La Messa Mistero nuziale. 3. L’Eucaristia della Nuova Alleanza

image_pdf

Il rito seguito da Gesù nel lasciarci la forma definitiva dell’Eucarestia cristiana accompa­gnava tutti i pasti degli Ebrei; ma assumeva un’importanza tutta particolare nei pasti in fa­miglia o in comunità il sabato e i giorni festivi. Questa liturgia della famiglia ebbe un’efficacia determinante nella formazione della coscienza religiosa d’Israele: al punto che il banchetto sacro sembra fosse l’unico sacrificio del popolo eletto nella fase più antica della sua storia.

Più tardi, quando i sacrifici nel Tempio di­vennero impossibili – per gli Israeliti in esilio o dispersi nella diaspora – il pasto in famiglia o in comunità tornò a rappresentare nuova­mente tutta la sostanza del culto d’Israele e il suo supremo ed unico sacrificio. Ma per com­prendere esattamente come il banchetto assu­meva la forma di sacrificio occorre esaminarlo più da vicino. Ed è sufficiente un primo sguardo sul rito per ambientare adeguatamente l’ulti­ma Cena.

All’inizio del pasto, ciascuno a turno pren­deva in mano una coppa di vino e, prima di portarla alle labbra, ripeteva questa benedi­zione: «Sii benedetto, Signore, nostro Dio, Re dei secoli, che ci hai dato questo frutto della vite!» ~ il primo calice di vino di cui parla S. Luca. Egli scrive: «Gesù prese un calice, rese grazie (è la benedizione appena citata) e disse: “Io non berrò più del frutto della vite fino a che sia venuto il Regno di Dio”«. Le parole di Gesù alludono, in modo trasparente, alla formula di benedizione che Lui stesso ha appena pronunciato3.

Ma il pasto cominciava ufficialmente solo quando il padre di famiglia, o il presidente del­la comunità, aveva spezzato il pane che doveva poi essere distribuito fra i commensali, pro­nunciando questa benedizione: «Sii benedet­to, Signore, Nostro Dio, Re dei secoli, che fai produrre pane alla terra!» E difatti S. Luca continua in questo modo il racconto della Cena (subito dopo la frase «frutto della vite» ): «Poi, preso il pane, rese grazie (Matteo e Mar­co: “recitata la benedizione”: è la benedizione rituale appena citata), lo spezzò e lo distribuì loro dicendo: “Questo è il mio corpo sacrifi­cato per voi. Fate questo in memoria di me”«. E qui il rito che era solo una preparazione di­venta la realtà prefigurata.

Ma continuiamo nell’analisi del pasto, per­ché più tardi dovremo riflettervi a fondo per capire il significato della realtà nuova.

 

Dopo la benedizione del pane, che era con­siderata come una benedizione generale per tutto il pasto, si servivano i piatti consueti. Il pasto della festa di Pasqua comprendeva an­che l’agnello. Ma è da notare che, a parte que­sto particolare, il rituale del pasto di Pasqua non si distingueva per niente dal rituale dei pasti degli altri giorni.

É importante renderci conto che se i prece­denti dell’Eucarestia cristiana si trovano nel pasto rituale dei Giudei, allora non ha più si­gnificato speciale per noi sapere se la festa di Pasqua coincideva con il Giovedì santo, o con il Venerdì santo. S. Giovanni dice esplicita­mente che cadde nel Venerdì santo, mentre gli altri Evangelisti paiono essere di opinio­ne diversa. Ma il carattere pasquale dell’ul­tima Cena – e dell’Eucarestia cristiana – e indipendente da queste discussioni. Prima di tutto perché le reminiscenze pasquali sono pre­senti nelle preghiere non solo del pasto della veglia di Pasqua, ma anche in quelle dei pasti degli altri giorni. Gesù cioè non ha collegato l’istituzione della sua Eucarestia con alcun par­ticolare proprio del pasto di Pasqua, ma solo con quegli elementi che fanno parte del rito d’ogni giorno: cioè con la frazione del pane all’inizio e con la grande preghiera di ringra­ziamento alla fine (che dobbiamo ancora esami­nare). Ed è per questo che si è sempre po­tuto – senza che mai sia insorto alcun proble­ma – celebrare l’Eucarestia cristiana tutte le volte che si voleva, e non solo una volta al­l’anno.

 

Ma torniamo alla tavola, perché ormai il pa­sto volge al termine: le pietanze sono state consumate e i commensali sono pronti per il grande atto rituale che conclude la celebrazione e le dà il suo significato più profondo. Come preparazione immediata a questo atto liturgico, tutti si lavano le mani per una seconda volta (la prima volta è stata all’inizio).

Era prescritto che il presidente riceveva l’ac­qua dal più giovane dei presenti. Eccoci da­vanti alla scena descritta da S. Giovanni. Toc­cava a lui presentare l’acqua al Maestro; e forse per questo è stato lui stesso a narrarci la rea­zione di Gesù. Invece di lasciarsi servire da uno dei suoi, Gesù dà loro la lezione d’umiltà del vero amore e, prendendo l’acqua dalle mani di Giovanni, la versa nel catino, va da Pietro e incomincia a lavare non le mani, ma i piedi dei suoi discepoli.

Finito questo preliminare, il presidente – avendo davanti a sé una coppa di vino mesco­lato con acqua (la nostra goccia d’acqua nel calice!) – invitava gli altri ad associarsi a lui nelle azioni di grazie: «Rendiamo grazie al no­stro Dio che ci ha nutriti della sua abbondan­za». Seguono tre preghiere di ringraziamento (cioè tre preghiere eucaristiche!). La prima be­nedice Dio come creatore e protettore della vita e rende grazie per il nutrimento ricevuto; la seconda passa dal nutrimento alla terra che lo ha prodotto, cioè alla Terra promessa, e be­nedice Dio come Salvatore del suo popolo, che ha redento i suoi dalla schiavitù d’Egitto per stringere con loro un’Alleanza e introdurli in una vita nuova; la terza preghiera lo supplica di continuare e perfezionare l’opera del suo amore e della sua redenzione, di riunire i di­spersi figli di Dio, di benedire il regno di Da­vide, di mandare finalmente il Messia, e attra­verso il Messia di regnare Egli stesso in modo sempre più perfetto su di loro. Conclusi gli atti di ringraziamento, la coppa passava di mano in mano e ciascuno ne beveva.

Queste cerimonie del pasto rituale erano parte della liturgia della vecchia Alleanza già parecchi secoli prima di Cristo e tutt’ora sono osservate, senza mutazione alcuna, dagli Ebrei credenti nel mondo intero. (Per esemplificare, il testo che abbiamo seguito in questo caso si riferisce a un’edizione della Liturgia della Si­nagoga di Londra del 1945, che dipende dai testi del Talmud dell’epoca di Cristo).

 

E adesso ritorniamo a Luca: «E dopo aver cenato, prese pure il calice dicendo: “Questo calice è la nuova Alleanza nel mio Sangue che è sparso per voi”«. Matteo e Marco aggiungono, dopo «preso il calice», «rese le grazie»: sono le azioni di grazie appena esaminate.

Che cosa è successo in questo preciso mo­mento? Ci rendiamo conto di ciò che Gesù ha fatto aggiungendo queste parole alla formula delle preghiere di ringraziamento? Che ci ab­bia lasciato il dono inestimabile di Se stesso, lo sappiamo. E che abbia voluto lasciarci que­sto dono in ricordo del suo amore per noi, è stato detto e ripetuto da tutti i predicatori e da tutti gli autori spirituali. Ma Gesù non ha fatto solo questo. Ha fatto qualcosa di molto più ricco, di molto più prezioso. Cerchiamo di penetrare il contenuto nascosto di quelle parole e di portarlo alla luce.

Quel contenuto lo si trova soltanto nel con­testo del rituale che Gesù ha voluto usare per darci l’infinita ricchezza della sua Eucarestia. Quel rito era un banchetto sacro nel quale si celebrava e si ringraziava un Dio salvatore, che aveva redento il suo popolo per stringere con esso un’Alleanza d’amore, conclusa nel sangue di un agnello.

Il pasto quotidiano benediceva Dio per quel­la Alleanza, ma «ora», al momento cioè in cui aveva deciso di dare la sua vita per i suoi come il vero Agnello di Dio, Gesù dichiara chiusa per sempre quella vecchia Alleanza, che tutti insieme stavano in quel momento cele­brando liturgicamente. In quel momento, in­fatti, con poche e semplici parole, apre, offre e stringe con i suoi la nuova ed eterna Alleanza nel proprio Sangue: il Sangue del Figlio di Dio ch’Egli porge loro, adesso, in quella coppa de­stinata a celebrare la vecchia Alleanza, e che ormai contiene la sostanza della Nuova.

Quando Gesù porge loro quel calice del suo Sangue è come se dicesse: «Sin qui, ogni volta che avete celebrato questo pasto rituale voi avete commemorato l’amore di Dio salvatore che vi ha redenti dall’Egitto. D’ora in poi, ogni volta che ripeterete ciò che abbiamo fatto oggi, voi lo farete non più in commemorazione di una salvezza dalla schiavitù materiale nel san­gue di un animale: lo farete invece in memoria di Me, del Figlio di Dio che dà il suo Sangue divino per redimervi dai vostri peccati. Fin qui avete mangiato cibo normale per celebrare una liberazione materiale. Ora mangerete Me, cibo divino sacrificato per voi, per farvi una cosa sola con Me. E mi mangerete, e berrete il mio Sangue, nell’atto stesso in cui Io mi sacrifico per voi. Questa è la nuova ed eterna Alleanza nel mio Amore».

Fu questo il significato delle parole e dei ge­sti di Gesù nell’ultima Cena.

3 Per il confronto fra il rito del pasto e l’ultima Cena, v. Joachim Jerernias, op. cit., cap. III; Louis Bouyer, op. di., cap. V.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.