Abba Filippo ci scrive

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Carissimi amici come state?
Spero bene, qui la stagione delle piogge sta finendo lentamente
cedendo il posto non all’inverno, ma alla stagione secca che e’ poi la
nostra estate fino a maggio, ci prepariamo per essere “arrostiti”..

Abbiamo appena avuto la visita di una nostra grande amica, la signora
Elisabetta, che con Maria Rita, Alberto e Lello, sono venuti per
alcuni giorni a Gambella per inaugurare tre pozzi a mano per l’acqua,
in tre differenti villaggi. Sono dei nostri fedelissimi amici, che
ricordando il figlio Andrea, scomparso alcuni anni fa in incidente
stradale, aiutano la nostra gente con il dono preziosissimo
dell’acqua. Grazie.

Questa volta volta vorrei raccontarvi del lavoro che stiamo fecendo
nelle tante cappelle che abbiamo attorno a Pugnido, in tanti piccoli o
grandi villaggi che seguiamo, non solo con la presenza della chiesa ma
con tante altre attivita’ e aiuti e infine anche nei due campi
profughi che abbiamo vicino a Pugnido.

Prima i nostri incontri: una mattina presto andando a Pochalla a
prendere la barca per andare nel fiume, ci piombano davanti alla
macchina tre leoni, venuti fuori da una strada laterale. Subito
fermiamo la macchina e li lasciamo andare un po’ distante. All’inizio
sembravano delle mucche, tanto grandi erano, poi vedendoli correre e
saltare come gatti, abbiamo realizzato che non erano leoni, ma lions.
Hanno camminato per circa un’ora davanti a noi, 50 o 60 metri, andando
nella nostra stessa direzione. Noi cercavamo con il clakson, o i fari,
o il rumore del motore della macchina di mandarli dentro la foresta,
ma niente. Poi e’ arrivato un grosso camion e allora ci siamo messi
dietro pensando che sarebbe passato, ma anche l’autista di questo
camion aveva paura e ha aspettato pazientemente, infine e’ arrivato un
motociclista dall’altra parte, cosi’ tutti fermi, con i tre leoni in
mezzo, noi che facevamo rumore con la macchina e il motociclista con
la sua moto e alla fine i leoni sono usciti dalla strada e entrati
nella foresta e cosi’ siamo potuti passare. Proseguendo nella strada
abbiamo incontrato una persona con la bicicletta che andava a Pugnido,
gli abbiamo detto di stare attento che c’erano tre leoni, ma lui ha
proseguito. Poi abbiamo sentito che arrivando al punto dove erano
entrati nella foresta, sono usciti di nuovo in strada, lui allora ha
lasciato la bicicletta, era mattina e magari non avevano ancora fatto
colazione, si e’ arrampicato su di un albero, mettendosi in salvo. Poi
e’ passato un autobus e lo ha tratto in salvo.

La scorsa settimana, tirando fuori il motore della barca dal nostro
piccolo garage e cercando di montarlo, ci salta fuori un serpente dal
motore. Tutti noi spaventati abbiamo fatto un salto, un serpente non
molto grande ma sembra velonoso. Abbiamo cercato poi di stanarlo da
dentro il motore con benzina e altro e alla fine e’ uscito, cosi’
alcuni giovani che erano gia’ pronti lo hanno ucciso con alcuni
bastoni.

Infine nei nostri viaggi nel fiume, non lo incontriamo tante volte, ma
questo mese lo abbiamo visto, abbiamo trovato Nyang, un mega
coccodrillo penso lungo piu’ di 5 metri, ma soprattutto grosso grosso,
sempre piu’ o meno nel solito posto, ormai lo sappiamo. Quando le
vediamo in lontananza cerchiamo di accelerare e girare al largo,
salutandolo con la mano.

Alcune avventure che ci accompagnano nella visita ai villaggi, poi
arriva il piu’ bello, che e’ l’incontro con la gente, con tanti
ragazzi e bambini, che vengono alla catechesi, alla preghiera,
all’incontro. Molti villaggi sono isolati gran parte dell’anno,
soprattutto nella stagione della piogge, quando il fiume allaga la
foresta e le vie di accesso. In quel periodo e’ difficile trovare il
cibo, resta solo il pesce dal fiume, le rare scuole e le rare cliniche
chiudono, per mancanza di insengnati, dottori, medicine, una vita
veramente difficile e molto povera.
La nostra presenza in alcuni villaggi e’ di sostegno e supporto, la
catechesi e la preghiera a Dio cercando di ravvivare sempre la fede,
la creazione di oratori volanti per i bambini e ragazzi, palloni,
campi, giochi, aiuti concreti al villaggio, alcuni pozzi per l’acqua
potabile, dei mulini per avere la farina, la barca per portare
qualcuno di ammalato a Pugnido.

Anche il lavoro nei campi profughi, soprattutto la domenica, girando
nella varie chiese in legno, fango e erba e incontranto le varie
comunita’ cristiane, il lavoro con i catechisti per aiutare piu’
persone possibili, nell’ascolto prima di tutto dei loro problemi, di
cibo per i bambini, un futuro per i ragazzi almeno nella scuola, di un
lavoro per i piu’ grandi. Qui non tanto mancano le cose materiali, ma
la speranza per un futuro, nessuno vuole restare per sempre in un
campo profughi.

Molte volte di fronte a tutte queste necessita’ ci sentiamo come una
goccia in un mare, ma noi lavoriamo per il regno dei cieli, un regno
dei cuori che sorpassa ogni difficolta’ e problema e arriva fino agli
estremi confini del mondo, come il nostro.
Una preghiera oggi per questa gente e un ricordo per voi da parte mia. A presto
Abba filippo

Santi e Testimoni. Suor Eusebia Palomino

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Eusebia Palomino Yenes vede i natali nel crepuscolo del secolo XIX, il 15 dicembre del 1899, a Cantalpino, piccolo paese della provincia di Salamanca (Spagna), in una famiglia tanto ricca di fede quanto scarsa di mezzi. Papà Agustín, uomo di grande bontà e dolcezza, lavora come bracciante stagionale a servizio dei proprietari terrieri dei dintorni, mentre mamma Juana Yenes accudisce alla casa con i quattro figli. D’inverno la campagna riposa e il lavoro viene a mancare, il pane scarseggia. Allora papà Palomino si trova costretto a chiedere aiuto alla carità di altri poveri nei paesetti della zona. Talvolta a lui si accompagna la piccola Eusebia, di sette anni appena, ignara del costo di certe umiliazioni: ella gode di quelle camminate per i sentieri campestri, e lietamente saltella accanto al papà che le fa ammirare le bellezze del creato e che, dalla luminosità del paesaggio di Castiglia, trae spunti catechistici che la incantano. Poi, raggiunto un cascinale, sorride alle buone persone che la accolgono e chiede “un pane per l’amor di Dio”.

Il primo incontro con Gesù nell’Eucaristia all’età di otto anni procura alla fanciulla una sorprendente percezione del significato dell’appartenere e dell’offrirsi in totalità di dono al Signore. Assai presto deve lasciare la scuola per aiutare la famiglia e dopo avere dato prova di precoce maturità nell’accudire – bambina lei stessa – i bambini di alcune famiglie del luogo, mentre i genitori sono al lavoro, a dodici anni va a Salamanca con la sorella maggiore e si colloca a servizio di qualche famiglia come bambinaia-tuttofare. Nei pomeriggi domenicali frequentando l’oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice conosce le suore, che decidono di chiedere la sua collaborazione in aiuto alla comunità. Eusebia accetta più che volentieri e si mette subito all’opera: aiuta in cucina, porta la legna, provvede alle pulizie della casa, stende il bucato nel grande cortile, va ad accompagnare il gruppo di studentesse alla scuola statale e svolge altre commissioni in città.

Il desiderio segreto di Eusebia, di consacrarsi interamente al Signore, accende e sostanzia ora più che mai ogni sua preghiera, ogni suo atto. Dice: “Se compio con diligenza i miei doveri farò piacere alla Vergine Maria e riuscirò a essere un giorno sua figlia nell’Istituto”. Non osa chiederlo, per la sua povertà e mancanza d’istruzione; né si ritiene degna di una tale grazia: poiché è una congregazione tanto grande, pensa. La superiora visitatrice, alla quale si è confidata, l’accoglie con materna bontà e la rassicura: “Non ti preoccupare di nulla”. E volentieri, a nome della madre generale, decide di ammetterla.

Il 5 agosto 1922 inizia il noviziato in preparazione alla professione. Ore di studio e di preghiera alternate a quelle del lavoro scandiscono le giornate di Eusebia, che è al massimo della gioia. Dopo due anni, nel 1924 pronuncia i voti religiosi che la vincolano all’amore del suo Signore. Viene assegnata alla casa di Valverde del Camino, una cittadina che all’epoca conta 9.000 abitanti, all’estremo sud-ovest della Spagna, nella zona mineraria dell’Andalusia verso il confine con il Portogallo. Le giovani della scuola e dell’oratorio, al primo incontro, non celano una certa delusione: la nuova arrivata è figura piuttosto insignificante, piccola e pallida, non bella, con mani grosse e, per di più, ha un brutto nome.

Il mattino seguente la piccola suora è al suo posto di lavoro: un lavoro multiforme che la impegna in cucina, in portineria, in guardaroba, nella cura del piccolo orto e nell’assistenza delle bimbe nell’oratorio festivo. Gode di “essere nella casa del Signore per ogni giorno di vita”. È questa la situazione “regale” di cui si sente onorato il suo spirito, che abita le sfere più alte dell’amore. Le piccole sono presto catturate dalle sue narrazioni di fatti missionari, o vite di santi, o episodi di devozione mariana, o aneddoti di don Bosco, che ricorda grazie ad una felice memoria e sa rendere attraenti e incisivi con la forza del suo sentire convinto, della sua fede semplice.

Tutto, in suor Eusebia, riflette l’amore di Dio e il desiderio forte di farlo amare: le sue giornate operose ne sono trasparenza continua e lo confermano i temi prediletti delle sue conversazioni: in primo luogo l’amore di Gesù per tutti gli uomini, che la sua Passione ha salvato. Le Sante Piaghe di Gesù sono il libro che suor Eusebia legge ogni giorno. Ne trae spunti didascalici attraverso una semplice “coroncina”, che consiglia a tutti, anche con frequenti accenni. Nelle sue lettere, si fa apostola della devozione all’Amore misericordioso, secondo le rivelazioni di Gesù alla religiosa polacca, oggi santa, Faustina Kowalska, divulgate in Spagna dal domenicano Padre Juan Arintero.

L’altro “polo” della pietà vissuta e della catechesi di suor Eusebia è costituito dalla “Vera devozione mariana” insegnata dal santo francese Luigi M. Grignion de Montfort. Sarà questa l’anima e l’arma dell’apostolato di suor Eusebia per tutto l’arco della sua breve esistenza. Destinatari sono ragazze, giovani, mamme di famiglia, seminaristi, sacerdoti. “Forse non vi fu parroco in tutta la Spagna – è detto nei Processi – che non abbia ricevuto una lettera di suor Eusebia a proposito della schiavitù mariana”.

Quando, all’inizio degli anni ’30, la Spagna entra nelle convulsioni della rivoluzione per la rabbia dei senza-Dio votati alla distruzione della religione, suor Eusebia non esita a portare alle conseguenze estreme quel principio di “disponibilità”, pronta letteralmente a spogliarsi di tutto. Si offre al Signore come vittima per la salvezza della Spagna, per la libertà della religione. La vittima è accetta a Dio. Nell’agosto 1932 un malore improvviso e le prime avvisaglie. Poi l’asma, che in momenti diversi l’aveva disturbata, inizia ora a tormentarla fino a livelli d’intollerabilità, aggravata da malesseri vari subentrati in modo insidioso.

In questo tempo, visioni di sangue addolorano suor Eusebia ancor più degli inspiegabili mali fisici. Il 4 ottobre 1934, mentre alcune consorelle pregano con lei nella cameretta del suo sacrificio, s’interrompe e impallidisce: “Pregate molto per la Catalogna”. È il momento iniziale di quella sollevazione operaia in Asturia e di quella catalana a Barcellona (4-15 ottobre 1934) che saranno chiamate “anticipo rivelatore”. Visione di sangue anche per la sua cara direttrice, suor Carmen Moreno Benítez, che sarà fucilata con un’altra consorella il 6 settembre 1936: nel 2001, dopo il riconoscimento del martirio, sarà dichiarata beata.

Intanto i malanni di suor Eusebia si aggravano: il medico curante ammette di non saper definire la malattia che, aggiuntasi all’asma, le fa accartocciare le membra riducendola a un gomitolo. Chi la visita sente la forza morale e la luce di santità che irradia da quelle povere membra doloranti, lasciando assolutamente intatta la lucidità del pensiero, la delicatezza dei sentimenti e la gentilezza nel tratto. Alle sorelle che la assistono promette: “Tornerò a fare i miei giretti”.

Nel cuore della notte fra il 9 e il 10 febbraio 1935 suor Eusebia pare serenamente addormentarsi. Per l’intera giornata le fragili spoglie, adorne di tantissimi fiori, sono visitate da tutta la popolazione di Valverde. Fra tutti ritorna la stessa espressione: “È morta una santa”.

Prima di morire ebbe momenti di estasi e visioni. La sua salma riposa a Valverde del Camino.

Venerabile il 17 dicembre 1996; beatificata il 25 aprile 2004 da Giovanni Paolo II.

 

PREGHIERA

O Dio, che hai modellato il cuore 
della beata Eusebia, vergine,
sul mistero pasquale del tuo Figlio, fino al dono della vita,
concedi a noi, rafforzati dal suo esempio di umiltà e letizia,
di crescere costantemente nel tuo amore
e nel servizio dei poveri.
Ti supplichiamo di voler glorificare quest’umile tua serva
e di concederci, per sua intercessione,
la grazia che ti chiediamo…
Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Fonte: http://www.sdb.org

 

 

 

 

Gianna Jessen al Bearzi di Udine

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«Sono stata abortita al settimo mese di gravidanza. La mia madre biologica aveva 17 anni e le consigliarono l’iniezione di una soluzione di sale nell’utero. Il bambino la inghiotte e il suo corpo brucia dentro e fuori, poi dopo 24 ore viene partorito morto. Si chiama aborto salino. Ma con me non funzionò: dopo 18 ore nacqui. E vivo. E sono molto felice di questo!». 
 
Gianna Jessen, oggi 39 anni, californiana, è una delle pochissime voci al mondo che possa parlare a nome dei milioni di bambini uccisi ogni anno nella strage più silenziosa e sconosciuta. Gira il mondo a testimoniare, negli Stati Uniti ha parlato anche davanti al Congresso:
 
«Se l’aborto è una questione di diritto, dov’erano i miei? La mia missione è quella di portare un po’ di umanità in un dibattito che è diventato una semplice questione».
L’incontro è per i giovani del Bearzi, ma è aperto a quanti desiderano è partecipare.
PER APPROFONDIRE
In Italia chi conosce Gianna Jessen? Solo una piccola parte del mondo cattolico. Wikipedia italiana le dedica dieci righe in cui (come fa sempre) si dimentica di scrivere quello che non le fa comodo e cioè che Gianna è naturalmente contro l’aborto, ce l’ha con le femministe e contro il diritto delle madri di abortire senza pensare al diritto di chi vorrebbe nascere, crede in Gesù e si considera «La bambina di Dio»: una politically scorrect. Ovvio che i grandi poli editoriali non pubblichino in italiano il suo libro «Aborted and lived to tell about» , ma le case editrici cattoliche?
Gira il mondo a testimoniare, negli Stati Uniti ha parlato anche davanti al Congresso: «Se l’aborto è una questione di diritto, dov’erano i miei? La mia missione è quella di portare un po’ di umanità in un dibattito che è diventato una semplice questione».
Ha incontrato la madre biologica e l’ha perdonata, perché «mi hanno odiata fin dal concepimento, ma sono stata amata da molte più persone e da Dio». Ha fatto ricerche sull’uomo che ha praticato l’aborto su di lei: «Le sue cliniche sono la più grande catena di cliniche per abortire degli Stati Uniti e fatturano 70 milioni di dollari l’anno. Ha dichiarato di aver praticato un milione di aborti e che praticare aborti era la sua passione». 
[Il Giornale]Queste sono solo alcune delle testimonianze che possiamo raccogliere su Gianna Jessen, e che ci fanno capire la straordinarietà della sua esperienza. Non solo perché – SOPRAVVISSUTA ALL’ABORTO – non è cosa comune nelle cronache del nostro mondo, ma perché la sua è una autentica testimonianza di come una logica superiore alla logica della morte possa riempire la vita di una persona ed essere «buona novella», notizia da gridare sui tetti e nelle coscienze di ogni uomo, in particolare dei giovani.

Chissà se una testimonianza, al di là delle chiacchiere e delle contrapposizioni ideologiche, spesso espresse da incompetenti, ci aiuterà a promuovere un autentico progresso di civiltà, stante che la uccisione di un essere umano indifeso non pare avere questi connotati. Chissà se chi pensa diversamente, di fronte all’evidenza di una testimonianza, saprà superare lo schema che fa mettere l’idea contro la vita.

Evento pubblico “Esserci per educare”

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sabato prossimo 25 novembre (dalle ore 15:00 alle ore 18:00 presso l’Auditorium Cattolica Center in via Germania 33 a Verona)
 
Questo il link alla pagina web:
 
All’evento saranno presenti il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Gualtiero Bassetti e la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli.
Così è scritto nell’invito: È un evento di grande portata, cruciale per affermare la volontà e il diritto delle scuole paritarie a continuare a svolgere il proprio operato, e per questo chiediamo la massima collaborazione delle scuole: la partecipazione comporta sicuramente un sacrificio, ma è l’opportunità di sperimentare e rendere visibile la vivacità e la potenzialità della nostra presenza“.
 
La convention è stata organizzata dalle associazioni della scuola paritaria: AGeSC – Associazione Genitori Scuole Cattoliche, CdO – Opere Educative, CONFAP – Confederazione Nazionale Formazione Aggiornamento Professionale, FIDAE – Federazione italiana delle scuole cattoliche, FISM – Federazione Italiana Scuole materne e MSC – Movimento Studenti Cattolici Fidae, per ribadire e dimostrare quanto significativa e preziosa sia la presenza della scuola paritaria per l’intero sistema scolastico nazionale.

A Verona saranno riuniti dunque: studenti, perché non vengano considerati studenti di serie B e per testimoniare la vivacità della scuola cattolica; genitori, per testimoniare la motivazione nella libertà di scelta educativa; insegnanti, perché vengano riconosciuti il loro impegno e la dignità che il loro lavoro merita; personale non docente, perché gli venga riconosciuta la professionalità; dirigenti scolastici, per testimoniare l’importanza della comunità educante; e i gestori, per ribadire il loro impegno, non sempre riconosciuto, a favore del servizio pubblico dell’istruzione.

Creature e Creatore. 7. Pregare in automobile?

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L’autovettura come luogo di preghiera? La sosta ai semafori e negli ingorghi del traffico come momenti per la meditazione? Sinceramente più volte mi sono detta che non mi sembravano proprio i luoghi più consoni e rispettosi per un rapporto con Dio.

Sono stata educata nella fede semplice e piccola; mia mamma, quando andavamo in centro per le svariate commissioni, mi portava sempre nella chiesetta romanica di Santa Lucia o in quella gotica di San Francesco per un saluto e un bacino a Gesù e alla Sua Mamma. Era piuttosto normale questo per i bambini della mia generazione. Oggi non so, anzi non credo proprio: si può venir accusati di plagio,  restrizione della libertà personale di scelta, formazione arbitraria e indottrinamento, quasi da denuncia a Telefono Azzurro.

Conosco nonne che, di nascosto da figli, generi e nuore, insegnano ai nipotini le elementari preghiere del nostro credo facendo promettere ai piccoli di non dire nulla ai genitori mantenendo per loro questo piccolo bel segreto e, se scoperte, sono oggetto di severi rimproveri. Io, invece, ho sempre pregato con i miei bambini: alla buonanotte della sera e in particolare al mattino all’inizio della nuova giornata. In macchina, con loro incastrati sul sedile posteriore tra zaini e cartelle e sacche per lo sport, già nell’attesa che si aprisse il cancello scorrevole di casa, iniziavamo con il segno della croce e poi continuavamo con le “solite preghiere ” alle quali si aggiungevano le intenzioni personali e particolari specialmente quelle rivolte all’Angelo Custode nei giorni di interrogazioni e compiti in classe. Talvolta la mia piccolina mi rimproverava di aver invocato troppo tiepidamente il suo Angelo che così non l’avrebbe aiutata! Poi ci restava l’ultimo chilometro per le solite noiose raccomandazioni e il promemoria dei programmi pomeridiani. Ancora oggi, che sono “grandi”, è così seppur nelle rare occasioni in cui ci muoviamo assieme al mattino. Talvolta io mi imbarazzo di questo rito che mi riporta alla loro infanzia e adolescenza (siamo adulti, la preghiera è un fatto personale!) e al cancello inizio con un chiacchierio qualunque: sempre chi dei due è in macchina con me mi interrompe e mi dice con tono di rimprovero: “e le preghiere?”

Personalmente non ho molto tempo per sostare nel silenzio della chiesa. I 47 (forse 50?) minuti della Messa domenicale, ai quali ne aggiungo qualche  briciola mentre le persone escono (nel chiacchierio!); fino ad alcuni mesi fa, al mattino prima dell’ufficio quando, arrivando in centro con molto anticipo, potevo fermarmi per una breve lettura personale e l’inizio delle lodi con i frati; e poi quando incontro la chiesa nelle mie passeggiate o commissioni in bicicletta: mi basta entrare per un saluto, una preghiera, un ringraziamento, un attimo di  raccoglimento. Un ciao, insomma.

Oggi, il raddoppiato tragitto in macchina al nuovo luogo di lavoro è diventato il mio momento di preghiera, la mia macchina “la mia chiesa”. Con un tenue sottofondo di musica classica (e già, io sono all’antica!) o gregoriana (peggio ancora!) inizio la mia lode personale per il nuovo giorno, la recita mentale delle abituali preghiere, le intenzioni e, naturalmente, su tutto molto spesso e ripetutamente si sovrappone un pensiero di meditazione o di riflessione magari guardando il cielo che si imporpora nell’alba o le ombre che si allungano al tramonto o le montagne che si stagliano all’orizzonte. Quando passo accanto alle fermate dell’autobus non posso non rivolgere un pensiero di supplica e richiesta di protezione per quelle giovani vite assonnate; quando mi supera maldestramente un furgoncino lanciato nella velocità del lavoro non posso non pregare per l’incolumità del conducente, di chi incontra e per i suoi impegni così urgenti; quando l’occhio scivola sulle finestre illuminate, chiedo l’attenzione su quella famiglia, su quella casa; quando….beh, il resto è un segreto linguaggio tra il mio cuore e il suo Creatore.

Può quindi essere la mia macchina il mio luogo di preghiera?

Spunti di preghiera in preparazione al vangelo di domenica 19 novembre

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Dal Vangelo secondo Matteo (25,14-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Parola del Signore.

 

  1. Quale è la mia immagine nei confronti di Dio: giusto e misericordioso oppure “un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”?
  2. Sono consapevole di aver ricevuto un’abbondanza incommensurabile di talenti?
  3. Rischio di non valorizzare i talenti che ho ricevuto, perché mi lascio travolgere dai paragoni con gli altri, dai sensi di inferiorità, dal sentirsi sempre perdenti? Oppure, al contrario, mi reputo migliore di tutti gli altri, mi lascio vincere dall’orgoglio e dalla superbia?

Film della settimana. Gifted – Il dono del talento

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Frank Adler vive in una città sulle coste della Florida con la nipotina Mary, figlia della sorella morta qualche tempo prima. Mary è una bambina estremamente intelligente con un talento speciale per la matematica e, nonostante l’obiettivo di Frank, allineato alle ultime volontà della sorella, sia quello di farle condurre una vita normale, le doti della piccola non sfuggono all’attenzione della nonna materna Evelyn, una ricca ed elegante signora di Boston che ha dei piani molto diversi per la nipote, che prevedono che si allontani dallo zio…

 

 

 

Regia: Marc Webb
Cast: Chris Evans, Mckenna Grace, Jenny Slate, Lindsay Duncan, Octavia Spencer, Julie Ann Emery, Keir O’Donnell, Glenn Plummer, Joe Chrest
Genere: Drammatico
Durata: 95 min


 

VEDI: http://www.salesianichioggia.it/cinema/

 

 

Una volta “Famiglia cristiana” era anche cattolica… Adesso… (n.2)

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«L’Europa non è perduta, ma bisogna sognarla con coraggio. Altrimenti appassiremo dietro i muri e nelle paure» (card. Bassetti). Io chiedo: Ma del traffico infame di persone non ne parla nessuno? Del parassitismo degli immigrati che pretendono solo diritti e non sono disposti ad alcun dovere? La vera storia dei crociati è solo in mano alle università comuniste (come nell’articolo sotto, che non parla della demenziale violenza di Maometto)?

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