Lodovica Maria Zanet: “La vita secondo lo Spirito: principi e dinamiche. Una lettura personale ed ecclesiale”

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Che cosa è, però, la vita spirituale, di cui la santità è convincente manifestazione? La vita spirituale è, molto semplicemente, la vita nello Spirito Santo. Se si preferisce: è la vita di Dio in noi, comunicata dall’Amore del Padre e del Figlio. Non è, dunque, una vita che siamo noi a produrre: ma una vita che ci è offerto di accogliere. Non è una vita che dobbiamo inventarci: ma una vita che già esiste, per così dire nel seno della Trinità, e viene comunicata alla nostra libertà responsabile, secondo sfumature diverse. Non è anzitutto una vita da programmare: ma anzitutto una vita che ci raggiunge e riplasma.

Consulta Mondiale della Famiglia Salesiana,

Torino, 21-23 maggio 2019

 

La vita secondo lo Spirito: principi e dinamiche.

Una lettura personale ed ecclesiale.

 

 

  1. La vita nello Spirito Santo.

 

Nella giornata di ieri, l’analisi di una antropologia della santità – ovvero di come la persona si evolve, si purifica e fiorisce sotto l’azione dello Spirito, Santo e santificatore, – ha già permesso di accennare al tema della “vita secondo lo Spirito”, nei principi e nelle dinamiche sue proprie.

La dinamica delle “virtù infuse” e dei “doni dello Spirito Santo” ricorda che, sotto l’azione di Dio, non solo la persona viene potenziata nelle sue facoltà, ma trasformata da Dio.

Nei santi, infatti,

 

Dio abita spiritualmente come in una casa di famiglia, in quanto la loro mente diviene capace di Dio per conoscenza e amore.[1]

 

Che cosa è, però, la vita spirituale, di cui la santità è convincente manifestazione?

La vita spirituale è, molto semplicemente, la vita nello Spirito Santo.

Se si preferisce: è la vita di Dio in noi, comunicata dall’Amore del Padre e del Figlio.

Non è, dunque, una vita che siamo noi a produrre: ma una vita che ci è offerto di accogliere.

Non è una vita che dobbiamo inventarci: ma una vita che già esiste, per così dire nel seno della Trinità, e viene comunicata alla nostra libertà responsabile, secondo sfumature diverse.

Non è anzitutto una vita da programmare: ma anzitutto una vita che ci raggiunge e riplasma.

Non è una vita strutturata anzitutto su regole – certo fortemente identificanti e di fatto utili nella quotidianità –: ma una vita che, come ogni vita, ha ritmi, in questo caso di tipo primariamente responsivo. È infatti Dio per primo a rivolgersi all’uomo, a convocarlo ad alleanza, a comunicargli i tesori del suo amore.

“Essere (autenticamente) spirituali” non significa, pertanto, lasciarsi ispirare da un progetto “evangelico-base” e provare poi ad essere spirituali noi, per così dire sforzandoci di attingere alla vita divina per comunicarla agli altri. Significa, piuttosto, lasciarsi anzitutto afferrare da Dio, secondo le dinamiche sorprendenti e libere del suo agire.

La Carta di identità della Famiglia Salesiana, riferendosi all’esperienza apostolica nata dal cuore di Giovanni Bosco, attesta:

 

La Famiglia apostolica di Don Bosco è prima di tutto e sopra tutto una Famiglia carismatica, vale a dire un dono dello Spirito alla Chiesa in vista d’una missione (cf. 1Cor 12,1.4-6); le sue radici più vere e profonde si trovano infatti nel Mistero Trinitario, ossia in quell’amore infinito che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito, sorgente, modello e meta di ogni famiglia umana.[2]

 

Si tratta dunque di lasciarsi assumere dal dinamismo della vita stessa di Dio, per il tramite delle mediazioni ecclesiali.

E tale vita, se autentica, – venendo da Dio – ha leggi sue proprie, che non possono venire addomesticate ad uso nostro. Sono, per esempio, dinamiche che:

  • Interpellano la nostra libertà, perché l’agire di Dio sempre la rispetta;[3]
  • Tuttavia non dipendono da noi e ci vogliono anzitutto discepoli e non maestri.[4]
  • Attestano l’iniziativa, sostanzialmente imprevedibile, di Dio, in una totale disparità tra i nostri meriti e i Suoi frutti, tra le nostre sapienze umane e i Suoi tempi;[5]
  • Assumono il Suo criterio di valutazione degli eventi: guardano al cuore e non all’apparenza; si volgono all’umile; non temono i piccoli numeri, ma cercano autenticità;[6] invocano comunione e mai divisione, ricercano l’unità più delle differenze;
  • Attestano una progressività dell’esperienza – di conoscenza in conoscenza e di amore in amore – non una soluzione immediata e “congrua” secondo determinati status puramente umani.[7]

Dunque è “spirituale” anzitutto ed essenzialmente quella vita:

  • accolta da Dio come ricevuta: chiesta forse; mai programmata a priori, auto-imposta, auto-legittimata;
  • che obbedisce allo Spirito attestandone le dinamiche di imprevedibilità, stupore, radicalità e fecondità;
  • che non si esprime tanto nei programmi, quanto nei fatti; non in parole, ma in potenza («Il Regno di Dio infatti non consiste in parole, ma in potenza» [1 Cor 4, 20]);
  • che non è vita “nostra” a cui tentiamo di adeguare la vita di Dio, ma Vita di Dio che fa irruzione nella vita nostra, la scardina e la plasma nell’intimo, oltre ogni ragionevole prudenza.

 

Quali sono, dunque, i tratti del nostro gruppo carismatico di appartenenza che più ci ricordano il dinamismo dello Spirito?

Che cosa è anzitutto programmato da noi, alla ricerca di una attualizzazione nell’oggi? In cosa abbiamo eventualmente fallito perché motivati da prudenza umana o desiderio di successo? E che cosa invece si è rivelato, anche in momenti di fatica, sempre autentico, bello, convincente, fecondo?

 

Quali sono, allora, le caratteristiche della vita nello Spirito?

Senza addentrarsi nello specifico di tutti i suoi requisiti – cosa che esula da questo incontro – mi preme ora soffermarmi, in breve, su:

  • Alcuni indicatori della presenza dello Spirito e del suo agire nella persona e nella comunità, ovvero i doni, i carismi e il frutto dello Spirito Santo;
  • Alcuni spunti e provocazioni finali.

 

 

 

 

 

 

  1. I doni, i carismi, il frutto dello Spirito Santo.

 

Per comprendere se e come lo Spirito Santo agisca in una persona e in una comunità, la Chiesa invita anzitutto a fare memoria dei suoi doni e del suo frutto, nonché dei carismi attraverso cui egli assiste la Chiesa e la arricchisce di doni, rendendola feconda e bella.

 

I doni dello Spirito Santo – sapienza, intelletto, scienza, prudenza, fortezza, consiglio, timor di Dio – permettono all’uomo di vivere all’altezza di Dio; di credere, sperare e amare come Egli insegna.[8] Conducono la persona a una piena fioritura.

 

I carismi, «straordinari o semplici e umili, […] sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un’utilità ecclesiale, ordinati come sono all’edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo».[9] Essi perciò, dati al singolo o a un particolare gruppo, servono l’unità della Chiesa e devono ricadere sul bene di tutti, accettati con gratitudine e gioia sia da chi li riceve sia da chi li vede donati ad altri.

Lo Spirito Santo, che Ipse harmonia est, come dice Papa Francesco «fa tutte le differenze nelle Chiese, e sembra che sia un apostolo di Babele. Ma dall’altra parte, è Colui che fa l’unità di queste differenze, non nella ‘ugualità’, ma nell’armonia. […] Il Paraclito che dà a ciascuno di noi carismi diversi, ci unisce in questa comunità di Chiesa, che adora il Padre, il Figlio e Lui, lo Spirito Santo».[10]

 

Il frutto dello Spirito Santo, poi, dice lo stile di Dio in azione nel cuore e nella storia: opposto alle opere della carne, tra cui «inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie», esso consiste in «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (cf. Gal 5, 20-22). Apre al dialogo. Crea o rafforza la comunione. Imprime sui volti gli inconfondibili tratti di Gesù, mite e umile di cuore.

 

È presente, nelle nostre Comunità, il frutto dello Spirito Santo?

Cosa più attrae i giovani, i poveri, i lontani?

Quali segni hanno un maggiore impatto vocazionale?

In cosa sono radicate eventuali chiusure, rivalità o fatiche?

 

 

  1. Insieme, nella Chiesa: spunti e provocazioni.

 

Come lo Spirito Santo – Amore del Padre e del Figlio abbondantemente riversato nei nostri cuori – raggiunge ciascuno nel suo più intimo centro, altrettanto Egli agisce al cuore stesso della Chiesa e delle numerose esperienze carismatiche che la contraddistinguono.

Mentre «ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri… allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (cf. Ev. 4, 11-13), egli rende anche particolarmente attraente presso gli uni uno specifico aspetto dell’inesauribile mistero di Cristo, presso altri un altro. Così, suscita in alcuni il primato della preghiera – ad immagine di Gesù orante sul monte, nella solitudine con il Padre suo –; in altri la passione per l’unità della Chiesa; in altri ancora lo slancio della predicazione e dell’insegnamento; in altri l’opzione preferenziale per le fragilità e il soccorso dei piccoli, dei poveri, degli ultimi; ecc. Egli fa risplendere, al variare dei temperamenti e delle vocazioni, delle urgenze ecclesiali e dei bisogni di un’epoca, tratti particolari del volto di Cristo, secondo una “modalità” e un “accento” che – essendo diventati attraenti per alcuni – lo diventano anche per altri. Rispondere a tale “tocco” significa allora aprirsi alla missione, perché «la gente possa incontrare Cristo secondo quell’accento e quella modalità che ha commosso noi».[11]

Ciascun Ordine, Istituto, gruppo ecc. – anzitutto quelli oggi appartenenti alla Famiglia Salesiana – potrebbero declinare (e di fatto già declinano), tale consapevolezza: tutti sulla scia di don Bosco, per esempio, ma ciascuno riferendosi a un fondatore o a una fondatrice in particolare, a un’esperienza carismatica specifica, a una particolare tonalità che – sull’unico pentagramma – “ha commosso” e urge farsi annuncio:

 

Il termine famiglia – spiega infatti la Carta – descrive il legame che intercorre tra i vari Gruppi, sia pure con intensità diverse. Esso non è semplice affinità o generica simpatia, ma l’espressione istituzionale della comunione interiore, carismatica e spirituale; aiuta perciò a precisare i differenti livelli di appartenenza alla Famiglia Salesiana.[12]

 

Pur avendo vocazioni specifiche, riconoscono in Don Bosco il comune «Patriarca», si sentono animati dal suo spirito, che declinano secondo caratteristiche proprie.[13]

 

Quale accento ci ha commosso?

Cosa è incancellabile della nostra esperienza carismatica?

Quale profezia risulta oggi di particolare urgenza?

 

 

  1. I confini del nostro volto carismatico.

 

Cosa significa, però, vivere di un particolare carisma ed essere chiamati a testimoniarlo?

Lasciando ai lavori della Consulta la pars construens, mi limito qui ad alcune sottolineatura problematizzanti, che ben si prestano a interagire con la grande ricchezza carismatica illustrata anche dalla presentazione della Santità salesiana e dallo stato delle nostre Cause.

 

4.1. Capaci di amare la costitutiva povertà del proprio cammino.

 

Anzitutto è possibile che anche un’esperienza carismatica forte (come indubbiamente quella salesiana è!), pur avendo orientato la persona al dono di sé e forse a una speciale consacrazione, non dia tutto ciò di cui ella ha bisogno. Questo, però, non significa che tale esperienza carismatica sia problematica o superata, né che si sia sbagliato nel farla propria.

 

Teresa di Lisieux, entrata al Carmelo, non riesce a trovare un cammino di santità che le si addica, e il Signore stesso deve per così dire regalargliene uno nuovo: le dona la «piccola via» dell’umiltà e della carità, per lei non scoraggiante a differenza di quella (considerata a quel tempo più solida e nobile) della “giustizia” e dei “meriti”, che le sue consorelle seguivano, ma per la quale lei – la giovanissima Teresina – si riscontrava del tutto inadeguata.

Un’altra carmelitana, Edith Stein divenuta suor Teresa Benedetta dalla Croce, interrogata dopo congruo tempo di iniziazione alla vita religiosa dal direttore spirituale se qualcosa l’avesse delusa, gli rispose secca: «il Carmelo». Non, si badi bene, un aspetto, magari marginale: ma tutto. Eppure Edith perseverò, perché aveva riconosciuto nella concretezza di quella mediazione ecclesiale la verità della sua vita e il cammino, concretissimo e magari ostico, della sua personale santificazione.

 

In altri termini, è importante evitare di chiedere, anche alla propria esperienza carismatica, cioè che essa non può dare in modo pieno: non per restare poveri (e magari scontenti e frustrati), ma per rimanere liberi ed esigenti nel chiederlo alla Chiesa; per attingere anzitutto all’inesauribile ricchezza del mistero di Cristo. Negli altri, compaginati in forte unità, si avrà poi anche ciò di cui in prima istanza si sembra mancare in prima persona. C’è una ricchezza infinitamente più grande di quella solo propria: anche se in essa è posto il solco nel quale il Signore parla in modo più forte a noi.

 

4.2. In cordata con le altre spiritualità e sensibilità ecclesiali.

 

Tali mancanze – che da una parte dicono il limite umano con cui si risponde al progetto di Dio, ma ammoniscono dall’altra che nulla vi è di pienamente totale e completo mentre si è ancora in statu viae – entrano in risonanza anche a livello ecclesiale: nessuna realtà carismatica, per quanto prestigiosa, può reggersi in modo autonomo, ma dovrà necessariamente attingere al tesoro della Chiesa tutta. Negarlo, significa spegnersi.

Le specificità, se autentiche, favoriscono la comunione. Il prospettivismo dei diversi integra la ricchezza dell’insieme, sino a quando ciascuno è riconoscibile nella specificità sua propria, eppure inestricabilmente unito a quella di tutti gli altri.

 

L’esempio del Carmelo è paradigmatico: la Riforma teresiana si attua infatti a partire da uno stimolo francescano; è guidata dai Domenicani e dai Gesuiti; viene radicata nell’esperienza di quell’umanesimo – poi detto «umanesimo teresiano» – che Teresa stessa aveva appreso nei propri anni di formazione tra le Agostiniane.

Anche per don Bosco è così: riprende la sensibilità di san Filippo Neri, ma associa l’esperienza della nascente Società nella sapienza e nella dolcezza di san Francesco di Sales; attinge ampiamente a sant’Alfonso Maria de’ Liguori, ma non disegna elementi provenienti dalla tradizione ignaziana…; ecc.

 

Non c’è verità fuori dalla relazione.

 

4.3. Animati dal principio di realtà.

 

Così, è grazie alla sua specificità profeticamente interpellante che un carisma ha ragion d’essere. Tuttavia esso, pur presentando un profilo identitario proprio – da amare con intelligenza, approfondire, custodire e se necessario difendere con passione – non è mai, in senso stretto, autonomo.

Alcune cose il carisma salesiano non le dà; altre non le dà quello benedettino, quello francescano, quello domenicano; c’è una sensibilità apostolica che nemmeno il Carmelo possiede, così come essa può trovarsi declinata tra i Salesiani o i Gesuiti; ecc.

Ognuno ha qualcosa; ma nessuno ha tutto. Ammetterlo, lungi dal mortificare il carisma di appartenenza, permette di:

 

– valorizzarne la specificità propria;

 

– rifuggire la tentazione dell’individualismo particolarizzante;

 

– riconoscere che si appartiene a un determinato filone spirituale anzitutto per un principio di realtà: non perché alcune idee o declinazioni spirituali sono, a un certo punto, apparse più nobili di altre, ma perché la vita, gli incontri, le proposte, le urgenze hanno esortato a sposare un determinato ambito e a far propria una specifica prospettiva d’azione. Nella storia vocazionale di ciascuno – anche se alcune buone letture possono avere aiutato – alla fine non prevale mai l’astratto disquisire sui diversi stili ecclesiali, ma sempre si impone un volto, una domanda, una richiesta.

Per esempio:

 

Don Bosco era seguito e… inseguito dai ragazzi: fu per così dire costretto a dare loro retta.

San Filippo Neri avrebbe voluto partire per le Indie, ma se ne dovette restare a Roma: le sue Indie erano i molti che lo richiedevano come padre spirituale.

Edith Stein amava sopra ogni cosa la spiritualità benedettina e insegnò per 8 anni dalle Domenicane, ma in casa di amici le capitò tra le mani la Vita della grande riformatrice del Carmelo e una sua studentessa la portò al Carmelo di Colonia.

Santa Teresa d’Ávila cominciò ad arrendersi alla vocazione tra le Agostiniane, ma preferì il Carmelo dell’Incarnazione, contraddistinto allora da un’osservanza meno rigorosa e in cui, soprattutto, viveva una delle sue più care amiche: scelse il primato degli affetti.

Santa Teresina, che avrebbe voluto essere missionaria, seguì le due sorelle più grandi. La terza sorella (oggi Serva di Dio), Leonia, dopo due tentativi di vita religiosa tra le Clarisse lasciò prevalere il legame, anche familiare, con la realtà della Visitazione: non andò in cerca di cose troppo grandi, superiori alle sue forze, ma si volse alla semplicità e alla piccolezza che le era congeniale.

Così, il beato don Titus Zeman, martire, scelse i Salesiani non perché li conoscesse, ma perché vivevano presso il santuario di Maria Addolorata, per intercessione della quale era stato guarito: trova una traccia già presente nella propria storia.

Il Servo di Dio Nino Baglieri avrebbe voluto formarsi una famiglia, ma seppe leggere – non senza fatica – nelle condizioni di immobilità fisica in cui si trovava, un chiaro segnale dapprima all’ascolto, poi all’intercessione orante, quindi alla vocazione della secolarità consacrata: cominciò ad accogliere quelli che il Signore gli mandava e ai quali – all’inizio solo fisicamente poi anche interiormente – non poteva né voleva ormai più sottrarsi.

Il principe Chartorywski più ragionevolmente sarebbe potuto entrare in un Ordine già grande e prestigioso, ma scelse i Salesiani e riuscì infine a persuaderne anche don Bosco: fece prevalere le evidenze della vocazione sulle evidenze, di per sé quasi altrettanto forti, dei doveri dinastici a (eventuale) servizio della Polonia. Dovette perseverare per molto tempo, combattere l’opposizione di molti e lasciarsi mettere alla prova: ma l’incontro con don Bosco a Parigi era prevalso su ogni altra ragionevolezza.

Alexandrina Maria da Costa e Vera Grita (la “maestrina di Savona”) divengono Salesiane cooperatrice perché Salesiani erano i loro direttori spirituali e, più tardi, per Vera Grita la volontà di Dio si manifesterà anche attraverso le dinamiche del Provveditorato agli Studi, quando lei sarà chiamata a insegnare all’Eremo carmelitano di Varazze (e Gesù voleva Opera dei Tabernacoli Viventi, dettata a Vera Grita, salesiana e carmelitana insieme).

 

È il principio di realtà: la capacità di stare nella concretezza delle relazioni sapendo che il Signore parla anzitutto attraverso di esse, e che la realtà stessa prevale sempre sull’idea.

 

 

Quali povertà sperimentiamo?

Di cosa avvertiamo la mancanza?

In cosa la Chiesa con la sua ricchezza sapienziale ci soccorre?

 

In che modo le specificità di ciascuno possono diventare ricchezza condivisa? Come la Famiglia Salesiana, con la sua grande ricchezza carismatica, aiuta ad essere famiglia e a sentirsi tali, nella complementarietà delle differenze?

 

Se si prende consapevolezza di tali dinamiche, allora anche le singole realtà carismatiche godono delle condizioni favorevoli per potersi esplicitare al meglio.

Lungi dal mortificare o scoraggiare, la constatazione di una specificità che ha come rovescio della medaglia limitazioni oggettive permette di non esigere dalla propria esperienza carismatica più di ciò che essa può dare: ma di attuare tutto ciò che essa è chiamata a compiere, con forte senso di responsabilità, attingendo per il resto all’inesauribile fecondità della Chiesa, madre e maestra.

Se dei santi – e lo vedevamo ieri – Adrienne von Speyr dice che anche lì esistono “i piccoli formati” e che “non bisogna mettere nelle cose più perfezione di quella che c’è”, tale consapevolezza vale a maggior ragione per un Ordine, un Istituto, una Congregazione, un’Associazione… Ognuno gode della specificità sua propria; le ricchezze degli uni compensano le povertà degli altri, in un mutuo scambio in cui nessuno è così ricco da non dover ricevere, né così povero da non poter dare. A ciascuno il suo; il “tutto” invece nella Chiesa e per essa, senza necessariamente dover ingigantire, estremizzare, deformare, oppure proiettare su qualcosa aspetti non suoi, perché (legittimamente) se ne avverte il bisogno o se ne soffre la mancanza.

Non c’è bisogno di definire eventualmente grande il piccolo. Urge piuttosto amarlo immensamente come è, trovandovi allora il proprio tutto.

 

  1. Le molte declinazioni dell’unica spiritualità.

 

Anche le differenti declinazioni dell’unica spiritualità cristiana acquisiscono così la rilevanza loro propria. Nella Gaudete ex exultate Papa Francesco scrive:

 

Un impegno mosso dall’ansietà, dall’orgoglio, dalla necessità di apparire e di dominare, certamente non sarà santificante. La sfida è vivere la propria donazione in maniera tale che gli sforzi abbiano un senso evangelico e ci identifichino sempre più con Gesù Cristo. Da qui il fatto che di parli spesso, ad esempio, di una spiritualità del catechista, di una spiritualità del clero diocesano, di una spiritualità del lavoro. Per la stessa ragione, in Evangelii gaudium ho voluto concludere con una spiritualità della missione, in Laudato si’ con una spiritualità ecologica e in Amoris laetitia con una spiritualità della vita familiare.[14]

 

Non solo vi è però una spiritualità della missione, una ecologica, una familiare… vi sono molte, quasi infinite spiritualità ancorate all’unica spiritualità cristiana, da cui traggono origine e linfa vitale e alla quale devono continuamente ri-convergere, cariche di povertà da guarire e soprattutto di frutti da portare.

Anche solo considerando per un istante la Cause di Beatificazione e Canonizzazione che interessano ora la Famiglia Salesiana, è evidente per esempio che accanto alla spiritualità missionaria di cui parla Papa Francesco, è presente una sensibilità ante litteram ai temi della Laudato si’ (cf. padre Carlo Crespi in Ecuador; padre Rodolfo Lunkenbein nel Mato Grosso, pronto a dare la vita fino all’effusione del sangue in una intensa carità pastorale che permettesse ai Bororo di continuare a vivere nelle loro terre); c’è, ancora, una spiritualità dei fondatori e delle fondatrici, che attingendo all’unica radice di don Bosco hanno specificato il carisma attraverso dinamiche proprie, contraddistinte da forte originalità; c’è la spiritualità propria dei martiri, capaci di incarnare il da mihi animas attraverso il punto prospettico del caetera tolle, lasciandosi portare via tutto, vita compresa. C’è, non ultimo, la spiritualità oblativo-vittimale che, con il suo martirio incruento nel quotidiano, segna molte Cause. C’è la spiritualità familiare, che concorre in modo decisivo (come Mamma Margherita seppe fare a Valdocco) nel configurare come vera famiglia la Famiglia Salesiana.

 

Quando una spiritualità è vera, si sente l’esigenza di testimoniarla nella vita: non c’è, invece, bisogno di sponsorizzarla o farla piacere attraverso accorgimenti umani. Essa si impone da sé. Attrae. Convince. È la risposta ai desideri, agli interrogativi, alle speranze e alle attese degli uomini e delle donne: data in un tempo; aperta ad ogni tempo. Con una forte carica profetica.

 

 

Lodovica Maria Zanet

Collaboratrice della Postulazione Generale SDB

 

 

 

 

 

 

[1] Tommaso d’Aquino, In I Cor. 3, 1[17], citato in Paul O’Callaghan, Figli di Dio nel mondo. Trattato di Antropologia Teologica, EDUSC, Roma 2013, 383.

[2] Carta di identità della Famiglia Salesiana, art. 5.

[3] «Se vuoi entrare nella vita…» (cf. Mt 19, 17); «Se vuoi essere perfetto…» (Mt 19, 21); «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui… cenerò con lui ed egli con me» (cf. Ap. 3, 20); «Se uno mi ama… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (cf. Gv 14, 23).

[4] «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dalla Spirito» (Gv 3, 8); «dovete nascere dall’alto» (Gv 3, 7 et al.).

[5] Al momento del Battesimo di Gesù, lo Spirito scende su di lui al di fuori di ogni attesa umana; mentre «stava compiendosi il giorno della Pentecoste… venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano»; dopo l’incontro con il funzionario della regina di Etiopia Candace, lo Spirito in un istante «rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più» (cf. At 8, 39).

[6] «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno» (Lc 12, 32).

[7] «Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (cf. Gv. 16, 13-14).

[8] Non mi soffermo ora su questo tema, essendo esso già stato trattato nella giornata di ieri.

[9] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 799.

[10] Papa Francesco, Udienza a tutti i cardinali, 15 marzo 2013.

[11] Cf. Il nostro volto, tratti carismatici delle Missionarie di San Carlo (Comunione e Liberazione).

[12] Carta di identità della Famiglia Salesiana, art. 3.

[13] Ivi, art. 2.

[14] Esortazione Apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo «Gaudete et exultate, n. 28.

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