La Messa Mistero nuziale. 2. L’Eucaristia dell’Antica Alleanza

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Fra i testi che mostrano non solo la dipen­denza, ma il legame stretto fra la liturgia giu­daica e la liturgia cristiana, il più conosciuto è probabilmente il «Didaché», che ci offre una formula eucaristica del primo secolo della Chie­sa cristiana. Tale testo altro non è che una rac­colta delle preghiere della Sinagoga, con l’ag­giunta, qua e là, delle parole «per il Tuo ser­vitore Gesù Cristo» e consimili. Per il resto il testo è identico alla liturgia della Sinagoga.

Un fatto decisamente interessante, verificatosi durante certi scavi archeologici2, servirà a dimostrare in modo più convincente di tante spiegazioni quanto il passo del «Didaché» sia probante. Gli scavi rivelarono, fra l’altro, la presenza di un tempio che aveva tutte le ca­ratteristiche di una Sinagoga. Nonostante ciò, qualche esperto 5 ‘intestò nel sostenere che si era portata alla luce una chiesa cristiana, poi­ché tra i suoi ruderi si era scoperto il fram­mento di un manoscritto che riportava in lin­gua ebraica una delle preghiere del «Dida­ché», cioè del testo della Messa cristiana pri­mitiva. Da buoni cristiani gli esperti nulla sa­pevano della liturgia della Sinagoga e, all’e­poca, il legame tra questa e la Messa cristiana non era ancora stato definito. Più tardi però fu chiaro che il tempio era veramente una Si­nagoga e che il frammento ebraico, identico all’Eucarestia cristiana del tempo, era in realtà un testo della liturgia ebraica, l’originale poi trasferito nella Messa cristiana dei primi tempi.

 

Risulta allora fondamentale, per compren­dere il significato profondo della Messa, l’ana­lisi di questa preghiera della Sinagoga, che il Figlio di Dio ha voluto trasformare nella pre­ghiera vivente e divina di Se stesso nella Messa.

Lo abbiamo già detto: il rito sinagogale era composto da una serie di preghiere chiamate «berakah» (plurale: «berakoth»), che venne in seguito tradotto con «Eucarestia». E chia­ro dunque che per comprendere l’Eucarestia bisogna comprendere la berakah.

In linea generale si può affermare che la be­rakah riassume la spiritualità della vecchia Al­leanza, che è il cuore stesso della teologia del giudaismo: è infatti la risposta suscitata da Dio medesimo, nel corso dei secoli, alla sua Parola d’Amore indirizzata a Israele sua Sposa. E’ la risposta per eccellenza della Sposa alla Parola di Dio. E’ la risposta ufficiale del Popolo di Dio, che ha preso spesso la forma dei Salmi e che si è sviluppata sotto l’azione dello Spirito Santo. Nel dialogo d’amore tra Dio e l’uomo, la be­rakah è la risposta che il divino Amante vuol sentire più di qualunque altra e che Egli stesso ha perciò messo sulle labbra e nel cuore della sua Sposa.

 

Premessa indispensabile per comprendere il senso di tale risposta umana è avere, prima, una qualche idea almeno di che cosa signifi­cava per Israele «la Parola di Dio». Ci tro­viamo qui di fronte ad una difficoltà pressoché insormontabile. Noi cristiani del ventesimo se­colo – per i quali la Scrittura è già una realtà vecchia di almeno trenta secoli, un qualcosa che fa parte della vita quotidiana come la Chie­sa, lo Stato, il Papa, la guerra, gli scioperi – non siamo in grado né di capire né di cogliere quale esperienza fosse la Parola di Dio per Israele.

Solo dopo il Concilio – che ha voluto che teologia e spiritualità attingessero più larga­mente alla Bibbia e ne traessero la sostanza – si è ricominciato ad usare il termine «Parola di Dio». I testi di teologia, un tempo, più che di «Parola di Dio» parlavano di «Rivelazione». E il loro scopo era soprattutto estrarre dalla Scrittura le verità inaccessibili alla ragione uma­na. Solo nei monasteri – almeno in quelli ri­masti fedeli all’antica tradizione – si continuava a trovare la sorgente della vita dello spirito e dell’intimità con Dio nelle ricchezze nascoste, nei tesori profondi, insondabili, contenuti nelle Scritture. (Chi ha letto Cassiano saprà che nei primi secoli la vita monastica si nutriva quasi esclusivamente della meditazione della Scrittu­ra). Ma neppure l’amante più appassionato del­la Bibbia, che ritorna sempre a «scrutarla», come ha detto Gesù, per cercarvi tutto il suo nutrimento e la sua vita, la sua forza e la sua gioia, potrà mai farsi un’idea – molto meno ri­vivere – l’esperienza elettrizzante, paurosa ed esaltante ad un tempo, di Israele nel sapere che Dio le aveva parlato.

Questa era la sua gioia, grande e sconvol­gente: Dio ci ha parlato! Non era tanto ciò che aveva detto: questo interessava solo dopo, in un periodo di riflessione. Per il momento Israe­le era afferrata dallo stupore che Egli, il suo Dio, aveva voluto interessarsi di lei, sua Sposa, tanto da rompere il silenzio dei secoli per ir­rompere nella sua vita, per intervenire nella sua storia! «Ascolta, Israele, io sono il Signore Dio tuo».

Noi ora siamo troppo abituati all’idea. Non ci impressiona più. Ma facciamo lo sforzo di immaginare – se ci riusciamo – lo «choc» di sentire quelle parole per la prima volta. «Il leone ha ruggito, e chi non ha paura?», dice il profeta Amos. «E ora ha parlato il Signore Dio». Quasi in ogni pagina del vecchio Testa­mento c’è questo intervento di Dio nella vita del suo popolo, e non solo con la parola, ma ancora di più con la sua azione. La sua irru­zione nella vita quotidiana d’Israele le impo­neva la sua continua presenza.

Ancora alla fine della vecchia Alleanza le pa­gine della Scrittura rivelano che per Israele questa esperienza è sempre fresca e attuale. Lei ne è sempre stupita, scossa, attonita, emozio­nata, riconoscente, umile ed esultante. Lui mi ha parlato! Lui si è degnato di pensare a me! Noi veniamo adesso, dopo. Non abbiamo alcu­na idea di com’era prima – quando non c’era un Dio salvatore che nel suo amore s’impe­gnava sino alla morte per i suoi -, noi non pos­siamo rivivere il vuoto di quella vita di prima.

Ma Israele tale vuoto lo conosceva fin troppo bene. Quando Lui l’ha trovata, lei era abban­donata nella sua solitudine. E così che ce la de­scrive Ezechiele. Viveva – diciamo piuttosto moriva – nella tristezza e nella miseria. In quella lunga, triste notte della disperazione umana che era l’esistenza dell’uomo prima del­l’incontro con Dio, d’un tratto – come un lam­po nel buio dell’abbandono – la sua voce rompe il silenzio; e l’uomo sa, meravigliato e attoni­to, che non è solo, che non è abbandonato, che non è derelitto, che non è orfano. Il suo Dio è accanto a lui, il suo Dio lo ama e lo salverà dalla sua miseria.

Tutto questo significa per Israele l’espres­sione: «Parola di Dio». E tutta la sua gioia, tutta la sua speranza, tutta la sua vita! Quando Israele sarà rientrata in se stessa, dopo il deli­rio di sapere che ora ha un Amante divino, quando finalmente riprenderà fiato e ritroverà voce, è più che naturale che balbetti qualche povera parola d’amore, di riconoscenza, di ado­razione e di umiltà al suo Dio che l’ama in modo tanto esclusivo. La sua parola, indegna di Lui, ma che trabocca dal cuore troppo pieno di lei, è la berakah: «Benedetto sia il Signore nostro Dio»; «Sii lodato per sempre, Signore, re dell’universo»; «Sii benedetto, Signore, Salvatore d’Israele».

Questa forma di preghiera tipicamente bibli­ca, apparsa dai più lontani strati della tradi­zione d’Israele, viene consacrata nelle grandi benedizioni rituali che seguono la lettura della Bibbia nella Sinagoga, in cui Israele ascolta la storia della propria salvezza, la storia dell’a­more di Dio per lei. Riposto il rotolo della Scrittura, che contiene il racconto dei prodigi di Dio in favore di lei, Israele tornava a radu­narsi alla mensa domestica o di gruppo, specialmente il sabato e i giorni festivi, e conti­nuava queste preghiere di ringraziamento in un ­rito speciale che trasformava il pasto del pio giudeo in un banchetto sacrificale, quell’«Eu­carestia» della vecchia Alleanza che Gesù, Uomo-Dio, unico Mediatore della nuova Al­leanza, ha assunto – come già aveva assunto la carne umana preparata per Lui in quella creatura che era la perfezione della vecchia Al­leanza – per trasformarlo nella propria Persona divina, nella nostra «Eucarestia» cristia­na: la santa Messa, in cui il Figlio di Dio rin­grazia il Padre per la sua bontà di aver man­dato Lui Figlio a salvare il mondo.

 

Per questo la Messa è innanzitutto «Eucare­stia»: lode, gloria, benedizione, ringraziamen­to al Padre, al Dio che è Amore! E vero che Gesù ha immesso nella sua nuova Eucarestia l’elemento nuovo, inaudito e meraviglioso: il sacrificio di Se stesso! Ma proprio per questo il suo significato primario rimane sempre lo stes­so: lode e gloria a Dio, lode e gloria al Padre, e soltanto dopo pace (cioè salvezza) agli uomini di buona volontà.

2 Bouyer, op. cit., p. 32-33. (Si tratta della Sinagoga Doura-Europos).

 

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