiesa attraverso il sacerdozio. Il padre, ad un certo punto, non potè che cedere.

Il 18 dicembre 1593 ricevette dal suo vescovo, Monsignor de Granier, l’ordinazione sacerdotale, insieme poi alla carica di capo dei canonici della diocesi.

Nell’estate del 1594 il duca di Savoia e il vescovo di Granier si trovano concordi, ormai concluse le guerre di religione, nel ricominciare l’evangelizzazione cattolica in particolare della regione del Chiablese. Fu chiesto a Francesco questo pericoloso e delicato servizio e lui non rifiutò, da una parte tenendo alta la dialettica missionaria, sicuro di essere nel giusto, d’altra parte agendo con lo stile della carità, della mansuetudine e soprattutto del dialogo aperto e sincero. È di questo periodo la composizione e l’utilizzo delle Controversie, giunte a noi finalmente in un forma dotata di una certa sicurezza grazie al lavoro delle sorelle Visitandine e all’assistenza di padre Mackey.[18]

Attraverso il contributo di Francesco, alcuni importanti personaggi dello Chablais abiurano il calvinismo (1596). In ottobre, Papa Clemente VIII chiede a Francesco che provi a convertire Teodoro Beza, successore di Calvino nella guida della Ginevra calvinista. In effetti, durante l’anno successivo, questi incontri avverranno, ma non produrranno l’effetto sperato, nonostante la positività dell’andamento dei dialoghi.

Il 1598 è particolarmente importante a livello sia politico che religioso, in quanto viene stipulato l’Editto di Nantes, attraverso il quale Enrico IV, pur riconoscendo il cattolicesimo quale religione di stato, assicura agli ugonotti libertà di coscienza e di culto (tranne che nella capitale Parigi) e parità di diritti civili. Nello stesso tempo, Francesco compone, in polemica con i calvinisti, la Difesa del vessillo della santa Croce.[19] In novembre cade in una grave malattia e verso fine anno inizia il viaggio a Roma per la visita ad limina per conto del suo vescovo, ormai anziano ed ammalato, oltreché deciso, dopo la sua morte, a lasciare a Francesco la guida della diocesi. Infatti la visita a Roma non rimane solo formale: il 22 marzo dell’anno successivo Clemente VIII esamina la preparazione di Francesco prima di nominarlo vescovo. Presenti anche i cardinali Bellarmino, Federico Borromeo, Baronio, Borghese.

L’anno 1602 è particolarmente intenso. Anzitutto viene inviato in un viaggio a Parigi per questioni giuridiche da trattare con il re. A livello di fede e di ministero, all’interno del «circolo Acarie» incontra le figure spirituali più prestigiose di quel momento. Il 14 aprile: predica davanti al re Enrico IV, punto più alto di un ministero religioso nato con i presupposti di una missione solo politica. In settembre: apprende la morte del vescovo suo predecessore, torna in fretta ad Annecy e l’8 dicembre avviene la sua consacrazione episcopale.

Mentre viene riconosciuto ed apprezzato il suo zelo nella riforma della diocesi, avvicinandosi il più possibile ai dettami del concilio di Trento (1545-1563), si afferma sempre più la sua capacità di predicatore, colui che parla «cuore a cuore» anche ad ogni singolo di una possibile folla presente in una grande cattedrale.

In effetti, le predicazioni a Digione nella quaresima dell’anno 1604 sono particolarmente importanti, sia per il benefico effetto sulla popolazione, sia per l’inaspettato quanto provvidenziale incontro con la vedova Giovanna Francesca Frémyot de Rabutin de Chantal (1572-1641), con la quale ci fu un intenso scambio di lettere di direzione spirituale[20] e grazie alla quale collaborazione fu fondato l’Ordine della Visitazione (1611).

Nel 1607, Francesco viene anche interpellato da parte del papa Paolo V (1552-1621) e offre il suo contributo per un’equilibrata soluzione a riguardo della questione sulla grazia, tanto dibattuta a quel tempo sia all’interno della Chiesa cattolica, sia in riferimento allo scisma protestante. Ecco che, anche grazie alla posizione mediatrice di Francesco (che nel periodo parigino e padovano aveva tanto sofferto a causa di posizioni errate di alcuni teologi), viene ufficialmente «congelata» e rimandata a tempi più sereni la controversia De auxiliis che vedeva contrapporsi soprattutto il pensiero del gesuita Luis de Molina (1535-1600), che – con i suoi discepoli – accentuava il ruolo della libertà umana di fronte a Dio, a quello del domenicano Domingo Bañez (1528-1604), che aveva dato il via ad una scuola di pensiero in cui si sottolineava il primato della grazia divina di fronte alla miseria umana.

Nello stesso anno troviamo la testimonianza, in una lettera alla signora di Chantal, del progetto di scrivere una vita di «Santa Carità».[21] Con tutti gli adattamenti del caso troviamo qui esposta la prima testimonianza che parla del futuro capolavoro teologico di Francesco: il Teotimo.

Nel gennaio del 1609 avviene la pubblicazione della Filotea, con la presenza però di molti errori. Francesco sarà soddisfatto e riconoscerà solo l’edizione del 1619.

Durante il 1610, Enrico IV promuove una vasta alleanza antiasburgica (coinvolgendo anche la Savoia) e viene ucciso da un fanatico cattolico; nello stesso tempo Galileo pubblica il Sidereus nuncius, ove appoggia le teorie copernicane; nello stesso periodo di questi avvenimenti di valenza mondiale, nella pace di un’umile costruzione (la casa «de la Galerie») sul limitare di Annecy, il 6 giugno 1610 inizia il noviziato delle prime fondatrici della visitazione, guidate soprattutto dal loro vescovo Francesco e dal carisma della madre di Chantal. Esattamente un anno dopo avviene la loro prima professione.

Gli anni successivi sono dedicati sia alla cura della sua diocesi, al sostegno paterno nei confronti delle visitandine (che cominciano ad espandersi in varie città della Francia) e alla predicazione.

Nel 1616, mentre il Sant’Uffizio ammonisce Galileo per le sue teorie copernicane, san Francesco di Sales pubblica finalmente il Trattato dell’amor di Dio.[22]

Il 1618 è l’anno in cui inizia la terribile guerra dei Trent’anni; intanto Francesco continua la sua opera di mediatore politico-religioso raggiungendo il cardinale Maurizio di Savoia che sta andando a Parigi per chiedere la mano di Cristina di Francia a favore del fratello Vittorio Amedeo, principe di Savoia. Ed inoltre, il 16 ottobre, la Visitazione viene eretta a ordine religioso.

Nel 1619 vediamo il mondo sociale ancora più sconvolto: si sviluppa, in particolare all’interno dei paesi mediterranei, una crisi economica di grande portata, con intenso calo produttivo, riflusso demografico, deflazione monetaria. A Francesco, intanto, viene proposto più volte di diventare coadiutore del vescovo di Parigi, ma rifiuta sempre. E il 1 maggio abbiamo la fondazione del primo monastero della Visitazione a Parigi.

Il 1620 è segnato dal seguitare degli scontri tra cattolici e protestanti, in particolare merita di essere segnalato l’episodio in cui gli abitanti cattolici della Valtellina uccidono molti protestanti («sacro macello»).

Francesco muore il 28 dicembre 1622 e il 24 o 29 [???] gennaio avviene la traslazione del corpo ed i funerali ad Annecy.

 

Si è consapevoli che alcune questioni sfuggono a questo racconto, pur necessario, fatto di date e di avvenimenti. La scelta che vorremmo fare sarebbe quella di indicare alcune problematiche e questioni particolari che potrebbero essere evidenziate, suggerendo uno spunto bibliografico a vantaggio di chi volesse approfondire questi aspetti:

  • Crisi psico-fisico-spirituali e questione sulla predestinazione;[23]
  • Missione presso i calvinisti;[24]
  • Conoscenze a Parigi;[25]
  • Come Vescovo di Ginevra, con sede nell’Alta Savoia di Annecy, diviene uno degli intermediarii politico-religiosi tra Parigi e Torino;[26]
  • L’incontro con Giovanna di Chantal e la Visitazione;[27]
  • Accenni sul futuro possibile influsso sul semi-quietismo e nascente giansenismo.[28]

 

 

Testi significativi

 

L’atto di abbandono eroico

 

 

Qualsiasi cosa accada, Signore, voi che tenete tutto nelle vostre mani, voi le cui vie sono tutte di giustizia e di verità; qualsiasi cosa abbiate decretata riguardo a me nel segreto eterno della vostra predestinazione e della vostra riprovazione, voi i cui giudizi sono un abisso immenso, voi che siete un Giudice sempre giusto e un Padre misericordioso, io vi amerò, Signore, almeno in questa vita. Almeno in questa vita, Signore,  vi amerò, se non mi è concesso di amarvi nell’eternità.[29]

Quidquid sit, o Domine, in cujus manu cuncta sunt posita et cujus omnes viæ justitia et veritas; quidquid de illo æterno prædestinationis ac reprobationis arcana cujus judicia abyssus multa circa me statutum a te fuerit, qui semper es justus Judex et misericors Pater, diligam te, Domine, saltem in hac vita, si diligere non dabitur in aeterna; et saltem, te hic amabo, o Deus meus, et in misericordia tua semper sperabo, et semper adjiciam super omnem laudem tuam , quidquid in oppositum angelus Satanæ suggerere non desinat. O Domine Jesu, tu eris semper spes mea et salus mea in terra viventium. Si meis exigentibus meritis maledictus de maledictorum numero sum futurus qui faciem tuam suavissimam non videbunt, da mihi saltem ut ex numero eorum non sim qui maledicent nomini sancto tuo.

Revu sur le texte inséré dans le IId Proces de Canonisation.[30]

 

 

Il primo discorso ai canonici di Annecy e alla presenza del vescovo de Granier

 

Alla fine di dicembre 1593 Francesco pronuncia il suo discorso-programma[31] dinanzi ai canonici riuniti, una specie di «discorso della corona» in relazione alla presa di possesso della sua nuova carica: la carica più alta tra i canonici e minore solo a quella del vescovo.

Prima che il discorso abbia inizio, un rimescolio, tutti si alzano: arriva il vescovo de Granier, il quale, per delicatezza, è solito non intervenire nelle riunioni del capitolo: questa volta, l’intenzione è chiara: vuol fare onore – il massimo onore – a Francesco, il quale si sente più commosso che mai. Dichiara apertamente che ha dovuto superare uno stato di «angoscia» considerando la propria pochezza, ma che la bonomia dei presenti, la generosità del Presule, gli restituiscono il coraggio. Inizia il suo dire in un modo che lo rivela tutto intero:

«Dio, che mi hai innalzato a questa dignità, proteggimi sempre con la tua potenza, affinché io eviti qualsiasi peccato nell’esercizio del mio ufficio, e il compimento delle tue leggi cosi giuste sia movente e regola dei miei pensieri, delle mie parole e delle mie azioni».

È, quanto mai, un discorso «salesiano». Umile, garbatissimo, decisivo. Si divide in due parti: la prima, senza parere, prepara la seconda.

L’oratore insiste sul tema della propria giovinezza e insufficienza per governare un’assemblea cosi valida e lo fa a ragion veduta: infatti, nella seconda parte, il suo discorso dovrà farsi imprevisto e sconvolgente. Egli segna ora bene le distanze e proclama la propria inferiorità per non apparire, poi, presuntuoso e temerario: messo a posto l’accertamento della sua pochezza, fra mezz’ora annuncerà un programma di rinnovamento e di conquista che lascerà attonito chi non lo conosce. Lui, grande ragazzo di ventisei anni, traccerà una linea di fuoco anche per quelle vite che volgono già al crepuscolo.

«Ma tranquillizzatevi. Ricordatevi, vi prego, e considerate che Dio sceglie comunemente ciò che esiste di più infimo e di più infermo in questo mondo per confondere ciò che è forte, e che, generalmente, dalla bocca dei bambini e dei lattanti trae la sua lode più perfetta, cosi che noi gli riconduciamo più facilmente “i beni che procedono tutti da Lui”. Oh supremo protettore dei piccoli, tu puoi dalle pietre suscitare i figli di Abramo…

Ripeterò, dunque, in tutta sincerità, benché in una condizione diversa e tanto più misera, ciò che disse il più saggio degli uomini: “Sono l’essere più insensato e non possiedo la saggezza degli uomini; non ho imparato la saggezza, non conosco la scienza dei Santi”; ma, subito dopo, rialzerò l’anima mia con David: “Perché non ho conosciuto le lettere, entrerò nella potenza del Signore”. Ciò vuol dire che, per i miei talenti e il mio conoscimento, sono debolissimo, ma fonderò tutte le mie speranze in Colui che è potente per rendere eloquente la lingua dei bambini…».

Del resto, l’accettazione della nuova carica da parte di Francesco è basata sopra una dinamica intima che egli rivela apertamente: egli «si rimette» al giudizio e alla volontà definitiva dei suoi colleghi. Se questi non lo gradiranno; egli sarà ben lieto di rinunciare: se lo accetteranno, prenderà questo atto della loro bonomia come un comando e come un impegno per lui. «Intanto – dice – oso ricordarvi che, se mi accettate, assumete contemporaneamente il dovere di sostenere la mia incapacità».

C’è, dunque, un rovesciamento: la nomina è venuta dall’alto, e Francesco china la testa: tuttavia suggerisce ai confratelli una scappatoia: si pronuncino essi contro la inettitudine di lui, egli lascerà libero il suo stallo.

Quali sono –  ci domandiamo noi – gli uomini ai quali si rivolge, e in qual modo reagiscono? Gli ascoltatori si potrebbero suddividere in quattro gruppi: fautori, ammiratori, amici, scontenti.

Le tre prime categorie, evidentemente, s’identificano: è questione di una gradazione di favore: la quarta è quella alla quale Francesco fa appello: non, dunque, umiltà apparente, formale, da parte del «Prévôt», bensì sostanziale…

Mentre i presenti ascoltano la «harangue», si contano reciprocamente, s’intende, in un perfetto silenzio mentale: si conoscono bene, e il risultato del conteggio è, più o meno, questo: due terzi sono di fautori-ammiratori-amici, un terzo è di scontenti. Secondo Francesco dovrebbero essere questi ultimi a decidere se egli dovrà restare o meno.

Intanto, la «harangue» continua e l’oratore scivola con disinvoltura dalla prima parte alla seconda: e a questo punto, rivela il programma della propria «prepositura». Se dicesse ai canonici di Ginevra-Annecy: «Varcheremo l’Oceano, ci trasferiremo nelle Indie Occidentali per conquistare e condurre a Dio tutti i popoli che le abitano», direbbe forse una utopia minore di quella che sta per dire: egli dice semplicemente: fratelli venerati, io vi suggerisco e vi chiedo il proposito di ricuperare Ginevra.

 

«È per mezzo della carità che dobbiamo smantellare le mura di Ginevra, per mezzo della carità invaderla, recuperarla.  Questa idea mi conduce insensibilmente e di per se stessa alla seconda parte del mio discorso.

Non vi propongo né il ferro, né quella polvere, il cui odore e sapore ricordano la fornace infernale; non organizzo uno di quei campi nei quali i soldati non hanno fede né religione. Che il nostro campo sia il campo di Dio le cui trombe fanno risonare con accenti pieni di dolcezza, questo inno: “Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti”. È in questo campo, o validi compagni di armi, che fisserete i vostri sguardi; e ciò che la vostra fedeltà deve a Dio, alla Patria, ai vostri altari e ai vostri focolari, quando l’occasione si presenterà, fatelo, mostratelo, attuatelo. Voi intravedete finalmente, penso, tutta l’ampiezza del piano che vi propongo per riconquistare Ginevra.

Volete un metodo facile per espugnare d’assalto una città? Vi prego d’impararlo dall’esempio di Oloferne. Assediando Betulia, taglia l’acquedotto e pone sotto guardia tutte le fontane. La sete tortura i poveri assediati sì che sono costretti ad arrendersi.

Anche noi, vi scongiuro, usiamo il metodo di cui lui ci ha dato esempio… C’è un acquedotto che alimenta e rianima, per così dire, tutte le razze degli eretici: sono gli esempi dei preti perversi, le azioni, le parole, in sostanza, l’iniquità di tutti, ma in particolare degli ecclesiastici. È per causa nostra che il nome di Dio viene bestemmiato giorno per giorno tra le nazioni, e con piena ragione il Signore se ne lamenta amaramente per mezzo dei suoi profeti. Ecco l’acqua di contraddizione che soddisfa la sete bruciante degli eretici, bevanda degna davvero di coloro che la prendono.

Questa iniquità la bevono quegli uomini iniqui, cosi come sta scritto: “Bevano l’iniquità come l’acqua”».

Continuando nella sua metafora, Francesco invita ciascuno a vigilare affinché la sorgente privata dei suoi difetti rifluisca verso la scaturigine, poiché allora, sicuramente, «il Giordano tornerà indietro, e Israele uscirà dall’Egitto».

«Bisogna rovesciare le mura di Ginevra per mezzo di preghiere ardenti, e dar l’assalto della carità fraterna. È per mezzo di questa carità che debbono fare forza le nostre teste d’assalto».

Poi, il pensiero s’innalza verso la Gerusalemme celeste: «Esiste una città eterna… il Capo supremo di questa roccaforte, il Cristo Signor Nostro ne cederà le ricchezze a chi l’avrà espugnata per mezzo di quelle armi…  Il Regno dei cieli, infatti, soffre violenza e sono i violenti che lo rapiscono… Avanti, dunque, e coraggio, fratelli ottimi, tutto cede alla carità; l’amore è forte come la morte, e a colui che ama, niente è difficile.

Ci potrà forse lasciare insensibili questo dolore per un esilio… di cui i nostri peccati prolungano la durata?

Gli Israeliti si assisero sulle rive dei fiumi di Babilonia e piansero al ricordo di Sion.

Che faremo noi, canonici di Ginevra? Non siamo anche noi pellegrini ed esiliati sopra una terra straniera, quella che abitiamo?… L’esempio che Geremia ci addita di quei medesimi Israeliti ci mostra la tristezza che Ginevra, perduta per Cristo e per noi, dovrebbe ispirarci: si sono seduti per terra, i vegliardi della Figlia di Sion; hanno coperto di cenere le loro teste, si sono rivestiti di cilizi; le vergini di Giuda hanno abbassato i loro volti verso la terra» …

La trasposizione dello stato d’animo degli esuli in Babilonia è completo e la suggestione biblica è intatta: e, del resto, calza con la realtà attuale. Francesco sconfina rapidamente nel richiamo al presente: sono essi i più venerabili in Ginevra, sono essi gli anziani di Sion, e Francesco li invita alla loro parte di lacrime: e le vergini di Giuda non mancano: non sopravvivono lì, in Annecy, le umili Clarisse di Ginevra, scacciate dalla patria, e rifugiate anch’esse sulla terra d’esilio?  Saranno esse le Vergini di Giuda che abbasseranno i volti verso la terra in segno di lutto, e solleveranno le anime nella orazione.

 

 

Contemplazione poetica. Inutile anche il cantare?

 

Né che tu riesca a dire quanto[32]

di te si involi nell’oscurità

 

e torni a dire, a ridire in attesa di capirti

 

avanti ancora d’essere capito

 

se pure mai

ciò sia accaduto.

 

è la ragione del mio cantarti

Verbo, unica sostanza…

 

cantato dunque

senza speranza?

 

 

 

Affidamento a Maria. Devozione piena di fiducia

 

[107] 2) La vera devozione a Maria è tenera, vale a dire piena di fiducia nella Vergine santa, di quella stessa fiducia che un bambino ha nella propria mamma. Essa spinge l’anima a ricorrere a Maria, in tutte le necessità materiali e spirituali, con molta semplicità, fiducia e tenerezza. La spinge a rivolgersi a lei per aiuto come ad una mamma, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni cosa: nei dubbi per essere illuminato, nei traviamenti per ritrovare il cammino, nelle tentazioni per essere sostenuto, nelle debolezze per essere fortificato, nelle cadute per essere rialzato, negli scrupoli per esserne liberato, nelle croci, fatiche e contrarietà della vita per essere consolato. In poche parole, l’anima si rivolge a Maria abitualmente, in tutti questi malesseri corporali e spirituali, senza timore d’importunare questa Madre buona e di dispiacere a Gesù Cristo.

 

2. Presentiamo la Filotea,
Introduzione alla vita devota.
2 febbraio pomeriggio

 

 

Dal mondo quotidiano. Dietro casa (Einaudi)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, fonte inesauribile di gioia

 

 

Costituzioni salesiane. Ottimismo e gioia

 

  1. Il salesiano non si lascia scoraggiare dal­le difficoltà, perché ha piena fiducia nel Pa­dre: «Niente ti turbi», diceva Don Bosco.

Ispirandosi all’umanesimo di san Francesco di Sales, crede nelle risorse naturali e sopranna­turali dell’uomo, pur non ignorandone la de­bolezza.

Coglie i valori del mondo e rifiuta di gemere sul proprio tempo: ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani.

Poiché annuncia la Buona Novella, è sempre lieto. Diffonde questa gioia e sa educare alla letizia della vita cristiana e al senso della fe­sta: «Serviamo il Signore in santa allegria».

 

 

 

Brani biblici. Un comandamento nuovo

 

1Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. 2È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. 3Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. 4Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. 5Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. 6Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato. 7Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udito. 8Eppure vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera. 9Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. 10Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. 11Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi.

 

1 Giovanni 2

 

Vedi Cantico dei Cantici 3

 

 

 

Meditazione. Volare tra le fiamme senza bruciarsi le ali

 

Preghiera

Dolce Gesù,[33] mio Signore, mio Salvatore e mio Dio, mi prostro davanti alla tua maestà, per offrire e consacrare questo scritto alla tua gloria. Benedici le mie parole, affinché coloro che le leggono, ne traggano sante ispirazioni.

Imploro la tua infinita misericordia perché, mentre indico agli altri la via della devozione in questo mondo, io non sia respinto e condannato in eterno, nell’altro. Ti chiedo di cantare con essi, per sempre, quale canto di trionfo, la parola che con tutto il cuore grido: Viva Gesù, Viva Gesù!

Sì, Signore Gesù, vivi e regna nei nostri cuori per i secoli dei secoli. Così sia.

 

Prefazione

Caro lettore, se vuoi rendere felice te e me, leggi questa Prefazione.

La Fioraia Glicera sapeva variare con tanta abilità la disposizione e l’accostamento dei fiori, che, con gli stessi fiori, riusciva a comporre un numero incredibile di mazzetti diversi, tanto che il pittore Pausia, che voleva gareggiare con lei, ci rimase male e perdette il confronto, perché non gli riuscì di modificare i suoi mazzetti di fiori dipinti, quanto seppe fare Glicera con quelli reali. Allo stesso modo agisce lo Spirito Santo: dispone e accosta con tanta varietà gli insegnamenti utili alla devozione, trasmessi per mezzo della lingua e della penna dei suoi servi, in modo tale che la dottrina rimane sempre la stessa; le espressioni invece sono molto differenti a seconda dei vari modi con cui vengono esposte.

Va da sé che in questa Introduzione non posso, non voglio, né devo scrivere quello che già è stato pubblicato da quelli che mi hanno preceduto in questo campo; i fiori che ti presento, mio caro Lettore, sono gli stessi, ma il mazzetto che ne ho composto sarà diverso dagli altri, perché diverso è il criterio che ho seguito nel disporli.

Quasi tutti coloro che hanno trattato della devozione, si sono interessati di istruire persone separate dal mondo, o perlomeno, hanno insegnato un tipo di devozione che porta a questo isolamento. Io intendo offrire i miei insegnamenti a quelli che vivono nelle città, in famiglia, a corte, e che, in forza del loro stato, sono costretti, dalle convenienze sociali, a vivere in mezzo agli altri.

Costoro, molto spesso, con la scusa di una pretestuosa impossibilità, non vogliono nemmeno pensare all’eventualità di condurre una vita devota: sono convinti che, come nessun animale osa assaggiare il seme dell’erba denominata palma Christi, così nessun uomo deve tendere alla palma della pietà cristiana finché vive in mezzo agli affari terreni.

Io voglio dimostrare che, come la madreperla vive in mare senza assorbire una sola goccia d’acqua marina, e come vicino alle isole Chelidonie si trovano sorgenti d’acqua dolce in mezzo al mare, e come le pirauste volano tra le fiamme senza bruciarsi le ali; così un’anima forte e costante può vivere nel mondo senza assorbirne i veleni, può trovare sorgenti di pietà incontaminata tra le onde torbide del secolo, può volare tra le fiamme degli insani desideri terreni senza bruciarsi le ali del desiderio della vita devota.

So che è un’impresa difficile; per questo vorrei che molti vi si impegnassero con maggiore serietà e decisione di quanto non abbiano fatto finora; è vero che io sono debole, ma con questo scrittomi sforzo ugualmente di offrire un sostegno a coloro che, con cuore generoso, vorranno cimentarsi in questa impresa.

Non è per mia scelta che pubblico questa Introduzione: tempo fa, un’anima eletta e virtuosa ebbe da Dio la grazia di desiderare la vita devota; a tal fine richiese il mio aiuto. Da parte mia ero in debito con lei; già da molto tempo avevo notato in lei chiare disposizioni in proposito: presi seriamente cura di lei e dopo averla guidata attraverso tutti gli esercizi idonei a realizzare la sua aspirazione, le lasciai degli appunti scritti, perché, all’occorrenza, potesse farvi ricorso.

In seguito li diede in visione ad un religioso, persona dotta e devota, che li giudicò utili a molti altri, per cui mi spinse a pubblicarli. Non gli fu difficile convincermi, perché l’amicizia che ha per me gli dà molto ascendente sulla mia volontà e la sua saggezza gli conferisce molta autorità sulla mia opinione.

Al fine che il tutto risultasse più utile e piacevole, l’ho riveduto, e un po’ riordinato, completandolo con vari consigli e insegnamenti che ho giudicato opportuni.

Ma ho dovuto sbrigare tutto questo lavoro senza disporre di molto tempo; per questo non ci troverai nulla di ben disposto, ma soltanto un cumulo di consigli dati con semplicità, spiegati con parole chiare e facili; perlomeno è questo che avevo intenzione di fare! Per quello che concerne gli abbellimenti letterari, non ho voluto nemmeno pensarci: ho altro da fare!

Rivolgo le mie parole a Filotea: volendo mettere a disposizione di molte anime ciò che in un primo tempo avevo scritto per una sola, uso il nome comune a tutte quelle che vogliono essere devote; Filotea, infatti, vuol dire amante o desiderosa di amare Dio.

Pensando all’anima che, attraverso la devozione, aspira all’amor di Dio, ho diviso questa Introduzione in cinque parti.

Nella prima, con richiami severi e pii esercizi, cerco di portare Filotea a mutare il semplice desiderio in un fermo proposito, che, alla fine, dopo la confessione generale, porterà a compimento, con una decisa promessa di fedeltà; seguirà la santa comunione, nella quale, donandosi al Salvatore, e ricevendolo, entra felicemente nel suo santo amore.

A questo punto, per aiutarla ad avanzare più speditamente, le indico due mezzi sicuri per unirsi sempre più alla divina Maestà: i Sacramenti, per mezzo dei quali il Signore viene a farci visita, e l’orazione, con cui ci attira a sé: questa è la seconda parte.

Nella terza, le indico come debba esercitare le virtù più particolarmente efficaci al suo progresso, soffermandomi solo per dare alcuni consigli che altrove non troverebbe, tanto più cercando da sola.

Nella quarta, la conduco a scoprire qualche inganno del nemico, e le insegno a trarsi d’impaccio e a passar oltre.

Finalmente, nella quinta parte, la guidi un po’ in disparte per rinfrescarsi, per prendere il fiato e recuperare le energie; potrà così più felicemente conquistare terreno e avanzare nella vita devota.

La gente del nostro tempo è molto strana: so già che molti diranno che è compito esclusivo e di gente devota assumersi una responsabilità così impegnativa di guidare le anime in un cammino di devozione. Ci vuole più tempo di quello che può trovare un vescovo con il carico di una diocesi pesante come la mia; in più lo scrivere distoglie l’attenzione da cose molto più importanti.

Ma, caro Lettore, io ti dico con il grande san Dionigi, che spetta proprio ai vescovi guidare le anime alla perfezione, perché il loro ordine è il più alto istituito tra gli uomini, a somiglianza di quello dei Serafini tra gli Angeli. Ne consegue che il loro tempo non può essere speso meglio di così.

Gli antichi vescovi e i Padri della Chiesa erano fedeli al loro dovere almeno quanto noi e, tuttavia, non trascuravano la guida personale di molte anime che si rivolgevano a loro, come stanno a dimostrarlo le molte lettere che ci hanno lasciato. In questo imitavano gli Apostoli che, pur impegnati nella mietitura del mondo intero, raccoglievano qualche spiga, che emergeva, con un affetto tutto particolare e speciale. Chi non sa che Timoteo, Tito, Filemone, Onesimo, santa Tecla, Appia erano figli spirituali di san Paolo? Dico santa Petronilla che, come provano i dotti Baronio e Galonio, non era figlia carnale, ma soltanto spirituale, di san Pietro. E san Giovanni non scrive una delle sue lettere canoniche alla devota Eletta?

Ti confesso che la direzione spirituale è una grande fatica, ma una fatica che consola come quella dei mietitori e dei vendemmiatori, che sono contenti solo se hanno molto da fare e se sono sovraccarichi di lavoro. La direzione è una fatica che distende e dà vita al cuore; coloro che vi si dedicano, ricavano dolcezza e fanno la stessa esperienza di coloro che, nell’Arabia felice, portano una pianta di cinnamomo [da cui si estrae la cannella]. La tigre che ritrova il cucciolo lasciato dal cacciatore sul cammino, per distrarla mentre porta via gli altri dalla tana, per grosso che sia, se lo pone in groppa e l’agilità della corsa non ne risente per nulla; l’amore naturale la rende ancora più agile con quel peso.

Sarà ancor meno pesante per un cuore paterno prendersi cura di un’anima incontrata sul proprio cammino e desiderosa di perfezione, portarla tenendola stretta a sé, come fa una madre con il proprio bambino, senza che si senta appesantita da quel fardello cui vuole tanto bene.

è evidente che soltanto un cuore paterno può agire in questo modo; ed è la ragione per la quale gli Apostoli e i Pastori d’anime chiamano i loro discepoli non solo con il nome di figli, ma di figlioletti.

Aggiungo, caro Lettore, che scrivo di vita devota senza essere devoto, ma non mi manca il desiderio di diventarlo; ed è proprio questo che mi dà il coraggio di parlartene; perché, stando al detto di un grande uomo di lettere, un buon metodo per imparare è studiare, più efficace è l’ascoltare, ma l’ottimo è insegnare. Sant’Agostino scrive alla devota Fiorenza che «donare insegna a ricevere», perché insegnare è la base per imparare.

Alessandro chiese al celeberrimo scrittore Apelle di fargli un ritratto della bella Campaspe, a lui molto cara. Apelle, posto nella necessità di studiarla a lungo, mentre ne ritraeva le sembianze sulla tela, ne incideva l’amore nel cuore, e fu preso da una tale passione, che Alessandro ne ebbe pietà e gliela diede in matrimonio; e così, per amore del pittore, si privò della più cara amica che aveva al mondo. Plinio commentando l’episodio dice: «In questo caso Alessandro dimostrò una grandezza d’animo più che se avesse riportato una strepitosa vittoria».

Lettore e amico che mi leggi, sono convinto che, proprio perché sono vescovo, Dio vuole che dipinga sul cuore dei fedeli non soltanto le virtù comuni, ma anche la carissima e amata devozione; da parte mia vi pongo mano volentieri, sia per obbedire e compiere il mio dovere, sia perché nutro la speranza che, imprimendola nelle anime degli altri, anche la mia si troverà a doverla amare.

Se dovesse capitare che la divina Maestà scoprisse che me ne sono follemente innamorato, me la concederà in matrimonio per l’eternità. La bella e casta Rebecca, dando da bere ai cammelli di Isacco, ne divenne la sposa e ricevette da lui braccialetti e orecchini d’oro; allo stesso modo, dall’immensa bontà di Dio, io mi aspetto che, per il fatto che conduco le sue pecorelle alle sorgenti della devozione, faccia sua sposa la mia anima e ponga nelle mie orecchie le parole dorate del suo santo amore e nelle mie braccia la forza di attuarlo; perché è in questo che consiste la vera devozione. Io la chiedo umilmente alla Maestà di Dio per tutti i figli della Chiesa, Chiesa alla quale voglio per sempre sottomettere i miei scritti, le mie azioni, le mie parole, i miei progetti, i miei pensieri.

Annecy, giorno di santa Maddalena, 1609

 

 

Contemplazione poetica. Nel canto

 

La vita che mi hai ridato

ora te la rendo

nel canto.

 

 

Affidamento a Maria. Devozione vera e santa

 

[108] 3) La vera devozione a Maria è santa, cioè conduce l’anima ad evitare il peccato e ad imitare le virtù della Vergine, in modo particolare le dieci virtù principali della santissima Vergine: umiltà profonda, fede viva, obbedienza cieca, orazione continua, mortificazione universale, purezza divina, carità ardente, pazienza eroica, dolcezza angelica e sapienza divina.

3. La vera e schietta devozione nella Filotea.
3 febbraio mattina

 

 

Dal mondo quotidiano. Mani (MGS)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, Luce di verità

 

 

Costituzioni salesiane. L’oratorio di Don Bosco criterio permanente

 

  1. Don Bosco visse una tipica esperienza pastorale nel suo primo oratorio, che fu per i giovani casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria.

Nel compiere oggi la nostra missione, l’esperienza di Valdocco rimane criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e opera.

 

 

Brani biblici. Avete vinto il Maligno

 

12Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono stati perdonati i peccati in virtù del suo nome.

13Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da principio. Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il Maligno. 14Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre. Ho scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da principio. Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi e avete vinto il Maligno.

15Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; 16perché tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita – non viene dal Padre, ma viene dal mondo. 17E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!

18Figlioli, è giunta l’ultima ora. Come avete sentito dire che l’anticristo deve venire, di fatto molti anticristi sono già venuti. Da questo conosciamo che è l’ultima ora. 19Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri. 20Ora voi avete ricevuto l’unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza. 21Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità. 22Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. 23Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.

24Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. 25E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.

26Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingannarvi. 27E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma, come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito.

28E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo avere fiducia quando egli si manifesterà e non veniamo da lui svergognati alla sua venuta. 29Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui.

 

1 Giovanni 2

 

Vedi Cantico dei Cantici 4,1-5,1

 

Meditazione. Sino alla ferma risoluzione di vivere devotamente

 

PRIMA PARTE

Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l’anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla[34]

 

Capitolo I

DESCRIZIONE DELLA VERA DEVOZIONE

 

Mia cara Filotea, tu vorresti giungere alla devozione perché sai bene, come cristiana, quanto questa virtù sia accetta a Dio: ma, siccome i piccoli errori commessi all’inizio di qualsiasi impresa, ingigantiscono con il tempo e risultano, alla fine, irreparabili o quasi, è necessario, prima di tutto, che tu sappia che cos’è la virtù della devozione. Di vera ce n’è una sola, ma di false e vane ce ne sono tante; e se non sai distinguere la vera, puoi cadere in errore e perdere tempo correndo dietro a qualche devozione assurda e superstiziosa.

Arelio dava a tutti i volti che dipingeva le sembianze e l’espressione delle donne che amava; ognuno si crea la devozione secondo le proprie tendenze e la propria immaginazione. Chi si consacra al digiuno, penserà di essere devoto perché non mangia, mentre ha il cuore pieno di rancore; e mentre non se la sente di bagnare la lingua nel vino e neppure nell’acqua, per amore della sobrietà, non avrà alcuno scrupolo nel tuffarla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia.

Un altro penserà di essere devoto perché biascica tutto il giorno una filza interminabile di preghiere; e non darà peso alle parole cattive, arroganti e ingiuriose che la sua lingua rifilerà, per il resto della giornata, a domestici e vicini.

Qualche altro metterà mano volentieri al portafoglio per fare l’elemosina ai poveri, ma non riuscirà a cavare un briciolo di dolcezza dal cuore per perdonare i nemici; ci sarà poi l’altro che perdonerà i nemici, ma di pagare i debiti non gli passerà neanche per la testa; ci vorrà il tribunale.

Tutta questa brava gente, dall’opinione comune è considerata devota, ma non lo è per niente.

Ricordi l’episodio degli sgherri di Saul che cercano Davide? Micol li trae in inganno mettendo nel letto un fantoccio con gli abiti di Davide, e fa loro credere che Davide è ammalato. Così molti si coprono di alcune azioni esteriori, proprie della santa devozione e la gente crede che si tratti di persone veramente devote e spirituali; ma se vai a guardar bene, scopri che sono soltanto fantocci e fantasmi di devozione.

La vera e viva devozione, Filotea, esige l’amore di Dio, anzi non è altro che un vero amore di Dio; non un amore genericamente inteso. Infatti l’amore di Dio si chiama grazia in quanto abbellisce l’anima, perché ci rende accetti alla divina Maestà; si chiama carità, in quanto ci dà la forza di agire bene; quando poi è giunto ad un tale livello di perfezione, per cui, non soltanto ci dà la forza di agire bene, ma ci spinge ad operare con cura, spesso e con prontezza, allora si chiama devozione. Gli struzzi non possono volare, le galline svolazzano di rado, goffamente e rasoterra; le aquile, le rondini e i colombi volano spesso, con eleganza e in alto.

Similmente i peccatori non riescono a volare verso Dio, ma si spostano esclusivamente sulla terra e per la terra; le persone dabbene, che non possiedono ancora la devozione, volano verso Dio per mezzo delle buone azioni, ma di rado, con lentezza e pesantemente; le persone devote volano in Dio con frequenza, prontezza e salgono in alto.

A dirlo in breve, la devozione è una sorta di agilità e vivacità spirituale per mezzo della quale la carità agisce in noi o, se vogliamo, noi agiamo per mezzo suo, con prontezza e affetto. Ora, com’è compito della carità farci praticare tutti i Comandamenti di Dio senza eccezioni e nella loro totalità, spetta alla devozione aggiungervi la prontezza e la diligenza. Ecco perché chi non osserva tutti i Comandamenti di Dio non può essere giudicato né buono né devoto. Per essere buoni ci vuole la carità e per essere devoti, oltre alla carità, bisogna avere grande vivacità e prontezza nel compiere gli atti.

Siccome la devozione si trova in grado di carità eccellente, non soltanto ci rende pronti, attivi e diligenti nell’osservare tutti i Comandamenti di Dio; ma ci spinge inoltre a fare con prontezza e affetto tutte le buone opere che ci sono possibili, anche se non cadono sotto il precetto, ma sono soltanto consigliate o indicate.

Come un uomo guarito di recente da una malattia, cammina quel tanto che gli è necessario, piano piano e trascinandosi un po’, così il peccatore, guarito dal suo peccato, cammina quel tanto che Dio gli comanda, trascinandosi adagio adagio fino a che non giunga alla devozione. Allora, da uomo completamente sano, non soltanto cammina, ma corre e salta nella via dei Comandamenti di Dio e, inoltre, prende di corsa i sentieri dei consigli e delle ispirazioni celesti.

In conclusione, si può dire che la carità e la devozione differiscono tra loro come il fuoco dalla fiamma; la carità è un fuoco spirituale, che quando brucia con una forte fiamma si chiama devozione: la devozione aggiunge al fuoco della carità solo la fiamma che rende la carità pronta, attiva e diligente, non soltanto nell’osservanza dei Comandamenti di Dio, ma anche nell’esercizio dei consigli e delle ispirazioni del cielo.

 

 

Capitolo II

CARATTERISTICHE ED ECCELLENZA DELLA DEVOZIONE

 

Coloro i quali volevano scoraggiare gli Israeliti dall’entrare nella terra promessa, dicevano che era un paese che divorava gli abitanti, ossia, che l’aria era talmente pestilenziale che nessuno vi poteva vivere a lungo; per di più era abitata da mostri che divoravano gli uomini come locuste: allo stesso modo, mia cara Filotea, la gente della strada dice tutto il male che può della devozione e dipinge le persone devote immusonite, tristi e imbronciate, e va blaterando che la devozione rende malinconici e insopportabili. Ma sull’esempio di Giosuè e di Caleb, che, non solo sostenevano che la terra promessa era fertile e bella, ma che il suo possesso sarebbe stato utile e piacevole, lo Spirito Santo, per bocca di tutti i santi, e Nostro Signore, con la sua Parola, ci danno assicurazione che la vita devota è dolce, facile e piacevole.

La gente vede che i devoti digiunano, pregano, sopportano le ingiurie, servono gli infermi, assistono i poveri, fanno veglie, controllano la collera, dominano le passioni, fanno a meno dei piaceri dei sensi e compiono altre azioni simili a queste, di per sé e per loro natura aspre e rigorose; ma non sa vedere la devozione interiore e cordiale che trasforma tutte queste azioni in piacevoli, dolci e facili.

Guarda l’ape sul timo: ne può ricavare soltanto un succo amaro, ma succhiandolo lo trasforma in miele, perché questa è la sua caratteristica.

Mi rivolgo a te, persona del mondo, e ti dico: le anime devote incontrano molta amarezza nei loro esercizi di mortificazione, questo è certo, ma praticandoli li trasformano in dolcezza e soavità.

Il fuoco, la fiamma, la ruota, la spada per i martiri sembravano fiori odorosi, perché erano devoti; e se la devozione riesce a rendere piacevoli le torture più crudeli e la stessa morte, cosa non riuscirà a fare per le azioni proprie della virtù?

Lo zucchero rende dolci i frutti un po’ acerbi e toglie il pericolo che facciano male quelli troppo maturi; la devozione è il vero zucchero spirituale, che toglie l’amarezza alle mortificazioni e la capacità di nuocere alle consolazioni: toglie la rabbia ai poveri e la preoccupazione ai ricchi; la desolazione a chi è oppresso e l’insolenza al favorito dalla sorte; la tristezza a chi è solo e la dissipazione a chi è in compagnia; ha la funzione di fuoco in inverno e di rugiade in estate, sa affrontare e soffrire la povertà, trova ugualmente utile l’onore e il disprezzo, riceve il piacere e il dolore con un cuore quasi sempre uguale, e ci colma di una meravigliosa soavità.

Guarda la scala di Giacobbe, che è la vera immagine della vita devota: i due montanti, tra i quali si sale ed ai quali sono fissati gli scalini, rappresentano l’orazione, che chiede l’amore di Dio e i Sacramenti, che lo conferiscono; gli scalini sono i diversi livelli della carità, per i quali si sale, di virtù in virtù; o discendendo in aiuto e sostegno del prossimo, o salendo per la contemplazione all’unione d’amore con Dio.

Ed ora dà uno sguardo a coloro che si trovano sulla scala: sono uomini con il cuore di Angeli, o Angeli con il corpo di uomini; non sono giovani, ma lo sembrano, perché sono pieni di forza e di agilità spirituale; hanno ali per volare e si lanciano in Dio con la santa orazione; ma hanno anche i piedi per camminare con gli uomini in una santa e piacevole conversazione; i loro volti sono belli e radiosi, per cui ricevono tutto con dolcezza e soavità; le gambe, le braccia e la testa sono scoperte, perché i loro pensieri, i loro affetti e le loro azioni hanno il solo scopo di piacere a Dio. Il resto del corpo è coperto da una tunica fine e leggera, perché sono realmente inseriti nel mondo e usano le cose di questo mondo, ma in modo pulito e limpido, prendendo esclusivamente il necessario: così agiscono le persone devote.

Cara Filotea, devi credermi: la devozione è la dolcezza delle dolcezze e la regina delle virtù, perché è la perfezione della carità. Se vogliamo paragonare la carità al latte, la devozione ne è la crema; se la paragoniamo ad una pianta, la devozione ne è il fiore; se ad una pietra preziosa, la devozione ne è lo splendore; se ad un unguento prezioso, ne è il profumo soave che dà la forza agli uomini e gioia agli Angeli.

 

 

Capitolo III

LA DEVOZIONE SI ADATTA A TUTTE LE VOCAZIONI E PROFESSIONI

 

Nella creazione Dio comandò alle piante di portare frutto, ciascuna secondo il proprio genere: allo stesso modo, ai Cristiani, piante vive della Chiesa, ordina di portare frutti di devozione, ciascuno secondo la propria natura e la propria vocazione.

La devozione deve essere vissuta in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla nubile, dalla sposa; ma non basta, l’esercizio della devozione deve essere proporzionato alle forze, alle occupazioni e ai doveri dei singoli.

Ti sembrerebbe cosa fatta bene che un Vescovo pretendesse di vivere in solitudine come un Certosino? E che diresti di gente sposata che non volesse mettere da parte qualche soldo più dei Cappuccini? Di un artigiano che passasse le sue giornate in chie-sa come un Religioso? E di un Religioso sempre alla rincorsa di servizi da rendere al prossimo, in gara con il Vescovo? Non ti pare che una tal sorta di devozione sarebbe ridicola, squilibrata e insopportabile?

Eppure queste stranezze capitano spesso, e la gente di mondo, che non distingue, o non vuol distinguere, tra la devozione e le originalità di chi pretende essere devoto, mormora e biasima la devozione, che non deve essere confusa con queste stranezze.

Se la devozione è autentica non rovina proprio niente, anzi perfeziona tutto; e quando va contro la vocazione legittima, senza esitazione, è indubbiamente falsa.

Aristotele dice che l’ape ricava il miele dai fiori senza danneggiarli, e li lascia intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non porta danno alle vocazioni e alle occupazioni, ma al contrario, le arricchisce e le rende più belle.

Qualunque genere di pietra preziosa, immersa nel miele diventa più splendente, ognuna secondo il proprio colore; lo stesso avviene per i cristiani: tutti diventano più cordiali e simpatici nella propria vocazione se le affiancano la devozione: la cura per la famiglia diventa serena, più sincero l’amore tra marito e moglie, più fedele il servizio del principe e tutte le occupazioni più dolci e piacevoli.

Pretendere di eliminare la vita devota dalla caserma del soldato, dalla bottega dell’artigiano, dalla corte del principe, dall’intimità degli sposi è un errore, anzi un’eresia. È vero che la devozione contemplativa, monastica e religiosa non può essere vissuta in quelle vocazioni; ma è anche vero che, oltre a queste tre devozioni ce ne sono tante al-tre, adatte a portare alla perfezione quelli che vivono fuori dai monasteri. Abramo, Isac-co, Giacobbe, Davide, Giobbe, Tobia, Sara, Rebecca e Giuditta ne sono la prova per l’Antico Testamento; nel Nuovo abbiamo S. Giuseppe, Lidia, S. Crispino che vissero la perfetta devozione nelle loro botteghe; S. Anna, S. Marta, S. Monica, Aquila, Priscilla, nel matrimonio; Cornelio, S. Sebastiano, S. Maurizio nella vita militare; Costantino, Elena, S. Luigi, il Beato Amedeo, S. Edoardo sul trono. È capitato anche che molti abbiano perso la perfezione nella solitudine, per sé molto utile alla vita perfetta, mentre l’avevano conservata in mezzo alla moltitudine, che sembra invece, di natura sua, poco adatta a favorire la perfezione. Lot, dice S. Gregorio, fu casto in città e peccatore nella solitudine.

Poco importa dove ci troviamo: ovunque possiamo e dobbiamo aspirare alla devozione.

 

 

 

Contemplazione poetica. Fosse la perla rara

 

Mio pane è l’ambizione

questo quotidiano orgoglio

di cantare: e fosse

un canto mai udito,

 

fosse la perla rara

che il cercatore scopre e va:

 

– venduta ogni cosa onde

comprarne il campo; –

 

perla che lo scriba trae

dal suo tesoro:

cose inaudite

dalla fondazione del mondo.

 

 

Affidamento a Maria. Devozione costante alla Vergine

 

[109] 4) La vera devozione alla Vergine è costante: conferma l’anima nel bene e la induce a non abbandonare facilmente le pratiche di pietà. La rende coraggiosa nell’opporsi alle mode e alle massime del mondo, alle molestie e agli stimoli della carne, e alle tentazioni del demonio. Pertanto una persona veramente devota della Vergine santa non è per nulla volubile, triste, scrupolosa o timorosa. Non già che non cada e non provi talora nessun gusto nella devozione, ma se cade, si rialza tendendo la mano a colei che le è madre buona; se si trova senza gusto né fervore sensibile, non se ne affligge. Infatti il giusto e il devoto fedele di Maria vivono della fede di Gesù e di Maria, e non dei sentimenti della natura.

4. Con il padre spirituale.
3 febbraio pomeriggio

 

 

Dal mondo quotidiano. Preghiera (Eight)

 

Non preoccuparti se in un momento di difficoltà potresti perdere la fede,

perché se la perderai sarà lei a trovare te.

 

Caro Amico mio, tu che puoi fare tutto

ti prego spazza via questo mio momento brutto.

Io un piccolo puntino in questo immenso mondo,

ti prego stammi accanto, ti prego ne ho bisogno.

Tu mi aiuti sempre e lo so che sei presente

nei sorrisi della gente anche quando è sofferente.

Poterti ringraziare o descrivere ciò che provo

davvero è assai complesso, le parole non le trovo.

Tu sei l’emozione della nascita di un figlio,

la pace e la speranza, nel dolore sei l’appiglio.

Io che son fra quelli … fra quelli che hanno fede,

che seguono i tuoi passi, uno che in Te crede,

ridammi quella forza che combatte la paura

e trattieni quel dolore quando la vita è dura.

So che Tu puoi farlo, so che sei speciale,

aiutami di nuovo in questo mondo materiale.

 

Sai da quando ci sei Tu nella vita mia

caro Amico mio io non ho … non ho più paura

aiutaci e proteggici, tienici con Te.

 

Caro Amico mio, tu la chiave, insegnamento,

la libertà interiore, la voce che ho qui dentro.

Perdona i miei peccati, sei il mio rifugio,

i miei passi nella notte quando tutto intorno è buio.

Confido nel tuo nome, Tu la stella polare,

in Te trovo la pace, la mia dimensione.

Sei la fontana che disseta il mio cuore,

donaci la tua misericordia, la tua lode.

Ho bisogno della tua benedizione,

ho bisogno dell’armonia delle tue parole.

Cancella le mie colpe, perdona chi non crede,

aiuta tutti gli uomini lontani dalla fede.

Perdona se si dubita che esista un aldilà,

donaci la tua pietà, la tua bontà.

In questo mondo, nelle zone più deserte,

con la mia preghiera, qui con te, braccia aperte.

 

Sai da quando ci sei Tu nella vita mia

caro Amico mio io non ho … non ho più paura

aiutaci e proteggici, tienici con Te.

 

Ascoltami mio Amico, ascolta ciò che dico,

ascolta la preghiera perché voglio che si avvera.

Ora sento la speranza dentro questa stanza,

la sento mio signore con la mente e con il cuore.

Io rivoglio quel sorriso, lo voglio sul mio viso,

rivoglio quella gloria e che diventi storia.

Non provo a dubitare ho nel cuore la certezza

che solo vera fede è la fonte di salvezza.

Caro Amico mio, dolcissimo sollievo,

insegnaci a pregare, donaci la libertà,

nella comunione, mentre dormo mi proteggi

i miei occhi sono chiusi, ma i tuoi restano aperti.

Veglia su di me, dammi la forza di compiere la tua volontà senza misura.

Sono felice se guardo la natura vedo in Te ogni cosa e non ho più paura.

 

Sai da quando ci sei Tu nella vita mia

caro Amico mio io non ho … non ho più paura

aiutaci e proteggici, tienici con Te.

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, Amore senza condizioni

 

 

Costituzioni salesiane. Amorevolezza salesiana

 

  1. Mandato ai giovani da Dio che è «tutto carità», il salesiano è aperto e cordiale, pronto a fare il primo passo e ad accogliere sempre con bontà, rispetto e pazienza.

Il suo affetto è quello di un padre, fratello e amico, capace di creare corrispondenza di amicizia: è l’amorevolezza tanto raccomandata da Don Bosco.

La sua castità e il suo equilibrio gli aprono il cuore alla paternità spirituale e lasciano tra-sparire in lui l’amore preveniente di Dio.

 

 

Brani biblici. Quale grande amore ci ha dato il Padre

 

1Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. 3Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. 4Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. 5Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. 6Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto.

7Figlioli, nessuno v’inganni. Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giusto. 8Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore. Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo. 9Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio. 10In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, e neppure lo è chi non ama il suo fratello.

 

1 Giovanni 3

 

Vedi Cantico dei Cantici 5,2-6,3

 

 

Meditazione. Il direttore spirituale necessario

 

Parte I. Capitolo IV

NECESSITÀ DI UN DIRETTORE SPIRITUALE

PER ENTRARE E PROGREDIRE NELLA DEVOZIONE

 

Quando il giovane Tobia[35] ricevette l’ordine di recarsi a Rage, rispose: Non conosco la strada. Il padre gli disse allora: Va tranquillo e cerca qualcuno che ti faccia da guida.

Ti dico la stessa cosa, Filotea. Vuoi metterti in cammino verso la devozione con sicurezza? Trova qualche uomo capace che ti sia di guida e ti accompagni; è la raccomandazione delle raccomandazioni. Qualunque cosa tu cerchi, dice il devoto Avila, troverai con certezza la volontà di Dio soltanto sul cammino di una umile obbedienza, tanto raccomandata e messa in pratica dai devoti del tempo antico.

La Beata Madre Teresa, vedendo Caterina di Cordova fare grandi penitenze, ebbe un grande desiderio di imitarla contro il parere del confessore che glielo proibiva e al quale era tentata di non obbedire, almeno in questo, Dio allora le disse: Figlia mia, tu stai camminando su una strada buona e sicura. Vedi le sue penitenze? Eppure io preferisco la tua obbedienza! Teresa concepì tanto amore per questa virtù che, oltre all’obbedienza dovuta ai Superiori, votò una particolare obbedienza ad un uomo straordinario, impegnandosi a seguirne la direzione e la guida; ne ebbe grandi consolazioni. Prima e dopo di lei, è capitata la stessa cosa a molte anime elette che, per garantirsi una più perfetta sottomissione a Dio, hanno posto la loro volontà sotto la direzione dei suoi servi; cosa che S. Caterina da Siena elogia con sante espressioni nei suoi Dialoghi.

La devota principessa S. Elisabetta obbediva, con estrema esattezza, al dotto Maestro Corrado; ecco un consiglio dato da S. Luigi sul letto di morte a suo figlio: “Confessati spesso, scegli un confessore adatto, che sia molto prudente e che possa insegnarti con sicurezza, a fare il tuo dovere”.

“L’amico fedele, dice la S. Scrittura, è una forte protezione; chi lo trova, trova un teso-ro”. L’amico fedele è un balsamo di vita e d’immortalità; coloro che temono Dio, lo trovano. Queste parole divine si riferiscono, in primo luogo, come puoi notare, all’immortalità, per camminare verso la quale è necessario, prima di tutto, avere un amico fedele che diriga le nostre azioni con le sue esortazioni e i suoi consigli; ci eviterà così i tranelli e gli inganni del nemico; sarà per noi un tesoro di sapienza nelle afflizioni, nelle tristezze e nelle cadute; sarà il balsamo per alleviare e consolare i nostri cuori nelle malattie spirituali; ci proteggerà dal male e ci renderà stabili nel bene; e se dovesse colpirci qualche infermità, impedirà che diventi mortale e ci farà guarire.

Ma chi può trovare un amico di tal sorta? Risponde il Saggio: coloro che temono Dio; ossia gli umili, che desiderano ardentemente avanzare nella vita spirituale.

Giacché ti sta tanto a cuore camminare con una buona guida, in questo santo viaggio della devozione, cara Filotea, prega Iddio, con grande insistenza, che ne provveda una secondo il suo cuore; e poi non dubitare: sii certa che, a costo di mandare un Angelo dal cielo, come fece per il giovane Tobia, ti manderà una guida capace e fedele.

Per te deve rimanere sempre un Angelo: ossia, quando l’avrai trovato, non fermarti a dargli stima come uomo, e non riporre la fiducia nelle sue capacità umane, ma in Dio soltanto, che ti incoraggerà e ti parlerà tramite quell’uomo, ponendogli nel cuore e sulla bocca ciò che sarà utile al tuo bene; tu devi ascoltarlo come un Angelo venuto dal cielo per condurti là. Parla con lui a cuore aperto, in piena sincerità e schiettezza; manifesta-gli con chiarezza il bene e il male senza infingimenti e dissimulazione: in tal modo il bene sarà apprezzato e reso più solido e il male corretto e riparato; nelle afflizioni ti sarà di sollievo e di forza, nelle consolazioni di moderazione e misura.

Devi riporre in lui una fiducia senza limiti, unita a un grande rispetto, ma in modo che il rispetto non diminuisca la fiducia e la fiducia non tolga il rispetto. Apriti a lui con il rispetto di una figlia verso il padre e portagli rispetto con la fiducia di un figlio verso la madre; per dirla in breve: deve essere una amicizia forte e dolce, santa, sacra, degna di Dio, divina, spirituale.

A tal fine, scegline uno tra mille, dice Avila; io ti dico, uno tra diecimila, perché se ne trovano meno di quanto si dica capaci di tale compito. Deve essere ricco di carità, di scienza e di prudenza: se manca una di queste tre qualità, c’è pericolo. Ti ripeto, chiedi-lo a Dio e, una volta che l’hai trovato, benedici la sua divina Maestà, fermati a quello e non cercarne altri; ma avviati, con semplicità, umiltà e confidenza; il tuo sarà un viaggio felice.

 

 

 

Contemplazione poetica. Non macchiarti di un’avarizia

 

Più alto mira

o mente mia

oltre

le artefatte bellezze

 

e canta per gli umili

e sia più radiosa la terra.

 

Canta perché non puoi non cantare!

 

E non macchiarti di un’avarizia

che la povera gente mai

ti perdonerà.

 

 

Affidamento a Maria. Devozione disinteressata

 

[110] 5) Infine, la vera devozione a Maria è disinteressata: muove l’anima a non ricercare se stessa, ma Dio solo nella sua santa Madre. Un vero devoto di Maria non serve questa augusta Regina per spirito di lucro e di interesse, per il proprio bene temporale o eterno, corporale o spirituale, ma unicamente perché ella merita di essere servita, e Dio solo in lei. Non l’ama perché abbia ricevuto o speri ricevere favori, ma perché ella è degna di amore. Per questo l’ama e la serve fedelmente, sia nelle freddezze e nelle aridità che nelle dolcezze e nei fervori sensibili. L’ama tanto sul Calvario quanto alle nozze di Cana. Come è gradito e prezioso agli occhi di Dio e della sua santa Madre un tale devoto, che non ricerchi in nulla se stesso nel servirla! Ma adesso, come è raro! Appunto perché non sia più così raro, ho preso la penna in mano per mettere in scritto ciò che ho insegnato con frutto in pubblico e in privato nelle missioni, per parecchi anni.

5. Perché un metodo narrativo,
metaforico e pieno di descrizioni.
4 febbraio mattina

 

Dal mondo quotidiano. My Family (Allevi)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, icona della crescita “divina”

 

 

Costituzioni salesiane. Il Sistema Preventivo nella nostra missione

 

  1. Per compiere il nostro servizio educativo e pastorale, Don Bosco ci ha tramandato il Sistema Preventivo.

«Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e sopra l’amorevolezza»: fa appello non alle costrizioni, ma alle risorse dell’intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio, che ogni uomo porta nel profondo di se stesso.

Associa in un’unica esperienza di vita educatori e giovani in un clima di famiglia, di fiducia e di dialogo.

 

Imitando la pazienza di Dio, incontriamo i giovani al punto in cui si trova la loro libertà. Li accompagniamo perché maturino solide convinzioni e siano progressivamente responsabili nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede.

 

Brani biblici. Amiamo con i fatti e nella verità

 

11Poiché questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 12Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello. E per quale motivo l’uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. 13Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia. 14Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. 15Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui. 16In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. 17Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? 18Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. 19In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, 20qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. 21Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, 22e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. 23Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. 24Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

 

1 Giovanni 3

 

Vedi Cantico dei Cantici 6,4-10

 

 

 

Meditazione

 

Monsignor Andrea Frémyot,[36] arcivescovo di Bourges, era fratello della signora di Chantal. Dalla Quaresima di Digione del 1604, si stabili fra i due vescovi un’amicizia molto intima, grazie alla quale Monsignor Frémyot chiese a Francesco due consigli molto importanti: un’ampia direttiva circa la sua azione pastorale e un regolamento di vita. Quest’amicizia fra i due vescovi è il simbolo di molte altre che legarono Francesco a «fratelli in ministero apostolico», come i Monsignori de Revol, Camus, Fenouillet, per citare solo le più tipiche. Abbiamo esitato a riportare questa lettera del 5 ottobre 1604 sul «dovere, per un vescovo, di predicare al suo popolo» per la sua insolita ampiezza, ma, finalmente, abbiamo deciso di inserirla nella nostra raccolta per due ragioni: essa ci presenta una delle chiavi della predicazione e della mentalità di Francesco stesso e, più ancora, costituisce una specie di confidenza personale. Egli era stato consacrato vescovo da meno di due anni, e praticava certamente quello che consigliava agli altri.

 

Sales, 5 ottobre 1604

Monsignore,

Nulla è impossibile all’amore. Io sono solo un modesto e inesperto predicatore; e tuttavia, quest’amore fa sì che mi accinga a darvi il mio parere circa il modo migliore di predicare. Non so se sia l’amore che voi nutrite per me che fa scaturire quest’acqua dalla pietra, o se sia quello che io nutro per voi che fa sbocciare rose dalle spine. Permettetemi questa parola d’amore, perché io parlo alla moda cristiana. E non vi sembri strano che vi prometta acqua e rose, perché questi sono nomi che si confanno a qualsiasi insegnamento cattolico, anche quando è presentato in un modo maldestro.

Comincio. Dio ci voglia mettere la sua santa mano. Per parlare con ordine, considero la predicazione nelle sue quattro cause: efficiente, finale, materiale e formale, cioè: chi deve predicare, per quale fine si deve predicare, che cosa si deve predicare e in che modo conviene predicare.

Nessuno deve predicare senza possedere queste tre doti: una buona vita, una buona dottrina e una legittima missione.

Non dico nulla della missione o vocazione: faccio solo notare che i Vescovi non hanno solo la missione, ma hanno anche le sorgenti ministeriali della predicazione, mentre gli altri predicatori hanno solo i ruscelli che da esse derivano. Questo è il loro primo grande dovere, come è stato loro detto quando sono stati consacrati. Nella consacrazione, essi ricevono, per questo fine, una grazia speciale che devono far fruttificare. Come vescovo, san Paolo esclamava: «Guai a me, se non avrò predicato il Vangelo».

Il Concilio di Trento dice: «Il dovere principale del Vescovo è quello di predicare». Questa considerazione ci deve infondere coraggio e ci deve convincere che Dio ci assiste in un modo speciale nell’adempimento di questo ministero. Ed è meraviglia come la predicazione dei Vescovi abbia un’efficacia molto maggiore che quella degli altri. Per quanto siano ricchi d’acqua i ruscelli, si ama sempre bere alla sorgente.

Per quanto si riferisce alla dottrina, è necessario che sia sufficiente, ma non si richiede che sia eccellente. San Francesco non era dotto; e, tuttavia, era un buon predicatore. E, ai nostri tempi, il beato cardinale Borromeo aveva una scienza solo mediocre, ma operava meraviglie. Conosco cento esempi del genere. Un grande uomo di lettere (Erasmo) ha detto che il modo migliore di imparare e divenire dotti è quello di insegnare. Voglio solo dire questo: il predicatore sa sempre abbastanza finché non pretende di dimostrare che sa più di quanto sa. Non sappiamo parlare bene del mistero della Santissima Trinità? Non diciamone nulla. Non siamo abbastanza dotti per spiegare l’“In principio” di san Giovanni? Lasciamolo stare dov’è: non mancano altri argomenti più utili. Non c’è nessun obbligo di fare tutto.

La vita buona si richiede, come san Paolo dice che si richiede, per essere fatti Vescovi, e non di più: così che, per essere predicatori, non è necessario essere migliori che per essere Vescovi. Dunque, tutto è già stato stabilito: «Oportet », dice san Paolo, «episcopum esse irreprehensibilem».

Faccio però notare che il vescovo predicatore non deve solo essere libero dal peccato mortale, ma deve evitare anche certi peccati veniali e persino certi atti che non sono peccato. San Bernardo, il nostro Dottore, ci ha lasciato queste parole: «Nugae saecularium sunt blasphemiae clericorum». Un secolare può giocare, andar e a caccia, uscire di notte per prendere parte a conversazioni: tutte cose che non sono riprensibili e che, fatte per ricreazione, non sono assolutamente peccato. Ma se questi atti non sono giustificati da mille circostanze che difficilmente si riscontrano tutte insieme, sono scandali, e scandali gravi, quando sono compiuti da un Vescovo o da un predicato re. Si dice di loro: hanno buon tempo; si danno alla pazza gioia. E, dopo questo, andate a predicare la mortificazione: la gente si farà beffe del predicatore. Non dico che non si possa, una volta o due al mese, prendere parte a qualche gioco onesto a scopo di ricreazione, ma anche questo dev’essere fatto con grande circospezione.

La caccia è proibita del tutto. Così si dica delle spese superflue per festini, abiti e livree. Per i secolari, sono cose superflue e scialo; per i Vescovi, sono grandi peccati. San Bernardo ci istruisce dicendoci: «I poveri gridano alle nostre spalle: quello che spendete è nostro; tutto quello che spendete inutilmente, è strappato a noi con la violenza». Come potremo riprendere le superfluità del mondo, se facciamo vedere le nostre? San Paolo dice: «Oportet episcopum esse hospitalem». Essere ospitale non vuol dire organizzare festini, ma ammettere volentieri altre persone alla propria tavola, la quale, per i Vescovi, dev’essere come dice il Concilio di Trento: «La mensa dei Vescovi dev’essere frugale». Faccio eccezione per alcune solennità che la prudenza e la carità sanno determinare molto bene. Del resto, non bisogna mai predicare senza aver celebrato la Messa o avere l’intenzione di celebrarla.

Non si può credere, dice il santo Crisostomo, quanto sia terribile per i demoni la bocca che ha ricevuto il santo Sacramento. Ed è vero. Pare che si possa dire con san Paolo: «An experimentum quaeritis ejus qui loquitur in me Christus?». Allora, si hanno sicurezza, ardore e luce in abbondanza. «Quamdiu sum in mundo», dice il Salvatore, «lux sum mundi». È certo che, stando realmente in noi, nostro Signore ci illumina, perché Egli è la luce. […].

Come minimo, bisognerà essersi confessati, ricordando quello che Dio ci dice per bocca di Davide: «All’empio Dio dice: perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza?». E san Paolo: «Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato». Ma su questo ho già detto anche troppo.

Il fine è la causa principale di tutte le cose, la causa che muove l’agente all’atto, poiché ogni agente agisce per il fine e secondo il fine. Il fine dà la misura della materia e della forma: secondo che si mira a costruire una casa grande o piccola, si preparano i materiali e si dispongono i lavori.

Quale è dunque il fine del predicatore nell’atto di predicare? Il suo fine e la sua intenzione devono essere quelli di fare quello che nostro Signore è venuto a fare nel mondo. Ed ecco quello che Egli dice di sé:

«Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Dunque, il fine del predicatore è che i peccatori, morti per il peccato, vivano per la giustizia, e che i giusti che hanno già la vita spirituale, l’abbiano ancor più abbondantemente e si perfezionino sempre più o, come diceva Geremia, per sradicare e demolire i vizi dei peccatori ed edificare e piantare le virtù e la perfezione. Perciò, quando sale sul pulpito, il predicatore deve dire nel suo cuore: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Ora, per mettere in pratica questo suo proposito, è necessario che egli faccia due cose: istruire e convincere. Insegnare le virtù e i vizi: le virtù, per farle amare, desiderare e praticare; i vizi, per farli detestare, combattere ed evitare. In una parola, egli deve dare luce all’intelligenza e calore alla volontà. Per questo, nel giorno della Pentecoste, che fu il giorno della loro consacrazione episcopale, come quello dell’Ultima Cena era stato quello della loro consacrazione sacerdotale, Dio mandò agli Apostoli delle lingue di fuoco, perché sapessero che la lingua del Vescovo deve illuminare l’intelligenza dei suoi uditori e scaldare le loro volontà.

So bene che molti dicono che, in terzo luogo, il predicatore deve dilettare; ma, per parte mia, distinguo e dico che vi è un diletto che è conseguenza necessaria dell’insegnamento e della convinzione. Infatti, quale anima è cosi insensibile da non godere intimamente quando impara a conoscere bene e santamente la via del Cielo e da non trovare una grande consolazione nell’amore di Dio? Certo, questo diletto dev’essere procurato; ma esso non è distinto dall’insegnamento e dalla convinzione, essendone una conseguenza.

Vi è un altro diletto che non dipende dall’istruzione e dalla convinzione, ma fa partito a sé e, molto spesso, impedisce l’istruzione e la convinzione. È quel titillio d’orecchie che proviene da una certa eleganza secolare, mondana e profana, da certe curiosità, da certe affettazioni di gesti, di parole e di frasi, in una parola, che dipende esclusivamente dall’artificio. A questo diletto io dico fermamente e fortemente che il predicatore non deve pensare, ma lo deve lasciare agli oratori del mondo, ai ciarlatani e ai cortigiani che ne fanno la loro delizia. Essi non predicano Gesù Cristo crocifisso ma se stessi. «Noi non prendiamo come modello le artificiosità dei retori», diceva sant’Ambrogio, «ma le verità dei pescatori».

San Paolo detesta gli uditori che hanno il prurito di sentire qualcosa, e quindi, anche i predicatori che li vogliono contentare. è una pedanteria. Quando ho terminato una predica, non vorrei che si dicesse: oh, che grande oratore! Ha una memoria di ferro. Come è dotto! Come parla bene! Ma vorrei piuttosto che si dicesse: la penitenza è veramente una buona cosa, e come è necessaria! Mio Dio, voi siete davvero buono e giusto, e cose simili; oppure, vorrei che l’uditorio, col cuore stretto, non sapesse riconoscere l’abilità del predicatore, se non con l’emendamento della sua vita. Perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

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San Paolo dice al suo Timoteo: «Predica la parola». Bisogna predicare la parola di Dio. «Predicate il Vangelo», dice il Maestro. San Francesco, del quale oggi celebriamo la festa, spiegava queste parole del Vangelo comandando ai suoi Frati di predicare le virtù e i vizi, l’inferno e il Paradiso. Per questi argomenti, nella sacra Scrittura, c’è materia sufficiente, e non si richiede altro. Non bisogna dunque servirsi dei Dottori cristiani e dei libri santi? Sì certamente! Ma che cos’è la dottrina dei Padri della Chiesa, se non una spiegazione del Vangelo e una esposizione della sacra Scrittura? Fra la sacra Scrittura e la dottrina dei Padri, passa la differenza che passa fra una mandorla intera e una mandorla schiacciata della quale tutti possono mangiare il gheriglio, o fra un pane intero e un pane spezzato e distribuito. Bisogna, dunque, servirsi dei Padri, perché essi sono stati lo strumento con cui Dio ha fatto conoscere il vero senso della sua Parola.

E delle storie dei santi ci si può servire? E come no? Vi sono altre cose altrettanto utili e altrettanto belle? Che cosa sono le vite dei santi, se non il Vangelo messo in pratica? Fra il Vangelo e le vite dei santi, non passa maggior differenza che fra una musica scritta e una musica cantata.

E che dire delle storie profane? Sono buone, ma bisogna usarle come si usano i funghi, cioè solo per stuzzicare l’appetito. E anche in questo caso, bisogna che siano preparati nel modo più conveniente. […].

E delle favole dei poeti? Di queste, nulla assolutamente, o almeno assai poco, al momento opportuno e con tutta la circospezione con la quale si ricorre ai contravveleni, che non si usano mai abitualmente, come tutti possono vedere; e in più, sempre brevemente e senza una parola in più del necessario. […].

 

Monsignore, a questo punto, desidero che mi si presti fede più che mai, perché non esprimo l’opinione comune, ma quello che dico è la stessa verità.

La forma, dice il Filosofo, dà l’essere e l’anima alla cosa. Dite meraviglie, ma non le dite bene: non è nulla. Dite poco, ma lo dite bene: è molto. Come occorre dunque parlare quando si predica? Bisogna evitare con cura i quamquam e i lunghi periodi dei pedanti, i loro gesti, le loro pose e i loro movimenti: tutte cose che sono la peste della predicazione.

Si richiede un portamento e un andamento spontaneo, nobile, generoso, semplice, forte, santo, grave e un po’ lento. Ma, per arrivare a questo, che occorre fare? In una parola, parlare con calore e con devozione, con semplicità, con candore e con fiducia: essere profondamente convinto di quello che si insegna e si inculca agli altri. L’artificio più alto è quello di non usare artifici. Le parole devono essere infiammate, non per le grida o per i gesti smisurati, ma per l’affetto interiore; devono uscire dal cuore più che dalla bocca. Si ha un bel dire, ma il cuore parla al cuore, mentre la bocca parla solo alle orecchie.

Ho detto che si richiede un comportamento spontaneo, che non si ispiri all’atteggiamento sostenuto e studiato dei pedanti. Ho detto nobile, per escludere l’atteggiamento rozzo di certuni che usano battere i pugni, pestare i piedi, sbattere lo stomaco contro il pulpito, gridare e abbandonarsi a urli strani e, spesso, fuori posto. Ho detto generoso, perché non si prendano a modello coloro che assumono un atteggiamento timoroso, come se parlassero ai loro genitori, e non già ai loro discepoli e figli. Ho detto semplice, per far evitare ogni artificio o affettazione. Ho detto forte, per disapprovare quell’atteggiamento morto, molle e privo di efficacia. Ho detto santo, per escludere le adulazioni cortigiane e mondane. Ho detto grave, perché non si creda di poter imitare certuni che fanno all’uditorio tanti complimenti, tante riverenze e si abbandonano a ciarlatanerie come quelle di mettere in mostra le mani o la cotta che indossano o altri movimenti, che è davvero un’indecenza. Ho detto un po’ lento, per far escludere quell’atteggiamento rapido e arruffone che diverte gli occhi, ma non fa battere il cuore.

Altrettanto dico del linguaggio, che dev’essere chiaro, pulito e semplice, senza ostentazione di parole greche, ebraiche, nuove o cortigiane. L’intessitura del discorso dev’essere naturale, senza troppi preamboli e senza trame troppo sottili. Approvo che si dica «in primo luogo» al primo punto e «in secondo luogo» al secondo, perché il popolo possa rendersi conto dell’ordine che si segue.

Mi pare che nessuno, ma specialmente i Vescovi, non debbano mai ricorrere ad adulazioni per i presenti, anche se questi fossero re, principi o papi. Vi sono bensì gentilezze molto indicate per attirarsi la benevolenza, e si possono usare quando si parla a una popolazione per la prima volta; e io sono del parere che si debba manifestare il desiderio che si ha del loro bene e si cominci con i saluti, benedizioni e auguri di poter aiutare tutti i presenti a salvarsi, e persino coi saluti alla loro patria. Ma tutto questo dev’essere fatto con poche parole cordiali e molto semplici. I nostri antichi Padri e tutti coloro che hanno fatto del bene, si sono sempre astenuti dai complimenti inutili e dalle giovialità mondane. Essi parlano cuore a cuore, spirito a spirito, come i genitori usano parlare ai loro figli. Gli appellativi ordinari sono quelli di «fratelli miei», «popolo mio», o, se è il vostro, «mio caro popolo», o «cristiani che mi ascoltate» […].

 

Quanto alla preparazione del discorso, approvo che avvenga alla sera e che, in mattinata, si mediti per sé quello che si vuole dire agli altri. La preparazione fatta dopo essersi comunicati ha una grande forza, dice il Granada; e io lo credo.

Amo la predicazione che è ispirata più dall’amore del prossimo che dall’indignazione, anche se questa è indirizzata agli ugonotti, che dobbiamo trattare con grande compassione, senza adularli, ma commiserandoli. È bene che la predicazione sia piuttosto breve che lunga. In questo, io ho mancato assai fino a questo momento. Dio voglia che riesca a correggermi. Quando una predica è durata una mezz’ora, non è più troppo corta. Non bisogna manifestare scontento, se è possibile; ma almeno non bisogna manifestare collera, come feci io nella festa di Nostra Signora, quando suonarono le campane prima che avessi terminato. Fu senza dubbio una grave colpa, accompagnata da molte altre. Non mi piace che si raccontino amenità o barzellette: non è quello il posto per farlo.

Termino dicendo che la predicazione è la manifestazione o la dichiarazione della volontà di Dio, fatta agli uomini da colui che è lì, legittimamente inviato per istruirli ed eccitarli al servizio di sua divina Maestà in questo mondo, perché siano salvi nell’altro.

 

Monsignore, che direte di tutto questo? Perdonatemi, ve ne prego: ho scritto currente calamo, senza la minima cura per le parole e senza il minimo artificio, lasciandomi guidare dal solo desiderio di dimostrarvi quanto vi sono ubbidiente. Non ho citato gli autori dai quali ho attinto in certi punti della mia lettera, perché mi trovo in campagna e non li ho con me. Ho citato anche me stesso, perché voi, Monsignore, volete conoscere la mia opinione, e non quella degli autori. E quando io stesso la metto in pratica, perché non dovrei dirlo? Prima di chiudere questa lettera, bisogna che vi scongiuri, Monsignore, di non farla vedere a nessuno che non abbia per me gli occhi benevoli come i vostri e aggiunga l’umilissima supplica di non lasciarvi guidare da nessuna considerazione che vi impedisca di predicare o vi induca a ritardare la predicazione: più presto comincerete, più presto riuscirete. E predicate spesso: non c’è altro mezzo per rendersi veramente abili. Voi potete, Monsignore, e dovete farlo. La vostra voce è molto indicata; la vostra scienza è sufficiente; il vostro comportamento è molto conveniente e la vostra posizione nella Chiesa è eminente. Dio lo vuole e gli uomini hanno il diritto di esigerlo. È in gioco la gloria di Dio e la nostra salvezza. Ardite, Monsignore, e fatevi coraggio per amore di Dio.

Il cardinal Borromeo, senza avere una decima parte dei talenti che avete voi, predica, edifica e si fa santo. Non dobbiamo cercare il nostro onore, bensì quello di Dio; e, se lo lasciamo fare, Egli cercherà il nostro. Cominciate, Monsignore, a predicare una volta alle ordinazioni e una volta in occasione di qualche Comunione; dite quattro parole, poi otto, poi dodici, e poi parlate per una mezz’ora; poi, salite sul pulpito. Per l’amore, non vi sono cose impossibili.

Nostro Signore non chiese a san Pietro: Sei dotto? o: sei eloquente? Per potergli dire: «Pasci le mie pecore», gli chiese: «Mi ami?». Per parlar bene, basta amar bene. San Giovanni, al termine della sua vita, non sapeva far altro che ripetere cento volte in un quarto d’ora: «Figlioli miei, amatevi a vicenda», e saliva sulla cattedra con la sola provvista dell’amore. E noi non osiamo salire sulla cattedra, se non abbiamo un’eloquenza mirabolante! Lasciate che dicano coloro che esaltano l’abilità del Monsignore vostro predecessore: anche lui cominciò una volta, come voi.

Però, Dio mio! che direte, Monsignore, di me che tratto così alla buona con voi? L’amore non sa tacere quando è in gioco il bene di colui che ama. Monsignore, io vi ho giurato fedeltà; e da un servo fedele e affezionato si accettano e si sopportano molte cose. Voi andate a custodire il vostro gregge, Monsignore. Ah, se mi fosse possibile correre là dove vi troverete e assistervi, come feci per la vostra prima Messa! Vi accompagnerò solo con i miei voti e i miei desideri. Il vostro popolo vi attende per vedervi ed essere veduto e riveduto da voi: cominciate presto a fare quello che dovrete fare sempre. Certo, i vostri fedeli resteranno edificati quando vi vedranno spesso all’altare, a offrire il Sacrificio per la loro salvezza, o vi vedranno trattare con i vostri parroci della loro edificazione o predicare dalla cattedra la parola di riconciliazione.

Monsignore, non sono mai salito all’altare senza raccomandarvi a nostro Signore; e sono troppo felice se so che anche voi mi ricordate qualche volta. Sono e sarò per tutta la vita col cuore, con l’anima e con lo spirito, Monsignore, il vostro umilissimo servo e piccolissimo e ubbidientissimo fratello.

 

Contemplazione poetica. In cambio del tuo perdono

 

I

 

Tu lo potevi: bastava

fare di me

il tuo giardino,

l’eden ove goderti beato,

 

e io non finire

randagio

e straccione.

 

II

 

Ora che arrotolato mi hai

come il pastore fa con la tenda

alla fine dei pascoli,

lascia che ti canti

 

come mai ti ho cantato

e più non pianga

inutili pianti.

 

Affidamento a Maria. Conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo

 

[120] La perfetta consacrazione a Gesù Cristo[37]… Tutta la nostra perfezione consiste nell’essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo. Perciò la più perfetta di tutte le devozioni è incontestabilmente quella che Ci conforma, unisce e consacra più perfettamente a Gesù Cristo. Ora, essendo Maria la creatura più conforme a Gesù Cristo, ne segue che tra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma di più un’anima a Nostro Signore è la devozione a Maria, sua santa Madre, e che più un’anima sarà consacrata a lei, più sarà consacrata a Gesù Cristo. La perfetta consacrazione a Gesù Cristo, quindi, altro non è che una consacrazione perfetta e totale di se stessi alla Vergine santissima e questa è la devozione che io insegno. O, in altre parole, essa è una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo battesimo.

 

6. Uno stile teologico per le lettere spirituali.
4 febbraio pomeriggio

 

 

Dal mondo quotidiano. Friuli Venezia Giulia (sottofondo di Einaudi)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, narratore della Grazia

 

 

Costituzioni salesiane. Spirito di famiglia

 

  1. Don Bosco voleva che nei suoi ambienti ciascuno si sentisse «a casa sua». La casa salesiana diventa una famiglia quando l’affetto è ricambiato e tutti, confratelli e giovani, si sentono accolti e responsabili del bene comune. In clima di mutua confidenza e di quotidiano perdono si prova il bisogno e la gioia di con-dividere tutto e i rapporti vengono regolati non tanto dal ricorso alle leggi, quanto dal movimento del cuore e dalla fede.

Tale testimonianza suscita nei giovani il desiderio di conoscere e seguire la vocazione salesiana.

 

 

Brani biblici. Noi siamo da Dio

 

1Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. 2In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; 3ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. 4Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. 5Essi sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. 6Noi siamo da Dio: chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.

 

1 Giovanni 4

 

Vedi Cantico dei Cantici 6,11-7,11

 

 

Meditazione. Padre spirituale attraverso le lettere

 

Il padre spirituale e l’epistolario

 

Lo storico Pierre Pierrard esprime bene il tipo di direzione offerto alle anime da Francesco di Sales:[38] «Ottimista, di spirito francescano, …propone alle numerose anime che dirige un eroismo sorridente, una religiosità personale, cosciente, in un clima di raccoglimento e di cultura di cui l’orazione mentale è l’alimento principale». La sua attività era rivolta a una vasta categoria di persone; «… infatti molti ricorrevano a lui… per ricevere luce sui loro dubbi. So che molti preti, religiosi, ecclesiastici, gentiluomini e giudici, principi, principesse e gente di ogni rango, ricchi e poveri… l’hanno cercato per questo. Il numero delle anime che ha condotto nella via della perfezione cristiana… è quasi innumerevole».

Si sente più padre che direttore spirituale, anzi, quasi una madre, e questo fa sì che si esprima nelle sue lettere con termini e toni così affettuosi da creare in chi le riceve una certa sorpresa e talvolta alcuni equivoci.

Ma se con la Chantal, con la quale ha un più intenso rapporto spirituale, usa termini di una dolcezza incomparabile, nei confronti di tutti sa di essere un uomo fatto per amare e che l’amore è il dono più bello che Dio gli ha dato per il bene di chi incontra. Nel 1620, in seguito a una reazione di gelosia da parte di una giovane, scrive alla Chantal: «Voglio bene a quella cara ragazza con cuore perfetto. È un fatto reale: non c’è nessuno al mondo, almeno così penso io, che voglia bene cordialmente, più teneramente e, per dirlo in tutta sincerità, con un amore più grande del mio; ed è Dio mi ha dato un cuore fatto così».

Quel dono di Dio, senza l’incontro con l’amor cortese italiano, non sarebbe fiorito con queste espressioni. Ma è amore vero, forte, di uomo di carattere, non tenerezza arrendevole e senza nerbo.

Le Lettere di san Francesco di Sales a noi pervenute e raccolte con amore, in undici volumi delle Opere complete, sono 2103. Naturalmente non sono tutte. Dalla prima edizione del 1626, curata dal canonico Luigi di Sales e da Giovanna di Chantal, che ebbero troppo zelo nell’aggiustare, tagliare e comporre i testi delle lettere, per un motivo o per un altro, fino all’edizione completa di Annecy, completata per quello che concerne le lettere nel 1923, è stato fatto molto cammino nella ricostruzione dei testi originali, ma non sempre ciò è stato possibile. Nonostante le manipolazioni, le Lettere restano una miniera inesauribile di spiritualità per tutte le categorie di persone. Alcune sono veri piccoli capolavori.

 

 

La spiritualità delle Lettere

 

Evidentemente, la spiritualità di Francesco di Sales trasmessa per corrispondenza non è diversa da quella che egli propone nell’Introduzione alla vita devota e nel Trattato dell’amore di Dio, ma ci si presenta in una luce nuova. Qui, i principi si spogliano di ogni astrazione, si animano d’una vita concreta, pratica e reale, e si fanno esperienza. Si applicano ai temperamenti particolari e alle situazioni concrete. Li cogliamo nel momento particolare che attraversa ogni anima, adattati a ciascuna di esse, e quindi, sfumati.

Nelle sue lettere spirituali, Francesco di Sales va dunque diritto ai problemi concreti dei suoi corrispondenti. Perciò, quando entra in relazione con una nuova Filotea o un nuovo Teotimo, gli rivolge, esplicitamente o implicitamente, due domande, che poi determineranno il suo atteggiamento: 1) Quale senso ha per voi l’esistenza? 2) A dispetto delle vostre difficoltà e delle vostre debolezze, siete risoluto di seguire l’istinto superiore e misterioso che vi spinge verso il bene, il bello e il vero, di seguire quella vocazione che sale da ogni cuore umano?

Per formulare la prima domanda, Francesco parte da un’esperienza generalissima: ogni esistenza umana è chiusa fra due nulla: il non-essere che precede la nascita e l’annullamento della morte. La vita è solo un passaggio, l’uomo è un viandante effimero. Francesco ha un senso vivissimo di questa fragilità, di questa precarietà della condizione umana. I nostri anni, ama dire si srotolano come una strada o come una navigazione: strada e navigazione, due immagini cariche, per lui, di affettività, d’incertezza, di nostalgia e persino d’angoscia. Ed ecco la prima opzione fondamentale che si impone a ogni uomo: accettare l’esistenza nella sua brevità fra due nulla, oppure illuminarla con la Rivelazione di Dio, che fa della nascita un dono provvidenziale e della morte un’apertura su un’eternità insperata. Questa scelta è decisiva. Nel primo caso, la vita può certamente avere una certa pienezza e una vera utilità, ma, in definitiva, non è assurda? Nel secondo caso, invece, il passaggio dell’uomo sulla terra, per quanto possa essere breve e modesto, riveste un senso divino: il tempo si proietta nell’eternità e l’eternità è presente nel più breve fra i nostri istanti.

La seconda domanda che Francesco rivolge ai suoi corrispondenti è meno esistenziale e parte anch’essa da un’esperienza comune: ognuno di noi sente nel fondo del suo cuore (con un linguaggio più moderno, diciamo: nella sua coscienza) un’attrattiva, un’ammirazione che è insieme un’aspirazione a quello che è buono, bello e vero. Questo richiamo – che può essere detto una vocazione – è, nell’uomo, il contrassegno della sua origine divina: è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, del Dio che è Amore e Bontà. Di qui, la seconda opzione fondamentale della nostra esistenza: siamo disposti a seguire, costi quello che costi, la nostra vocazione di uomo, oppure preferiamo vivere secondo il nostro capriccio, lasciandoci guidare dall’amor proprio a beneficio del nostro egoismo? Nel primo caso, anche se vi devono essere ore di debolezza e di disorientamento, ci si orienta verso una vita di alta coscienza, di libertà interiore e di dignità umana. Nel secondo caso, ci si chiude in un ghetto interiore, si rinunzia a ogni progresso morale e, più ancora, a ogni sviluppo spirituale.

Si potrebbe credere come sottinteso che chiunque chiede a Francesco di essere la sua guida spirituale abbia fatto la scelta buona in queste due opzioni fondamentali, abbia accolto la Parola di Dio per chiarire il senso della sua esistenza e abbia deciso di vivere secondo la sua attrattiva per quello che è buono e bello, vero e libero. Francesco, come uomo prudente, distingue tra il desiderio e la realtà, tra la buona volontà e la volontà, tra la risoluzione e l’esecuzione. E, come gli ha insegnato il Cristo, egli prende i suoi diretti così come sono, con le loro velleità spesso fragili, e spera che lo Spirito Santo continuerà e compirà la sua opera in loro.

Per Francesco, infatti, il progresso nella vita spirituale è opera dello Spirito Santo. Il suo compito è quello di accompagnare l’anima passo per passo, di aiutarla a conoscere le intenzioni di Dio a suo riguardo, di sostenerla e di incoraggiarla in ogni tappa del suo cammino. L’ideale, nella sua parte di accompagnatore, è che, un giorno, non vi sia più tuo e mio tra il direttore e il diretto e che si stabilisca tra loro una vera amicizia spirituale della quale il Signore sia la sorgente, il luogo e la meta.

Come accompagna, Francesco, l’anima cristiana nella sua ascesa verso Dio? In primo luogo – è necessario notarlo – tenendo presente ai suoi occhi l’Eternità, non solo come un fine sperato e desiderato e come una felicità da raggiungere dopo la morte – che è certamente uno degli aspetti dell’eternità – ma anche come una realtà già posseduta e attuale, che dà un valore in qualche modo divino a tutto quello che siamo e che facciamo, al nostro lavoro, alla nostra attività, ai nostri sforzi per acquistare le virtù, alle nostre gioie e ai nostri insuccessi, al nostro amore e alle nostre amicizie e a tutte le nostre relazioni. Il senso salesiano dell’eternità non solo non ci distoglie dalle nostre attività umane, familiari e professionali, ma conferisce loro una pienezza e un’efficacia straordinaria. Anche con la piena convinzione della caducità di tutto quello che è terrestre, lo compiamo con entusiasmo, perché, sul fondo dell’umano, si cela e agisce un seme d’eternità. Nessuno più di Francesco si piega con tenerezza sui mali e sulle prove e anche sulle colpe dei suoi corrispondenti; ma nessuno come lui sa trasformare queste croci in gioie della fede. Leggendo le sue lettere, assistiamo a una vera trasfigurazione dell’esistenza umana.

Di qui, l’insistenza con cui Francesco esorta la sua Filotea ad attaccarsi a Dio nelle profondità del suo intimo, nella parte più inalterabile del suo cuore e nella risoluzione incrollabile della sua volontà superiore. Questa decisione fondamentale di appartenere a Dio è uno dei punti più forti dell’intera spiritualità salesiana; e questo attaccamento a Dio si ottiene attraverso le virtù della fede, della speranza e della carità, le quali dipendono solo dalla mia volontà, con la grazia di Dio. Vengano pure le tentazioni più violente, le tribolazioni più dure, le aridità spirituali più amare, le stanchezze, le nausee e tutte le altre prove, poco importa: tutto questo non può nulla contro la mia libertà, e quindi contro la mia fede, la mia speranza e la mia carità, e quindi contro il mio attaccamento a Dio. Che queste miserie siano suscitate da Satana o derivino dalla nostra parte inferiore esse non possono far altro che aggirarsi intorno alla mia libertà senza scalfire la nostra fedeltà, a meno che consentiamo formalmente. La città non è mai conquistata finché resiste la cittadella; e che la nostra libertà – si tratta della nostra libertà profonda – resista dipende solo da noi. Questo modo di vedere la vita spirituale e il suo combattimento si ritrova, esplicito o in filigrana, nelle direttive più importanti di Francesco di Sales.

Dunque, attaccarsi a Dio: ecco l’essenziale. Ma ognuno ha un suo modo personale di attaccarsi a Dio. E per disporre la Filotea a questo attaccamento personale, Francesco cerca di farla uscire dai sogni e dai desideri d’una perfezione formale e di ricondurla alla realtà di quello che è.

1

Accettatevi come siete è il primo fra i suoi consigli, ed è un consiglio che vuol dire molto. Accettate il vostro temperamento naturale con le sue buone doti e i suoi difetti, con la salute e le malattie, le sue ricchezze, i suoi limiti e la sua storia. Non v’è una persona che rassomigli a un’altra; la stessa biologia riconosce che ogni individuo è unico. Accettate anche la vostra posizione nella società; lottate, sì, per consolidarla e migliorarla: è un dovere; ma prendetela così com’è. D’altra parte, sarebbe stolto e vano che il principe volesse fare il palafreniere e la madre di famiglia volesse fare la Carmelitana e la moglie del presidente volesse essere la contadina. Siate quello che siete, ripete il saggio direttore. Non guardate né a destra né a sinistra ma vivete secondo la vostra condizione. La vocazione (la situazione sociale) è una vocazione. Così, dopo i comandamenti di Dio e i consigli evangelici, l’avvenimento è, per Francesco, uno dei mezzi più chiari dei quali Dio si serve per manifestare la sua volontà; e nell’avvenimento dobbiamo vedere la nostra situazione personale.

Accettarci come siamo: Francesco ce lo consiglia specialmente nella nostra vita spirituale: dobbiamo essere ben convinti che lo Spirito Santo ha su ciascuno di noi un’intenzione personale. Come guidò, secondo la Bibbia, il suo popolo d’Israele da alleanze in infedeltà e da infedeltà in alleanze, così lo Spirito guida ogni anima dai doni ai perdoni e dai perdoni a nuovi doni. Quindi, nessun ideale astratto di perfezione. In questo mondo non v’è una perfezione assoluta: i santi sono tutti differenti gli uni dagli altri. Ognuno di essi si avvicina alla perfezione poco o molto, secondo la storia della grazia in lui. Un solo desiderio dev’essere sempre presente in noi: appartenere a Dio dal profondo del nostro essere, come il fiume è attaccato alla sua sorgente e come il raggio di luce è attaccato al sole. E tutto il re sto?  Che importa che  io sia un’anima  alta  o un’anima umile, modesta e comune? Che importa che i miei difetti e le mie imperfezioni rinascano incessantemente sotto i miei passi? L’umiliazione che mi procurano davanti agli altri e davanti a me stesso è una buona occasione per riattaccarmi più fortemente a Dio. Che importa che Dio mi lasci camminare a passi brevissimi in una meditazione arida e distratta e non mi attiri a sé nella preghiera?  Non v’è tentazione peggiore di quella di voler essere perfetto secondo la mia idea e con le mie forze, senza Dio e a dispetto di Dio. Di qui, la preoccupazione di Francesco di premunire la sua Filotea contro la fretta, l’inquietudine e l’irritazione contro se stessa. La consiglia invece con insistenza a praticare la pazienza, la pace, il coraggio semplice e costante, la tranquillità e la gioiosità. «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». Francesco ama ripetere questa parola del Signore. Umile, cioè così come sono davanti a Dio e davanti agli uomini. Dolce, cioè servizievole, amabile e gradito a tutti i miei prossimi. Umile e dolce, il modo bello, sicuro e pratico di osservare i due comandamenti che, in pratica, sono uno solo.

Accettarsi potrebbe spingere certe anime alla negligenza, al rilassamento e alla pigrizia spirituale. Non è esatto. Accettarsi non è rinunziare e abdicare, ma piuttosto prendere coscienza delle nostre forze reali per sostenere il nostro combattimento spirituale con coraggio. L’umiltà, secondo Francesco di Sales, dev’essere unita alla generosità; altrimenti è falsa e persino dannosa. E la generosità poggia interamente sulla fiducia in Dio. Accettarsi, dunque, non solo non è una capitolazione, ma è invece la sorgente d’una fede più pura, d’una speranza più solida e d’un amore più autentico. Accettarsi è accettare più largamente Dio in noi e attaccarsi a lui con un legame più reale.

Se tale è la via sulla quale la Filotea deve progredire nell’amore per Dio e per il prossimo, si precisa anche meglio il senso della parola Provvidenza, una parola schiettamente salesiana. Secondo Francesco di Sales, nulla è meno vaporoso e meno lontano che la Provvidenza, che è invece una presenza permanente, concreta, immediata nelle nostre vite di quel Dio al quale apparteniamo e nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo. Tutto è provvidenziale, anche i nostri difetti, anche le nostre colpe, perché tutto è per diritto, e forse di fatto, incontro e conoscenza di quel Dio che si dà a noi e che ci dà tutto. Non deve quindi meravigliare che Francesco di Sales, per il quale l’unione misteriosa – mistica – dell’uomo con Dio è il fondo reale della vita cristiana, ne veda il segno, l’espressione e la testimonianza nell’unione della nostra volontà con la volontà di Dio. Il nostro attaccamento a Dio si prova, si sviluppa, si rafforza e si vive aderendo con un cuore filiale alla Provvidenza del Dio Amore.

Questa Provvidenza di Dio si manifestò in un modo sovrano nell’Incarnazione del Verbo. Il Figlio di Dio si fece uomo per abitare in mezzo a noi e per essere il nostro compagno di viaggio. Francesco desidera che il Vangelo sia per la Filotea, in tutte le circostanze e in tutte le situazioni, il libro prediletto, la fonte costante della sua meditazione. Nella vita, nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo, ella deve cercare la forza, il coraggio, la consolazione e la gioia. Quel «Viva Gesù!» con cui Francesco ama terminare le sue lettere non è solo una pia invocazione, ma un’esclamazione d’amore e di ammirazione, di riconoscenza e di gioia. L’esistenza terrestre di Gesù Cristo, dalla grotta di Betlemme al mattino della Pasqua, dà un senso a tutta la nostra esistenza; i suoi misteri più profondi illuminano le nostre notti. A misura che l’anima progredisce nella devozione, Gesù Cristo diviene sempre più il suo Diletto del Cantico dei Cantici e a lui sono indirizzati i canti più appassionati della Sunamita. Merita di essere notato il fatto che i più bei gridi di amore personale di san Paolo siano disseminati nella corrispondenza di Francesco, e, fra tutti, il più famoso: «Non voglio più conoscere altro che Gesù e Gesù crocifisso».

Così, la corrispondenza di Francesco ci aiuta a cogliere meglio la sua dottrina spirituale: ne mette in chiaro per noi i punti forti, intorno ai quali è articolato tutto il resto. La preoccupazione di aiutare efficacemente ogni anima nella sua situazione concreta obbligò Francesco di Sales a semplificare i suoi capitoli più belli del Trattato dell’amore di Dio e a concentrarli in alcuni pensieri essenziali e pratici. In questa trasformazione, la sua spiritualità non solo non si è affievolita e deteriorata, ma ha acquistato una forza nuova, cosa che è normale; e, in più, s’è anche universalizzata, arrivando a interessare non solo poche anime scelte, ma ogni cuore umano nella sua ricerca, anche la più umile e brancolante, di Dio e d’un migliore servizio del prossimo.

 

 

 

Contemplazione poetica. Lui non potrà non amarti

 

Un’alba in abito da sposa:

 

sta forse per sorgere

il nostro giorno?

 

Tutti e due usciamo insieme,

Signore, dalla Notte.

 

 

Affidamento a Maria. Essere, per mezzo suo, interamente di Gesù Cristo

 

[121] Questa devozione consiste, dunque, nel darsi interamente alla santissima Vergine allo scopo di essere, per mezzo suo, interamente di Gesù Cristo. Bisogna darle:
1. il nostro corpo, con tutti i suoi sensi e le sue membra;

  1. la nostra anima, con tutte le sue facoltà;
  2. i nostri beni esterni, cosiddetti di fortuna, presenti e futuri;
  3. i nostri beni interni e spirituali, vale a dire i nostri meriti, le nostre virtù e le nostre buone opere passate, presenti e future. In breve, bisogna darle tutto quanto abbiamo nell’ordine della natura e della grazia e tutto quanto potremo avere nell’ordine della natura, della grazia o della gloria. E ciò senz’alcuna riserva, nemmeno di un soldo, di un capello e della minima buona azione. E ciò per tutta l’eternità e senza pretendere né sperare altra ricompensa per la nostra offerta e il nostro servizio che l’onore di appartenere a Gesù Cristo per mezzo di Maria e in Maria, quand’anche questa amabile sovrana non fosse, come lo è sempre, la più generosa e la più riconoscente delle creature.

7. Lettere di amicizia spirituale
con la Madre de Chantal.
5 febbraio mattina.
Giornata penitenziale

 

 

Dal mondo quotidiano. Aquileia. (Mozart)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, Amico che consiglia

 

 

Costituzioni salesiane. Il salesiano in formazione iniziale

 

  1. Per il salesiano la formazione iniziale, più che attesa, è già tempo di lavoro e di santità. È un tempo di dialogo tra l’iniziativa di Dio che chiama e conduce e la libertà del salesiano che assume progressivamente gli impegni della propria formazione.

 

In questo cammino di crescenti responsabilità egli è sostenuto dalla preghiera, dalla direzione spirituale, dalla riflessione, dallo studio e dai rapporti fraterni.

 

 

 

Brani biblici. Chi ama Dio, ami anche suo fratello

 

7Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. 8Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. 10In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. 11Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. 13In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. 14E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. 15Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. 16E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. 17In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. 18Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. 19Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. 20Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

 

1 Giovanni 4

 

Vedi Cantico dei Cantici 7,12-8,4

 

 

 

Meditazione

 

Questa lettera[39] segna il vero inizio della direzione spirituale della baronessa di Chantal, futura Madre Generale della famiglia religiosa della Visitazione, fortemente voluta e sostenuta da Francesco di Sales. Venti giorni prima di scriverla, Francesco, accompagnato dalla madre, la signora di Boisy, e dalla sorellina Giovanna di Sales, aveva incontrato a Saint-Claude, nella Franca Contea, luogo di pellegrinaggio allora assai celebre, la signora di Chantal accompagnata da altre due Filotee: la moglie del presidente Brûlart e la badessa di Puits d’Orbe, Rosa Bourgeois. Era il 24 agosto 1604, giorno di san Bartolomeo. Francesco s’intrattenne a lungo con Giovanna di Chantal e, a conclusione dell’incontro, le dichiarò con fermezza che «i voti» che il direttore spirituale le aveva imposti in passato «non servivano ad altro che a distruggere la pace d’una coscienza». Poi, Giovanna fece al vescovo la sua confessione generale. Infine, Francesco le consegnò un biglietto fumato di suo pugno che recava queste parole: «Accetto in nome di Dio l’incarico della vostra guida spirituale, per impiegarmi con tutta la cura e la fedeltà che mi sarà possibile e in quanto la mia qualità e i miei doveri precedenti me lo possono permettere». Tornata in Borgogna, la baronessa, il 2 settembre, emise il voto di castità perpetua e di ubbidienza al vescovo di Ginevra, «salva l’autorità di tutti i legittimi superiori». Ella mandò il testo di questo voto a Francesco, confidandogli che il demonio la turbava assai «tanto sulla scelta del suo direttore quanto contro la fede». Così, la risposta di Francesco del 14 ottobre è, allo stesso tempo, la messa a punto delle conversazioni di Saint-Claude e una specie di trattatello di vita spirituale per la nuova figlia spirituale. È dunque un documento fondamentale per comprendere le relazioni d’intimità spirituale che, d’ora in poi, legheranno Francesco di Sales a Giovanna di Chantal. Lo citiamo intero.

 

 

Sales, 14 ottobre 1604

Signora,

Oh, piacesse al buon Dio che la mia capacità fosse pari alla mia buona volontà di farmi intendere con questo scritto! Sarei sicuro di procurarvi una grande consola zione almeno per una parte di quello che vi attendete da me, e specialmente per quanto si riferisce ai due dubbi che il nemico vi suggerisce circa la scelta che avete fatto di me come vostro padre spirituale. Cercherò di dire quello che posso per esporvi, in poche parole, quello che stimo più utile per voi a questo riguardo. Per prima cosa, la scelta che avete fatto ha tutti i segni di essere buona e legittima; e di questo vi prego di non dubitare punto. Quel grande movimento di spirito che vi ha condotta come per forza e con grande consolazione; la lunga riflessione che mi sono imposta prima di darvi il mio assenso; il fatto che né voi né io ci siamo fidati solo di noi stessi, ma siamo ricorsi al giudizio del vostro confessore, buono, dotto e prudente; il fatto che abbiamo dato alle prime agitazioni della coscienza tutto il tempo di calmarsi; le preghiere non d’un giorno o di due, ma di parecchi mesi, che hanno preceduto la vostra scelta sono segni infallibili che ci permettono di affermare senza ombra di dubbio che tale era la volontà di Dio.

I movimenti suggeriti dallo spirito maligno o dallo spirito umano sono di natura assai diversa. Il primo suggerimento che danno all’anima agitata è quello di non accettare consigli, e, quando se ne ricevono, di considerarli come provenienti da persone di poca o di nessuna esperienza. Essi sollecitano sempre a far presto; vogliono che si concluda l’affare prima d’averne trattato, e si contentano d’una breve preghiera che non serve, se non come di pretesto anche per concludere le cose più importanti.

Nel nostro caso, non si riscontra nulla di simile. Il contratto non è stato concluso da voi né da me, ma da un terzo che, in queste cose, sa mirare a Dio solo. Le difficoltà che io sollevai all’inizio e che provenivano dalla prudenza con cui devo agire, vi dovrebbero rassicurare del tutto. Infatti, credetemi, io non mancavo certo d’una grande inclinazione al vostro servizio spirituale (potrei dire che era indicibile), ma, in una questione di così gravi conseguenze, non intendevo seguire il mio desiderio né la mia inclinazione, bensì Dio solo e la sua Provvidenza. Contentatevi di questo, vi prego, e non disputate più col nemico su questo argomento. Ditegli chiaramente che Dio ha voluto e ha fatto tutto questo. Dio vi ha guidata a cercare la prima direzione, adatta al vostro bene in quel tempo, e Dio vi ha guidata a cercare questa che, sebbene lo strumento da Lui scelto ne sia indegno, vi sarà utile e fruttuosa. In secondo luogo, carissima Sorella, sappiate che, come vi do detto, fin dalla prima volta che mi manifestaste la vostra anima, Dio mi diede un grande amore al vostro spirito; e quando mi vi manifestaste in un modo più particolare, si creò, fra la mia anima e la vostra, un legame d’affetto molto più stretto, che mi indusse a scrivervi che Dio mi aveva dato a voi, pensando che non si potesse più aggiungere nulla all’affetto che sentivo nel mio spirito, specialmente quando pregavo per voi. Ma ora, carissima Figlia, si è aggiunto a quello un affetto nuovo d’un genere che, mi pare, non si può definire, ma ha come effetto una grande soavità interiore che provo quando vi auguro la perfezione dell’amore di Dio e le altre benedizioni spirituali.

No, non aggiungo nessun fronzolo alla verità: parlo alla presenza del «Dio del mio cuore» del vostro. Ogni affetto è diverso da tutti gli altri. Quello che provo per voi mi consola immensamente, e, per dir tutto in una parola, mi è immensamente benefico. Tenete tutto questo come pura verità, e non dubitatene più. Non volevo dire tanto, ma una parola tira l’altra; e spero che prenderete tutto in bene.

È una cosa meravigliosa, mi pare, Figlia mia: la santa Chiesa di Dio, a imitazione del suo Sposo, non ci insegna a pregare per noi individualmente, ma sempre per noi e per i nostri fratelli cristiani. «Dacci», dice, «Concedici», usando sempre il plurale. Non mi era mai accaduto di sentire il mio spirito legato a una persona particolare quando usavo certe espressioni; però, da quando sono partito da Digione, se dico noi, mi vengono in mente parecchie persone particolari che mi si sono raccomandate, e, quasi sempre, voi siete la prima. E se, qualche volta, ma raramente, non venite per prima, venite ultima per rimanere più a lungo. Si può dire di più? Ma, per amore di Dio, che queste cose non vengano confidate a nessuno, perché ho veramente detto un po’ troppo, sebbene abbia parlato con assoluta verità e sincerità.

Devo però far punto su questo argomento, per poter rispondere a tutte quelle suggestioni, o almeno, per incoraggiarvi a farvi beffe del loro autore e a sputargli sul naso. Il resto ve lo dirò un’altra volta in questo mondo o nell’altro.

In terzo luogo, voi chiedete rimedi ai fastidi che vi procurano le tentazioni che il maligno suscita in voi contro la fede e contro la Chiesa: così almeno mi pare d’aver capito. In tentazioni di questo genere, conviene assumere l’atteggiamento che si suole assumere nelle tentazioni della carne: non disputare né poco né molto, ma fare come facevano gli Israeliti con le ossa dell’agnello pasquale, che non tentavano di rompere, ma gettavano sul fuoco. Non bisogna rispondere minimamente né dimostrare d’aver udito quello che il nemico dice ma lasciare che bussi alla porta senza mai chiedere: Chi va là?

Questo è vero, mi direte voi, ma il nemico disturba, e quelli che sono dentro, non si capiscono più fra loro. Non importa: bisogna aver pazienza e parlarsi a segni. Bisogna prostrarsi dinanzi a Dio e rimanere così ai suoi piedi. Da questa vostra posizione, egli comprenderà che siete sua e che chiedete il suo aiuto, sebbene non possiate parlare. Ma, soprattutto, tenetevi ben chiusa dentro, e non aprite assolutamente la porta per vedere o per cacciare l’importuno.  Presto o tardi, smetterà di gridare e vi lascerà in pace. Sarebbe ora, mi direte voi.

Intanto, è un ottimo segno che il nemico si ostini a bussare alla porta: questo vuol dire che non ha ottenuto quello che voleva. Se l’avesse ottenuto, non griderebbe più: entrerebbe e s’accomoderebbe. Notate bene tutto questo per non lasciarvi prendere dagli scrupoli […]. Coraggio dunque, ché il tempo della tribolazione verrà presto. Ma non importa. Purché il maligno non possa entrare.

Dopo questo rimedio, ve ne suggerisco un altro. Le tentazioni contro la fede vanno diritte all’intelligenza per indurla a disputare, ad almanaccare e a sognare. Sapete che cosa dovete fare quando il nemico tenta di dare la scalata all’intelligenza? Uscite attraverso la porta della volontà e attaccatelo decisamente. Voglio dire: quando vi si presenta la tentazione contro la fede per indurvi a pensare: Come è possibile questo? Come è possibile quello? Fate che, invece di disputar, la vostra parte affettiva si slanci violentemente sul nemico e, unendo alla voce interiore anche quella esteriore, gli gridi: Ah, traditore! Ah sciagurato! Tu hai abbandonato la Chiesa degli Angeli, e vuoi che io abbandoni quella dei santi?

Tu, fedifrago, infedele e perfido, presentasti alla prima donna il frutto della perdizione, e vuoi ora che anche io lo addenti. «Vattene, Satana! Sta scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo». No, io non accetterò di disputare e non ti risponderò. Eva, per aver voluto disputare, si perdette; volle disputare, e si lasciò sedurre. Viva Gesù nel quale io credo, e viva la Chiesa alla quale aderisco! Usate queste o altre simili parole infuocate.

Anche a Gesù Cristo e allo Spirito Santo rivolgerete le parole che Egli vi suggerirà, e alla Chiesa direte: O Madre dei figli di Dio, io non mi separerò mai da voi; io voglio vivere e morire nel vostro grembo.

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Non so se mi faccio capire bene. Voglio dire che bisogna vincere con l’amore e non con i ragionamenti, con gli affetti e non con le considerazioni. è vero che, nel tempo della tentazione, la povera volontà si sente tutta arida, ma tanto meglio: i suoi colpi saranno tanto più duri per il nemico il quale, vedendo che non solo non vi può arrestare, ma vi offre l’occasione per praticare mille affetti virtuosi e specialmente per fare una solenne professione di fede, deciderà di lasciarvi in pace.

Come terzo rimedio, sarà bene ricorrere, qualche volta, a cinquanta o sessanta colpi di disciplina, oppure a trenta, secondo che vi sentirete disposta. Questa ricetta si è rivelata meravigliosamente efficace in un’anima che io conosco. Si vede che il dolore esterno distoglie l’attenzione dalla afflizione interiore e attira la misericordia di Dio; senza contare che il maligno, vedendo battere la carne, sua simpatizzante e alleata si lascia prender e dal timore e fugge. Però, di questo terzo rimedio è necessario servirsi con moderazione e secondo il profitto che vi accorgerete di trarne dopo un’esperienza di alcuni giorni.

Dopo tutto, queste tentazioni sono afflizioni come le altre, e bisogna prenderle con rassegnazione pensando alle parole della sacra Scrittura: «Felice l’uomo che sopporta la prova, perché, dopo essere stato provato, riceverà la corona di vita». Sappiate che ho visto poche persone progredire nella virtù senza queste prove. Bisogna aver pazienza: il nostro Dio, dopo la burrasca, manderà la bonaccia. Ma, soprattutto, servitevi del primo e del secondo rimedio.

Per quanto concerne il quarto punto, non voglio cambiare minimamente i voti che faceste la prima volta che vi offriste a Dio, né il posto che vi fu assegnato né altra cosa.

Quanto alle preghiere quotidiane, ecco il mio parere. La mattina, fate la meditazione con la relativa preparazione, come vi indicai nello scritto che vi mandai per questo scopo. Aggiungetevi il Pater noster, l’Ave Maria, il Credo, il Veni Creator Spiritus, l’Ave maris Stella, l’Angele Dei e una breve preghiera ai due santi Giovanni e ai santi Francesco d’Assisi e di Paola, che troverete nel breviario o che, forse, avete già inserita nel libretto che pensate di mandarmi. Salutate tutti i santi con questa preghiera vocale: «Santa Maria e tutti i santi, vogliate intercedere per noi presso nostro Signore, perché otteniamo di essere aiutati e salvati da Colui che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen» […].

Dopo aver salutato i santi che si trovano in Cielo, dite un Pater noster e un’Ave per i fedeli defunti e un altro per tutti i fedeli viventi. Così, avrete visitato tutta la Chiesa, che ha una sua parte in Cielo, una sulla terra e una sotto la terra, come attestano san Paolo e san Giovanni. Questo vi terrà occupata per una buona ora. La sera, due ore o forse un’ora e mezzo dopo la cena, vi ritirerete e direte il Pater noster, l’ Ave e il Credo; quindi, reciterete il Confiteor fino al mea culpa. A questo punto, farete l’esame di coscienza, dopo il quale, terminerete il mea culpa e direte le Litanie lauretane, oppure direte per ordine le sette Litanie di nostro Signore, della Madonna, degli Angeli e così le altre, come si possono trovare in un libretto preparato espressamente per questo. Mi pare però che sia assai difficile trovarlo. Perciò, se davvero non lo trovate contentatevi delle Litanie della Madonna.  Tutto questo vi terrà occupata per circa una mezz’ora.

Ogni giorno, fate una buona mezz’ora di lettura spirituale, che vi potrà bastare per tutti i giorni feriali. Nelle feste, aggiungete alla lettura spirituale i Vespri e l’Ufficio della Madonna.

Qualora proviate un grande gusto per le preghiere che vi ho elencate or ora, non cambiate nulla, ve ne prego, ma, qualora tralasciaste qualcosa di quello che vi ho detto, non ve ne fate scrupolo, perché, eccovi qui la regola generale della vostra ubbidienza, scritta in lettere molto grosse:

È NECESSARIO FAR TUTTO PER AMORE

E NULLA PER TIMORE;

È NECESSARIO AMARE L’UBBIDIENZA

PIÙ DI QUANTO SI TEME LA DISUBBIDIENZA.

 

Vi lascio lo spirito di libertà: non quello che esclude l’ubbidienza, ché, allora, dovremmo parlare della libertà della carne, bensì quello che esclude la costrizione, lo scrupolo e la fretta. Se amate molto l’ubbidienza e la sottomissione, voglio che, quando vi si presenterà qualche occasione di tralasciare i vostri esercizi di pietà per motivi di giustizia o di carità, lo facciate corme per ubbidienza e che suppliate con l’amore alla pratica che avete tralasciata.

Desidero che abbiate una traduzione francese di tutte le preghiere che reciterete. Non voglio che le diciate in francese, bensì in latino, cosa che favorisce la devozione; ma voglio che conosciate perfettamente il senso delle preghiere che dovete recitare, comprese le Litanie del Nome di Gesù, della Madonna e le altre. Ma cercate di arrivare a tutto questo senza troppa fretta, con spirito di dolcezza e amore.

Le meditazioni avranno come oggetto la Vita e la Morte di nostro Signore. Mi pare bene che usiate gli Esercizi del Taulero, le Meditazioni di san Bonaventura e quelle del Capilla (certosino spagnolo), ché, in definitiva la Vita di Gesù e i Vangeli sono la stessa cosa. Bisogna però adattare tutto al metodo che vi o spiegato nello scritto che vi ho mandato. Le meditazioni sui novissimi sono utili, ma a condizione che terminiate sempre la meditazione con un atto di confidenza in Dio, non rappresentandovi mai la morte o l’inferno da un lato senza rappresentarvi la Croce dall’altro, così che, dopo esservi esercitata al timore con l’uno, ricorriate all’altra con la dovuta confidenza. La meditazione non duri mai più di tre quarti d’ora al massimo. Io amo i canti spirituali, ma cantati con affetto. […].

Per il corpo, approvo il digiuno del venerdì e la cena molto sobria del sabato. Approvo anche che il corpo sia sottoposto alla mortificazione durante la settimana non tanto con la sottrazione dei cibi (salva sempre la sobrietà), quanto piuttosto con la loro scelta. Approvo tuttavia che, qualche volta, lo si tratti bene dandogli un bel pasto di avena, come faceva san Francesco, per farlo camminare più spedito. La disciplina, che ha il potere meraviglioso di risvegliare lo spirito pungolando la carne, sia praticata solo due volte la settimana. Non dovete tralasciare di comunicarvi spesso, se non quando ve lo comanda il confessore. Nelle feste, ho la consolazione particolare di sapere che ci comunichiamo insieme.

Quanto al quinto punto, è vero che sento un affetto particolarissimo per il nostro Celso Benigno e per tutti gli altri vostri figli. Poiché Dio vi ha dato un cuore capace di desiderarli unicamente per il servizio divi­ no, bisogna educarli in vista di questo fine, spirando loro con soavità pensieri che li conducano verso Dio. Abbiate le Confessioni di sant’Agostino e leggetele attentamente a cominciare dall’ottavo libro. Vedrete quale cura aveva del suo Agostino la vedova Monica e molte altre cose che vi consoleranno.

Celso Benigno dev’essere educato a sentimenti di generosità. Bisogna coltivare nella sua piccola anima la tendenza a un servizio di Dio fatto di nobiltà e di coraggio e moderare in lui la ricerca della gloria puramente mondana; ma tutto questo a poco a poco. A misura che egli crescerà, con l’aiuto di Dio, penseremo ai particolari che si renderanno necessari. Intanto, sia per lui e sia per le sue sorelle, abbiate cura che dormano soli, se è possibile, oppure con persone nelle quali possiate riporre tutta la fiducia che riporreste in voi stessa. Non si può credere quanto sia utile questo avvertimento: l’esperienza mi ha insegnato a ripeterlo sempre più caldamente.

Se Francesca è contenta di essere religiosa, bene; altrimenti, non posso approvare che si cerchi di influire sulla sua volontà con risoluzioni, ma solo con soavi ispirazioni, come si deve fare con tutte le altre. Per quanto ci è possibile, dobbiamo agire sugli spiriti come fanno gli Angeli, cioè con dolci ispirazioni, e mai con violenza.

Intanto, approvo che la facciate educare nel monastero di Puits d’Orbe, nel quale ho buone ragioni per credere che la devozione sarà assai presto molto fiorente; e voglio che cooperiate a questo intento. Ma cercate di togliere a tutte dall’anima la vanità che nasce, si può dire, col loro sesso. So che avete le Lettere di san Girolamo tradotte in francese: leggete quella che egli scrisse a Pacatula e le altre sulla educazione delle giovanette: vi saranno di molto incoraggiamento. Tuttavia, occorre usare molta moderazione; e credo di avere detto tutto quando ho detto che ci dobbiamo servire di soavi ispirazioni.

Vedo che siete debitrice di duemila scudi: pagateli quanto più presto vi è possibile, e badate specialmente a non sottrarre a nessuno qualche parte di quello che gli è dovuto. Fate quale piccola elemosina, ma con grande umiltà. Amo la visita ai malati, ai vecchi e alle donne in modo speciale, ma anche ai giovani che stanno veramente male. Amo la visita ai poveri, specialmente alle donne, con grande umiltà e semplicità.

Per il sesto punto, approvo che dividiate il vostro tempo vivendo ora col vostro signor padre e ora col vostro signor suocero e che cerchiate di procurare bene della loro anima come fanno gli Angeli, come vi ho già detto. Se il tempo che trascorrete a Digione è un po’ più lungo, non importa: questo è anche il vostro primo dovere. Procurate di rendervi ogni giorno più umile e più gradita all’uno e all’altro dei vostri padri, e lavorate per la loro salvezza con lo spirito di dolcezza. Senza dubbio, per voi personalmente, sarà meglio passare l’inverno  a Digione.

 

Ho scritto a vostro padre. E, siccome egli mi aveva chiesto di scrivergli qualche cosa che gli servisse per la salvezza della sua anima, l’ho fatto con molta, e forse, dovrei dire con troppa semplicità. L’indirizzo che gli ho dato poggia su due punti. Primo: che faccia come una revisione generale della sua vita, per prepararsi a una penitenza o una confessione generale, cosa che nessun uomo deve tralasciare una volta in vita. Secondo: che, a poco a poco, cerchi di sciogliere tutti i legami affettivi col mondo. E, a questo fine, gli ho anche suggerito i mezzi. Gli ho esposto la cosa, mi pare, molto chiaramente, avvertendolo che non bisogna rompere tutti i legami con le cose del mondo con un colpo solo, ma allentarli e scioglierli a poco a poco. Sono sicuro che vi farà vedere la lettera: aiutatelo a capirla e a metterla in pratica.

Per avviare la sua vita a una conclusione felice dovete praticare verso di lui una grande carità, e nessun riguardo vi deve impedire di compiere questo dovere con un umile ardore, poiché egli è il primo prossimo che Dio vi comanda di amare; e la prima parte che dovete amare in lui è la sua anima e, nella sua anima, la coscienza e, nella coscienza, la purezza e, nella purezza, il pensiero della salvezza eterna. Altrettanto dico per quanto si riferisce al vostro suocero.

Circa il settimo punto, cioè circa lo spirito di libertà, vi dico solo quello che è. Ogni uomo per bene è libero dagli atti che costituiscono peccato mortale e non li ama assolutamente. Ecco la libertà necessaria per la salvezza. Quella di cui parlo è la libertà dei figli prediletti. E che è? E un distacco del cuore cristiano da tutte le cose, che permette all’anima di seguire in tutto la volontà di Dio a misura che la conosce. Capi­ rete facilmente quello che voglio dire, se Dio mi concederà la grazia di indicarvi le caratteristiche, i segni, gli effetti e le occasioni di questa libertà.

Noi chiediamo a Dio, come prima cosa, che sia santificato il suo nome, che venga il suo regno e che sia fatta la sua volontà in terra come in cielo. Tutto questo non è altro che lo spirito di libertà, il quale porta l’anima a non mirare ad altra cosa, se non a questo: che il nome di Dio sia santificato, che Sua Maestà regni in noi e che si compia la sua volontà.

Prima caratteristica: Il cuore che ha questa libertà, non è attacca to alle consolazioni, ma riceve le afflizioni con tutta la dolcezza che la carne gli permette. Non dico che ami o desideri le afflizioni, ma che non deve rattristarsi per esse. Seconda caratteristica: Il cuore che ha questa libertà, non si attacca minimamente agli esercizi spirituali, così che se, per una malattia o per un’altra ragione, non li può compiere, non ne prova nessun dispiacere. Non dico che non li ama, ma solo che non è attaccato a essi. Terza: Non perde quasi mai la sua gioiosità, perché nessuna privazione rattrista colui che non ha il cuore attaccato a nulla. Non dico che non la perde mai, ma che la perde solo poche volte.

Gli effetti di questa libertà sono una grande soavità di spirito e una grande dolcezza e accondiscendenza a tutto quello che non è peccato o pericolo di peccato: in una parola, è quell’umore dolce che si adatta facilmente agli atti di ogni virtù e di ogni forma di carità. Esempio: interrompete un’anima che è attaccata all’esercizio della meditazione, e la vedrete uscire indispettita, frettolosa e meravigliata. Un’anima che ha il vero spirito di libertà, uscirà invece col viso spianato e col cuore ben disposto incontro all’importuno che l’ha disturbata, perché, per lei, servire Dio meditando o servirlo sopportando il prossimo è la stessa cosa: l’una e l’altra cosa sono la volontà di Dio, ma, in quel momento, l’unica necessaria è quella di sopportare il prossimo. Le occasioni per esercitare questo spirito di libertà sono tutte le cose che avvengono contro i nostri gusti, poiché chi non è attaccato ai suoi gusti, non si impazientisce quando è costretto a rinunziare ad essi.

A questa libertà sono contrari due vizi: l’instabilità e la costrizione, che si possono anche chiamare dissipazione e servitù. L’instabilità dello spirito o dissipazione è un eccesso di libertà per il quale si vorrebbe cambiare pratica di pietà o condizione di vita senza una vera ragione e senza conoscere quale sia la volontà di Dio. Col più piccolo pretesto, si cambia una pratica di pietà, un proposito o una regola; per una piccolissima difficoltà, si lascia l’osservanza d’una regola lodevolmente osservata per lungo tempo; e per conseguenza, il cuore si dissipa e si perde, ed è come un frutteto aperto da tutti i lati, i cu i frutti non sono per il padrone, ma per tutti i passanti.

La costrizione o servitù è una mancanza di libertà per la quale lo spirito è oppresso dalla noia o dalla collera quando non riesce a fare quello che si era proposto, sebbene possa fare cose migliori. Esempio: io mi sono proposto di fare la meditazione ogni giorno, la mattina. Se ho questo spirito d’instabilità o di dissipazione, alla prima piccola occasione, come, per esempio, perché un cane non mi ha permesso di dormire la notte o perché devo scrivere una lettera, sebbene non sia urgente, la tramanderò alla sera.  Al contrario, se ho lo spirito di costrizione o di servitù, non tralascerò la meditazione anche se, a quell’ora, un ammalato ha bisogno della mia assistenza o devo scrivere una lettera di grande importanza, che non può essere tramandata. E così si dica di tutto il resto.

Non mi resta che presentarvi, di questa libertà, due o   tre esempi, che vi faranno comprendere meglio quello che io non so dire. Ma, prima ancora, bisogna che vi dica che, a questo riguardo, occorre osservare due regole, per non cadere in errori. Prima regola: una persona non deve mai tralasciare le sue pratiche di pietà o allontanarsi dalle comuni regole della virtù, se non vede la volontà di Dio dall’altra parte. Ora, la volontà di Dio si manifesta in due modi: attraverso la necessità e attraverso la carità. Io voglio predicare la Quaresima in un piccolo centro della mia diocesi. Se, prima della Quaresima, mi ammalo o mi spezzo una gamba, non devo rattristarmi o inquietarmi per il fatto che non posso predicare, perché è certo che la volontà di Dio è che io lo serva soffrendo e non predicando. Se, invece, io non sono malato, ma si presenta un’occasione per cui, in un altro luogo, se non accorro, i fedeli si faranno ugonotti, ecco che Dio ha manifestato abbastanza chiaramente la sua volontà di farmi dolcemente rinunziare al mio proposito.

La seconda regola è che quando si deve usare dello spirito di libertà per motivi di carità, bisogna farlo senza scandalo e senza ingiustizie.  Io so, per esempio, che sarei più utile in qualche parte lontana dalla mia diocesi: in questo caso, non devo usare della libertà, perché scandalizzerei e commetterei un’ingiustizia, poiché ho l’obbligo di lavorare qui. Così, userebbero d’una falsa libertà le spose che si allontanassero dai mariti senza una legittima ragione, col pretesto della devozione o della carità. Questa libertà, dunque, non è mai contraria alla vocazione di ciascuno, ma anzi, fa sì che ciascuno comprenda che la volontà di Dio è che egli rimanga fedele ad essa.

Ora, voglio che prendiate in considerazione la vita del cardinale Borromeo, che sarà canonizzato fra pochi giorni. Era lo spirito più metodico, più rigido e più austero che si possa immaginare. Beveva solo acqua e mangiava solo pane. Era così esatto nei suoi doveri che, da quando era arcivescovo, cioè da ventiquattro anni, era entrato solo due volte in casa dei suoi fratelli quando essi erano gravemente infermi, e solo due volte nel suo giardino. E tuttavia, questo spirito così austero, trovandosi spesso a tavola con gli Svizzeri suoi vicini per indurli a fare sempre meglio, non si faceva nessun scrupolo di brindare con essi due volte a ogni pasto, senza tener conto di quello che aveva già bevuto per estinguere la sete. Ecco un esempio di santa libertà nell’uomo più rigoroso del nostro tempo. Uno spirito dissipato sarebbe andato all’eccesso; lo spirito di costrizione avrebbe indotto a pensare che fosse peccato mortale; uno spirito di libertà fa tutto questo per carità.

Spiridione, un vescovo antico, avendo ospitato un pellegrino mezzo morto per fame in tempo di Quaresima e in un luogo nel quale non si trovava altro cibo che carne salata, prese a cuocere di quella carne in presenza del pellegrino. Questi non voleva mangiarla, sebbene ne avesse bisogno, e Spiridione, sebbene non ne avesse nessun bisogno, ne mangiò per primo per carità, per liberare il suo ospite da ogni scrupolo col suo esempio. Ecco la caritatevole libertà d’un santo.

Il P. Ignazio di Loyola, che sta per essere canonizzato, un mercoledì santo, mangiò carne per una semplice prescrizione del medico, che la stimava utile per un disturbo del quale soffriva. Uno spirito di costrizione si sarebbe fatto pregare per tre giorni.

Ma voglio presentarvi un esempio che, in confronto a questi, è come il sole in confronto delle stelle: un vero spirito libero da ogni attaccamento e che non mira ad altro che alla volontà di Dio. Ho pensato molte volte quale potesse essere la mortificazione più grande registrata in tutte le vite dei santi di cui avevo conoscenza; e, dopo molte considerazioni, ho concluso che era questa. San Giovanni Battista si ritirò nel deserto all’età di cinque anni, e sapeva che il nostro e suo Salvatore era nato poco lontano da lui, a due, o forse, tre giornate di cammino. Dio sa se il cuore di san Giovanni ferito dall’amore del suo Salvatore fin dal seno della madre, avrebbe desiderato godere della sua presenza. E tuttavia, egli passa venticinque anni nel deserto senza andare una volta a vedere il nostro Salvatore; e quando esce dal deserto, attende a catechizzare il popolo e non va in cerca di Lui, ma attende che Egli stesso gli si presenti. E dopo che lo ha battezzato, non lo segue, ma resta lì a compiere il suo dovere. Oh Dio! Quale mortificazione di spirito! Essere così vicino al Salvatore e non vederlo; averlo così vicino e non udire la sua parola. Che cosa è questo, se non avere lo spirito distaccato da tutto, persino da Dio, per poter compiere la volontà di Dio e servirlo? lasciare Dio per Dio e non amare Dio per poterlo amare meglio e più puramente? Questo esempio schiaccia il mio spirito con la sua grandezza.

Ho dimenticato di dire che la volontà di Dio si conosce non solo attraverso la necessità e la carità, ma anche attraverso l’ubbidienza e che, quindi, colui che riceve un ordine, deve pensare che quella è la volontà di Dio. Ma non è ormai troppo? Sì, ma il mio spirito corre più rapido di quanto vorrei, lasciandosi trascinare dal suo grande desiderio di servirvi.

Per l’ottavo punto, ricordatevi del giorno del beato re san Luigi, giorno in cui, per la seconda volta toglieste al vostro spirito la corona del vostro regno per deporla ai piedi del vostro Re Gesù; giorno nel quale rinnovellaste la vostra giovinezza come l’aquila e vi immergeste nel mare della penitenza; giorno portatore del giorno eterno per la vostra anima. Ricordate che alle grandi risoluzioni con le quali dichiaraste di voler essere tutta di Dio in corpo, cuore e spirito, io risposi Amen in nome di tutta la Chiesa nostra madre, mentre la Santissima Vergine con tutti gli Angeli e i beati fecero riecheggiare nel cielo il loro grande Amen e Alleluya. Ricordate che non bisogna fare assegnamento sul passato, ma che, tutti i giorni, dovete dire con Davide: Proprio ora comincio ad amare Dio. Fate molto per Dio e non fate nulla senza amore. Indirizzate tutto all’amore; mangiate e bevete per questo.

Siate devota di san Luigi e ammirate in lui la grande costanza. Egli divenne re a dodici anni, ebbe nove figli, guerreggiò continuamente contro i ribelli o contro i nemici della fede ed ebbe quarant’anni di regno. E al termine di tutto questo, dopo la sua morte, il suo confessore, un santo uomo che lo aveva confessato per tutta la vita, dichiarò con giuramento di non avere notizia che fosse caduto in un peccato mortale. Egli compì due viaggi in terre d’oltre mare. Nell’uno e nell’altro, perdette il suo esercito e, nel secondo, morì egli stesso di peste, dopo aver visitato, soccorso, servito, curato e guarito gli appestati del suo esercito; e morì sereno, tranquillo, con un versetto di Davide sulle labbra. Vi do questo santo come Patrono speciale per quest’anno; e voi lo terrete davanti agli occhi come gli altri che vi ho nominati. L’anno venturo, quando avrete approfittato bene della scuola di questo, se Dio vorrà, ve ne darò un altro.

Per il nono punto, dovete credere, sul mio conto, due cose. Prima: che Dio vuole che vi serviate di me; e non dubitatene minimamente. Seconda: che in quello che sarà utile per la vostra salvezza, Dio mi concederà la luce che è necessaria per servirvi; e, quanto alla volontà, Egli me l’ha già data così grande, che non potrebbe essere maggiore.

Ho ricevuto il biglietto dei vostri voti, che conservo con cura e rileggo come il regolare contratto della nostra alleanza, tutta fondata su Dio, che durerà per l’eternità grazie alla misericordia di Colui che ne è l’autore.

Monsignor Vescovo di Saluzzo, uno degli amici più intimi e dei più grandi servi di Dio dei nostri tempi, è morto da poco, con incredibile dolore dei suoi fedeli che godettero della sua attività pastorale solo per un anno e mezzo, dato che eravamo stati nominati vescovi insieme, nello stesso giorno. Vi chiedo tre Rosari per il riposo della sua anima, sicuro che, se mi fosse sopravvissuto, egli mi avrebbe procurato una simile carità da parte di tutti quelli ai quali la potesse chiedere.

In un punto della vostra lettera, mi scriveste in modo da dare l’impressione che siate sicura che, un giorno, ci rivedremo. Dio lo voglia, carissima Sorella! ma, per quanto mi concerne, non ho sotto gli occhi nulla che possa farmi sperare di avere la possibilità di arrivare fin costì; e ve ne confidai anche la ragione quando eravamo a Saint-Claude. Io mi trovo qui, legato mani e piedi e, quanto a voi, mia buona Sorella, i disagi del vostro ultimo viaggio non vi dicono nulla? Comunque, prima di Pasqua, vedremo quello che Dio vorrà da noi. La sua santa volontà sia sempre la nostra. Vi prego di benedire Dio con me per gli effetti del viaggio di Saint­Claude: non li posso descrivere, ma sono grandi. La prima volta che avrete qualche tempo libero, raccontatemi la storia della vostra porta di Saint-Claude; e credete che non ve la chiedo solo per curiosità.

Mia madre si è affezionata talmente a voi, che non potrebbe farlo maggiormente. Mi ha fatto molto piacere che chiamiate così di cuore «sorella» la signora di Puits d’Orbe. è una grande anima e, se sarà ben assistita, Dio si servirà di lei per la gloria del suo nome. Aiutatela e visitatela con le vostre lettere: Dio ve ne ricompenserà. Se dessi retta a me stesso, non metterei mai fine a questa lettera, scritta col solo intento di rispondervi. Voglio però terminarla chiedendovi una grande assistenza delle vostre preghiere, che mi sono estremamente necessarie. Io non prego mai senza avervi come partecipe delle mie suppliche, e non saluto mai i miei Angeli senza salutare anche il vostro. Ricambiatemi il favore, e così faccia anche Celso Benigno per il quale prego sempre, come prego per tutta la vostra compagnia.  Credete che non dimentico mai loro né il loro defunto signor padre, vostro marito.

Vostro servo devotissimo.

[Vi scrivo] con libertà, perché mando attraverso un uomo [di fiducia]. Pregate qualche volta per la restituzione della mia infelice Ginevra.

 

 

Contemplazione poetica. Questo solo bramire

 

Altri, sì, altri

scavalchino la siepe, altri

 

godano il dolce naufragio

nell’infinito mare

 

a me questo solo

bramire di cerva

 

tra

le pietraie.

Affidamento a Maria. Tutto viene dato e consacrato

 

[123] Ne traggo queste conseguenze:

1) Con tale forma di devozione si offre a Gesù Cristo, nel modo più perfetto, cioè per le mani di Maria, tutto quanto gli si può dare e molto più che con le altre forme di devozione, nelle quali si dà solo una parte o del proprio tempo, o delle buone opere, o delle soddisfazioni e mortificazioni. Qui, invece, tutto viene dato e consacrato, perfino il diritto di disporre dei beni interni e delle soddisfazioni che si guadagnano di giorno in giorno con le buone opere. Ciò non avviene in nessun Istituto religioso. In questi si danno a Dio i beni di fortuna col voto di povertà; i beni del corpo col voto di castità; la propria volontà col voto di obbedienza e, qualche volta, anche la libertà del corpo col voto di clausura. Non si danno, però, la libertà o il diritto naturale di disporre delle proprie buone opere e nemmeno ci si spoglia totalmente di quel che il cristiano possiede di più prezioso e di più caro: i propri meriti e le proprie soddisfazioni.

 

8. Il Teotimo, Trattato dell’amor di Dio:
fonti e strutturazione del testo.
5 febbraio pomeriggio.
Giornata penitenziale

 

 

 

Dal mondo quotidiano. Stabat Mater (musica di Frisina)

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, Sapienza infinita

 

 

Costituzioni salesiane. Natura e missione della nostra Società

 

  1. Noi, salesiani di don Bosco (SDB), formiamo una comunità di battezzati che, docili alla voce dello Spirito, intendono realizzare in una specifica forma di vita religiosa il progetto apostolico del Fondatore: essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri.

Nel compiere questa missione, troviamo la via della nostra santificazione.

 

 

Brani biblici. Perché sappiate che possedete la vita eterna

 

1Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. 2In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. 3In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. 4Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

5E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? 6Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. 7Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: 8lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. 9Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio. 10Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio. 11E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. 12Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. 13Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.

 

1 Giovanni 5

 

 

5Chi sta salendo dal deserto,

appoggiata al suo amato?

Sotto il melo ti ho svegliato;

là dove ti concepì tua madre,

là dove ti concepì colei che ti ha partorito.

6Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

come sigillo sul tuo braccio;

perché forte come la morte è l’amore,

tenace come il regno dei morti è la passione:

le sue vampe sono vampe di fuoco,

una fiamma divina!

7Le grandi acque non possono spegnere l’amore

né i fiumi travolgerlo.

Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa

in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.

 

Cantico dei Cantici 8

 

 

Meditazione. Il Trattato dell’amor di Dio

 

Questa meditazione presenta quattro punti: un primo riguardante il contesto salesiano biografico e a livello di produzione scritta che ha preceduto e accompagnato la stesura del Trattato.

Passiamo poi ad annunciare sinteticamente quella che anche noi (assieme agli studi più recenti e qualificati) riteniamo la caratteristica propria dello stile del Trattato: cioè, aver scoperto (o ri-scoperto; per scegliere tra i due verbi il campo di battaglia è aperto per gli storici della teologia in genere e della teologia spirituale in particolare) la modalità probabilmente migliore allo scopo di rappresentare in linguaggio umano la qualità umano-affettiva dello stesso essere credente in Cristo. La questione tocca i seguenti termini: quale rapporto si può e si deve tracciare tra il discepolato di Cristo e tutte le insondabili e spesso misteriose qualità dell’essere umano? La scienza teologica, che mette a tema in modo scientifico la realtà della grazia divina e della fede umana, ha qualcosa da dire agli affetti della persona, oppure si tratta di un’operazione strettamente teoretica e mentale? Già altri nel passato si erano confrontati con questi interrogativi (uno tra tutti, san Bernardo), ma l’opinione degli studiosi di san Francesco di Sales è che la sua proposta al riguardo non sia per nulla da sottovalutare.

Mediteremo poi sull’intero testo del Trattato stesso, cercando di offrire in sintesi o riprodurre i passaggi e le tematiche le quali ci parevano maggiormente significative.

Si trova infine una brevissima argomentazione e motivazione rispetto alla convinzione, di cui anche noi ci facciamo portatori, dell’importanza decisiva del Trattato: sia allo scopo di comprendere l’anima della spiritualità genuinamente salesiana, sia in vista di un arricchimento ulteriore anche della teologia del XXI secolo.

 

Il contesto bio-bibliografico immediato

 

Gli studiosi – sulla base delle stesse testimonianze di Francesco – pongono nel periodo tra il 1607 e il 1616 il lavoro di intuizione, abbozzo, faticosa stesura e pubblicazione del Trattato dell’amor di Dio.[40]

Il Trattato si presenta come un’opera del tutto speciale e – potremmo dire – anomala rispetto alla rimanente produzione di Francesco. Si passa da occasioni esterne che provocano pubblicazioni adeguate, ad un cuore che, colmo dell’amore gratuito di Dio, ora trabocca in queste pagine:

Diversi avvenimenti o le sollecitazioni dei suoi amici avevano determinato san Francesco di Sales alla pubblicazione delle sue tre opere precedenti [Le controversie, Difesa dello stendardo della croce, Introduzione alla vita devota, n.d.r.]. Non fu così per il suo Trattato dell’amor di Dio. Questo libro è un prodotto spontaneo del suo cuore, il frutto della sua lunga esperienza e della sua intima unione con il Signore.[41]

Rimane da non dimenticare il costruttivo e decisivo apporto delle Madri Visitandine, nell’ispirarlo, accompagnarlo, sostenerlo.

Seguiamo ora, secondo l’ordine cronologico, le tracce che ci sono rimaste, che testimoniano la genesi del Trattato.

Nella lettera scritta ad Annecy l’11 febbraio 1607 da parte di Francesco di Sales e indirizzata alla baronessa di Chantal, vi è già un abbozzo di quello che dopo nove anni diventerà il Trattato dell’amor di Dio. Si accenna anche alla Vita di una buona valligiana (Francesco era sempre stato affascinato dalle virtù della gente semplice) e a La Vie de la Mere Terese de Jesus, composta da P. Francesco de Ribera e pubblicata a Parigi nel 1602: quest’ultima è la prima traduzione della vita di Teresa d’Avila in francese.

Non ho ancora potuto rivedere la Vita della nostra buona valligiana per metterla in bella; ma, perché sappiate tutto quello che faccio, vi dirò che, quando posso avere un quarto d’ora di distensione, scrivo una Vita ammirabile di una santa di cui non avete ancora sentito parlare; e anche per questo, vi prego di non farne parola. Si tratta però di un lavoro d’un certo impegno al quale non avrei osato porre mano, se non fossi stato spinto da alcuni dei miei intimi. Ne vedrete alcuni brani abbastanza lunghi quando verrete. A questa potrò aggiungere la vita della nostra valligiana, che ne occuperà solo un angolino, perché sarà almeno il doppio della Vita della Madre Teresa. Ma, come vi dicevo, desidero che la cosa non si sappia fino a che sia compiuta; e, per ora, non ho fatto altro che cominciare. Lo faccio per ricrearmi e filare anch’io, come voi, alla mia conocchia.[42]

L’accenno alla «ricreazione» non deve ingannarci facendoci pensare ad un’opera minore o priva di adeguata riflessione, piuttosto ci rimanda a quell’orazione pacificata di cui tratterà nel libro stesso. È poi un Francesco che lavora interiormente, produce attraverso la profonda «conocchia» del suo cuore e invita, esorta, sostiene la Madre di Chantal a vivere allo stesso modo.

Da Annecy, verso il quindici febbraio del 1609, Francesco di Sales si rivolge all’amico e stimato arcivescovo di Vienne, monsignor Pietro di Villars, e gli presenta varie notizie soprattutto sulle proprie pubblicazione. Parla in particolare della genesi e dello stile delle varie opere.

Lasciando ai grandi operai i grandi disegni, ho progettato alcune operette meno impegnative, e tuttavia molto indicate per il carattere speciale della mia vita, non solo dedicata, ma consacrata al servizio del prossimo per la gloria di Dio. Vi esporrò brevemente l’argomento di tali operette.

Vado dunque meditando un libretto sull’Amor di Dio, non già per trattarne speculativamente, ma per dimostrare come si può praticare con l’osservanza dei Comandamenti della prima Tavola. Questo sarà seguito da un altro, che insegnerà la pratica dello stesso amore di Dio mediante l’osservanza dei Comandamenti della seconda Tavola; e i due libretti potranno essere riuniti in un unico volume di proporzioni modeste e maneggevole.[43]

La notizia del progetto di due libri “complementari” sull’amore di Dio e del prossimo può essere vera, ma in realtà non risultò possibile nella realizzazione. Invece pare effettivamente strano parlare del Trattato come ci è arrivato sino ad oggi come la metà di «un unico volume di proporzioni modeste e maneggevole».

Di particolare interesse, poi, la sottolineatura offerta poche righe sotto, secondo la quale Francesco desidera procedere «con uno stile non solo istruttivo, ma anche affettivo».[44]

Ancora, nella lettera del 5 febbraio 1610 alla baronessa di Chantal, Francesco, oltre ad affrontare argomenti di vario genere, accenna al «libro dell’Amor di Dio». Trattando sia della tempistica che si propone, quanto riferendosi allo stile spirituale a lui proprio, scrive: «Metterò presto mano al libro dell’Amor di Dio e cercherò di scrivere tanto nel mio cuore come nella carta».[45]

I prossimi accenni alla preparazione si trovano solo tra il 1612 e il 1613. Come mai questo divario? Molto probabilmente perché proprio gli anni tra il 1610 e il 1612 sono quelli decisivi per la fondazione della Visitazione: Francesco era completamente impegnato in questo nuovo progetto. In realtà non si trattò assolutamente di una “distrazione”, ma di un’attività e di una missione a cui si sentiva profondamente chiamato da Dio e che, tra l’altro, ebbe un importanza decisiva anche per la vita interiore di Francesco e, quindi, sul Trattato.[46]

Solo il 17 luglio 1612 Francesco accenna ad un religioso la prosecuzione nella stesura,[47] così come troviamo dei piccoli riferimenti in una lettera redatta attorno al 10 gennaio 1613 alla baronessa di Chantal[48] e così il 20 maggio dello stesso anno, rivolgendosi al Signore Des Hayes, Maestro di camera de re, Governatore di Montargis.[49]

Finalmente, il 7 novembre 1614, dopo un anno di intenso lavoro sul Trattato, Francesco potè scrivere alla signora de la Fléchère: «Il libro dell’Amore di Dio è terminato, ma lo devo trascrivere più volte prima di mandarlo all’editore».[50]

Giorgio Papàsogli ci riferisce come gli ultimi due anni di revisione non furono una fredda copiatura, ma illuminati da un’unione mistica con Dio e con i contenuti che andava trasmettendo, tale da rendere il processo di scrittura una preghiera autentica:

La madre de Chaugy citò nel Processo ginevrino un frammento di lettera scritto da Francesco alla madre Chantal, che noi trascriviamo qui tal quale: «Figlia mia cara, benedite Dio dell’agio che mi ha dato in  questi due giorni per fare un po’ di orazione straordinaria; perché veramente la sua Bontà ha diffuso nel mio spirito tanta luce, e nel mio povero cuore tanti affetti, per scrivere nel nostro caro libro dell’amor divino, che non so dove prenderò le parole per esprimere ciò che ho concepito».[51]

31 luglio 1616. La stampa è ultimata, sotto il seguente titolo:

Traicté de l’Amour de Dieu, par François de Sales, Evesque de Geneve, à Lyon chez Pierre Rigaud, Rue Mercière, au coing de rue Ferrandiere, à l’Enseigne de la Fortune, MDCXVI. Avec approbation des Docteurs et Privilège du Roy pour dis ans.[52]

 

Specificità del testo

 

Quali sono le principali scelte strategiche che caratterizzano il Trattato? Secondo Cristiano Passoni,

È possibile giungere a intravedere il suo originale progetto teologico-spirituale, pur senza che esso si esprima in una formalizzazione sistematica. È l’ideale della restituzione alla forma dell’uomo credente di quella qualità umano-affettiva che la teologia classica aveva sottaciuto e che la nuova mistica nelle sue punte più spurie, parimenti alla sua critica più serrata, accentuando unilateralmente l’aspetto della “concentrazione” su quello della “disseminazione”, rischiava di collocare in un orizzonte eccezionale e non ordinario dell’antropologia cristiana.[53]

Viene sottolineata l’insufficienza sia della forma della teologia classica, soprattutto quella dell’ultima scolastica, che risultava eccessivamente intellettualistica e dunque si era trovata incapace di dare risposte efficaci alle nuove (anche se affrontate efficacemente già dai primi padri della Chiesa) provocazioni, come quelle sulla liberta, la grazia, la predestinazione. Per cercare di rispondere a questa “aridità”, alcuni teologi e cristiani si sono rifugiati, già nel 1600 (e spesso strumentalizzando Francesco di Sales), nel sentimentalismo; nell’affermazione che la mistica sarebbe qualcosa di eccezionale, per pochi fortunati. E l’ascetica sarebbe legata solo a delle volontà più forti, quasi superumane. Ne deriva il terzo rischio di questa nuova forma di mistica: l’individualismo e la percezione di essere quasi distanti (o comunque distinti) dalla Chiesa “comune”.

Invece, in san Francesco di Sales,

Il suo snodo essenziale è descritto nella geniale intuizione di una punta estrema dell’anima, vale a dire di quel luogo altissimo della coscienza, nella quale risultano distinti e congiunti l’elemento razionale e l’elemento affettivo-sensibile.[54]

In altri termini, è proprio nella punta altissima nell’anima, nel profondo intimo dello spirito, nel centro pulsante del cuore che non solo si incontrano ragione e affetti, ma diviene possibile un reale, concreto, determinante incontro e collaborazione tra Dio e l’uomo.

 

Una presentazione del testo del Trattato dell’amor di Dio

 

Passiamo a sottolineare alcuni aspetti che riteniamo fondamentali nello sviluppo del Trattato.

 

Attraverso la Preghiera di dedica Francesco di Sales si affida, e affida il lettore alla

Santissima Madre di Dio, vaso di incomparabile elezione, Regina del sommo amore, tu sei la più amabile, la più amante e la più amata di tutte le creature. L’amore del Padre celeste si è compiaciuto in te dall’eternità, destinando il tuo casto cuore alla perfezione del santo amore, affinché tu un giorno potessi amare il suo unico Figlio Unigenito di un amore materno unico, come unico è l’amore pater­ no con il quale egli lo ama dall’eternità. Gesù, mio Salvatore, a chi meglio potrei dedicare le parole del tuo amore se non al cuore amabilissimo della Diletta della tua anima?[55]

Francesco è chiaro nel delineare già dalle primissime righe l’oggetto del suo scritto: la parola «amore», come sostantivo o verbo, è ripetuta almeno dodici volte. L’amore, profondamente teologico e umanissimo al tempo stesso, in forza dell’incarnazione e del mistero pasquale di Cristo, non è solo un’utopia, ma un mistero realizzabile, per quanto irto di difficoltà e di rinuncia a se stessi in favore di Dio e del prossimo.

Nelle stesse prime due pagine, continuando la Preghiera di dedica, indica ripetutamente il suo scopo principale: «ho qualche speranza che questo scritto d’amore possa illuminare e infiammare i figli della luce (Lc 16,8)»;[56] per questo è necessario porre lo scritto nelle mani di Cristo, il quale «si è così sommamente compiaciuto da riversare su di noi le delizie dell’ineffabile amore del suo cuore».[57]

Si conclude invocando la Trinità, assieme a Maria santissima:

Ravvivate la mia anima e quella di tutti coloro che leggeranno questo scritto, con la vostra potentissima intercessione presso lo Spirito Santo affinché, d’ora in poi, immoliamo in olocausto tutti i nostri affetti alla sua divina Bontà, per vivere, morire e ritornare a vivere per sempre tra le fiamme di quel celeste fuoco che Nostro Signore vostro Figlio ha tanto desiderato accendere nei nostri cuori (cf. Lc 12,49) e per far questo non cessò di affaticarsi e spasimare fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8).[58]

 

La Prefazione. Subito viene offerta la sottolineatura che il proprio interesse non è puramente intellettuale o speculativo, ma riflette una vita, un’esistenza cresciuta nello Spirito di Gesù: «tutta la predicazione evangelica è destinata ad incendiare i cuori»,[59] e allo stesso modo il Trattato dell’amor di Dio.

Già nella famiglia degli amici di Dio è stato trattato più volte il tema dell’amore per Dio e per i fratelli. Questo dato di fatto, lungi da scoraggiare l’autore nel comporre un nuovo testo su questo stesso argomento, lo porta ad esprimere con semplicità, quasi come se fosse caduta lì per caso l’espressione che può essere ritenuta la vera chiave di tutto il Trattato: «Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, vive nell’amore, si fa per amore e viene dall’amore».[60]

Vengono esplicitate le fonti: dalla Bibbia, ai Padri della Chiesa, ai migliori teologi. E su questi ultimi Francesco si mostra anche dubbioso. Forse in base alle difficoltà vissute a Parigi e a Padova da parte di teologi sedicenti esperti o anche riconosciuti come tali dalla comunità accademica, che avevano innescato la scintilla a quei pensieri, moti interiori, dubbi a riguardo della propria fede che abbiamo chiamato “crisi riguardante la predestinazione”. Francesco preferisce e ritiene più sicure, maggiormente teologiche altre vie:

Ma affinché si sappia che tali scritti vengono composti più felicemente dalla devozione degli amanti che dalla dottrina dei sapienti, lo Spirito Santo ha voluto che molte donne facessero meraviglie in questo campo. Chi ha espresso meglio le celesti passioni del sacro amore di santa Caterina da Genova, di sant’Angela da Foligno, di santa Caterina da Siena, di santa Matilde? […]

Infine, la beata Madre Teresa di Gesù ha scritto così bene dei sacri movimenti dell’amore, in tutti i libri che ci ha lasciato, che ci entusiasma trovare una così grande eloquenza in tanta umiltà, tanta fermezza di spirito in tanta semplicità; la sua dottissima ignoranza fa sembrare molto ignorante la scienza di molti letterati che, dopo grande rumore di studi, sono costretti alla vergogna di non capire quello che essa scrive con tanto acume sulla pratica del santo amore. Così Dio eleva il trono della sua virtù sul teatro della nostra infermità, servendosi di cose deboli per confondere le forti (1 Cor 1,27).[61]

Francesco di Sales, in questo contesto, spiega il suo stile, motivato sia dal suo modo di vivere come pastore pieno di zelo per la sua diocesi, sia dalla scoperta di chi e dove potesse attingere alla vera sapienza, sia dall’indubitabile presenza di paragoni, analogie e metafore (sebbene in modo molto diverso rispetto all’Introduzione alla vita devota). Leggiamo la sua stessa dichiarazione di stile di scrittura, inscindibilmente unito al contenuto del Trattato:

In realtà mi sono proposto soltanto di rappresentare con semplicità e genuinità, senza artifici e, a maggior ragione, senza fronzoli, la storia della nascita, della crescita, della decadenza, delle operazioni, proprietà, vantaggi ed eccelse qualità dell’amore divino. Se vi troverai qualche altra cosa, si tratta di ridondanze che è quasi impossibile evitare da parte di chi, come me, scrive tra le molte distrazioni: ciononostante credo proprio che niente rimarrà senza una qualche utilità.[62]

Segue una specie di avviso al lettore, che potrebbe innanzitutto scoraggiarsi nell’affrontare l’elevatezza teologica dei primi Libri. Ci pare che queste righe possano avere vari significati e valori: un senso pratico di incoraggiamento; più importante, un equilibrio all’interno dell’animo di Francesco tra le radici più profonde nella fede e la testimonianza concreta della carità. Il vero cristiano non dimentica né la scintilla divina che rende possibile il vero amore, né la necessità di giungere a scelte concrete di fede, speranza e carità. Se è necessario l’equilibrio in questi due aspetti, Francesco rivela qui, anche in una semplice frase, il suo spirito pedagogico (vuole aiutare, non rendere più ostico il cammino e la lettura) e la concretezza della sua attenzione all’amore vissuto: senza questo, tutto il Trattato (e non solo) sarebbe perdita di tempo e di energie.

I primi quattro Libri e qualche altro capitolo, senza dubbio, potevano essere omessi se si tiene conto delle anime che cercano soltanto la pratica della santa dilezione; tuttavia saranno loro molto utili se li leggono con devozione; al contrario, altri avrebbero potuto trovare cosa mal fatta non vedere qui tutto lo sviluppo di ciò che fa parte del trattato dell’amore celeste. Certo, ho tenuto presente la mentalità delle persone di questo secolo, e non potevo fare diversamente: è molto importante tener conto del tempo in cui si scrive.[63]

Dichiarazione di autentica umiltà ben riuscita e attenzione pedagogica o catechetica rispetto al lettore.

In queste pagine Francesco ci aiuta a ricostruire la genesi e la specificità dell’opera che sta presentando, anche in riferimento agli altri suoi scritti:

A questo proposito, mio caro lettore, ti prego di essere cortese e benevolo leggendo questo Trattato: se trovi che lo stile (anche se sono certo lo sarà di poco), è un po’ diverso da quello usato nella Filotea, ed entrambi molto distanti da quello della Difesa della Croce, tieni presente che in diciannove anni si imparano e si dimenticano molte cose; che il linguaggio della guerra è diverso da quello della pace e che ai giovani principianti si parla in un modo, ai vecchi compagni in un altro.[64]

Teniamo in modo particolare presente il terzo motivo per cui il lettore potrebbe rimanere perplesso. I cosiddetti «vecchi compagni» di cui si parla non sono altro che le sorelle Visitandine che, entrate in piccolo gruppo nella casa «de la Galerie» il 6 giugno 1610 come novizie, l’anno dopo hanno emesso la prima professione. Quindi almeno cinque anni prima che uscisse la stampa del Trattato. Tra loro, si distingue ovviamente la madre di Chantal, che incontrò Francesco nella quaresima del 1604, e tra cui si sviluppò un’amicizia spirituale tra le più profonde e feconde della storia della Chiesa. È anche da notare che, proprio nel maggio dell’anno di pubblicazione del Trattato avvenne uno scambio di lettere tra i due, un confronto molto esigente da parte di Francesco il quale, anche in tutta la sua amabilità, qui si mostra maestro sapiente e vigoroso: fa intendere alla madre di Chantal che ormai deve essere pronta a rinunciare ad ogni «balia», quindi addirittura alla stessa guida di Francesco. In ogni caso, qui nel Teotimo troviamo parole di sincera stima e gratitudine per coloro che l’hanno incoraggiato, rimotivato, sostenuto, spesso ispirato con le loro esperienze mistiche.

È fuor di dubbio che qui parlo per le anime progredite nella devozione; devo infatti dirti che in questa città [Annecy] abbiamo una Congregazione di nubili e di vedove che, ritirate dal mondo, fanno vita comune al servizio di Dio, sotto la protezione della Madre sua Santissima. E siccome la loro purezza e pietà spirituale mi ha dato spesso grandi consolazioni, da parte mia ho fatto del mio meglio per sdebitarmi con loro distribuendo la santa Parola, che io ho loro annunciata, sia in sermoni pubblici che in colloqui spirituali, quasi sempre alla presenza di parecchi religiosi e di persone di grande devozione; per questo ho dovuto spesso trattare degli aspetti più avanzati della pietà, andando oltre a quanto avevo detto a Filotea.

Ed una grande parte di quello che ora ti offro lo debbo a quella comunità benedetta, perché colei che ne è la Madre e la presiede, sapendo che stavo scrivendo su questo tema, ma che difficilmente sarei riuscito a portare a termine l’impresa se il Signore non mi avesse assistito in modo particolare, perché non fossi assillato in continuazione da tante occupazioni, si è premurata di pregare e far pregare senza soste a tale scopo e mi ha santamente scongiurato di racimolare tutti i ritagli di tempo che era possibile sottrarre al cumulo dei miei impegni, per impiegarli a tal fine: e dato che ho di quell’anima la stima che Dio sa, non le è stato difficile sostenere l’anima mia in tale circostanza.[65]

 

Seguiamo padre Pierre Serouet,[66] nell’affermare che dopo la Preghiera dedicatoria e la Prefazione, appena presentate, il Libro primo assume una forte importanza, in quanto «contiene una preparazione a tutto il Trattato». Dal Libro secondo al Libro quinto vi è una trattazione esplicita dell’amore divino. Il Libro sesto e il Libro settimo si concentrano a riguardo della preghiera. All’interno dei Libri ottavo e nono troviamo un’ascesa dall’amore di conformità da parte dell’uomo nei confronti di Dio alle pagine sulla «santissima indifferenza». Ed ancora, gli ultimi libri, dal decimo al dodicesimo, possono essere visti come una sorta di epilogo (a cui Francesco voleva far seguire un ulteriore trattato sull’amore del prossimo).[67]

 

Se all’interno del capitolo sesto di questa tesi prima motiveremo la scelta, poi ci soffermeremo particolarmente sul Libro nono, ora merita almeno una ricognizione sui temi principali presentati nell’opera intera.

 

Come accennato, il Libro primo «contiene una preparazione a tutto il Trattato» ed è così intitolato. Si può scorgere una prima parte dedicata alla volontà, come la capacità a cui è dedicato «il governo di tutte le facoltà dell’anima».[68] Dal Capitolo quarto al tredicesimo si tratta, in modo specifico e nei suoi vari addentellati, dell’amore e di «come l’amore domini su tutti gli affetti e le passioni e governi anche la volontà, benché anche la volontà abbia potere su di esso». Viene offerta prima una parte in cui viene preparata, poi esplicitata la tesi che riguarda «qual è la convenienza che suscita l’amore». Ascoltiamo:

Noi diciamo che l’occhio vede, l’orecchio ode, la lingua parla, l’intelletto ragiona, la memoria ricorda e la volontà ama: ma sappiamo bene che è l’uomo, se vogliamo parlare con esattezza, che, per mezzo di facoltà e organi diversi, compie tutta questa varietà di operazioni. Dunque, è sempre l’uomo che, per mezzo della facoltà affettiva, che chiamiamo volontà, tende al bene, si compiace in esso, ed ha con esso una profonda convenienza, che è sorgente e origine dell’amore.[69]

Abbiamo appena trovato quella che può essere ritenuta la parola chiave dell’intero Libro primo o, a parere di alcuni, del Trattato nella sua completezza. Infatti, appena arriva a parlare della dimensione strettamente teologica di tutto il discorso sulla volontà troviamo il Capitolo quindicesimo, riguardante ciò che parla «della convenienza esistente tra Dio e l’uomo». E proprio nelle prime righe ci spiega magistralmente:

Non appena l’uomo pensa con un po’ di attenzione alla Divinità, immediatamente sente una qual dolce emozione al cuore, il che testimonia che Dio è Dio del cuore umano. In nessun’altra circostanza il nostro intelletto prova tanto piacere quanto in questo pensare alla Divinità, la cui minima conoscenza, come dice il principe dei filosofi, vale più della maggiore delle altre cose, come il più piccolo raggio del sole è più luminoso di quello più grande della luna e delle stelle, anzi è più luminoso della luna e delle stesse insieme. Se qualche inconveniente spaventa il nostro cuore, esso subito ricorre alla Divinità, confessando che, quando tutto gli va male, gli resta soltanto quella, e quando si trova in pericolo, quella soltanto, quale suo sommo bene, lo può salvare e dargli sicurezza.

Questo piacere, questa fiducia, che il cuore umano trova naturalmente in Dio, non può certo provenire che dalla convenienza che c’è tra questa divina Bontà e la nostra anima: convenienza grande, ma segreta; convenienza di cui ciascuno conosce l’esistenza, ma che pochi apprezzano; convenienza che non può essere negata, ma che nessuno riesce a comprendere pienamente. Noi siamo creati a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26): che cosa significa ciò se non che abbiamo una estrema convenienza con la sua divina Maestà?[70]

Troviamo qui una testimonianza dell’ottimismo salesiano, fondato su quello cristiano, che inoltre non dimentica la trattazione sulla drammaticità della storia della salvezza: come l’uomo possa non essere se stesso, non riconoscere questa «estrema convenienza», cadere nel peccato. Infatti, gli ultimi capitoli trattano proprio in maniera molto equilibrata la possibilità e la realtà del peccato umano e, al tempo stesso, quella nostalgia di Dio che ci può riportare a Lui. Meglio ancora: che può permettere a lui di trovare in noi un «appiglio» per permetterci di ritrovare la felicità perduta.

 

Con il Libro secondo inizia in un certo qual senso la «storia del concepimento e della nascita celeste dell’amore divino». Proviamo ad enucleare i temi-guida di questa sezione. Posto che «nessuno è vero teologo se non Dio solo»,[71] all’uomo è possibile solo ricevere e contemplare in Dio quel «solo atto che è la sua stessa divinità».[72] Tale unica e imperscrutabile caratteristica si è resa tangibile nella creazione, ma in modo eminente nell’incarnazione e nel mistero pasquale di Gesù Cristo. Francesco tratta qui, nei capitoli dal terzo al settimo, della provvidenza divina: «la somma provvidenza non è altro che l’atto per mezzo del quale Dio vuol fornire agli uomini e agli Angeli i mezzi necessari, o anche soltanto utili, perché giungano al loro fine».[73] Tra la grande ricchezza di queste pagine, scegliamo di sottolineare innanzitutto la radice divina eterna della provvidenza; la conseguenza cristologica e quella più direttamente e concretamente antropologica.

Se l’uomo si scopre debole e fragile anche nella propria intelligenza, tuttavia la Sacra scrittura e gli antichi Padri lo aiutano in modo molto forte a lasciarsi invadere da tale benevola e attiva presenza divina ed a prepararsi a rispondervi. Qui si parla dell’esistenza eterna di Dio che, proprio per provvidenza, decide la creazione e soprattutto l’incarnazione.

Fin dall’eternità, Dio ha saputo che poteva creare una quantità senza numero di esseri, con diverse perfezioni e qualità, ai quali avrebbe potuto comunicare se stesso; e considerando che tra tutti i modi di comunicare se stesso non ce n’era alcuno così grande quanto l’unirsi ad una natura creata, in maniera tale che la creatura fosse assunta ed inserita nella Divinità per costituire con essa una sola persona, la sua infinita bontà, che in se stessa e per se stessa è portata alla comunicazione, decise e decretò di farne una in tal modo. Come fin dall’eternità c’è una comunicazione essenziale in Dio, per mezzo della quale il Padre comunica la sua infinita e indivisibile Divinità al Figlio producendolo, e il Padre e il Figlio insieme producono lo Spirito Santo comunicandogli allo stesso tempo la propria unica Divinità, così quella somma Dolcezza fu comunicata così perfettamente fuori di sé ad una creatura, che la natura creata e la Divinità, conservando ciascuna le proprie caratteristiche, furono tuttavia così strettamente unite insieme da essere una sola persona.

Nell’incrocio tra teologia, cristologia e antropologia, Francesco afferma l’inscindibile ricchezza del progetto di Dio sull’uomo e il vantaggio che abbiamo ricevuto in dono… addirittura attraverso il peccato di Adamo! Dio non si è arreso, per così dire alla testardaggine e al peccato umano, ma ha voluto restaurare il figlio smarrito in un modo ancora più bello dell’immagine iniziale.

Gli Angeli, dice il Salvatore, provano più gioia in cielo per un peccatore pentito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza (Lc 15,7): similmente, lo stato di redenzione vale cento volte più di quello di innocenza. Senza dubbio, con l’irrorazione del sangue di Nostro Signore, fatta con l’issopo della Croce, siamo stati restituiti ad un candore incomparabilmente maggiore di quello della neve dell’innocenza (Sal 51,9), uscendo, come Naaman, dal fiume della salvezza (cf. 2 Re 5,14) più puri e limpidi che se non fossimo mai stati insudiciati; e questo affinché la divina Maestà, secondo quanto ci ha ordinato di fare, non venisse mai vinta dal male, ma vincesse il male con il bene (Rm 12,21), e la sua misericordia, come un olio sacro, rimanesse sempre al di sopra del giudizio di condanna (Gc 2,13), e le sue misericordie superassero tutte le sue opere (Sal 145,9).[74]

Segno molto concreto e mirabile della provvidenza divina consiste nella considerazione della «diversità delle grazie distribuite agli uomini».[75]

Se l’iniziativa proviene indubbiamente da Dio, la tesi seguente di Francesco consiste nel fatto che ognuno di noi è chiamato a lasciarsi toccare, scuotere, trasfigurare da questo amore divino. In sintesi e secondo un’interpretazione certamente inusuale della situazione umana dopo il peccato originale: «il Cherubino fu messo alla porta del paradiso terrestre con la spada fiammeggiante (Gn 3,24), per insegnarci che nessuno entrerà nel paradiso celeste se non sarà trafitto dalla spada dell’amore».[76] Una lettura mistica di un’affermazione biblica che, addirittura, trasforma quello che potrebbe sembrare e che normalmente viene considerato come un castigo; questa spada, da arma di protezione del territorio non più concesso all’uomo viene riletta come strumento di amore concreto, di collaborazione tra il Dio che tocca (e a volte ferisce!) e l’uomo che diventa sempre più disponibile a ricevere questo amore.

In maniera lineare segue il tema della collaborazione riuscita o mancata tra l’iniziativa di Dio e la risposta della libertà umana. Francesco mostra di distinguere almeno due tipi di situazione. Innanzitutto,

Qui non parlerò, mio caro Teotimo, di quelle grazie miracolose che hanno, quasi in un attimo, trasformato i lupi in pastori, le rocce in acqua e i persecutori in evangelizzatori. Lascio da parte quelle vocazioni particolarmente forti e quelle attrattive santamente violente, per mezzo delle quali Dio, in un attimo, ha portato qualche anima eletta dall’estremità della colpa all’estremità della grazia, operando in esse, per così dire, una certa qual transustanziazione morale e spirituale, come avvenne al grande Apostolo che da Saulo, vaso di persecuzione, divenne in un attimo Paolo vaso di elezione.[77]

Oltre a queste situazioni inaspettate e quasi “miracolose”, Francesco si chiede: «quali sono le corde abituali per mezzo delle quali la divina provvidenza è solita tirare i nostri cuori al suo amore?»[78]

Teotimo, guarda, te ne prego, come Dio vada dolcemente rinforzando a poco a poco la grazia della sua ispirazione nei cuori che acconsentono, tirandoli a sé per gradi su questa nuova scala di Giacobbe. E quali sono le sue attrattive? La prima, per mezzo della quale ci previene e ci risveglia, viene operata da lui «in noi», ma «senza di noi»; anche tutte le altre sono da lui operate «in noi», ma non «senza di noi». Trascinami, dice la sacra Sposa (cf. Ct 1,3), ossia comincia per primo, giacché non saprei svegliarmi da sola, non saprei muovermi se non mi muovi tu; ma dopo che mi avrai mossa, allora, o caro Sposo dell’anima mia, correremo insieme: tu correrai davanti a me trascinandomi sempre più oltre, e io ti seguirò nella corsa dietro le tue attrattive; ma nessuno deve pensare che mi hai trascinato dietro di te per forza, come una schiava, o come un carro senza vita; proprio no. Tu mi trascini nell’odore dei tuoi profumi. Se io ti seguo, non è perché mi trascini a forza, ma perché mi alletti; le tue attrattive sono potenti, ma non violente, perché tutta la loro forza sta nella loro dolcezza. I profumi, per attirare, non hanno altro potere che la loro fragranza, e la fragranza come può attrarre se non con dolcezza e gradevolmente?[79]

Questa oscura chiarezza della fede, una volta entrata nel nostro spirito, non per forza di ragionamenti o per evidenza di argomentazioni, ma soltanto per la dolcezza della sua presenza, si fa credere ed obbedire dall’intelletto con tanta autorità, che la certezza che essa ci dona della verità supera tutte le altre certezze del mondo e sottomette talmente tutto lo spirito e tutti i suoi discorsi che, a confronto, non godono più di alcun credito.[80]

Seguono delle parti sul rapporto tra amore e speranza e sulle relazioni tra l’amore e la penitenza, fino a concludere il Libro con l’importante capitolo 22, che offre una «breve descrizione della carità». L’amicizia con Dio è chiamata ad essere «disinteressata», «reciproca», progressiva, non semplicemente uguale a quella con gli altri uomini e donne ma caratterizzata dalla «dilezione». Essa inoltre è di carattere «soprannaturale», «pone la sua residenza nella punta e cima dello spirito».

Egli [colui a cui è rivolta l’amicizia di carità] è scelto tra mille, dice la sacra Sposa (Ct 5,10): dice tra mille, ma vuol dire tra tutti; ecco perché questa dilezione non è una dilezione di semplice eccellenza, ma una dilezione incomparabile, poiché la carità ama Dio con una stima e preferenza per la sua bontà così profonda e superiore ad ogni altra stima, che gli altri amori, o non sono veri amori in confronto a questo, o, se sono veri amori, questo è infinitamente più che amore. Perciò, Teotimo, questo non è un amore che possano produrre le forze della natura, sia umana che angelica, ma che dona lo Spirito Santo infondendolo nei nostri cuori, e come le nostre anime, che danno vita ai nostri corpi, non traggono origine dai nostri corpi, ma sono poste nei nostri corpi dalla provvidenza naturale di Dio, così la carità, che dona la vita ai nostri cuori, non deriva dai nostri cuori, ma vi è versata come un liquore celestiale dalla provvidenza soprannaturale della sua divina Maestà.[81]

 

Dopo il «concepimento e della nascita celeste», si tratta ora, nel Libro terzo, «del progresso e della perfezione dell’amore».

Si parla innanzitutto della crescita nella carità, aiutata e favorita da Dio stesso; si passa poi a meditare a riguardo della santa perseveranza; finché aiutati da un capitolo su Maria santissima, il discorso viene pian piano spostato su di un piano sempre più escatologico: si confronta la nostra vita con quella dei beati in paradiso e Francesco conclude esprimendo quanto ritiene possibile ed importante dire a riguardo della vita in paradiso e il mistero di Dio.

Quale metodo predilige Francesco per una materia tanto impegnativa? Quello delle parabole, paragoni e metafore, «perché questo metodo piaceva così tanto al supremo Maestro dell’amore che stiamo insegnando».[82] In particolare utilizza numerose volte e in modo esteso parabole di tipo nuziale,[83] militare,[84] materno e filiale,[85] naturale,[86] biblico.[87]

Se vogliamo veramente contemplare e lasciarci invadere dal mistero del progresso e del perfezionamento dell’amore di Dio nell’essere umano, non possiamo che guardare a Maria santissima, a riguardo della quale Francesco conclude il capitolo con queste parole:

In conclusione, come l’amianto, minerale prezioso, conserva per sempre il fuoco che ha ricevuto per una sua particolare proprietà, così il cuore della Vergine Madre rimase perpetuamente infiammato del santo amore ricevuto dal Figlio. Con questa differenza, però: se è vero che il fuoco dell’amianto non può essere spento, non può nemmeno essere aumentato; le sacre fiamme della Vergine, invece, non potendo né morire, né diminuire, né rimanere uguali, non hanno mai cessato di crescere smisuratamente fino al cielo, luogo della loro origine; tant’è vero che questa Madre è la Madre del bell’Amore (Sir 24,24), ossia la più amabile come la più amante, e la più amante come la più amata Madre di quell’unico Figlio, che è anche il più amabile, il più amante e il più amato Figlio di quell’unica Madre.[88]

Parlando della Trinità e del rapporto della Divinità con i beati del paradiso, Francesco giunge ad un’espressione straordinaria nella sua sinteticità: «Dio è solo, ma non è solitario».[89] Se Dio è completamente trascendente, totalmente altro, con un antropomorfismo potremmo dire che “ama la compagnia”, sia in sé che nell’essere creatore e redentore.

 

La domanda che guida il Libro quarto, il quale tratta «del decadimento e della rovina della carità», potrebbe essere la seguente: «Come può accadere che un’anima ragionevole, una volta che ha gustato una così grande dolcezza, qual è quella dell’amore divino, possa volontariamente inghiottire le acqua amare del peccato (Es 15,23)»?[90] Detto altrimenti, si tratta di affrontare, seppure con pena e dispiacere, il mistero del limite, della colpa e del peccato che tendono ad oscurare l’illimitata carità di Dio riversata nei nostri cuori. Francesco inizia parlando «del raffreddamento dell’anima nell’amore sacro»,[91] ovverosia il peccato veniale. Esso, pur non privandoci totalmente della carità di Dio, è ugualmente pericoloso, in quanto ci induce in abitudini e comportamenti, in modo tale che «la presenza del peccato veniale non toglie realmente alla carità la sua forza e la sua capacità di operare, ma in un certo senso l’appesantisce e la prima dell’uso della sua capacità, di modo che rimane inattiva, sterile ed infeconda».[92] Prosegue esemplificando con la vanità, e poi con la curiosità sciocca, alcuni dei mezzi attraverso i quali «l’amore sacro si può perdere in un attimo».[93] Prima di soffermarsi e concludere il Libro quarto attraverso tre capitoli riguardanti la «rimanenza d’amore che perdura spesso nell’anima che ha perso la santa carità»,[94] cioè la «pericolosità»[95] e la possibilità di «riconoscere questo amore imperfetto»,[96] Francesco realizza uno dei movimenti più tipici del suo animo paterno. Compie cioè una profonda e meditata «esortazione alla sottomissione amorosa ai decreti della divina provvidenza».[97] L’esortazione nasce dalla meraviglia per l’universo intero, ma soprattutto per l’essere umano. Meraviglia che non deve trasformarsi in vana curiosità, ma trasformarsi in amore concreto.

Francesco parte da un paragone tipico della sua epoca, per giungere ad un’ottica teologica da una parte di rivelazione, d’altra parte di contemplazione e messa in atto della bontà e, di conseguenza, della lode. Il tutto in prospettiva escatologica:

Teotimo, noi vediamo l’universo e soprattutto la natura umana proprio come un orologio composto da una così grande varietà di azioni e di movimenti che non potremmo impedirci di esserne meravigliati. Generalmente, sappiamo bene che i pezzi così diversificati servono tutti o per manifestare, come in un quadrante, la santissima giustizia di Dio, o per mettere in evidenza la trionfante misericordia della sua bontà, come una soneria di lode; ma conoscere in dettaglio la funzione di ogni pezzo, e a che cosa serva al fine generale, o perché sia costruito in quel modo, non lo possiamo capire, a meno che non ce lo spieghi il sommo Artefice. Ora, egli non ci manifesta la sua arte affinché lo ammiriamo con più riverenza, fino a quando, giunti in cielo, ci rapirà nella dolcezza della sua sapienza; allora, nell’abbondanza del suo amore, ci svelerà le ragioni, i mezzi e i motivi di quanto sarà avvenuto in questo mondo, a vantaggio della nostra eterna salvezza.[98]

Studiando questi primi quattro libri, è stato notato un possibile confronto tra san Francesco di Sales ed altre scuole di mistica, evidenziando somiglianze e scelte differenti:

Santa Teresa segue, nel Castello interiore, una struttura che ci mostra quasi subito lo stato infelice dell’anima la quale perde la grazia di Dio: il globo di cristallo, così luminoso, si offusca a un tratto e si empie di presenze nocive e immonde: partendo da questa condizione infelice ci conduce poi, passo per passo, attraverso i vari gradi del riscatto, dell’orazione – dalla più semplice verso la più complessa, luminosa – privilegiata … facendoci percorrere le sette dimore  fino alla contemplazione più alta.

Francesco di Sales segue il movimento opposto.[99]

Tutto questo, se segna ulteriormente la dipendenza dalle fonti che abbiamo analizzato nella Prima parte, ne indica anche la piena indipendenza, sotto la guida della saggeza e della liberta dello Spirito e dei figli di Dio.

 

Il Libro quinto è dedicato ai «due principali esercizi del sacro amore che si attuano per compiacenza e benevolenza».[100] Di cosa tratta parlando di questa compiacenza?

L’amore non è altro che il movimento e il defluire del cuore verso il bene mediante la compiacenza che si prova in esso; di modo che la compiacenza è il grande motivo dell’amore, come l’amore è il grande movimento della compiacenza.

Ora, questo movimento verso Dio si attua così. Sappiamo per fede che la Divinità è un abisso insondabile di ogni perfezione, sommamente infinito in eccellenza e infinitamente sommo in bontà; e questa verità, che la fede ci insegna, noi la consideriamo attentamente nella meditazione, riflettendo sull’immensità dei beni che si trovano in Dio, o tutti insieme, come somma di tutte le perfezioni, o considerando singolarmente tutte le sue perfezioni, una dopo l’altra: come, per esempio, la sua onnipotenza, la sua infinita sapienza, la sua somma bontà, la sua eternità, la sua infinità.

Allorché abbiamo reso molto attento il nostro intelletto alla grandezza dei beni che si trovano in quel divino soggetto, è impossibile che la nostra volontà non venga presa da compiacenza per quel bene, e usiamo allora la nostra libertà e l’autorità che abbiamo su di noi provocando il nostro cuore a ripetere e rafforzare la propria compiacenza con atti di approvazione e di gioia.[101]

Nelle pagine che seguono, Francesco, attraverso numerose metafore filiali e per mezzo di una trattazione cristologica (partecipazione al mistero dell’incarnazione e del mistero pasquale) ricca di immagini e di significati, giunge all’apice «della compassione e della compiacenza dell’amore nella Passione di Nostro Signore». Ci troviamo tra tristezza infinita, piena di dolore, e la manifestazione della gloria. Questo accade sia in Cristo stesso che nel discepolo. Il punto delicato attraversa sia la compassione che la compiacenza. Nella lunga citazione che proponiamo, Francesco passa dal guardare all’anima fedele, torna all’Antico Testamento, per poi giungere ai santi e a riprendere la situazione del Salvatore stesso:

È stato quest’amore, Teotimo, ad attirare sull’amoroso serafico san Francesco le stigmate, e sull’amorosa angelica santa Caterina da Siena le ardenti piaghe del Salvatore: avendo la compiacenza amorosa acuito le punte della compassione dolorosa, come il miele rende più penetrante e percettibile l’amaro dell’assenzio, mentre per contro il soave profumo della rosa è reso più sottile dalla vicinanza dell’aglio piantato nei pressi dei roseti. Similmente l’amorosa compiacenza che proviamo nell’amore di Nostro Signore rende infinitamente più forte la compassione che abbiamo per i suoi dolori, e reciprocamente, passando dalla compassione per i dolori alla compiacenza negli amori, il piacere ne risulta molto più ardente ed elevato. A quel punto, si pratica il dolore dell’amore e l’amore del dolore; e la partecipazione amorosa al dolore e la compiacenza dolorosa, come altri Esaù e Giacobbe (cf. Gn 25,22), lottando a chi è più forte causano all’anima convulsioni e agonie indicibili; si produce allora un’estasi amorosamente dolorosa e dolorosamente amorosa. Così quelle grandi anime di san Francesco e santa Caterina provarono amori ineguagliabili nei loro dolori, e dolori incomparabili nei loro amori, quando ricevettero le stigmate, assaporando l’amore gioioso di soffrire per l’amico, cosa che il loro Salvatore aveva sperimentato in sommo grado sull’albero della croce (cf. Gv 15,13). Così nasce l’unione preziosa del nostro cuore con Dio, unione che, come un mistico Beniamino, è insieme figlio di dolore e di gioia (Gn 35,18).[102]

Si tratta dunque di «un’estasi amorosamente dolorosa e dolorosamente amorosa»: compiacenza e tristezza, senso della presenza e della mancanza, gioia e dolore non sono sentimenti superficiali e facilmente mutevoli, ma radicalmente fondati in Cristo. Dio fatto uomo; crocifisso e risorto.

Ora, il secondo aspetto di questo capitolo: «l’amore di benevolenza». In questo contesto decidiamo di sottolineare innanzitutto di che cosa si tratta; poi l’esempio e l’intercessione di Maria Santissima; la sorgente cristologica e l’apice escatologica di questo tipo di amore per Dio e per il prossimo.

Partiamo da una descrizione della benevolenza che la mette in relazione con la compiacenza:

come la compiacenza che Dio prende nelle sue creature non è altro che una continuazione della sua benevolenza verso di esse, così la benevolenza che noi portiamo a Dio non è altro che una approvazione e perseveranza della compiacenza che abbiamo in lui.[103]

Tra ecclesiologia e mariologia, Francesco tratta della più bella ed efficace testimonianza di benevolenza, tra le creature (quella di Maria Santissima), sebbene sia perfettamente consapevole che l’unica autentica risposta di fronte all’eccelsa bontà di Dio non possa essere che il silenzio adorante e carico di ammirazione.

Noi saliamo dunque in questo santo esercizio di grado in grado per mezzo delle creature che invitiamo a lodare Dio, passando da quelle inanimate a quelle ragionevoli e intelligenti, e dalla Chiesa militante a quella trionfante, nella quale ci eleviamo tra gli Angeli e i santi fino a quando, al di sopra di tutti, incontriamo la santissima Vergine che, con un canto impareggiabile, loda e magnifica la Divinità in modo più elevato, più santo e più dolce di quanto non riuscirebbero mai a fare tutte le altre creature messe insieme.[104]

Con un passaggio stupendo, viene descritta la sorgente di ogni amore cristiano. Misticamente allusa e allo stesso tempo concretamente designata, sempre rimarcando l’ineffabilità di un amore eterno ed infinito che ha la sua origine in Cristo e nell’intero mistero della redenzione.

Indubbiamente, Teotimo, l’amore divino, assiso sul cuore del Salvatore come sul suo trono regale, guarda attraverso lo squarcio del suo costato trafitto tutti i cuori dei figli degli uomini; infatti quel cuore, che è il Re dei cuori, ha sempre gli occhi rivolti ai cuori. Ma, come coloro che guardano attraverso griglie vedono, ma sono soltanto intravisti, così l’amore divino di questo cuore, o piuttosto questo cuore dell’amore divino, vede sempre chiaramente i nostri e li osserva con gli occhi del suo amore, ma noi non lo vediamo, lo intravediamo soltanto.[105]

L’ineffabilità dell’amore di Dio, a cui abbiamo appena accennato, diventa ancora più acuta ed evidente guardando all’uomo in prospettiva escatologica. Ma anche, durante la vita terrena, la stessa unione ascesi-mistica non può che portarci ad arrenderci, in senso positivo, all’amore di Dio e alla sua magnificenza.

Così, mio Teotimo, a misura che saliamo per benevolenza verso la Divinità, per ascoltare ed intonare le sue lodi, vediamo che è sempre al di sopra di ogni lode, e alla fine riusciamo a capire che non può essere lodata come merita, se non da se stessa, che sola può degnamente uguagliare la propria somma bontà con una suprema lode.[106]

O Dio, quale compiacenza, quale gioia per l’anima che ama vedere il proprio desiderio appagato, giacché il suo Diletto loda, benedice e magnifica infinitamente se stesso! Ma in questa compiacenza nasce un nuovo desiderio di lodare, perché il cuore vorrebbe lodare quella degnissima lode che Dio rende a se stesso, ringraziandolo profondamente e chiamando di nuovo tutte le creature in proprio aiuto per glorificare la gloria di Dio, benedire la sua infinita benedizione, e lodare la sua lode eterna. Così, con questo ritorno e ripetizione di lode su lode, si impegna, tra la compiacenza e la benevolenza, in un felicissimo labirinto d’amore, completamente immerso in quell’immensa dolcezza, lodando sommamente la Divinità per il fatto che non può essere abbastanza lodata se non da se stessa. E benché, all’inizio, l’anima innamorata avesse avuto qualche sorta di desiderio di poter lodare il proprio Dio a sufficienza, tuttavia ritornando in sé dichiara che non vorrebbe poterlo lodare abbastanza, anzi rimane in una umilissima compiacenza, nel vedere che la divina Bontà è così infinitamente degna di lode da non poter essere sufficientemente lodata che dalla propria infinità.[107]

Si passa dalla più esplicita teologia negativa, a quella strettamente contemplativa, che rimane senza parole di fronte alla lode intratrinitaria ed extratrinitaria. L’esito è quello che il credente vive come un «labirinto d’amore», non melenso, ma nella pienezza della compiacenza a Dio. È l’autentica dolcezza salesiana: vita in Dio.

 

Il movimento teologico – e non solo antropologico – dell’amor di Dio trova un primo compimento nell’esistenza stessa vissuta come preghiera autentica, profonda ed incessante: sono soprattutto i Libri sesto e settimo che ci parlano di questa dinamica di recezione e allo stesso tempo di ricerca di Dio. Essi ci porteranno senza soluzione di continuità prima al Libro ottavo, poi soprattutto al Libro nono del Trattato, il quale tratta «dell’amore di sottomissione per mezzo del quale la nostra volontà si unisce al beneplacito di Dio».

 

Commentando la Prefazione, abbiamo trovato l’affermazione secondo cui Francesco si sente profondamente debitore all’ordine della Visitazione per quanto è giunto a scrivere nel Trattato. È giunto ora il momento di esplicitare con più precisione questa affermazione. Prima di tutto con un riferimento interno al Trattato, poi con alcune righe di concretizzazione e spiegazione.

Certo, conosco un’anima la quale, appena le si richiamava qualche mistero o massima che le ricordasse in modo un po’ più esplicito del solito la presenza di Dio, sia in confessionale che in colloquio personale, si raccoglieva così fortemente in se stessa, da provare difficoltà ad uscirne per parlare e rispondere; a tal punto che esternamente rimaneva come priva di vita, con i sensi sospesi, fino a che lo Sposo le permetteva di uscire, il che qualche volta avveniva abbastanza presto, altre volte più tardi.[108]

Di quale anima si tratta? Quali erano le sue caratteristiche sia di preghiera che di vita? In che modo Francesco se ne sente debitore?

L’anima cui si riferisce Francesco di Sales è Madre Anne-Marie Rosset, alludendo alla quale lo stesso Bossuet dice: «È una partecipazione anticipata dello stato dei Beati» (Istruzione sugli stati d’orazione, 8, 36). Nell’Année sainte, des Religieuses de la Visitation Sainte Marie, Annecy-Lyon 1868, vol. V, p. 488 si legge: «Il 21 maggio 1667, la nostra rispettabile sorella Anne-Marie Rosset è passata alla gloria con una morte così santa quanto esemplare era stata la sua vita. I nostri santi Fondatori la definivano soltanto la santa anima, nome che le è sempre rimasto; e dicevano che se si perdesser le nostre Regole, le si potrebbero trovare completamente nella condotta di quel modello di virtù. La sua vita straordinaria, poco nota per ora, perlomeno nei dettagli, verrà data in un volume a parte». In effetti la biografia è stata scritta dalla Madre de Chaugy, la più qualificata biografa della Chantal, ma è rimasta allo stato di manoscritto custodito nel Monastero della Visitazione di Annecy. Vi si legge: «Sappiamo che il nostro santo Fondatore l’ha avuta presente nella composizione di diversi capitoli del suo sesto, settimo e ottavo libro dell’Amor di Dio» (cf. B. Mackey, Introduction, in ŒA V, LV).[109]

 

Secondo padre Serouet, nel Libro sesto e nel Libro settimo, «che formano un vero trattato sulla preghiera, si discerne, senza poter essere né esclusiva né predominante, l’influenza della dottrina di Teresa d’Avila».[110] In queste pagine di sintesi cercheremo di offrire sia il genuino pensiero salesiano, sia la sua fonte teresiana.

 

Il Libro sesto tratta «degli esercizi del santo amore nell’orazione».[111] Premesso che «l’orazione e la teologia mistica sono la stessa cosa», pur differenziandosi dalla teologia speculativa, Francesco afferma che la teologia di cui tratta

si chiama mistica perché la conversazione è assolutamente segreta e in essa non si dice nulla tra Dio e l’anima se non cuore a cuore, con una comunicazione che non può essere partecipata a nessun altro al di fuori di coloro che la sperimentano. Il linguaggio degli amanti è così particolare che nessuno lo può comprendere al di fuori di loro: Io dormo (Ct 5,2), dice l’amante sacra, e il mio cuore veglia; ed ecco che il mio Diletto mi parla. Chi avrebbe mai potuto pensare che quella Sposa addormentata potesse parlare col suo Sposo? Ma dove regna l’amore, non c’è bisogno del suono delle parole esteriori, né dell’uso dei sensi per intrattenersi e ascoltarsi l’un l’altro. In conclusione, l’orazione e la teologia mistica non sono altro che una conversazione per mezzo della quale l’anima si intrattiene amorosamente con Dio della sua amabilissima bontà, per unirsi e congiungersi ad essa.[112]

Francesco, con l’intero suo Trattato dell’amor di Dio, ci offre una straordinaria di teologia solida, al tempo stesso non costruita secondo il linguaggio freddo di tanta teologia, ma «cuore a cuore» con Dio; attraverso il «linguaggio degli amanti».

 

I seguenti capitoli svilupperanno i seguenti temi: le almeno tre differenze tra la semplice meditazione e la vera contemplazione, o orazione, ossia teologia mistica; l’orazione di quiete, che porta l’anima a «liquefarsi» in Dio (cap. 12); la ferita d’amore da parte dell’anima in Dio (cap. 13).

Se la meditazione[113] e la contemplazione sono accomunate dalla relazione (almeno cercata) con Dio, le tre principali differenze specifiche vengono enucleate da Francesco in questo modo:

  • Teotimo, la contemplazione non è altro che un’amorosa, semplice e permanente attenzione dello spirito alle cose divine; lo capirai facilmente paragonandola con la meditazione […].

È vero, Teotimo, che, come l’antico Giuseppe fu la corona e la gloria di suo padre, a cui diede un grande aumento di onori e di gioie, e facendolo ringiovanire nella sua vecchiaia, così la contemplazione corona il padre suo, che è l’amore, lo perfeziona e gli dà il massimo dell’eccellenza; infatti, dopo che l’amore ha risvegliato in noi l’attenzione contemplativa, tale attenzione, a sua volta, fa nascere un amore più forte e più fervente che, infine, viene coronato di perfezioni godendo di ciò che ama. L’amore ci fa provare piacere alla vista del nostro Diletto, e la vista del Diletto ci fa compiacere nel suo amore divino. Per cui, in forza di questo reciproco movimento dall’amore verso la vista e dalla vista verso l’amore, come l’amore rende più splendente la bellezza della cosa amata, così la vista di questa rende l’amore più innamorato e piacevole. L’amore, per una sua facoltà impercettibile, fa sembrare più bella la bellezza che si ama, e parimenti, la vista affina l’amore per fargli trovare la bellezza ancor più amabile; l’amore spinge gli occhi a guardare sempre più attentamente la bellezza amata, e la vista costringe il cuore ad amarla con sempre maggiore ardore.[114]

  • La meditazione considera nei particolari e quasi pezzo per pezzo gli oggetti idonei a commuoverci; la contemplazione, invece, ha una visione molto semplice e globale sull’oggetto amato, e la considerazione così concentrata compie anche un movimento più vivo e forte.[115]
  • La contemplazione ha sempre questa ottima qualità: si attua con piacere, perché presuppone che si sia trovato Dio e il suo santo amore, che se ne goda e se ne provi diletto, dicendo: Ho trovato Colui che la mia anima ama, l’ho trovato e non lo abbandonerò più (Ct 3,4). In ciò essa differisce dalla meditazione, che si fa quasi sempre con pena, fatica e discorsi, perché in essa il nostro spirito passa di considerazione in considerazione, cercando in diversi luoghi o il Diletto del suo amore o l’amore del suo Diletto.

L’orazione di quiete, a cui tutti vorrebbe finalmente giungere, «non si attua con il comandamento dell’amore, ma con l’amore stesso».[116] In questi passaggi vengono utilizzate metafore naturali, materne, filiali e soprattutto riferimenti biblici. Sottolineiamo due aspetti che ci paiono particolarmente significativi: prima un paragone tra l’esperienza vissuta da Maria santissima nei confronti di Dio e i fedeli che vivono nella grazia dei sacramenti. Questo come fondamento teologico. Poi Francesco ci offre una varietà di esempi concreti per superare l’agitazione che spesso ci impedisce (o pare ci impedisca) la vera orazione di quiete. Come Dio è realmente, fisicamente, presente nel grembo della Madre di Dio, così la sua realtà si rivela anche a coloro che vivono con fede la santa comunione sacramentale:

Immaginati, Teotimo, la santissima Vergine Nostra Signora, allorché ebbe concepito il Figlio di Dio, suo unico amore. L’anima di quella Madre santissima si raccolse, senza dubbio, totalmente, intorno a quell’amatissimo Figlio, e poiché quell’Amico divino si trovava nelle sue sante viscere, tutte le facoltà della sua anima si ritirarono in lei stessa, come sante api nell’alveare dove c’era il loro miele; e a misura che la divina grandezza stava, per così dire, contratta e stretta nel suo grembo verginale, la sua anima si ingrandiva e proclamava le lodi di quella infinita bontà, e il suo spirito esultava (Cf. Lc 1,46-47) di gioia nel suo seno (come san Giovanni in quello di sua madre [Cf. Lc 1, 44]) intorno al suo Dio che lei sentiva. Non proiettava i suoi pensieri né i suoi affetti fuori di se stessa, perché il suo tesoro, i suoi amori e le sue delizie si trovavano nelle sue sante viscere.

Ora, questa stessa gioia può essere vissuta, per imitazione, da coloro che, avendo fatto la comunione, sentono con la certezza della fede ciò che né la carne né il sangue, ma il Padre celeste ha loro rivela­ to (Mt 16,17): ossia che il loro Salvatore è presente col suo corpo e la sua anima di una presenza reale nel loro corpo e nella loro anima, per mezzo di quell’adorabile Sacramento.[117]

Rischio notevole in cui molti dei cristiani possono imbattersi nel tentativo di ricevere e rafforzare al tempo stesso questo tipo di orazione di quiete consiste nell’eccessiva agitazione, o preoccupazione che porta a distrarsi da Dio e perdersi in mille rivoli di pensieri e di affetti che, alla fin fine, si mostrano inutili. Il tono passa dalla finezza psicologica di semplice ma acuta analisi delle personalità, ad una bonaria ironia che probabilmente vorrebbe cercare di smontare tutte queste difficoltà che spesso ci costruiamo da soli e vanno a discapito del nostro rapporto con Dio e con i fratelli.

Ci sono degli spiriti attivi, fertili e traboccanti di considerazioni; ce ne sono di timidi, ripiegati su se stessi, ai quali piace molto controllare quello che fanno, che vogliono vedere tutto ed esaminare quanto avviene in loro, rivolgendo in continuazione lo sguardo su se stessi per rendersi conto del proprio progresso; ce ne sono altri ancora che non si contentano se non sentono, non vedono e non assaporano la propria contentezza, e assomigliano a coloro che, pur essendosi ben vestiti contro il freddo, credono di non esserlo abbastanza se non sanno quanti indumenti indossano; oppure ad altri che pur vedendo i loro forzieri pieni di denaro, non pensano di essere ricchi se non contano quanti scudi hanno.

Abitualmente tutta questa gente va soggetta ad agitazione nella santa orazione; infatti, se Dio concede loro la sacra quiete della sua santa presenza, la mettono volontariamente da parte per vedere come si comportano in essa e per esaminare se vi trovano davvero godimento, mettendosi in agitazione per sapere se la loro tranquillità è davvero tranquilla e la loro quiete davvero quieta: di modo che, invece di occupare dolcemente la loro volontà a gustare le dolcezze della presenza divina, impegnano il loro intelletto ad esaminare i sentimenti che provano; come una sposa che si divertisse a guardare l’anello col quale è stata sposata, senza guardare lo sposo che glielo ha dato! C’è molta differenza, Teotimo, tra occuparsi in Dio, che ci offre gioia, e perdere tempo ad esaminare la gioia che Dio ci dà.[118]

Presentando e cercando di mettere al riparo dalle possibili o diffuse tentazioni vissute nell’aridità spirituale, Francesco presenta il dialogo tra una statua collocata in una nicchia ed un osservatore. Il racconto, mentre rimarca ancora una volta l’ottimismo salesiano fatto di possibilità sempre presente e concreta di vivere alla presenza di Dio, ci mostra come anche le difficoltà possono essere utili al cammino spirituale di accettazione e collaborazione con la grazia di Dio. Neppure il sonno, il deserto, la spogliazione spirituale più dolorosa possono allontanare da Dio un’anima che nella «punta del suo spirito» è consapevole dell’amore di Dio e desidera provare a rispondervi. Si annuncia inoltre il tema dell’obbedienza amorosa e incondizionata, che sarà esplicitata in modo più completo nel Libro nono, fondamentale per questa ricerca

 

Presentando i diversi gradi della santa quiete Francesco si riferisce abbondantemente a santa Teresa d’Avila.[119]

Apice della preghiera consiste nel «defluire o liquefarsi dell’anima in Dio». Se ad una creatura sembra impossibile giungere a tale traguardo, Francesco, come sempre fecondo di immagini, prova ad additare l’anima che «vive senza vivere in se stessa» attraverso il paragone di una goccia naturale gettata in un oceano di acqua profumata e che potrebbe giungere a dire: «vivo realmente, ma non vivo io stessa, ma vive in me quest’oceano e la mia vita è nascosta in questo abisso».[120]

 

Tornando a mettere a tema le varie possibili difficoltà presenti nella preghiera e, più in generale, nella vita cristiana, Francesco si chiede come sia possibile che l’amore ferisca il cuore che lo porta con sé?

Francesco addita vari livelli di ferita: anzitutto, «l’amore è la prima, anzi il principio e l’origine di tutte le passioni; ecco perché è il primo ad entrare nel cuore, e siccome penetra e trafigge fino in fondo la volontà, nella quale ha la sua sede, si dice che ferisce il cuore».[121] Questa ferita colpisce qualcuno «perché non riesce ad amare come vorrebbe, o Dio».[122] La ferita stessa si acutizza sempre più quando non è sicura di essere riamata, vorrebbe amare, ma avverte in sé una freddezza soprattutto verso Dio che sembra insuperabile.[123] Ma soprattutto, cristianamente, capita che la persona si trovi «completamente trasformata in un secondo Crocifisso».[124] Fino a provocare un cambiamento, una dilatazione fisica del cuore che spezza alcune costole, come accadde a san Filippo Neri all’età di ottant’anni.

 

Nel Libro settimo l’esplicazione dell’unione dell’anima con Dio parte dall’uso di metafore naturali, filiali e materne (allattamento), passa attraverso i vari gradi della santa unione, per giungere a soffermarsi da una parte sui tre tipi di rapimento possibili a causa della docilità all’amore di Dio, dall’altra parte con degli esempi concreti di persone che hanno vissuto tale rapimento divino. Si conclude con delle pagine stupende riguardanti la morte d’amore della santissima Madre di Dio.

Ci soffermiamo per alcune righe su quest’ultimo aspetto, espresso magistralmente da Francesco. Vengono sviluppati due aspetti: la morte d’amore di Maria; la morte di Maria attraverso un amore estremamente dolce e tranquillo.

Innanzitutto, alla morte del Figlio,

Quel petto materno, così ferito d’amore, non solo non cercò la guarigione dalla sua ferita, ma l’amò più di ogni guarigione, custodendo con affetto i colpi ricevuti per l’amore che li aveva inferti al suo cuore e desiderò continuamente di morirne, poiché ne era morto il Figlio suo, che, secondo quanto affermano le sacre Scritture e tutti i dottori, morì tra le fiamme della carità, perfetto olocausto per tutti i peccati del mondo.[125]

Inoltre, descrivendo la morte della Madre di Dio, essa,

non avendo in sé nulla che potesse ostacolare l’azione dell’amore divino del Figlio suo, si univa a lui con un’unione incomparabile, con dolci estasi, serene e senza sforzo; estasi nelle quali la parte sensibile non cessava di compiere le proprie azioni, senza con questo causare alcun inconveniente all’unione dello spirito, come, reciprocamente, la perfetta applicazione del proprio spirito non causava gravi distrazioni ai sensi. Sicché la morte della Vergine fu più dolce di quanto si possa immaginare, poiché il Figlio suo l’attirava soavemente alla fragranza dei suoi profumi (Ct 1,3), e lei si lasciava scivolare molto amabilmente, seguendo quel profumo, nel petto della bontà di suo Figlio.[126]

 

All’interno del Libro ottavo si apre in un certo modo una nuova sezione dell’opera (che tratta dell’amore di conformità e della «santissima indifferenza»). Qui si parla «dell’amore di conformità mediante il quale uniamo la nostra volontà a quella di Dio, che ci viene significata per mezzo dei suoi comandamenti, dei suoi consigli e delle sue ispirazioni».[127]

L’andamento del libro passa dall’amore di conformità («L’amore è la sintesi di tutta la teologia»);[128] alla sottomissione che deriva dall’amore di benevolenza; sul dovere di conformare la nostra vita in ogni modo alla volontà divina detta «significata» (cioè non solo «in se stessa», ma soprattutto «nei suoi effetti particolari», cioè implicata in modo tutto particolare nei comandamenti, nei consigli divini e nelle ispirazioni).[129] Partendo dallo studio teologico di tali ispirazioni divine, secondo Francesco se ne ricavano tre caratteristiche (rispettivamente, i capitoli 11, 12 e 13). Esaminando il primo tipo di ispirazione, se ne scorge una perfezione straordinaria di un esercizio (ad esempio di carità) ordinario della vita cristiana. Altre ispirazioni sono «più da ammirare che da imitare»; segno comunque dell’autenticità cristiana di queste ispirazioni inusuali è quello di viverle con la «pace» e con la «tranquillità». Terza e importante caratteristica delle ispirazioni «consiste nella santa obbedienza alla Chiesa e ai superiori».

Il libro conclude con un capitolo (14°) riguardante un «breve metodo per conoscere la volontà di Dio». È rivolto in modo particolare a coloro che, a causa della mancante fiducia in Dio, sono nel loro cuore eccessivamente inquieti, scrupolosi e superstiziosi:

Una volta presa santamente la risoluzione, non bisogna mai dubitare della santità dell’esecuzione, perché, se non è colpa nostra, questa non può mancare: agire diversamente è segno di grande amor proprio o di infantilismo, debolezza e leggerezza di spirito.[130]

 

Strettamente collegato al Libro ottavo, segue il Libro nono, a cui accenniamo solamente, poiché – essendo il cuore della trattazione sul nostro tema – gli verrà riservato un intero capitolo, il sesto di questa tesi. Si parla della volontà divina di beneplacito, delle tribolazioni in mezzo alle quale siamo chiamati ad attuarla, della differenza tra la semplice rassegnazione e la «santissima indifferenza», sino alla vetta della «morte dolcissima della volontà» (cap. 12), infine l’immagine reale, faticosa e dolorosa «della spogliazione perfetta dell’anima unita alla volontà di Dio» (cap. 16).

 

A parere di P. Serouet, «i Libri dal decimo al dodicesimo sono una sorta di epilogo più una conclusione».[131] Questa affermazione nasce dalla teoria secondo la quale, dopo un’Introduzione alla vita devota, dopo il Trattato dell’amor di Dio, Francesco avesse progettato un Trattato dell’amor del prossimo. Mentre la trilogia avrebbe trovato compimento, appunto i Libri 10-12 si troverebbero in un punto cruciale di epilogo di un Trattato e di preparazione all’altro.

 

Il Libro decimo tratta «del comandamento di amare Dio sopra tutte le cose». Con «dolcezza», Dio ci ha chiamati ad amarlo e Francesco offre subito questa motivazione, una delle sintesi più belle dell’intero Trattato: «L’uomo è la perfezione dell’universo, lo spirito è la perfezione dell’uomo, l’amore quella dello spirito e la carità quella dell’amore: ecco perché l’amore di Dio è il fine, la perfezione e l’eccellenza dell’universo».[132]

Mirabile passaggio di questo Libro è quello in cui ci viene spiegato come, se tutti debbono e possono amare Dio sopra ogni cosa, siamo chiamati a farlo non solo per un generico amore, ma – più precisamente – per «dilezione», che, come spiega san Tommaso, implica una scelta ed un’elezione:[133]

È questo l’amore che deve prevalere su tutti i nostri amori e regnare su tutte le nostre passioni: ed è questo che Dio ci chiede, ossia che tra tutti i nostri amori, quello per lui sia il più sincero, dominando su tutto il nostro cuore; il più carico d’affetto, occupando tutta la nostra anima; il più esteso, impiegando tutte le nostre potenze; il più elevato, colmando tutto il nostro spirito; il più solido, impegnando tutta la nostra forza e le nostre energie. E siccome in forza di questo amore noi scegliamo ed eleggiamo Dio per sommo oggetto del nostro spirito, è un amore di suprema elezione o una elezione di supremo amore […].

L’amore di Dio è l’amore senza pari, perché la bontà di Dio è la bontà che non ha uguali.[134]

Con l’aiuto di un’antica storia (cap. 8) e di un paragone (cap. 9), Francesco conferma la tesi che esplicita «come dobbiamo amare la divina Bontà immensamente più di noi stessi» (cap. 10). Amare Dio nella concretezza: andando al di là di «certi spiriti sognatori e vacui che, basandosi su immaginazioni chimeriche, portano avanti discorsi malinconici che li affliggono fortemente».[135] Concretezza che implica, invece, immediatamente l’amore per il prossimo, lo zelo di carità (capp. 11-12. 15-16), che va associato con quello spirito di benevolenza che evita la collera, con tutto ciò che è tipico degli «spiriti aspri, acidi, presuntuosi e maldicenti, schiavi delle loro inclinazioni, degli umori, delle avversioni e dell’arroganza, [i quali] vogliono coprire la loro ingiustizia col manto dello zelo e ciascuno, con la scusa di questo sacro fuoco, si lascia bruciare dalle proprie passioni».[136]

Capolavoro di questo Libro decimo è il capitolo 17, che tratta «In che modo Nostro Signore ha praticato tutti gli atti più eccellenti dell’amore»:

Infine, Teotimo, quell’Innamorato divino è morto tra le fiamme e gli ardori della dilezione, per l’infinita carità che aveva per noi e per la forza e la virtù dell’amore; ossia, è morto nell’amore, a causa dell’amore, per l’amore e d’amore […].

O Dio, Teotimo, quale braciere per infiammarci a compiere gli esercizi del santo amore per il Salvatore tanto buono, vedendo che egli li ha praticati per noi con tanto amore, per noi che siamo tanto perversi! Questa carità di Gesù Cristo dunque ci spinge (2 Cor 2,14).[137]

 

Il Libro undicesimo ci parla «della somma autorità che l’amore sacro detiene su tutte le virtù, le azioni e le perfezioni dell’anima». L’amore sacro al centro: viene paragonato a tutte le altre virtù, spiegato nella sua capacità di dare compimento ad ogni atto virtuoso, capace di donare unità a tutte le virtù, include i doni dello Spirito santo e le beatitudini del vangelo, vince la tristezza.

Con precisione, Francesco preferisce parlare ancora di dilezione, la quale – in una pagina che presentiamo – viene spiegata come virtù, dono, frutto e beatitudine:

In quanto virtù, ci rende obbedienti alle ispirazioni esteriori che Dio ci dà coi suoi comandamenti e consigli, nell’attuazione dei quali si praticano tutte le virtù, e fra queste la dilezione che è la virtù di tutte le virtù.

In quanto dono, la dilezione ci rende arrendevoli e malleabili alle ispirazioni interiori, che sono come i comandamenti e i consigli segreti di Dio, alla cui attuazione sono impiegati i sette doni dello Spirito Santo; di modo che la dilezione è il dono dei doni.

In quanto frutto, ci fa provare un sommo gusto ed un estremo piacere nella pratica della vita devota, che si riscontra nei dodici frutti dello Spirito Santo; pertanto essa è il frutto dei frutti.

In quanto beatitudine, ci fa accettare come eccelsi favori e singolari onori gli affronti, le calunnie, i vituperi e gli obbrobri che ci riserva il mondo, e ci fa abbandonare, rinunciare e respingere ogni altra gloria, tranne quella che viene dall’amato Crocifisso (Cf. Gal 6,14), per la quale ci gloriamo nell’abiezione, nell’abnegazione e nell’annientamento di noi stessi; non volendo altro segno di maestà se non la corona di spine del Crocifisso, lo scettro della sua canna, il mantello di disprezzo che gli fu imposto, e il trono della sua croce, sulla quale gli amanti sacri provano più contentezza, gioia, gloria e felicità di quanta non ne ebbe mai Salomone sul suo trono d’avorio.[138]

 

Infine, il Libro dodicesimo «contiene alcuni consigli per il progresso dell’anima nel santo amore». Esso può probabilmente essere letto come un’ascesa verso la vera carità, la sacra dilezione, riferendosi anche ad esempi molto concreti. Al di là di ogni interpretazione, il vertice del Libro si trova certamente nell’ultimo capitolo, il 13°, intitolato: «Il monte Calvario è la vera accademia della dilezione».

Teotimo, il monte Calvario è il monte degli amanti. Ogni amore che non trae la sua origine dalla Passione del Salvatore è frivolo e pericoloso. Infelice è la morte senza l’amore del Salvatore; infelice è l’amore senza la morte del Salvatore. L’amore e la morte sono talmente fusi insieme nella Passione del Salvatore che non è possibile avere nel cuore l’uno senza l’altra. Sul Calvario non è possibile avere la vita senza l’amore, né l’amore senza la morte del Redentore: ma fuori di là, tutto è o morte eterna oppure amore eterno, e tutta la sapienza cristiana consiste nel saper scegliere bene: e per aiutarti in questo, Teotimo mio, ho composto questo scritto.[139]

 

Importanza del Trattato dell’amor di Dio

 

Studiando i vari autori moderni e contemporanei che hanno affrontato in modo serio, scientifico e documentato la figura e l’opera di san Francesco di Sales, scopriamo una linea comune del tutto esplicita. Riporteremo alcune testimonianze.

 

Partiamo dall’ultima, in ordine di tempo, con Cristiano Passoni, che motiva le scelte compiute nella compilazione del suo bel volume:

Scegliamo di soffermarci principalmente sul noto Trattato dell’amor di Dio. Le ragioni del restringimento ad esso sono, peraltro, abbastanza evidenti. Oltre ad aggirare l’ostacolo di un certo smarrimento dentro la vastità e la varietà della sua produzione, il Trattato, se non il più fortunato e famoso, è manifestamente riconosciuto come il suo scritto maggiore e più sistematico. Lo stile, a volte datato e un poco ridondante, non oscura certo gli indubitabili tesori di esperienza spirituale e di solida dottrina che contiene. L’opera si configura, inoltre, ampiamente come un libro di sintesi: si distende e raccoglie, dall’ideazione alla stampa, quasi dieci anni del suo servizio episcopale. Un lasso di tempo assai intenso, ricco di esperienze, contatti e relazioni spirituali, grazie alle quali il pensiero del santo si è continuamente precisato e purificato, per giungere a un punto di sintesi matura. Come si esprime A. Ravier nella preziosa introduzione alle Œuvres della prestigiosa collana della Pléiade, «ciò che ci svela il Trattato è un Francesco di Sales colto nella piena maturità della sua azione episcopale, del suo destino personale e del suo progetto».[140]

Già padre Mackey, colui che aveva aiutato le sorelle Visitandine nella cura della prima vera edizione critica del Trattato, nel 1894 iniziava la sua Introduzione al testo con queste parole:

Il Trattato dell’amor di Dio è la rivelazione completa dello spirito e del cuore di san Francesco di Sales, arrivato al culmine del genio e della santità. Sebbene che la stessa Introduzione alla vita devota sia un capolavoro, non si tratta tuttavia, allo sguardo di questa, che di una radiosa aurora paragonata ad un mezzogiorno splendente.

Nella Filotea, l’autore si rivolge a tutti i cristiani di buona volontà; qui egli ha soprattutto in vista le anime elevate, capaci di seguire il suo volo nella contemplazione dei misteri ineffabili della carità di Dio per la sua creatura e di conseguenza generose come la creatura deve al suo Creatore.[141]

 

 

 

Contemplazione poetica. Sera a sant’Egidio

 

Tornata è la quiete,

anche il vento riposa,

non c’è più nessuno

nell’Abbazia:

 

ma io non chiuderò le porte:

Qualcuno, sono certo, verrà:

 

così attendo sereno la Notte.

 

 

Affidamento a Maria. Tutto secondo il volere del Figlio

 

[124] 2) Chi si è consacrato e sacrificato volontariamente a Gesù Cristo per le mani di Maria, non può disporre del valore di alcuna delle sue buone opere. Tutto ciò che soffre, tutto ciò che pensa, dice e fa di bene appartiene a Maria ed ella può disporne secondo il volere del Figlio e alla maggior gloria di lui. Tuttavia questa indipendenza non pregiudica in alcun modo i doveri di stato in cui uno si trova, o potrà trovarsi in seguito: per esempio, gli obblighi di un sacerdote che, per ufficio o per diverso motivo, deve applicare il valore soddisfattorio e impetratorio della santa Messa ad una particolare intenzione. Infatti questa offerta è compiuta in conformità all’ordine voluto da Dio e ai doveri del proprio stato.

 

9. Rassegnazione o «santissima indifferenza»?
6 febbraio mattina

 

 

Dal mondo quotidiano. Jesus bleibet meine Freude, BWV 147 (Bach)

 

 

Jesus bleibet meine Freude

Meines Herzens Trost und Saft,

Jesus wehret allem Leide,

er ist meines Lebens Kraft,

meiner Augen Lust und Sonne,

meiner Seele Schatz und Wonne,

darum lass ich Jesum nicht

aus dem Herzen und Gesicht.

 

Gesù rimane la mia gioia,

linfa e consolazione del mio cuore,

Gesù pone termine a ogni sofferenza,

è la forza della mia vita,

sole e brama dei miei occhi,

delizia e tesoro della mia anima,

perciò non lascio Gesù

lontano dal cuore e dallo sguardo.

 

 

Invocazione dello Spirito Santo, Fortezza serena nella prova

 

 

Costituzioni salesiane. Lavoro e temperanza

 

  1. «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione»; la ricerca delle comodità e delle agiatezze ne sarà invece la morte.

Il salesiano si dà alla sua missione con operosità instancabile, curando di far bene ogni cosa con semplicità e misura. Con il suo lavoro sa di partecipare all’azione creativa di Dio e di cooperare con Cristo alla costruzione del Regno.

La temperanza rafforza in lui la custodia del cuore e il dominio di sé e lo aiuta a mantenersi sereno.

Non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica: è pronto a sopportare il caldo e il freddo, la sete e la fame, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratti della gloria di Dio e della salvezza delle anime.

 

 

Brani biblici. Egli ci ascolta

 

14E questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. 15E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo chiesto.

16Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a coloro, cioè, il cui peccato non conduce alla morte. C’è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato. 17Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte.

18Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio non pecca: chi è stato generato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. 19Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta in potere del Maligno. 20Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.

21Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!

 

1 Giovanni 5

 

Vedi Cantico dei Cantici 8,8-14

 

 

 

 

 

Meditazione. Il suonatore sordo

 

Esempio metaforico che illustra i tormenti interiori tipici dell’anima a cui è donato di vivere nella «santissima indifferenza»

 

Secondo lo stile a lui proprio e in linea con un’ampia gamma di esempi, Francesco, nei momenti decisivi, non si accontenta di una teologia teoretica o analogica fatta di affermazione-negazione-eminenza o di una teologia apofatica (che giunge al silenzio sulle realtà divine), ma spiazza il lettore e propone un esempio metaforico. Può essere di tipo umano, oppure naturale, ma sempre contrassegnato da una apparente semplicità di lettura, che però nasconde significati teologici e antropologici a volte realmente geniali.

Si veda l’esempio del valente musicista sommamente riconoscente al suo sovrano, ma purtroppo irrimediabilmente sordo.

Uno dei migliori musicisti del mondo, che suonava perfettamente il liuto, in poco tempo divenne tanto sordo da non sentirci più per niente; ma non per questo smise di cantare e di suonare meravigliosamente il suo liuto per la grande maestria che aveva acquisito e che la sordità non gli aveva tolto. Siccome però non provava alcun piacere nel canto e nel suonare il liuto dato che, essendo privo dell’udito, non poteva percepirne la bellezza e la dolcezza, cantava e suonava solo per far piacere ad un principe di cui era suddito dalla nascita e al quale desiderava immensamente far piacere per un debito di riconoscenza, perché era cresciuto presso di lui fin dalla prima giovinezza: per questo provava una grande gioia nel fargli piacere e quando il principe gli mostrava di gradire il suo canto, era felicissimo. Ma qualche volta capitava che il principe, per mettere alla prova l’amore di quell’amabile musicista, gli ordinasse di cantare e poi lo lasciasse solo nella stanza per andare a caccia; ma il desiderio che il cantore aveva di fare quello che piaceva al padrone era tale che continuava il canto con tanto impegno come se il principe fosse stato presente, benché personalmente non provasse alcun piacere nel canto: infatti non aveva il piacere della melodia a causa della sordità, e nemmeno quello di far cosa gradita al principe perché, essendo egli assente, non poteva godere della dolcezza delle arie che cantava.[142]

Qui la «santissima indifferenza» e il totale e incondizionato abbandono in Dio raggiungono il loro vertice: continuare a suonare, a cantare la vita, nonostante si sia sordi, non si tragga alcuna soddisfazione dalla propria arte e addirittura ci sentiamo da soli, abbandonati.

Si chiarisce ora con estrema chiarezza l’ambivalenza della parola «abbandono» e del verbo corrispondente. Il musicista si è «abbandonato», riconoscente, nelle mani del sovrano, usando tutto il proprio talento nonostante non ne ricavi alcun personale vantaggio. Allo stesso tempo in certi momenti viene letteralmente «abbandonato», quasi dimenticato, da colui per il quale suona, a cui dedica la propria arte.

Nel senso completamente opposto, troviamo chiarito il rischio possibile in ciascun cristiano: «ritorniamo su noi stessi amando l’amore invece di amare il Diletto». Una specie di egocentrismo, egoismo o narcisismo spiritualizzato.

I nostri cuori all’inizio della loro devozione amano Dio per unirsi a lui, essergli accetti e imitarlo nell’amore che ci ha dimostrato dall’eternità; ma, a poco a poco, una volta istruiti ed esercitati nel santo amore, impercettibilmente si trasformano e, invece di amare Dio per piacere a Dio, cominciano ad amare per il piacere che provano essi stessi nell’esercizio del santo amore. Invece di essere innamorati di Dio come prima, si innamorano dell’amore che gli portano: sono affezionati ai loro affetti e non si compiacciono più in Dio, ma nel piacere che provano nel suo amore, accontentandosi di questo amore in quanto appartiene a loro, che si trova nel loro spirito e che da esso deriva; infatti, benché tale amore sacro si chiami amore di Dio perché con esso si ama Dio, non cessa di essere nostro perché siamo gli amanti che con quello amiamo per suo mezzo.

E la trasformazione consiste proprio in questo: invece di amare quel santo amore perché tende a Dio che è l’amato, noi l’amiamo perché proviene da noi, che siamo gli amanti. Ora, chi non vede che così facendo non è più Dio che cerchiamo, ma ritorniamo su noi stessi amando l’amore invece di amare il Diletto; amando, dico, tale amore non per il beneplacito di Dio e per accontentarlo, ma per il piacere e la gioia che ne ricaviamo noi stessi.[143]

Un’ulteriore metafora.

Senza dubbio, molti non provano piacere nell’amore divino se non è addolcito con lo zucchero di qualche soavità sensibile, e farebbero volentieri come i bambini che, quando si offre loro del miele su un pezzo di pane, leccano e succhiano il miele e poi gettano il pane. Infatti, se la dolcezza fosse separabile dall’amore, lascerebbero l’amore per tenere la dolcezza; ecco perché inseguono l’amore a motivo della dolcezza e, quando non la incontrano, non fanno caso all’amore. Ma tale gente è esposta a molti pericoli: o di tornare indietro, quando i piaceri e le consolazioni mancano, o di perdere tempo in vane dolcezze molto lontane dal vero amore e di confondere il miele di Eraclea con quello di Narbona.[144]

 

Una descrizione della «santissima indifferenza», vera meta dei nostri Esercizi Spirituali

 

«Morire totalmente a se stessi nel buio e nel silenzio dell’anima,

distaccarsi, lasciarsi distaccare da tutto ciò che non è pura volontà di Dio,

questo è il segreto olocausto davanti al quale la maggior parte delle anime indietreggiano,

il punto esatto in cui il cammino si divarica, per una vita nel fervore o per una vita di alta santità»[145]

 

La «santissima indifferenza» non ha nulla a che fare con ciò che viene inteso per indifferenza oggi, nel contesto del XX e del XXI secolo, in un’epoca storica che vorrebbe rimanere senza Dio, in una sorta di relativismo post-moderno in cui la questione a riguardo di Dio risulterebbe illusoria, falsata, tuttalpiù ingenua: si cercherebbe qualcuno o qualcosa che ormai tutti sanno che non c’è. Inoltre si viene accusati di adoperare un metodo, in generale quello che unisce la ragione alla fede e in particolare quello teologico, che non potrebbe ambire ad assumere un valore scientifico. Non solo si sottolinea la differenza tra le scienze positivistiche e la fede, ma oltre a questo si toglie alla fede ogni valore di verità.

In questo contesto, l’«indifferenza», in particolare l’indifferentismo religioso indicherebbe l’atteggiamento dell’uomo post-moderno, che appunto non si occupa di Dio (e convinto allo stesso tempo che Dio non si occupi di lui), sino a teorizzare la necessità per la persona onesta di non pensare, volere, amare Dio, ma semplicemente vivere a binari paralleli tra il piano umano e quello divino: non si incontreranno mai, e questo non deve essere un problema. Anche a costo della mancanza di felicità o della possibilità di dare un senso alla vita. A differenza dei grandi dell’XIX secolo e dell’inizio del XX secolo, che ingaggiavano battaglie feroci contro Dio, oggi è tutto passato: non c’è neppure qualcuno per cui o contro cui combattere (all’infuori del prossimo umano). Si procede semplicemente ascoltando «dove porta il cuore» nel sentimentalismo più puro e, alle volte, banale o, alla peggio, distruttivo. Eccoci giunti all’«indifferenza religiosa», come mancanza assoluta della questione su Dio e di Dio.

Al giorno d’oggi, potrebbe essere interessante anche confrontare l’amorosa «santissima indifferenza» di Francesco di Sales da un tutt’altro tipo di sottomissione (ad esempio, si veda la radice etimologica della parola «musulmano»). Quest’ultima infatti può mancare di una dimensione amorosa e teologica (Dio che si fa servo per risollevare noi tutti; cf. Paolo ai Filippesi), ma risulta – anche nelle più alte forme mistiche – un’obbedienza da schiavi rispetto ad un Dio che è sempre e comunque solo «tutt’altro» rispetto al creato.

Il cristiano è chiamato e preceduto da Gesù in un amore che può essere solo amore giusto e misericordioso. La giustizia e la misericordia che vengono e si confrontano continuamente con il mistero pasquale di Gesù Cristo possono e devono guidare il credente in ogni istante.

 

La «santissima indifferenza» intesa da san Francesco di Sales può essere descritta, anch’essa, seguendo innanzitutto un’indagine etimologica: in-differenza come capacità di non fare differenze riguardo a se stessi, al proprio destino, alla salute o alla malattia, addirittura – secondo un famoso paradosso che deve rimanere tale, come supposizione impossibile – all’esito della propria vita secondo il paradiso o l’inferno (!).

Non fare differenze, a che scopo? Proprio al fine di seguire totalmente, completamente, con ogni parte di se stessi la volontà di Dio. Non per orgoglio o perfezionismo, ma secondo un amore ricevuto e ridonato. Notiamo che per san Francesco di Sales Dio non è un’entità astratta, ma realmente e concretamente Padre, Madre, Figlio, Sposo, Fratello. Queste caratteristiche relazionali non sono solo analogicamente e metaforicamente additate attraverso questi concetti, ma vengono tutti superati secondo una bontà sovraeminente.

Nella citazione iniziale di questo capitoletto, padre de Guibert parlava di «distacco», di «lasciarsi distaccare», di «segreto olocausto». Ed è molto interessante che la citazione non sia tratta da un libro che parli di san Francesco di Sales, ma di quella che è stata definita, con la sua «piccola via», la più grande discepola di san Francesco di Sales, colei che ha colto meglio il cuore del suo messaggio, santa Teresa di Lisieux.[146] Forse, in un modo talmente alto che Francesco di Sales si sarebbe commosso a coglierne le sottolineature.

Dunque, in negativo, evitare dentro di noi ogni differenza rispetto alla volontà di Dio. In positivo, giungiamo all’immagine della duttilità della cera, che si lascia lavorare, plasmare, persino da un bambino.

Perché non solo «santa», ma «santissima indifferenza»? Nel senso che le virtù, pur buone, positive e dono della collaborazione armoniosa tra Dio e l’uomo, come la «santa rassegnazione» sono sante e la vera indifferenza cristiana salesiana merita la denominazione di santissima? Non ci pare sia solo questione di difficoltà nel realizzarle (pur autentica). Crediamo piuttosto, e qui troviamo la tesi particolare di questo volume, che Francesco di Sales intenda l’oggetto del nostro studio come molto più di quello che viene inteso come una «semplice» virtù.

Giungiamo ora al cuore più profondo, più alto e più sincero di Dio che si incontra con il punto focale dell’uomo. Lì dove la creatura dice radicalmente di sì al Creatore (chiaramente, da attuare ogni giorno). In caso contrario, troviamo l’uomo che rimane nel vago, è incerto o addirittura rifiuta esplicitamente la creaturalità e la salvezza.

La santissima indifferenza segna, in fondo, la differenza tra una generosità puramente umana, intellettualistica, volontaristica o sentimentalistica e, invece, il discepolato di Gesù Cristo autentico e decisivo per la vita dell’uomo e della donna cristiani.

Un autore di spiritualità,[147] proseguendo il concetto esposto nella citazione di padre de Guibert, osava un paragone che può sembrare veramente strano e inusuale per la letteratura teologica. Pensiamo alla differenza tra un’automobile velocissima ed un aereo. Entrambi consumano energie immense, entrambi raggiungono velocità altissime. Ma, semplicemente, l’aereo vola. Così chi si lascia distaccare da parte di Dio da se stesso e dalle sue preferenze: non solo immette nella vita spirituale immense altissime energie di intelletto, volontà, cuore, tempo… ma vive ciò per cui sa di essere stato creato: vola.

L’Altro e l’altro sono al centro della sua vita.

In fondo, solo per questo ogni sacrificio ha un senso. In caso contrario, oltre a rimanere con i piedi attaccati a terra, ci rodiamo il fegato pensando al perché di tanto sacrificio.

Permettiamo a Dio di farci volare allora, come, dove, quando Lui vuole.

 

 

 

 

Contemplazione poetica. In attesa

 

Amici, mi sento

un tino bollente

di mosto dopo

felice vendemmia:

 

in attesa del travaso.

 

Già potata è la vite

per nuova primavera.

 

 

Affidamento a Maria. Consacrazione alla Vergine e a Gesù Cristo

 

[125] 3) Con questa forma di devozione ci si consacra nello stesso tempo alla Vergine santa e a Gesù Cristo: a Maria, come al mezzo perfetto che Gesù Cristo ha scelto per unirsi a noi e unirci a Lui; a nostro Signore, come al nostro fine ultimo, cui dobbiamo tutto ciò che siamo, perché è nostro Redentore e nostro Dio.

 

 

Per approfondire

 

Dagli scritti di san Francesco di Sales

 

Francesco di Sales, Filotea. Introduzione alla vita devota (= Opere complete di Francesco di Sales, 3), introduzione di V. Viguera, traduzione e note di R. Balboni, Città Nuova, Roma 2009.

Francesco di Sales, Lettere di amicizia spirituale, a cura di A. Ravier, Paoline, Milano 2003 [riduzione dell’edizione del 1984].

Francesco di Sales, Trattato dell’amore di Dio (= Opere complete di Francesco di Sales, 4), introduzione, cura e revisione di G. Gioia, traduzione di R. Balboni, Città Nuova, Roma 2011.

Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali (= Opere complete di Francesco di Sales, 5), introduzione e note di E. Bolis, traduzione di S. Morra, revisione di L. Magnabosco, Città Nuova, Roma 2011.

Francesco di Sales, Tutte le lettere (= Patristica), a cura di L. Rolfo, 3 voll., Paoline, Roma 1967.

Œuvres de Saint François de Sales. Évêque de Genève et Docteur de l’Église. Édition complète d’après les autographes et les éditions originales enrichie de nombreuses pièces inédites. Dédiée a N.S.P. le Pape Léon XIII et honorée d’un Bref de sa Sainteté. Publiée sur l’invitation de Mgr Isoard, Évêque d’Annecy, par les soins des religieuses de la Visitation du Ier Monastère d’Annecy, 27 voll., Niérat, Annecy 1892-1964.

Saint François de Sales, Œuvres (Introduction à la vie dévote, Traité de l’Amour de Dieu, Recueil des Entretiens spirituels) (= Bibliothèque de la Pléiade), par A. Ravier, avec la collaboration de R. Devos, Gallimard, Paris 1969.

 

 

 

 

Fonti Magisteriali su san Francesco di Sales (in ordine cronologico)

 

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Pio XI, Litterae Encyclicae Studiorum ducem, 29 giugno 1923, in AAS 15 (1923), pp. 309-326.

Paolo VI, Epistula apostolica Sabaudiae Gemma, 29 gennaio 1967, in AAS 59 (1967), pp. 113-123.

Benedetto XVI, Udienza generale su «san Francesco di Sales», 2 marzo 2011, in Osservatore Romano, Anno CLI n. 51, p. 8.

 

 

Commenti ai suoi scritti e approfondimenti su vari temi trattati

 

Alburquerque E., Una spiritualità dell’amore: San Francesco di Sales, Elledici, Leumann (To) 2008.

Bergamo M., L’anatomia dell’anima. Da François de Sales a Fenelon, Il Mulino, Bologna 1991.

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Bianco E., Francesco di Sales. Contro-storia di un uomo mansueto, Elledici, Leumann (To) 2002.

Boenzi J., Saint Francis de Sales. Life and Spirit, De Sales Resource Center, Stella Niagara (New York) 2013.

Bosco san G., Insegnamenti di vita spirituale. Un’antologia, introduzione e note a cura di A. Giraudo, LAS, Roma 2011.

Bosco G., Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855, saggio introduttivo e note storiche a cura di A. Giraudo, LAS, Roma 2011.

Bosco G., Vite di giovani. Le biografie di Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco, saggio introduttivo e note storiche a cura di A. Giraudo, LAS, Roma 2012.

Bozzolo A. – Carelli R. (a cura di), Evangelizzazione e educazione, (= Nuova Biblioteca di Scienze religiose, 32), LAS, Roma 2011.

Carretto C., Padre mio mi abbandono a Te, Città Nuova, Roma 1975.

Ceresko A. R., «The interpretation of the Song of Songs in St. Francis de Sales. How a Saint Learned “the Lesson of Love”», in Salesianum 66 (2004), pp. 31-50.

Charmot F., Ignatius Loyola and Francis de Sales. Two Masters-One Spirituality, Herder, St. Luis 1966.

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Escudero A., «La “Madre diletta del Diletto”: L’amore di Dio, chiave della mariologia. Maria negli insegnamenti di san Francesco di Sales», in Theotokos 23 (2015), pp. 67-96.

Filoramo G. (a cura di), Storia della direzione spirituale. L’età Moderna (= Biblioteca Morcelliana, 13), III, Morcelliana, Brescia 2008.

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Ghiglione G., San Francesco di Sales padre, maestro e amico. La spiritualità salesiana nelle Lettere. Prima parte: dal 1593 al 1610 (= Spiritualità e pedagogia salesiana), Elledici, Leumann (To) 2012.

Ghiglione G., San Francesco di Sales padre, maestro e amico. La spiritualità salesiana nelle Lettere. Seconda parte: dal 1611 al 1622 (= Spiritualità e pedagogia salesiana), Elledici, Leumann (To) 2013.

Ghiglione G., Santa Giovanna di Chantal mamma e madre. La vita e il cammino spirituale nelle lettere ai familiari, agli amici e alle suore (= Spiritualità e pedagogia salesiana), Elledici, Leumann (To) 2016.

Giovanna di Chantal, Volerci come Dio ci vuole. Scritti spirituali, a cura di M.-G. Thomas, introduzione di J. Gautier, Città Nuova, Roma 1984.

Istituto Storico Salesiano, Fonti salesiane. 1. Don Bosco e la sua opera. Raccolta antologica, LAS, Roma 2014.

Jeanguenin G., Guarire le ferite dell’anima con san Francesco di Sales, Paoline, Milano 2011.

L’imitazione di Cristo, traduzione dal latino di A. Recalcati, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2013.

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  2. Luigi Maria Da Montfort, Trattato della vera devozione a Maria. Preparazione al Regno di Gesù Cristo, in Opere. 1. Scritti spirituali, Edizioni Monfortane, Roma 1990.

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Wright W. M., Heart speaks to Heart. The Salesian Tradition, Darton, Longman and Todd, London, 2004.

[1] LS 5-12.

[2] “Tale orazione così devota e propria di nostra Compagnia” non fa parte del testo degli Esercizi, ma – scrive il P. Fabiano Quadrantino alla fine del secolo XVI – è bene “collocarla integralmente in qualche posto, affinché col passare del tempo non scompaia” (MHSI, MI, Directoria 760, 15; cf. S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, a cura di P. Schiavone, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 22009).

 

[3] In tutte le tappe di questi esercizi spirituali, l’«Affidamento a Maria» è tratto da S. Luigi Maria Da Montfort, Trattato della vera devozione a Maria. Preparazione al Regno di Gesù Cristo, in Opere. 1. Scritti spirituali, Edizioni Monfortane, Roma 1990.

[4] E. Bolis, Introduzione a Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali (= Opere complete di Francesco di Sales, 5), introduzione e note di E. Bolis, traduzione di S. Morra, revisione di L. Magnabosco, Città Nuova, Roma 2011, 8.

[5] In quanto cioè vescovo di Ginevra, con sede ad Annecy, ndr.

[6] Bolis, Introduzione, 8.

[7] Cf. H. Jedin (a cura di), Storia della chiesa. Vol. VI. Riforma e controriforma. Crisi-Consolidamento-Diffusione missionaria (XVI-XVII sec.), Jaca Book, Milano 1975; J.-P. Massaut, L’humanisme au début de [16e] siècle, in DictSp V 892-896; M. de Certeau, La réforme dans le catholicisme, in DictSp V 896-910; J. Orcibal, Vers l’épanouissement du 17e siècle (1580-1600), in DictSp V 910-916; J. Le Brun, Le grand siècle de la spiritualité française et ses lendemains, in DictSp V 917-953.

[8] G. Martina, La Chiesa nell’età dell’assolutismo del liberalismo del totalitarismo. Vol. I. L’età della Riforma, Morcelliana, Brescia 61986, 19.

[9] Ivi, p. 20.

[10] G. Duby – R. Mandrou, Storia della civiltà francese, Il Saggiatore, Milano 1996; M. Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi, Torino 1973. Da un punto di vista differente rispetto a quello cattolico, si veda H.A.L. Fisher, Storia d’Europa, volume II, Laterza, Roma-Bari 1973.

[11] Cf. J. Dagens, Bibliographie chronologique de la littérature de spiritualité et de ses sources (1501-1610), Desclee de Brouwer, Strasbourg, 1952.

[12] J.-P. Rioux – J.-F. Sirinelli (sous la direction de), Histoire culturelle de la France. Tome 2. De la Renaissance à l’aube des Lumières, Seuil, Paris 1997.

[13] Cf. Pio IX, Epistula apostolica Dives in misericordia Deus, 7 luglio 1877, in AAS 10 (1877-1878), 332-361.

[14] Cf. Pio XI, Litterae Encyclicae Rerum Omnium perturbationem, 26 gennaio 1923, in AAS 15 (1923), 49-63. Poi, la breve ma incisiva sintesi biografica ed offerta bibliografica presentata in H. Schwendenwein, Francesco di Sales, in G. Pelliccia – G. Rocca (a cura di), Dizionario degli istituti di perfezione, Vol. IV, Paoline, Roma 1977, 530-533.

[15] Benedetto XVI, Udienza generale su «san Francesco di Sales», 2 marzo 2011, in Osservatore Romano, Anno CLI n. 51, 8.

[16] Cf. R. Balboni, Cronologia della vita e delle opere di Francesco di Sales, in F 15-19; G. Papàsogli, Come piace a Dio. Francesco di Sales e la sua «grande figlia», Città Nuova, Roma 1981; A. Ravier, Francesco di Sales. Ciò in cui credeva, Morcelliana, Brescia 2008, 5-6; Id., Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Jaca Book, Milano 1986; M. Vergottini – A. Zambarbieri, Tavole cronologiche, in G. Angelini – G. Colombo – M. Vergottini, Storia della teologia. IV. Età moderna, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2001, 509-532. Si veda anche P. Mojoli, San Francesco di Sales. Rinascere cristiani oggi. La Filotea, le metafore vive e la fecondità spirituale, Velar/Elledici, Gorle (Bg)/Torino, 22015, 225-235.

[17] Cf. N. de Hauteville, La Maison naturelle, historique et chronologique de Saint François de Sales, Jacquard, Paris 1669, 187; G. Papàsogli, Come piace a Dio. Francesco di Sales e la sua «grande figlia», Città Nuova, Roma 41995, 45: «Signora, io disapprovo in voi un po’ troppa “mignardise” [carineria, sdolcinatura], e che voi la mostriate troppo teneramente a nostro figlio. Io ho verso lui un affetto più solido e gli rivolgo un interesse conforme ai grandi disegni che medito per il suo innalzamento».

[18] Cf. ŒA I.

[19] Cf. ŒA II.

[20] Cf. ŒA XI-XXI.

[21] Cf. ŒA XIII 265.

[22] Cf. ŒA IV-V.

[23] Cf. J. Boenzi, Saint Francis de Sales. Life and Spirit, De Sales Resource Center, Stella Niagara (New York) 2013, 23-42; E.-J. Lajeunie, Saint François de Sales. L’Homme, la Pensée, l’Action, I, Guy Victor, Paris 1966, 137-145; E. McDonnell, The Concept of Freedom in the Writings of St Francis de Sales, Peter Lang, Bern 2009, 56-75; G. Papàsogli, Come piace a Dio, 80-90; A. Ravier, Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Jaca Book, Milano 1987, 24-27; C. Passoni, «Il Dio del cuore umano». L’intelligenza spirituale nell’opera di S. Francesco di Sales (1567-1622), Glossa, Milano 2007, 211-280; F. Trochu, Saint François de Sales. Evêque et Prince de Genève, fondateur de la Visitation Sainte-Marie, I, Vitte, Lyon 1946, 123-135; M. Wirth, Francesco di Sales e l’educazione. Formazione umana e umanesimo integrale, LAS, Roma 2006, 87-105.

[24] Cf. E. Alburquerque, Una spiritualità dell’amore: San Francesco di Sales, Elledici, Leumann (To), 2008, 101-122; Boenzi, Saint Francis de Sales, 43-70; H. Donze, Saint François de Sales modèle d’apotre, in AA.VV., Saint François de Sales. Témoignages et Mélanges à l’occasion de sa naissance (1567-1967), Editions Franco-Suisses, Ambilly-Annemasse 1968, 45-49; Lajeunie, Saint François de Sales, I, 291-529.

[25] Cf. A. Dodin, François de Sales. Vincent de Paul. Les deux amis, OEIL, Paris 1984; Lajeunie, Saint François de Sales, II, 183-236; Passoni, «Il Dio del cuore umano», 281-372 ; L. C. Sheppard, Barbe Acarie. Wife and mystic, Burns Oates, London 1953.

[26] Cf. Lajeunie, Saint François de Sales, II, 337-350.

[27] Cf. Alburquerque, Una spiritualità dell’amore, 219-238; Boenzi, Saint Francis de Sales, 71-102. 131-138; Lajeunie, Saint François de Sales, II, 236-280. 384-393; A. Ravier, Giovanna di Chantal. Fascino femminile e santità, Città Nuova, Roma 32000; W. M. Wright, Bond of perfection. Jeanne de Chantal & François de Sales, DeSales Resource Center, Stella Niagara (New York) 22011; Eadem, Heart speaks to Heart. The Salesian Tradition, Darton, Longman and Todd, London 2004, 44-66.

[28] Cf. Lajeunie, Saint François de Sales, II, 432-461; Passoni, «Il Dio del cuore umano», 97-190.

[29] G. Papàsogli, Come piace a Dio, 89.

[30] ŒA II 19-20.

[31] G. Papàsogli, Come piace a Dio, 143-147. Fonte completa in latino e francese, che riporta l’intero discorso: ŒA VII 99-113.

[32] Da qui in poi, tutte le «Contemplazioni poetiche» sono tratte da D. M. Turoldo., Ultime poesie. Canti ultimi – Mie notti con Qohelet, Garzanti, Milano 2012.

 

[33] F 23-30.

 

[34] F 31-37.

[35] F 38-40.

[36] LS 145-157.

[37] è questo il primo titolo autentico del manoscritto. Il Monfort l’ha tracciato a grandi caratteri per indicarne tutta l’importanza. Tutto il Trattato della vera devozione a Maria potrebbe definirsi come una preparazione al regno di Gesù Cristo.

[38] LS 12-21. Corsivi come nel testo.

[39] LS 29-49.

[40] Cf. Lajeunie, Saint François de Sales, II, 281-336; B. Mackey, Introduction, in ŒA IV VIII-XVII; Papàsogli, Come piace a Dio, 45-449; A. Ravier, Préface, in ŒP, 321-327; W. M. Wright, Francis de Sales. Introduction to the Devout Life and Treatise on the Love of God, Crossroad, New York 1993, 134-136.

[41] Mackey, Introduction, in ŒA IV VIII. Traduzione nostra.

[42] L1 853.

[43] L1 1080-1081.

[44] L1 1081.

[45] L1 1196.

[46] Cf. T Prefazione, 97-98; Mackey, Introduction, X-XI; Papàsogli, Come piace a Dio, 446.

[47] Cf. L2 202.

[48] Cf. L2 276.

[49] Cf. L2 316.

[50] L2 510. Cf. la missiva destinata a Monsignor Pietro Fenouillet, vescovo di Montpellier (metà di novembre 1614): L2 513.

[51] Papàsogli, Come piace a Dio, 447. Cf. ŒA XV 330.

[52] Mackey, Introduction, XV.

[53] Passoni, «Il Dio del cuore umano», 200.

[54] Ivi, 200-201.

[55] T Preghiera di dedica, 81.

[56] T Prefazione, 82.

[57] Ibidem.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] Ivi, 84. Corsivo nostro.

[61] Ivi, 85-86.88. Passim. Corsivo nostro.

[62] Ivi, 88. Corsivo nostro.

[63] Ivi, 89.

[64] Ivi, 97. Corsivo nostro.

[65] Ivi, 97-98. Corsivo nostro.

[66] Cf. P. Serouet, «François de Sales», in DictSp V, 1057-1097.

[67] Cf. Ibidem.

[68] Cf. T I, 1-3, 100-108.

[69] T I, 8, 120.

[70] T I, 15, 141-142. Corsivo nostro. Cf. Aristotele, Sulle parti degli animali, 1, 5.

[71] T II, 1, 153.

[72] T II, 2, titolo, 155.

[73] T II, 3, 161.

[74] T II, 5, 168. Corsivo nostro.

[75] Cf. T II, 7, 171-174.

[76] T II, 8, 174.

[77] T II, 12, 186.

[78] T II, 12, 187.

[79] T II, 13, 192-193.

[80] T II, 14, 193-194. Corsivo nostro.

[81] T II, 22, 219.

[82] T III, 3, 227.

[83] Cf. T III, 3, 227-234; III, 5, 238.

[84] Cf. T III, 3, 233.

[85] Cf. T III, 4, 234; III, 10, 252; III, 11, 254.

[86] Cf. T III, 4, 235.

[87] Cf. tra le moltissime, T III, 5, 239.

[88] T III, 8, 248. Corsivo nostro. Cf.  Agostino, La Città di Dio, 21, 5.

[89] T III, 12, 256.

[90] T IV, 1, 266.

[91] T IV, 2, titolo, 268-271.

[92] T IV, 2, 268.

[93] T IV, 4, titolo, 274-277.

[94] T IV, 9, titolo, 292-294.

[95] T IV, 10, titolo, 295-296.

[96] T IV, 11, titolo, 297-299.

[97] T IV, 8, titolo, 288-292.

[98] T IV, 8, 289-290. Corsivo nostro.

[99] Papàsogli, Come piace a Dio, 449; molto più ampiamente in P. Serouet, De la vie dévote a la vie mystique. Sainte Thérèse d’Avila. Saint François de Sales, Desclée, Paris 1958.

[100] T V, titolo, 300-338.

[101] T V, 1, 300.

[102] T V, 5, 317.

[103] T V, 6, 318.

[104] T V, 11, 332.

[105] T V, 11, 334. Corsivo nostro.

[106] T V, 12, 336.

[107] Ivi, 337, corsivo nostro.

[108] T VI, 7, 364.

[109] G. Gioia, T 364, nota a piè di pagina, corsivi come nel testo.

[110] Serouet, «François de Sales», in DictSp V, 1057-1097.

[111] T VI, titolo, 339.

[112] T VI, 1, 341-342.

[113] Cf. T VI, 2, 345: «In conclusione, il pensiero e lo studio si possono applicare a tutte le cose; ma la meditazione, come ne stiamo parlando [cioè in quanto primo gradino della contemplazione], non riguarda che gli oggetti la cui considerazione può renderci buoni e devoti: di modo che la meditazione non è altro che un pensiero attento, ripetuto o mantenuto volontariamente nello spirito, per incitare la volontà a santi e salutari affetti e propositi».

[114] T VI, 3, 348-450.

[115] T VI, 5, 354.

[116] T VI, 7, 360.

[117] T VI, 7, 362.

[118] T VI, 10, 369-370. Corsivo nostro.

[119] Cf. Serouet, «François de Sales», in DictSp V, 1057-1097; Idem, De la vie dévote a la vie mystique.

[120] T VI, 12, 378.

[121] T VI, 13, 379.

[122] T VI, 13, 381.

[123] T VI, 14, 382-386.

[124] T VI, 15, 389.

[125] T VII, 13, 434.

[126] T VII, 14, 438.

[127] T VIII, titolo, 439.

[128] T VIII, 1, 441.

[129] Cf. T VIII, 3-13, 443-478.

[130] T VIII, 14, 480.

[131] Serouet, «François de Sales», in DictSp V, 1057-1097.

[132] T X, 1, 529.

[133] ST, IIa, IIae, qu. 26, art. 3.

[134] T X, 6, 545-546.

[135] T X, 10, 560.

[136] T X, 16, 579.

[137] T X, 17, 584.

[138] T XI, 19, 649-650.

[139] T XII, 13, 683.

[140] DCU, 201-202. Corsivo nostro. Come abbiamo potuto notare sopra, si tratta del periodo compreso tra il 1607 e il 1616. Cf. Ravier, Préface, p. X.

[141] Mackey, Introduction, in ŒA IV, p. V.

[142] T IX, 9, 505-506.

[143] T IX, 10, 509.

[144] T IX, 10, 510. Cf. F III, 17, 171-173.

[145] J. Guibert, citato in J. Lafrance, La mia vocazione è l’amore. Teresa di Lisieux (= Contemplativi nell’azione), Àncora, Milano 31990, 141.

[146] Cf. M. G. Rensi, Il dottore dell’amore e la sua cetra melodiosa. Francesco di Sales e Teresa di Lisieux, Àncora, Milano 1986.

[147] Cf. J. Lafrance, La mia vocazione è l’amore.