Papa Ratzinger: “Introduzione al cristianesimo”. Terza puntata

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La conseguenza naturale fu che, di fatto, al momento del passaggio della fede dallo spazio chiuso del religioso all’ambito pubblico generale non fu riconosciuta a Dio alcuna funzione, ma si tese ad accantonarlo dov’era prima: nella sfera privata intima, riguardante soltanto singolo individuo.

Bisogna riconoscerlo: il cristianesimo, con questa curiosa sintesi, riapprodava nel mondo, proponendosi come messaggio ‘epocale’. Non fa meraviglia che gli stati socialisti simpatizzassero per questo movimento. Più sorprendente, al contrario, il fatto che anche nei paesi cosiddetti capitalisti l’opinione pubblica mostrasse un debole per la teologia della liberazione, che dei suoi oppositori era invece additata come un peccato contro il genere umano e la natura umana; in realtà, ovviamente, nessuno auspicava di vedere applicate le indicazioni pratiche di questa teologia, poiché un ordine sociale giusto sembrava già essere stato raggiunto. Non si può negare, tuttavia, che nelle varie teologie della liberazione ci fossero anche molte idee veramente degne di considerazione.

Tutti questi progetti, però, dovevano rinunciare a porsi come forma epocale di sintesi di cristianesimo e mondo nel momento in cui la fede cedeva alla politica il ruolo di forza salvifica.

È vero che l’uomo, come dice Aristotele, è un “essere politico”, ma è altrettanto vero che l’uomo non può essere ridotto alla politica e all’economia. A mio avviso, il problema reale più profondo delle teologie della liberazione è la perdita effettiva dell’idea di Dio, che ovviamente (come si è accennato) ha anche determinato un cambiamento fondamentale dell’immagine di Cristo. Non che si sia negata l’esistenza di Dio, per carità. Semplicemente, si è cessato di riferirsi a Dio per la ‘realtà’ a cui ci si doveva rivolgere. Dio, cioè, ha perso la sua funzione. A questo punto viene da chiedersi con un certo stupore: questo accadeva soltanto nella teologia della liberazione? Oppure essa ha potuto giudicare la questione di Dio come non pratica per il futuro progetto di riforma del mondo semplicemente perché la cristianità da tempo così pensava o, addirittura, così viveva, senza pensarci e senza accorgersi? La coscienza cristiana non si è forse, senza accorgersi, rassegnato all’idea che la fede in Dio fosse un fatto soggettivo , ristretto alla sfera del privato e non estensibile alle attività comuni della vita pubblica, in cui ci si doveva inserire per poter collaborare, “etsi Deus non daretur” (anche se Dio non esistesse? Non si doveva trovare una strada percorribile anche nel caso in cui Dio non fosse esistito? La conseguenza naturale fu che, di fatto, al momento del passaggio della fede dallo spazio chiuso del religioso all’ambito pubblico generale non fu riconosciuta a Dio alcuna funzione, ma si tese ad accantonarlo dov’era prima: nella sfera privata intima, riguardante soltanto singolo individuo. Perciò, lasciando Dio in quanto Dio senza funzione, e tanto più che spesso si era abusato del suo nome, non è una necessaria una particolare noncuranza nei suoi confronti né opporgli un rifiuto consapevole. La fede sarebbe uscita veramente del ghetto soltanto se avesse portato nella sfera pubblica ciò che le è proprio, il Dio che giudica e soffre, il Dio che pone all’uomo limiti e criteri; il Dio da cui prende vita e a cui ritorna ciascuno di noi.

Più che mai, invece, questo dio è rimasto di fatto relegato nel ghetto dell’inservibilità.

Autore: Joseph Ratzinger

Fonte: J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico. Con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 2005 (tredicesima edizione) (versione originale tedesca del 1968 con il saggio del 2000).

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