Da Costanza Miriano. “Come questo pontificato mi avvicina più a Cristo?”

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Carissima,

se dovesse trovare il tempo di aiutarmi a dissipare un mio dubbio, riceverei il dono prezioso di essere aiutato da una persona che seguo come luminoso punto di riferimento. Altrimenti capirò la sua mancanza di tempo. Il mio dubbio è in effetti una sensazione di disorientamento di fronte alle questioni di cui dibattono i cattolici fedeli al Papa e quelli che addirittura lo considerano un eretico, in un confronto che mina lentamente l’unità della Chiesa.

Fermo restando che pronunciare un verdetto di eresia spetterebbe ad organi competenti seguendo procedure sicuramente regolamentate con grande cura dal Diritto Canonico, e quindi nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di pronunciare soltanto questa parola, figuriamoci nei confronti del Papa; però, perché dall’alto lato si difende la figura del Vicario di Cristo ad oltranza e senza argomentare? Nel Vangelo pare proprio Pietro l’apostolo che incorre in un maggior numero di correzioni da parte di Gesù, dal Vade Retro ad altre ramanzine, a volte anche severe. Inoltre Pietro è colui che rinnegherà per tre volte il suo Signore. Insomma non è che si presenti la Pietra su cui si regge la Chiesa come infallibile, e questo a riprova del fatto che la Chiesa fondata da Cristo vuole essere presentata come una istituzione umana, condotta dagli uomini, con tutti i difetti possibili che la nostra condizione produce. Forse il motivo per cui Pietro viene rappresentato in questo modo nei Vangeli sta nel fatto che in realtà la guida della Chiesa non è mai nelle mani del Papa Regnante, ma in quelle di Cristo in persona, alle cui Verità il suo Vicario è tenuto ad aderire. Se questo non accadesse, penso che i fedeli debbano con tutto il diritto notarlo, farlo notare e renderlo oggetto di un rispettoso dibattito. Non credo che si debba supportare il Papa per partito preso, il Capo della Chiesa resta Gesù. Mi spieghi per favore se la mia riflessione ha fondamento. Approfitto per comunicarle tutta la mia stima e per ringraziarla per la sua preziosa attività.

***

Ho deciso di pubblicare questa lettera, dopo averne chiesta l’autorizzazione all’autore, perché è una delle tante espressioni di un disorientamento e di una sofferenza che continuo a registrare da più parti, anche andando in giro per l’Italia, parlando con tanti credenti, con tante persone di buona volontà. Io non penso che la migliore risposta a questo sentimento diffuso tra tanti cattolici, in questo momento della vita della Chiesa, sia il dare con violenza degli infedeli a coloro che fanno qualche fatica a comprendere alcune cose. Trovo anche poco accogliente questa difesa aggressiva da parte di alcuni degli schinieri di Francesco, perché l’accoglienza non va esercitata solo verso i lontani, ma anche verso i vicini (quante volte siamo gentilissimi con gli estranei e intrattabili con quelli di casa!). Se una difficoltà emerge, se c’è un disorientamento e un disagio, chi lo esprime con rispetto, con sofferenza, con amore anche, ha il diritto di essere ascoltato e accolto. Inoltre la trovo controproducente, questa linea di difesa a oltranza, segno di una poca libertà: io amo il Papa, sempre e comunque, nonostante questo sono estremamente tranquilla nel dire che nelle sue scelte politiche – è un Papa molto politico, questo – a mio parere ha fatto anche qualche errore di valutazione. Non è producente negarlo, perché sottolineare con rispetto una posizione che fa soffrire tanti uomini di buona volontà, far emergere una difficoltà offre sempre un’occasione per una spiegazione ulteriore, o magari per un aggiustamento del tiro.

Chi all’interno di una comunità ha delle responsabilità non ha il diritto di trascurare le novantanove pecore rimaste nell’ovile. D’altra parte loro, le 99 pecore, devono portare su di sé parte della sofferenza del pastore che se ne va nel deserto da solo a cercare la pecora perduta. Il nostro modo di soffrire con lui, con il Papa, è prenderci anche noi la nostra parte di solitudine. Quanto alla teologia, benché non abbia l’autorità per giudicare molte cose, a volte ho la netta sensazione che ci siano proprio due chiese, con dei pastori che annunciano qualcosa di diverso da quello che mi è stato consegnato in tanti anni di cammino.
È così che tanti fratelli nella fede, in questo momento, mi raccontano di sentirsi a volte soli. Io rispondo che prendo questa fatica del momento, la assumo su di me, e a me piace pensare che sia il nostro modo di partecipare alle sofferenze del Papa e di Cristo.
Però la nostra posizione secondo me rispetto a questo pontificato dovrebbe essere questa: al netto di tutto quello che non condividiamo, chiederci “cosa nelle parole di Francesco mi avvicina più a Cristo? Cosa è per me in questo fatto davanti al quale mi è chiesto di stare? Cosa mi vuole dire Dio con questo Papa? In cosa mi devo convertire?”. Poiché non spetta a noi altro giudizio che questo: cercare il volto di Cristo, e chiederci in ogni circostanza cosa ce lo fa trovare.

Aggiungo altri due semplici spunti di riflessione: innanzitutto credo che il Papa sia raccontato dall’informazione in modo funzionale a un preciso disegno culturale, alzando e abbassando la levetta del volume a seconda delle circostanze, per esempio amplificando le sue posizioni sull’immigrazione, ma tacendo quando dice che l’Italia ha già fatto abbastanza, rispetto alle sue possibilità. Alzando in modo ingannevole su Amoris Laetitia (“il Papa dice sì al divorzio”, titolavano i giornali un secondo dopo l’inizio della conferenza stampa di fine sinodo), abbassando sull’ultimo bellissimo discorso alla Rota Romana (rimane comunque a mio vedere un margine di ambiguità che non è quello raccontato dai giornali, ma che è innegabile, e che mi fa molto soffrire), o quando dice che abortire è come affittare un sicario, che il gender è uno sbaglio della mente umana, o che per l’omosessualità la psichiatria può fare qualcosa quando si è molto giovani.

Secondo, banale spunto di riflessione: credo anche che Francesco sia consigliato, riguardo certe valutazioni politiche, da consiglieri che sembrano più interessati alle campagne elettorali che all’unità della Chiesa. Su alcuni temi non entro, ma sulle questioni che conosco bene mi sento di poter dire che la posizione di parte delle gerarchie ecclesiastiche è profondamente viziata da una ideologia progressista per non dire modernista. Mentre né tradizionalismo né modernismo dovrebbero indurci a distogliere lo sguardo dalla Verità, cioè da Cristo. È questa l’unica possibile spiegazione del più doloroso e incomprensibile tradimento fatto negli ultimi anni dai pastori a danno del popolo della Chiesa: il mancato appoggio alla più grande mobilitazione dal basso dei tempi recenti della Chiesa, il Family Day, un popolo di famiglie spesso numerose e spesso tutt’altro che ricche e privilegiate, che si aspettavano almeno un cenno di sostegno, e non un silenzio che ha avuto il sapore di uno schiaffo in faccia. Oppure la questione femminile, sulla quale la Chiesa sta arrivando a saldi finiti, in ritardo, e sbagliando completamente bersaglio: le donne occidentali – mai così sole, infeconde, infelici – non hanno alcun bisogno di ulteriori inviti all’emancipazione, ma di un aiuto a scoprire con coraggio la loro grandezza e unicità, la capacità di dare e sostenere la vita.
In questo e in altri ambiti molti pastori sembrano caduti nell’inganno che la Chiesa debba svecchiarsi per essere attraente, cercando di dare una risposta alle istanze del mondo; mi sembra che soffrano di gravi complessi di inferiorità nei confronti della modernità, come se dovessero farsi perdonare chissà quali rigidità. Credo sia un problema generazionale. Noi che siamo nati in occidente dopo il ’68, la rigidità non l’abbiamo sofferta manco per niente, anzi, e certe libertà ce le siamo viste tirate in faccia. Di libertà ne abbiamo avuta talmente tanta che non sappiamo più che farcene: quello che chiediamo alla Chiesa è la verità e il senso, cioè Cristo.
Ma, ripeto, questi due spunti, banalizzati al massimo, non sono per quanto mi riguarda il cuore della questione. L’unica domanda che mi interessa è questa: come questo pontificato mi avvicina più a Cristo? Quali gesti concreti mi invita a fare? In cosa sta aiutando la mia conversione? E siccome il lavoro da fare su questo fronte è davvero tanto, credo proprio che quando avrò finito di farlo e potrò passare al punto due dell’ordine del giorno – giudizio sul pontificato – sarò morta.

Fonte: https://costanzamiriano.com/2019/05/09/come-questo-pontificato-mi-avvicina-piu-a-cristo/#more-20636

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