Islamici in chiesa???

image_pdf


Oggi vi chiedo cortesemente di prestare alcune attenzioni:
1.       Siamo in un edificio della Chiesa cattolica romana, in particolare affidato alla Diocesi di … e alla parrocchia di…
2.       Siamo in Italia. Ogni intervento o comunicato dovrà essere letto in italiano.
3.       Il sacerdote è responsabile di quanto avviene nella chiesa che gli è affidata: chiedo quindi che qualsiasi testo esterno al rito della S. Messa sia prima sottoposto all’inappellabile giudizio del sacerdote; inoltre dovrà essere proposto o prima dell’inizio o dopo la fine della liturgia eucaristica.
4.       Gli uomini e le donne musulmani eventualmente presenti in questa chiesa non potranno assolutamente compiere alcun atto di preghiera musulmana: questa è una chiesa, non una moschea.
5.       Si prega inoltre di spegnere i cellulari e di seguire in silenzio e in modo composto la liturgia cristiano cattolica che viene celebrata.
”Quando un parroco presta i locali della parrocchia deve sapere che in quel momento aliena quello spazio alla religione cattolica e lo affida per sempre all’Islam”, ha affermato mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, ricordando che ”le moschee non sono un luogo di culto, ma luoghi di preghiera e di formazione”. Per questo, la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso di elaborare un documento per definire la posizione della Chiesa cattolica sulla questione della costruzione delle moschee in Italia.
Sono sopratutto due i motivi per cui locali parrocchiali non possono essere dati a musulmani: “per il diritto e la visione religiosa islamica, lo spazio in cui prega la comunità musulmana diviene automaticamente di sua esclusiva pertinenza e possesso. Inoltre una risposta positiva rischia di venire letta come un atto di debolezza da parte dei cristiani e come un’evidente affermazione e prova della superiorità dell’islam sulle altre religioni”.
L’arcivescovo di Smirne (Turchia) ha esortato i vescovi a non concedere ai musulmani una chiesa cattolica per il loro culto, perchè questo ai loro occhi risulterebbe la prova più certa di apostasia.
Samil Khalil Samir, gesuita, egiziano, docente alla Saint Joseph University di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, uno dei massimi esperti del mondo musulmano in campo cattolico, in una intervista al quotidiano Avvenire ha dichiarato: “Bisogna chiarire un equivoco che vedo molto diffuso anche da voi in Italia: la moschea non è una “chiesa musulmana”. Per il musulmano è molto di più che un luogo di culto, è un ambito di aggregazione sociale, di rafforzamento della comune identità, di giudizio sulla società e di rivisitazione di quanto accade alla luce del Corano, spesso anche di trasmissione di parole d’ordine di tipo politico. Studiando la storia dell’islam s’impara che nella moschea sono state prese importanti decisioni o sono partite alcune rivolte contro le autorità, e non è un caso che in molti Paesi le moschee vengano presidiate dalle forze dell’ordine in occasione della preghiera del venerdì. Né va dimenticato che secondo il pensiero islamico un luogo reso sacro non si può più sconsacrare: in Egitto è accaduto che gruppi di fondamentalisti si siano recati di buon mattino su alcuni terreni della Chiesa copta, abbiano steso il tappeto e pregato, rendendo di fatto impossibile l’edificazione di una chiesa su quell’area che con il loro gesto era stata resa sacra all’islam. Per questo un gesto che, magari in buona fede, è mosso dalla solidarietà o dall’altruismo, viene vissuto da parte musulmana come resa, tradimento, implicita ammissione della loro superiorità, ingenerando pericolosi equivoci”
In Italia un documento episcopale serio su Islam e Cristianesimo già c’era, ed era stato elaborato nel 2000 dalla Conferenza Episcopale della Emilia Romagna. Nella introduzione ricordano anche le più evidenti incompatibilità a livello della convivenza civile: il diritto familiare islamico, la concezione della donna, la poligamia, l’identificazione della religione con la politica, ecc.

Isola di San Giulio, Novara: «La preghiera e il silenzio»

image_pdf

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Nel giorno del sanguinoso attacco alla chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray iniziamo un viaggio tra i monasteri italiani che accolgono uomini e donne in cerca di pace, conforto spirituale e preghiera. Sono migliaia i fedeli che, nel rumore e nell’ansia e nella fatica quotidiana, desiderano il silenzio di un convento. E forse in una estate che si manifesta ormai incalzata dalla paura ha ancora più senso raccontare di questi luoghi, dove suore e monaci passano la loro vita a pregare: per sé, per noi, per tutti. I monasteri come oasi apparentemente chiuse, in realtà sconfinatamente aperte. Domanda di misericordia e di pace anche per questo nostro Occidente, per le sue strade, per la sua gente; e anche per le sue chiese, violate ieri da un gesto fino a poco tempo fa inimmaginabile. I monasteri come fabbriche di preghiera, cui attingere coraggio e fede e risorse. Il nostro viaggio inizia dal monastero benedettino dell’isola di San Giulio, sul lago d’Orta.

Isola di San Giulio, lago d’Orta (Novara) – Alle quattro e cinquanta la notte è fonda, e il lago liscio come uno specchio: vergine ancora, questa mattina di luglio. Silenzio. Dall’acqua immobile nemmeno lo sciacquio sul molo. È l’ora del Mattutino, nell’abbazia benedettina Mater Ecclesiae. Pochi minuti prima, da fuori, i passi degli ospiti in ritiro spirituale, sulle scale. Poi nella cappella ancora in penombra arrivano le monache. Tante, settanta, di cui ben dieci novizie. Ti colpisce come armoniosamente sotto al velo chinano, una dopo l’altra, il capo al tabernacolo, al loro Signore.

E ora taglia il gran silenzio della notte sull’isola la prima preghiera: «Abbia pietà di noi e ci benedica. Su di noi faccia splendere il suo volto». Pochi minuti, e il cielo inizia a schiarire. Canta un uccello. Si va levando il giorno. Abbiamo fatto fatica, noi ospiti per poche ore, a alzarci alle quattro. Le palpebre ancora vorrebbero chiudersi, stentiamo a seguire la preghiera. Guardiamo le monache nel coro, di alcune sotto al velo si intravedono lineamenti giovanissimi, altre sono curve di anni. Tutti i giorni di tutta la vita qui, in clausura, a pregare. Come è possibile?, ti chiedi, e avverti che già la scelta di queste donne è un mistero, che ti provoca.

Come molte altre cose su questa piccolissima isola carica di storia cristiana, dimora di santi, dove nel 1973, nei locali dismessi di un seminario, la badessa Anna Maria Canopi con cinque sorelle si insediò, e fondò il Mater Ecclesiae. Veniva dal monastero di Viboldone, aveva 42 anni. Oggi ne ha 85: una donna minuta, apparentemente fragile, di cui però ti restano in mente i forti occhi chiari. Madre, le domandiamo nel parlatorio affacciato sulla quiete del lago, oltre mille pellegrini vengono qui ogni anno. Cosa cercano? «Oggi molti diventano pessimisti, per sé e per quel che vedono accadere attorno. Vengono qui a cercare una luce, un conforto, un motivo ragionevole per essere sereni. Fuori, nel mondo, sembra di assistere alla fine di un’epoca: le moltitudini che cercano una terra per vivere a tanti occidentali fanno paura, perché si sentono invasi. E intanto l’odio del fanatismo islamista sgomenta. Ma, dentro questo clima esteriore, sono pur sempre i dolori personali quelli che spingono a cercare un conforto. Al desiderio di venire qui per potere finalmente aprire l’anima – mentre di sé, tanto spesso, si tace».

«Molti – prosegue la badessa – vengono a dirci: io non so pregare. Allora preghiamo noi per loro. Vengono i giovanissimi a cercare la loro vocazione, le coppie che stanno per sposarsi, e quelli che vanno per la vecchiaia, a chiedere come si fa a accettare questa età». E voi, cosa rispondete? Sorridono i vivi occhi della Canopi: «Un proverbio indiano dice che si nasce vecchi, e che bisogna morire giovani. Ma lo dice anche il Vangelo, quando esorta a diventare come bambini, a ritrovare lo sguardo limpido dei bambini…».

Questo silenzio, il gran silenzio di San Giulio, non spaventa un po’ gli ospiti? «Non credo, anzi mi pare che arrivino qui desiderosi di silenzio, frastornati dal continuo rumore di fuori. Hanno fame di silenzio, di pregare, di ascoltare altre parole». E qual è la parola fondamentale che dite a chi viene a cercarvi? «Fai silenzio, e spera in Lui. Questa è la cosa più importante. Certo, occorre osare un salto, rispetto alla mentalità che domina comunemente fuori di qui, dove si pensa di farsi da sé, di costruirsi con le proprie forze. È un cedere dell’orgoglio, è un ribaltarsi della prospettiva: fai Tu, sei Tu che mi plasmi».

Con questa frase in mente affrontiamo anche noi la densa pace di San Giulio. Scoprendo il sollievo strano di spegnere il cellulare. E i sommessi rumori che in realtà colmano il silenzio: canti di merli, cornacchie, stridio di rondini; e echi lontani di battelli, e, a ore fisse, campane. E il mormorio costante dell’acqua che lambisce le rive. Anche se in questa quiete un giornalista, che vive di rumore, può sentirsi un po’ perso. E allora ci si aggrappa allo scandire delle ore monastiche: Sesta, dalla gran luce del mezzogiorno all’ombra materna della cappella del monastero. Noi ospiti siamo una decina, due uomini e otto donne. Veniamo da tutto il Nord Italia, e anche dal Sud. Uno, in ginocchio, sgrana in silenzio un rosario. In silenzio restiamo anche in refettorio, seduti a una tavola apparecchiata e candida. Pasta al sugo, petti di pollo, verdure, è il pranzo semplice che consumiamo, cercando di non far chiasso neanche con posate e bicchieri, come intimiditi da questo mondo diverso. Il tappo del Lambrusco che salta da solo, sospinto dallo spumeggiare del vino, sembra un gran rumore. Dal refettorio delle monache ascoltiamo la lettura, un brano di Divo Barsotti: «Ascoltare, accogliere Dio attraverso tutto, in tutto, sempre: ecco la vita cristiana. Di qui la necessità di una vita contemplativa non soltanto per chi vive in monastero, ma per chiunque: per chi sta in città, in campagna, per chi va al mercato, in ufficio: sempre ci si trova dinanzi a Dio».

Accogliere Dio attraverso tutto. Questa parola ti accompagna nella esplorazione della piccola San Giulio, in un’attenzione che il silenzio rende più profonda: l’acqua del lago, per esempio, stamattina sotto al cielo grigio era color acciaio, al primo raggio di sole si fa di un verde profondo, e ora nel pomeriggio sereno è perfettamente azzurra. I profumi: di magnolia e gelsomino, dentro a un odore mite di acqua dolce. I fiori, anche: come quello rosa, selvatico, nato in una crepa fra le pietre davanti al portone del monastero, non coltivato da nessuno, seminato dal vento. È l’ora del riposo pomeridiano. La camera, in foresteria, è piccola e accogliente e insieme essenziale: tutto il necessario, niente di inutile, non considerando di certo inutili i bei fiori in un vaso, e il candore profumato delle lenzuola.

Avverti il profondo rispetto che accoglie l’ospite fra i benedettini, come prescrive la Regola: «Omnes supervenientes hospites tamquam Christus suscipiantur», tutti gli ospiti che arrivano siano accolti come Cristo. Il volto dello sconosciuto come il volto di Cristo, e Dio che ospita, e insieme è ospitato, nel monastero. Poi è Nona, nel caldo del primo pomeriggio, e alle cinque, quando la luce si fa dorata, i Vespri. Salmo 60, la preghiera di un esule: «Dai confini della terra io t’invoco; mentre il mio cuore viene meno, guidami su rupe inaccessibile». E infine, quando il sole di luglio comincia a calare, Compieta. Cantano in cappella le monache, le più giovani con voci ancora da fanciulle. Timidamente, a bassissima voce, pronunci anche tu le parole del canto e di colpo avverti di trarne una letizia: come se semplicemente il lodare Dio, tra tante parole inutili, fosse la parola necessaria.

Ma che mistero grande davvero queste sorelle, liberamente chiuse qui per la vita intera. Ti resta in mente una frase da un libro di Madre Canopi: «…il nostro segreto, ossia che viviamo per Qualcuno». Qualcuno che è fedele, che non abbandona, non tradisce. Vedi l’eco di questo segreto perfino sul volto della monaca portinaia, nel suo sorriso limpido, negli occhi. Potessimo noi, fuori, vivere così, ti dici. Ma chi viene qui e ne parte torna, ti racconta qualcuno che ci è stato, con una pace addosso che irradia a chi gli è vicino. O come dice Silvia, giovane infermiera milanese, si torna «con una riserva di energia». «Noi viviamo per Qualcuno», e ciò che è più grande di te pure ti affascina mentre, nell’ora del Grande Silenzio, vai, presto, a dormire. Nell’eco di una frase di Dietrich Bonhoeffer che hai visto accanto all’ingresso: «Facciamo silenzio prima di coricarci, perchè l’ultima parola appartiene a Dio». Fuori, nell’imbrunire, il lago carezza San Giulio, in un tocco d’acqua color cenere e acciaio. (1 – continua)

 
Da Avvenire, 27 luglio 2016, Marina Corradi 

Ecco l’ultimo scritto di padre Hamel

image_pdf

Lo scorso 6 giugno padre Hamel, assassinato il 26 luglio in chiesa a Rouen, aveva pubblicato un editoriale sul bollettino parrocchiale. Un appello profetico ad approfittare delle vacanze estive per rendere il mondo più umano con la preghiera e la misericordia.

​La primavera è stata piuttosto fresca. Se il nostro morale è stato un po’ a terra, pazienza, alla fine l’estate arriverà. E anche il momento delle vacanze.

​ Le vacanze sono un tempo per prendere le distanza dalle nostre occupazioni abituali. Ma non sono una semplice parentesi. Sono un momento di relax, ma anche di rigenerazione, di incontri, di condivisione, di convivialità.

​ Un tempo di rigenerazione. Ci sarà chi si prenderà qualche giorno per un ritiro o un pellegrinaggio. Altri rileggeranno il Vangelo, da soli o in compagnia, come una parola che fa vivere l’oggi.

Altri potranno rigenerarsi nel grande libro della creazione ammirando i paesaggi tanto diversi e magnifici che ci elevano e ci parlano di Dio.

L’augurio è che possiamo in quei momenti sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno.

Un tempo di incontro, con familiari e amici. Un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano.

Un tempo di condivisione. Condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro aiuto ai figli, mostrando che per noi contano.

Anche un tempo di preghiera. Attenti a ciò che avverrà nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un migliore vivere insieme.

Sarà ancora l’anno della misericordia. Cerchiamo di avere un cuore attento alle cose belle, a ciascuno e a tutti coloro che rischiano di sentirsi un po’ più soli.

Che le vacanze ci consentano di fare il pieno di gioia, di amicizia e di rigenerazione. Allora potremo, meglio provvisti, riprendere la strada insieme.

Buone vacanze a tutti!.

​Padre Jacques

Da Avvenire, 28 luglio 2016, traduzione di  Anna Maria Brogi.

Fede e Ragione (2): Tappe significative dell’incontro tra fede e ragione – GPII

image_pdf

36. Secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli, l’annuncio cristiano venne a confronto sin dagli inizi con le correnti filosofiche del tempo. Lo stesso libro riferisce della discussione che san Paolo ebbe ad Atene con « certi filosofi epicurei e stoici » (17, 18). L’analisi esegetica di quel discorso all’Areopago ha posto in evidenza le ripetute allusioni a convincimenti popolari di provenienza per lo più stoica. Certamente ciò non era casuale. Per farsi comprendere dai pagani, i primi cristiani non potevano nei loro discorsi rinviare soltanto « a Mosè e ai profeti »; dovevano anche far leva sulla conoscenza naturale di Dio e sulla voce della coscienza morale di ogni uomo (cfr Rm 1, 19-21; 2, 14-15; At 14, 16-17). Poiché però tale conoscenza naturale, nella religione pagana, era scaduta in idolatria (cfr Rm 1, 21-32), l’Apostolo ritenne più saggio collegare il suo discorso al pensiero dei filosofi, i quali fin dagli inizi avevano opposto ai miti e ai culti misterici concetti più rispettosi della trascendenza divina.

Uno degli sforzi maggiori che i filosofi del pensiero classico operarono, infatti, fu quello di purificare la concezione che gli uomini avevano di Dio da forme mitologiche. Come sappiamo, anche la religione greca, non diversamente da gran parte delle religioni cosmiche, era politeista, giungendo fino a divinizzare cose e fenomeni della natura. I tentativi dell’uomo di comprendere l’origine degli dei e, in loro, dell’universo trovarono la loro prima espressione nella poesia. Le teogonie rimangono, fino ad oggi, la prima testimonianza di questa ricerca dell’uomo. Fu compito dei padri della filosofia far emergere il legame tra la ragione e la religione. Allargando lo sguardo verso i principi universali, essi non si accontentarono più dei miti antichi, ma vollero giungere a dare fondamento razionale alla loro credenza nella divinità. Si intraprese, così, una strada che, uscendo dalle tradizioni antiche particolari, si immetteva in uno sviluppo che corrispondeva alle esigenze della ragione universale. Il fine verso cui tale sviluppo tendeva era la consapevolezza critica di ciò in cui si credeva. La prima a trarre vantaggio da simile cammino fu la concezione della divinità. Le superstizioni vennero riconosciute come tali e la religione fu, almeno in parte, purificata mediante l’analisi razionale. Fu su questa base che i Padri della Chiesa avviarono un dialogo fecondo con i filosofi antichi, aprendo la strada all’annuncio e alla comprensione del Dio di Gesù Cristo.

37. Nell’accennare a questo movimento di avvicinamento dei cristiani alla filosofia, è doveroso ricordare anche l’atteggiamento di cautela che in essi suscitavano altri elementi del mondo culturale pagano, quali ad esempio la gnosi. La filosofia, come saggezza pratica e scuola di vita, poteva facilmente essere confusa con una conoscenza di tipo superiore, esoterico, riservato a pochi perfetti. E senza dubbio a questo genere di speculazioni esoteriche che san Paolo pensa, quando mette in guardia i Colossesi: « Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo » (2, 8). Quanto mai attuali si presentano le parole dell’Apostolo, se le riferiamo alle diverse forme di esoterismo che dilagano oggi anche presso alcuni credenti, privi del dovuto senso critico. Sulle orme di san Paolo, altri scrittori dei primi secoli, in particolare sant’Ireneo e Tertulliano, sollevano a loro volta riserve nei confronti di un’impostazione culturale che pretendeva di subordinare la verità della Rivelazione all’interpretazione dei filosofi.
38. L’incontro del cristianesimo con la filosofia, dunque, non fu immediato né facile. La pratica di essa e la frequentazione delle scuole apparve ai primi cristiani più come un disturbo che come un’opportunità. Per loro, primo e urgente dovere era l’annuncio di Cristo risorto da proporre in un incontro personale capace di condurre l’interlocutore alla conversione del cuore e alla richiesta del Battesimo. Ciò non significa, comunque, che essi ignorassero il compito di approfondire l’intelligenza della fede e delle sue motivazioni. Tutt’altro. Ingiusta e pretestuosa, pertanto, risulta la critica di Celso, che accusa i cristiani di essere gente « illetterata e rozza ». La spiegazione di questo loro iniziale disinteresse va ricercata altrove. In realtà, l’incontro con il Vangelo offriva una risposta così appagante alla questione, fino a quel momento ancora non risolta, circa il senso della vita, che la frequentazione dei filosofi appariva loro come una cosa lontana e, per alcuni versi, superata.
Ciò appare oggi ancora più chiaro, se si pensa a quell’apporto del cristianesimo che consiste nell’affermazione dell’universale diritto d’accesso alla verità. Abbattute le barriere razziali, sociali e sessuali, il cristianesimo aveva annunciato fin dai suoi inizi l’uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio. La prima conseguenza di questa concezione si applicava al tema della verità. Veniva decisamente superato il carattere elitario che la sua ricerca aveva presso gli antichi: poiché l’accesso alla verità è un bene che permette di giungere a Dio, tutti devono essere nella condizione di poter percorrere questa strada. Le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici; tuttavia, poiché la verità cristiana ha un valore salvifico, ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo.
Quale pioniere di un incontro positivo col pensiero filosofico, anche se nel segno di un cauto discernimento, va ricordato san Giustino: questi, pur conservando anche dopo la conversione grande stima per la filosofia greca, asseriva con forza e chiarezza di aver trovato nel cristianesimo « l’unica sicura e proficua filosofia ». Similmente, Clemente Alessandrino chiamava il Vangelo « la vera filosofia », e interpretava la filosofia in analogia alla legge mosaica come una istruzione propedeutica alla fede cristiana e una preparazione al Vangelo. Poiché « la filosofia brama quella sapienza che consiste nella rettitudine dell’anima e della parola e nella purezza della vita, essa è ben disposta verso la sapienza e fa tutto il possibile per raggiungerla. Presso di noi si dicono filosofi coloro che amano la sapienza che è creatrice e maestra di ogni cosa, cioè la conoscenza del Figlio di Dio ». La filosofia greca, per l’Alessandrino, non ha come primo scopo quello di completare o rafforzare la verità cristiana; suo compito è, piuttosto, la difesa della fede: « La dottrina del Salvatore è perfetta in se stessa e non ha bisogno di appoggio, perché essa è la forza e la sapienza di Dio. La filosofia greca, col suo apporto, non rende più forte la verità, ma siccome rende impotente l’attacco della sofistica e disarma gli attacchi proditori contro la verità, la si è chiamata a ragione siepe e muro di cinta della vigna ».
39. Nella storia di questo sviluppo è possibile, comunque, verificare l’assunzione critica del pensiero filosofico da parte dei pensatori cristiani. Tra i primi esempi che si possono incontrare, quello di Origene è certamente significativo. Contro gli attacchi che venivano mossi dal filosofo Celso, Origene assume la filosofia platonica per argomentare e rispondergli. Riferendosi a non pochi elementi del pensiero platonico, egli inizia a elaborare una prima forma di teologia cristiana. Il nome stesso, infatti, insieme con l’idea di teologia come discorso razionale su Dio, fino a quel momento era ancora legato alla sua origine greca. Nella filosofia aristotelica, ad esempio, il nome designava la parte più nobile e il vero apogeo del discorso filosofico. Alla luce della Rivelazione cristiana, invece, ciò che in precedenza indicava una generica dottrina sulle divinità venne ad assumere un significato del tutto nuovo, in quanto definiva la riflessione che il credente compiva per esprimere la vera dottrina su Dio. Questo nuovo pensiero cristiano che si andava sviluppando si avvaleva della filosofia, ma nello stesso tempo tendeva a distinguersi nettamente da essa. La storia mostra come lo stesso pensiero platonico assunto in teologia abbia subito profonde trasformazioni, in particolare per quanto riguarda concetti quali l’immortalità dell’anima, la divinizzazione dell’uomo e l’origine del male.
40. In quest’opera di cristianizzazione del pensiero platonico e neoplatonico, meritano particolare menzione i Padri Cappadoci, Dionigi detto l’Areopagita e soprattutto sant’Agostino. Il grande Dottore occidentale era venuto a contatto con diverse scuole filosofiche, ma tutte lo avevano deluso. Quando davanti a lui si affacciò la verità della fede cristiana, allora ebbe la forza di compiere quella radicale conversione a cui i filosofi precedentemente frequentati non erano riusciti ad indurlo. Il motivo lo racconta lui stesso: « Dal quel momento però cominciai a rendermi conto che una preferenza per l’insegnamento cattolico mi avrebbe imposto di credere a cose non dimostrate (sia che una dimostrazione ci fosse ma non apparisse convincente, sia che non ci fosse del tutto) in misura minore e con rischio d’errore trascurabile in confronto all’insegnamento manicheo. Il quale prima si prendeva gioco della credulità con temerarie promesse di conoscenza, e poi imponeva di credere a tante fantasie favolose ed assurde, dato che non poteva dimostrarle ». Agli stessi platonici, a cui si faceva riferimento in modo privilegiato, Agostino rimproverava che, pur avendo conosciuto il fine verso cui tendere, avevano ignorato però la via che vi conduce: il Verbo incarnato. Il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero filosofico e teologico nella quale confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo. La sintesi compiuta da sant’Agostino rimarrà per secoli come la forma più alta della speculazione filosofica e teologica che l’Occidente abbia conosciuto. Forte della sua storia personale e aiutato da una mirabile santità di vita, egli fu anche in grado di introdurre nelle sue opere molteplici dati che, facendo riferimento all’esperienza, preludevano a futuri sviluppi di alcune correnti filosofiche.
41. Diverse, dunque, sono state le forme con cui i Padri d’Oriente e d’Occidente sono entrati in rapporto con le scuole filosofiche. Ciò non significa che essi abbiano identificato il contenuto del loro messaggio con i sistemi a cui facevano riferimento. La domanda di Tertulliano: « Che cosa hanno in comune Atene e Gerusalemme? Che cosa l’Accademia e la Chiesa? », è chiaro sintomo della coscienza critica con cui i pensatori cristiani, fin dalle origini, affrontarono il problema del rapporto tra la fede e la filosofia, vedendolo globalmente nei suoi aspetti positivi e nei suoi limiti. Non erano pensatori ingenui. Proprio perché vivevano intensamente il contenuto della fede, essi sapevano raggiungere le forme più profonde della speculazione. E pertanto ingiusto e riduttivo limitare la loro opera alla sola trasposizione delle verità di fede in categorie filosofiche. Fecero molto di più. Riuscirono, infatti, a far emergere in pienezza quanto risultava ancora implicito e propedeutico nel pensiero dei grandi filosofi antichi. Costoro, come ho detto, avevano avuto il compito di mostrare in quale modo la ragione, liberata dai vincoli esterni, potesse uscire dal vicolo cieco dei miti, per aprirsi in modo più adeguato alla trascendenza. Una ragione purificata e retta, quindi, era in grado di elevarsi ai livelli più alti della riflessione, dando fondamento solido alla percezione dell’essere, del trascendente e dell’assoluto.
Proprio qui si inserisce la novità operata dai Padri. Essi accolsero in pieno la ragione aperta all’assoluto e in essa innestarono la ricchezza proveniente dalla Rivelazione. L’incontro non fu solo a livello di culture, delle quali l’una succube forse del fascino dell’altra; esso avvenne nell’intimo degli animi e fu incontro tra la creatura e il suo Creatore. Oltrepassando il fine stesso verso cui inconsapevolmente tendeva in forza della sua natura, la ragione poté raggiungere il sommo bene e la somma verità nella persona del Verbo incarnato. Dinanzi alle filosofie, i Padri non ebbero tuttavia timore di riconoscere tanto gli elementi comuni quanto le diversità che esse presentavano rispetto alla Rivelazione. La coscienza delle convergenze non offuscava in loro il riconoscimento delle differenze.
42. Nella teologia scolastica il ruolo della ragione filosoficamente educata diventa ancora più cospicuo sotto la spinta dell’interpretazione anselmiana dell’intellectus fidei. Per il santo Arcivescovo di Canterbury la priorità della fede non è competitiva con la ricerca propria della ragione. Questa, infatti, non è chiamata a esprimere un giudizio sui contenuti della fede; ne sarebbe incapace, perché a ciò non idonea. Suo compito, piuttosto, è quello di saper trovare un senso, di scoprire delle ragioni che permettano a tutti di raggiungere una qualche intelligenza dei contenuti di fede. Sant’Anselmo sottolinea il fatto che l’intelletto deve porsi in ricerca di ciò che ama: più ama, più desidera conoscere. Chi vive per la verità è proteso verso una forma di conoscenza che si infiamma sempre più di amore per ciò che conosce, pur dovendo ammettere di non aver ancora fatto tutto ciò che sarebbe nel suo desiderio: « Ad te videndum factus sum; et nondum feci propter quod factus sum ». Il desiderio di verità spinge, dunque, la ragione ad andare sempre oltre; essa, anzi, viene come sopraffatta dalla costatazione della sua capacità sempre più grande di ciò che raggiunge. A questo punto, però, la ragione è in grado di scoprire ove stia il compimento del suo cammino: « Penso infatti che chi investiga una cosa incomprensibile debba accontentarsi di giungere con il ragionamento a riconoscerne con somma certezza la realtà, anche se non è in grado di penetrare con l’intelletto il suo modo di essere […]. Che cosa c’è peraltro di tanto incomprensibile ed inesprimibile quanto ciò che è al di sopra di ogni cosa? Se dunque ciò di cui finora si è disputato intorno alla somma essenza è stato stabilito su ragioni necessarie, quantunque non possa essere penetrato con l’intelletto in modo da potersi chiarire anche verbalmente, non per questo vacilla minimamente il fondamento della sua certezza. Se, infatti, una precedente riflessione ha compreso in modo razionale che è incomprensibile (rationabiliter comprehendit incomprehensibile esse) il modo in cui la sapienza superna sa ciò che ha fatto […], chi spiegherà come essa stessa si conosce e si dice, essa di cui l’uomo nulla o pressoché nulla può sapere? ».
L’armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede è ancora una volta confermata: la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l’aiuto della ragione; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta.

Fede e Ragione (1): La ragione dinanzi al mistero – GPII

image_pdf

13. Non sarà, comunque, da dimenticare che la Rivelazione permane carica di mistero. Certo, con tutta la sua vita Gesù rivela il volto del Padre, essendo Egli venuto per spiegare i segreti di Dio; eppure, la conoscenza che noi abbiamo di tale volto è sempre segnata dalla frammentarietà e dal limite del nostro comprendere. Solo la fede permette di entrare all’interno del mistero, favorendone la coerente intelligenza.

Insegna il Concilio che « a Dio che si rivela è dovuta l’obbedienza della fede ». Con questa breve ma densa affermazione, viene indicata una fondamentale verità del cristianesimo. Si dice, anzitutto, che la fede è risposta di obbedienza a Dio. Ciò comporta che Egli venga riconosciuto nella sua divinità, trascendenza e libertà suprema. Il Dio che si fa conoscere, nell’autorità della sua assoluta trascendenza, porta anche con sé la credibilità dei contenuti che rivela. Con la fede, l’uomo dona il suo assenso a tale testimonianza divina. Ciò significa che riconosce pienamente e integralmente la verità di quanto rivelato, perché è Dio stesso che se ne fa garante. Questa verità, donata all’uomo e da lui non esigibile, si inserisce nel contesto della comunicazione interpersonale e spinge la ragione ad aprirsi ad essa e ad accoglierne il senso profondo. E per questo che l’atto con il quale ci si affida a Dio è sempre stato considerato dalla Chiesa come un momento di scelta fondamentale, in cui tutta la persona è coinvolta. Intelletto e volontà esercitano al massimo la loro natura spirituale per consentire al soggetto di compiere un atto in cui la libertà personale è vissuta in maniera piena. Nella fede, quindi, la libertà non è semplicemente presente: è esigita. E la fede, anzi, che permette a ciascuno di esprimere al meglio la propria libertà. In altre parole, la libertà non si realizza nelle scelte contro Dio. Come infatti potrebbe essere considerato un uso autentico della libertà il rifiuto di aprirsi verso ciò che permette la realizzazione di se stessi? E nel credere che la persona compie l’atto più significativo della propria esistenza; qui, infatti, la libertà raggiunge la certezza della verità e decide di vivere in essa.

In aiuto alla ragione, che cerca l’intelligenza del mistero, vengono anche i segni presenti nella Rivelazione. Essi servono a condurre più a fondo la ricerca della verità e a permettere che la mente possa autonomamente indagare anche all’interno del mistero. Questi segni, comunque, se da una parte danno maggior forza alla ragione, perché le consentono di ricercare all’interno del mistero con i suoi propri mezzi di cui è giustamente gelosa, dall’altra la spingono a trascendere la loro realtà di segni per raccoglierne il significato ulteriore di cui sono portatori. In essi, pertanto, è già presente una verità nascosta a cui la mente è rinviata e da cui non può prescindere senza distruggere il segno stesso che le viene proposto.

Si è rimandati, in qualche modo, all’orizzonte sacramentale della Rivelazione e, in particolare, al segno eucaristico dove l’unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del mistero. Cristo nell’Eucaristia è veramente presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma, come aveva ben detto san Tommaso, « tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. E un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi ». Gli fa eco il filosofo Pascal: « Come Gesù Cristo è rimasto sconosciuto tra gli uomini, così la sua verità resta, tra le opinioni comuni, senza differenza esteriore. Così resta l’Eucaristia tra il pane comune ».

La conoscenza di fede, insomma, non annulla il mistero; solo lo rende più evidente e lo manifesta come fatto essenziale per la vita dell’uomo: Cristo Signore « rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione », che è quella di partecipare al mistero della vita trinitaria di Dio.

14. L’insegnamento dei due Concili Vaticani apre un vero orizzonte di novità anche per il sapere filosofico. La Rivelazione immette nella storia un punto di riferimento da cui l’uomo non può prescindere, se vuole arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza; dall’altra parte, però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di Dio che la mente non può esaurire, ma solo ricevere e accogliere nella fede. All’interno di questi due momenti, la ragione possiede un suo spazio peculiare che le permette di indagare e comprendere, senza essere limitata da null’altro che dalla sua finitezza di fronte al mistero infinito di Dio.

La Rivelazione, pertanto, immette nella nostra storia una verità universale e ultima che provoca la mente dell’uomo a non fermarsi mai; la spinge, anzi, ad allargare continuamente gli spazi del proprio sapere fino a quando non avverte di avere compiuto quanto era in suo potere, senza nulla tralasciare. Ci viene in aiuto per questa riflessione una delle intelligenze più feconde e significative della storia dell’umanità, a cui fanno doveroso riferimento sia la filosofia che la teologia: sant’Anselmo. Nel suo Proslogion, l’Arcivescovo di Canterbury così si esprime: « Volgendo spesso e con impegno il mio pensiero a questo problema, a volte mi sembrava di poter ormai afferrare ciò che cercavo, altre volte invece sfuggiva completamente al mio pensiero; finché finalmente, disperando di poterlo trovare, volli smettere di ricercare qualcosa che era impossibile trovare. Ma quando volli scacciare da me quel pensiero perché, occupando la mia mente, non mi distogliesse da altri problemi dai quali potevo ricavare qualche profitto, allora cominciò a presentarsi con sempre maggior importunità […]. Ma povero me, uno dei poveri figli di Eva, lontani da Dio, che cosa ho cominciato a fare e a che cosa sono riuscito? A che cosa tendevo e a che cosa sono giunto? A che cosa aspiravo e di che sospiro? […]. O Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam cogitari possit) […]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile ».

15. La verità della Rivelazione cristiana, che si incontra in Gesù di Nazareth, permette a chiunque di accogliere il « mistero » della propria vita. Come verità suprema, essa, mentre rispetta l’autonomia della creatura e la sua libertà, la impegna ad aprirsi alla trascendenza. Qui il rapporto libertà e verità diventa sommo e si comprende in pienezza la parola del Signore: « Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Gv 8, 32).

La Rivelazione cristiana è la vera stella di orientamento per l’uomo che avanza tra i condizionamenti della mentalità immanentistica e le strettoie di una logica tecnocratica; è l’ultima possibilità che viene offerta da Dio per ritrovare in pienezza il progetto originario di amore, iniziato con la creazione. All’uomo desideroso di conoscere il vero, se ancora è capace di guardare oltre se stesso e di innalzare lo sguardo al di là dei propri progetti, è data la possibilità di recuperare il genuino rapporto con la sua vita, seguendo la strada della verità. Le parole del Deuteronomio bene si possono applicare a questa situazione: « Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica » (30,11-14). A questo testo fa eco il famoso pensiero del santo filosofo e teologo Agostino: « Noli foras ire, in te ipsum redi. In interiore homine habitat veritas ».

Alla luce di queste considerazioni, una prima conclusione si impone: la verità che la Rivelazione ci fa conoscere non è il frutto maturo o il punto culminante di un pensiero elaborato dalla ragione. Essa, invece, si presenta con la caratteristica della gratuità, produce pensiero e chiede di essere accolta come espressione di amore. Questa verità rivelata è anticipo, posto nella nostra storia, di quella visione ultima e definitiva di Dio che è riservata a quanti credono in lui o lo ricercano con cuore sincero. Il fine ultimo dell’esistenza personale, dunque, è oggetto di studio sia della filosofia che della teologia. Ambedue, anche se con mezzi e contenuti diversi, prospettano questo « sentiero della vita » (Sal 16 [15], 11) che, come la fede ci dice, ha il suo sbocco ultimo nella gioia piena e duratura della contemplazione del Dio Uno e Trino.

L’ultimo rito di passaggio che ci resta – A. D’Avenia

image_pdf
Ho da poco subito una metamorfosi, ma non per nuove penne e nuove ali: queste sono sparite e, al loro posto, spero ormai d’avere un paio di gambe per camminare pazientemente sulla terra” così scriveva in una lettera il poeta inglese John Keats l’11 luglio 1819. Si riferiva all’approfondirsi, nella sua vita interiore, dei motivi che dettavano versi nuovi al suo far poesia. Mancavano meno di due anni alla sua prematura morte per tubercolosi, ma la sua biografia spirituale bruciava le tappe come accade a tutti coloro che sanno di aver poco tempo per dare frutto. Affermava che, dopo il fare bene, la cosa più importante era far poesia e lo diceva perché questo era la sua maturità, fecondità di vita e, in ultima istanza, felicità (felix era per i latini l’albero che dà frutto, quindi fecondo e felice sono la stessa cosa).
La carenza di felicità di molti contemporanei, e i giovani in particolare (in Occidente aumenta il numero di ragazzi che hanno provato il suicidio entro i 21 anni o che tributano la loro devozione alle divinità della Dipendenza o del Disagio), dipende dalla carenza di fecondità delle vite, cioè dalla carenza di frutti e i frutti richiedono chiarezza di destino che si fa destinazione nella pazienza delle stagioni.
Keats parla di una metamorfosi da adolescenziale Icaro che – per eccesso di speranza tipico di quell’età – fugge dal labirinto della vita sopravvalutando i mezzi a disposizione, a uomo innamorato della terra, che pazientemente la solca, simile alla meravigliosa statua scolpita da Alberto Giacometti, l’Uomo che cammina: senza rinunciare alla tensione verso l’alto, è infatti esageratamente slanciato, incede con piedi grandi e pesanti, come radici di alberi.
La maturità è uno degli ultimi riti di passaggio che restano alla nostra cultura ipertecnologica, che se ne ride dei tempi della natura e delle stagioni (quando vedo un bambino delle elementari o delle medie con il suo smartphone ultimo modello in mano so già che tutte le tappe sono state rimescolate e confuse, a quale prezzo lo sapremo fra qualche anno). I riti di passaggio sono necessari, oggi come ieri, a segnare nella carne e nello spirito una metamorfosi, simbolicamente rappresentata dall’esame di maturità, per persone che di simboli significativi hanno bisogno come l’ossigeno, perché il codice binario non conosce simboli, perché non ammette profondità, ma solo superfici apparentemente profonde, ma uno schermo è uno schermo. I nostri ragazzi sono ipernutriti dalla tecnologia da superfici rutilanti e informazioni continue, in una specie di carta geografica inservibile, perché in scala uno ad uno. Li guardo e li vedo spesso spaesati e distratti, solo quando la sera si impadronisce dei loro corpi e delle loro anime, allora magari, in un raro momento di solitudine strappata al chiasso, scrivono una lettera in cui chiedono aiuto: che ci sto a fare qui? Perché tanta noia, anche se mi diverto tantissimo? Molti di loro arrivano all’esame e, dopo un percorso di ben 13 anni di scuola, non hanno ipotesi sulla loro destinazione. Il destino, ciò che ci capita senza nostra scelta, non si è trasformato in destinazione, con conseguenti sconforto, noia, paura. Solo un futuro immaginato dà senso e sangue al presente. Ma anche il futuro è un simbolo, perché lo riempiamo sempre e solo delle narrazioni che respiriamo o (se siamo ancora liberi) scegliamo. Che cosa abbiamo fatto con questo ragazzo per 13 anni? Il nostro dialogo con la sua vita è stato talmente “superficiale” che della sua vita ha imparato troppo poco, ma ci riteniamo soddisfatti perché sa applicare alcune procedure, che continuiamo ad aggiungere ad uno zaino troppo pieno di oggetti, ma il cuore e la testa vuoti di progetti, se non i copioni già scritti dal così fan tutti. La nostra scuola riesce a renderli più liberi, cioè capaci di adesione al vero, al bello, al buono e di mettersi in cammino in quella direzione?
L’esame di maturità è un’occasione di verifica per tutti: genitori-docenti-studenti. Sono cresciute ai ragazzi le gambe per camminare, a fatica e con pazienza, per le vie di questo mondo? Se non è così, li abbiamo tenuti troppo in braccio, o li abbiamo semplicemente addestrati come si fa con gli animali, o li abbiamo illusi con ali di cera, il tutto e subito, senza la pazienza delle stagioni, ma la rapidità della moneta e del clic. Maturare richiede semi e stagioni, profondità e pazienza, maestri e amici, altrimenti la pianta verrà spazzata via al primo vento della realtà, perché solo chi matura dall’interno può cercare la luce del sole. Oggi più che mai in cui la volatilità suicida alla Icaro (lavoro, famiglia, scuola) si traveste troppo spesso della seducente parola flessibilità , abbiamo bisogno di gambe forti come radici di alberi e di pensieri capaci di farci vedere la meta verso cui camminare, con tutta la pazienza necessaria. Questo esame di maturità ci riguarda tutti.
La Stampa, 24 giugno 2016

Cristianesimo: religione per deboli? – A. D’Avenia

image_pdf


Contemplare le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui”. Così scriveva nel febbraio del 1828 Giacomo Leopardi riguardo ai suoi versi, per lo più disprezzati dai suoi contemporanei. Sapeva che quei versi avrebbero avrebbero reso il mondo meno immondo, più bello, indipendentemente dal successo pubblico che, in vita, quasi non arrivò. La sua opera abbellì il mondo, e resta (a differenza delle critiche dei suoi detrattori).
Il cristianesimo, accusato da molti di basare la sua speranza nel futuro, dimenticando l’impegno nel presente, è esattamente il contrario: è la vita di un Dio fatto uomo, che dà tale consistenza al presente e quindi al passato da farne dipendere il futuro. La garanzia che Dio offre all’uomo è che le sue (dell’uomo) opere lo accompagneranno, ciò che l’uomo porrà nel mondo sarà ciò che non gli sarà tolto, la sua eredità. Il contrario di una fuga consolante nel futuro.
La misericordia che ci è chiesta è proprio quella di chi si prende cura del mondo e lo rende più simile a Dio. Questa è la redenzione a cui siamo chiamati a partecipare: rendere più visibile la verità in ogni angolo di questa terra, perché la verità è Cristo stesso, quindi permettere a Cristo di regnare su quell’angolo di mondo. La redenzione è la bellezza che si sprigiona, per opera della grazia, in ogni cosa, ma ciò accade attraverso di noi, che costituiamo il legame tra Dio e il mondo, la possibilità di Dio di tornare ad abitare tra gli uomini: la creazione sta aspettando, nelle doglie del parto, la rivelazione dei figli di Dio, cioè di quelli che assomigliano al Figlio. Fu Cristo stesso a dire: “chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre” (Gv 14,12). Promessa che si realizza tutte le volte che “non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Il cristianesimo non è religione del futuro, ma al massimo del futuro anteriore, tempo verbale stranissimo e segno dell’esistenza di Dio, che si fa garante, nel futuro, del nostro passato: le nostre opere non saranno “state” dimenticate (futuro anteriore passivo), perché quando le avremo compiute (futuro anteriore attivo), in-con-per Cristo, esse non potranno più essere cancellate. O meglio, quelle malvagie potranno esserlo se, ammesse, sono accolte nella misericordia divina e trasformate in un bene più grande. Il cristianesimo è la religione che si fida così tanto delle opere dell’uomo che dà loro consistenza eterna, purché ci sia misericordia (il nome di Dio, ci dice il papa) in quelle opere.
Me lo ha ricordato recentemente un ragazzo 19enne, raccontandomi della morte di tumore di sua madre 58enne: “Amava scoprire. Andava sempre alla ricerca di cose nuove, che avrebbero potuto aiutarla. Per questo amava altrettanto viaggiare. Ha girato l’Europa intera, anche quando, da adolescente, ciò non le era possibile, economicamente parlando. Lei comunque si dava da fare, ci provava e ci riusciva. Era affascinata da tutte le meraviglie di questo mondo, nelle quali vedeva sempre cose che agli occhi normali sfuggivano. Amava insegnare. Ha cominciato come supplente e ha continuato ad esserlo fino a quando siamo nati io e mio fratello. Nonostante le mille difficoltà che le si presentavano lungo il cammino, continuava e andava avanti. Era un amore talmente grande che solo una grande malattia come questa poteva impedirle di continuare a fare ciò che amava. Era una Prof. diversa dalle altre. Una Prof. con la “P” maiuscola. Non perché sia io a dirlo, ma perché sono i suoi alunni a crederlo e a riportarmelo in frasi come “sono passato da essere l’alunno da 4 a l’alunno da 8. Tua mamma era capace di risvegliare la passione in uno studente e questo è uno dei doni degli uomini grandi”. È riuscita così ad unire due passioni: insegnare e viaggiare. Andava ovunque il suo fisico le permettesse di andare, ancor meglio se con i suoi alunni. Amava altrettanto leggere. Leggeva in continuazione, ne sentiva il bisogno. I libri la aiutavano, le davano consigli. L’ultimo libro che ha letto, prima che la malattia non le permettesse più di continuare a farlo, è proprio il suo: “Ciò che inferno non è”. Qualche giorno prima di andarsene, ne ha consigliato a molte sue amiche la lettura e soprattutto la parte delle “cinque cose che un uomo rimpiangerà quando sta per morire”. Si rispecchiava in tutte e cinque. Mia madre amava vivere. Qualche giorno prima di andarsene mi ha detto “non mi lamento, ho avuto comunque una vita fantastica e ho fatto quasi tutto ciò che volevo”.
Queste storie mi aiutano a capire che per essere felici non basta realizzare i propri sogni, se quei sogni non sono al servizio degli altri. Nella vita di tutti i giorni siamo chiamati a compiere non solo opere di misericordia, ma la misericordia delle opere, cioè tutte quelle che compiamo in, con e per Dio, che “salva” le nostre opere, perché “salva” attraverso le nostre opere.

Avvenire, 15 giugno 2016 – Alessandro D’Avenia

Cristianesimo: religione per deboli? – A. D’Avenia

image_pdf


Contemplare le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui”. Così scriveva nel febbraio del 1828 Giacomo Leopardi riguardo ai suoi versi, per lo più disprezzati dai suoi contemporanei. Sapeva che quei versi avrebbero avrebbero reso il mondo meno immondo, più bello, indipendentemente dal successo pubblico che, in vita, quasi non arrivò. La sua opera abbellì il mondo, e resta (a differenza delle critiche dei suoi detrattori).
Il cristianesimo, accusato da molti di basare la sua speranza nel futuro, dimenticando l’impegno nel presente, è esattamente il contrario: è la vita di un Dio fatto uomo, che dà tale consistenza al presente e quindi al passato da farne dipendere il futuro. La garanzia che Dio offre all’uomo è che le sue (dell’uomo) opere lo accompagneranno, ciò che l’uomo porrà nel mondo sarà ciò che non gli sarà tolto, la sua eredità. Il contrario di una fuga consolante nel futuro.
La misericordia che ci è chiesta è proprio quella di chi si prende cura del mondo e lo rende più simile a Dio. Questa è la redenzione a cui siamo chiamati a partecipare: rendere più visibile la verità in ogni angolo di questa terra, perché la verità è Cristo stesso, quindi permettere a Cristo di regnare su quell’angolo di mondo. La redenzione è la bellezza che si sprigiona, per opera della grazia, in ogni cosa, ma ciò accade attraverso di noi, che costituiamo il legame tra Dio e il mondo, la possibilità di Dio di tornare ad abitare tra gli uomini: la creazione sta aspettando, nelle doglie del parto, la rivelazione dei figli di Dio, cioè di quelli che assomigliano al Figlio. Fu Cristo stesso a dire: “chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre” (Gv 14,12). Promessa che si realizza tutte le volte che “non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Il cristianesimo non è religione del futuro, ma al massimo del futuro anteriore, tempo verbale stranissimo e segno dell’esistenza di Dio, che si fa garante, nel futuro, del nostro passato: le nostre opere non saranno “state” dimenticate (futuro anteriore passivo), perché quando le avremo compiute (futuro anteriore attivo), in-con-per Cristo, esse non potranno più essere cancellate. O meglio, quelle malvagie potranno esserlo se, ammesse, sono accolte nella misericordia divina e trasformate in un bene più grande. Il cristianesimo è la religione che si fida così tanto delle opere dell’uomo che dà loro consistenza eterna, purché ci sia misericordia (il nome di Dio, ci dice il papa) in quelle opere.
Me lo ha ricordato recentemente un ragazzo 19enne, raccontandomi della morte di tumore di sua madre 58enne: “Amava scoprire. Andava sempre alla ricerca di cose nuove, che avrebbero potuto aiutarla. Per questo amava altrettanto viaggiare. Ha girato l’Europa intera, anche quando, da adolescente, ciò non le era possibile, economicamente parlando. Lei comunque si dava da fare, ci provava e ci riusciva. Era affascinata da tutte le meraviglie di questo mondo, nelle quali vedeva sempre cose che agli occhi normali sfuggivano. Amava insegnare. Ha cominciato come supplente e ha continuato ad esserlo fino a quando siamo nati io e mio fratello. Nonostante le mille difficoltà che le si presentavano lungo il cammino, continuava e andava avanti. Era un amore talmente grande che solo una grande malattia come questa poteva impedirle di continuare a fare ciò che amava. Era una Prof. diversa dalle altre. Una Prof. con la “P” maiuscola. Non perché sia io a dirlo, ma perché sono i suoi alunni a crederlo e a riportarmelo in frasi come “sono passato da essere l’alunno da 4 a l’alunno da 8. Tua mamma era capace di risvegliare la passione in uno studente e questo è uno dei doni degli uomini grandi”. È riuscita così ad unire due passioni: insegnare e viaggiare. Andava ovunque il suo fisico le permettesse di andare, ancor meglio se con i suoi alunni. Amava altrettanto leggere. Leggeva in continuazione, ne sentiva il bisogno. I libri la aiutavano, le davano consigli. L’ultimo libro che ha letto, prima che la malattia non le permettesse più di continuare a farlo, è proprio il suo: “Ciò che inferno non è”. Qualche giorno prima di andarsene, ne ha consigliato a molte sue amiche la lettura e soprattutto la parte delle “cinque cose che un uomo rimpiangerà quando sta per morire”. Si rispecchiava in tutte e cinque. Mia madre amava vivere. Qualche giorno prima di andarsene mi ha detto “non mi lamento, ho avuto comunque una vita fantastica e ho fatto quasi tutto ciò che volevo”.
Queste storie mi aiutano a capire che per essere felici non basta realizzare i propri sogni, se quei sogni non sono al servizio degli altri. Nella vita di tutti i giorni siamo chiamati a compiere non solo opere di misericordia, ma la misericordia delle opere, cioè tutte quelle che compiamo in, con e per Dio, che “salva” le nostre opere, perché “salva” attraverso le nostre opere.

Avvenire, 15 giugno 2016 – Alessandro D’Avenia

Amore o controllo? (Non siamo cannibali). A. D’Avenia

image_pdf

Se un uomo strangola e brucia la sua fidanzata, perché lo aveva lasciato, non è pazzo, ma lucidissimo: il contrario dell’amore è il controllo, che si mostra con la maschera dell’amore, ma dell’amore non ha l’essenza, cioè il dono di sé perché l’altro abbia vita, ma il contrario: la distruzione dell’altro perché io abbia vita.

Molti giornali e commentatori di fronte a ripetuti fatti di cronaca continuano a snocciolare la solita litania delle turbe psichiche. Ma qui in gioco non c’è nessuna distorsione della psiche, se non come conseguenza di una distorsione più radicale, perché più profonda: una frattura spirituale. L’unica cosa reale di questa vita è l’amore, reale perché amando diventiamo reali e facciamo diventare reale ciò che amiamo. Senza amore tutto tende al nulla e alla distruzione. La creazione c’è perché è l’amore di Dio gratuito che si riversa sulle cose, Dante dice nei primi tre versi del Paradiso: «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove», questa penetrazione e illuminazione da dentro di ogni cosa e persona ha gradi, e nelle creature libere dipende dalla volontà di ricevere questo amore.

Chi non lo vuole perde realtà, si annulla e annulla chi gli sta attorno. All’estremo opposto del Padre che dà la vita ai suoi figli facendosi cibo per loro, Dante pone all’inferno un padre che mangia la vita dei suoi figli, trasformandoli in cibo, il conte Ugolino. Il cannibalismo di Ugolino ci fa inorridire, ma è quanto facciamo tutti i giorni con i nostri atti di asservimento della vita.

Chi strangola e uccide una donna, mi riferisco sia a Sara sia a Karen, sia a tutte le altre donne vittime di queste azioni apparentemente folli, non è pazzo ma lucido portatore della corruzione dell’amore: tu esisti per me, come se ti avessi dato io la vita. Tutte le volte che, nella vita quotidiana, noi controlliamo l’altro o lo carichiamo delle nostre aspettative, un po’ lo strangoliamo, un po’ lo bruciamo. Tutte le volte che invece ci diamo all’altro, senza annullarci, ma anzi dandogli proprio quella ricchezza che siamo, c’è più vita, nell’altro e in me.

Attribuire questi fatti a patologie psichiche, in alcuni casi di certo determinanti, nella maggior parte è l’interpretazione tranquillizzante per noi: è pazzo (categoria psichica), quando in realtà è solo malvagio (categoria spirituale che si mostra anche con atti “folli”). Nell’uomo c’è una radice di male che si manifesta come distruzione, togliere vita alle cose e alle persone per nutrirsene, in un delirio di onnipotenza che si illude di essere padrone della vita. Baudelaire diceva che l’unico problema che l’uomo deve affrontare è quello del peccato originale e così demoliva l’ideologia del buon selvaggio di Rousseau, convinto che una «buona educazione» avrebbe mantenuto o reso di nuovo buono un uomo corrotto dalla società.

Per essere buoni non basta una buona educazione, ma ci vuole la grazia («Perché mi chiami buono? Uno solo è buono, il Padre mio» dice Cristo persino di sé al giovane ricco, che si riteneva «buono» perché faceva cose buone, come tanti «giusti» che non avevano bisogno di conversione). Nell’uomo, risanato dalla grazia, però si fa strada anche il bene, che consiste nel dono di sé, che nutre la vita degli altri: perché la vita è fatta per essere servita, non per essere asservita. Cristo lo ribadisce e lo mostra: in lui regnare è servire. E lo stesso vale per noi: il Regno si diffonde e trionfa dove noi serviamo gli altri, dopo essere stati riempiti della vita di Cristo, attraverso i sacramenti. Servire quelli che capitano nello spazio dei metri quadrati a me adiacenti e nel tempo delle mie ventiquattro ore: familiari, partenti, amici, colleghi di lavoro… Da insegnante se non servo i miei alunni e le loro vite, faccio della misericordia una chiacchiera vana.

Da scrittore se non servo i miei lettori con una pagina bella e vera, faccio della misericordia una chiacchiera vana. Ogni lavoro e ogni occupazione ha la sua misericordia, che è “ampliare” la vita degli altri, dopo essere stato “ampliato” dalla vita di Dio. Oggi puntiamo tutto sull’allungare la vita, perché vogliamo essere immortali, e potremmo invece provare ad allargare la vita, servendola e non soggiogandola, costruendola a nostro piacimento, caricandola di aspettative narcisistiche. Lo dico spesso alle mie alunne: non accettate mai relazioni basate sul controllo. Magari all’inizio vi fanno sentire protette e amate, altrimenti non si spiega perché ve ne lasciate attrarre, ma dell’amore hanno solo la maschera. E questo non vale solo per le azioni “mostruose”, ma per le azioni quotidiane in cui, dietro una maschera, si nasconde il potere sottile che vogliamo esercitare sugli altri.

E a quelle stesse ragazze dico: non esercitate la vostra femminilità come controllo, non usate il vostro corpo come strumento di potere. Una cultura senza Dio precipita nella corruzione spirituale dell’amore, che è il controllo, proprio perché l’amore è l’unica cosa che ci serve a vivere. Se non è l’amore che donandosi libera, inevitabilmente precipita nel suo polo opposto, l’amore che controllando lega. Entrambi i tipi di “legame” vogliono l’infinito, ma mentre il primo crea cose nuove, il secondo distrugge quelle esistenti. Sta a noi scegliere che tipo di amore vogliamo.

© riproduzione riservata, “Avvenire”, Alessandro D’Avenia.

Allora, una mamma…

image_pdf

Allora, una mamma,
vicina al suo bambino morto,
offre a Dio il gemito
della sua rassegnata sofferenza,
e la Voce che ha gettato il sole nello spazio
e come una mano sparge il grano,
la Voce che fa tremare i mondi,
le mormora dolcemente:
“Perdonami, un giorno saprai,
capirai e mi ringrazierai:
ora aspetto da te il perdono,
perdonami”.

G. Bernanos, Un uomo solo, Vicenza 1972, p. 173.