La Messa Mistero nuziale. 5. Dalla “Berakah” alla Messa

image_pdf

Nel primo secolo della Chiesa la Messa con­tinuava a presentare immutato il rito sinago­gale con l’aggiunta, qua e là, di una espressio­ne: «di Gesù Cristo tuo servitore», e delle parole della consacrazione. Per il resto, la pre­ghiera eucaristica era identica a quella in uso nella sinagoga, a parte la traduzione delle pa­role-chiave «eucarestia» per «berakah» e «chiesa» invece di «qahal».

Ma ecco un primo segno di evoluzione. Il fondo e il corpo del testo rimangono giudaici, ma si osserva già una certa interpretazione cri­stiana dei temi. In queste trasposizioni dei con­cetti del vecchio Testamento in quelli del Nuo­vo si segue un certo parallelismo logico nell’ordine delle idee. Si è visto, per esempio, che la terza preghiera del pasto rituale intercedeva per la riunione di tutti i dispersi figli d’Israele nel Regno di Dio e per l’avvento del suo Mes­sia. Nel contesto del nuovo Testamento que­sto concetto viene tradotto nella preghiera che tutti i cristiani siano «un solo corpo e un solo spirito» con Cristo, idea solo implicita nella Messa di Roma, ma testuale nelle altre Litur­gie cristiane.

       Più tardi ancora – e siamo forse già nel quinto secolo – la preghiera eucaristica* è cer­tamente ormai di composizione cristiana, ma il contenuto è ancora dominato dai modelli giu­daici e continua ad incorporare frammenti di preghiere giudaiche. Questa nuova evoluzione era il risultato del pensiero greco che non tollerava più la letteratura semitica, sminuzzata e spezzettata nelle sue sequenze, ma esigeva una ridistribuzione della materia analizzata e ordinata secondo un criterio rigidamente logico.

Le Liturgie d’Oriente sono di questo tipo, e noi abbiamo un esempio di tale sviluppo nel­la quarta delle Preci eucaristiche del Messale Romano. Si tratta di un riassunto dell’Eucare­stia bizantina, una bellissima meditazione sul­l’Incarnazione, la Redenzione e il mistero euca­ristico. Ma il Canone romano – e ancor più la seconda Preghiera eucaristica  rappresenta una forma più antica della santa Messa.

 

Esiste, però, un‘altra evoluzione della Messa. I primi testi dell’Eucarestia cristiana che possediamo non hanno ciò che noi ora chiamiamo «Prefazio», né hanno il «Sanctus». Incominciano direttamente con il «Canone». Solo in epoca più tarda la Messa si arricchisce all’inizio di letture, «Prefazio» e «Sanctus»compresi. Come si spiega tale evoluzione?

Abbiamo già assodato che il rito in famiglia faceva parte della liturgia sinagogale. La pri­ma parte di tale rito si svolgeva nella Sina­goga, dove si ascoltava la lettura della Parola di Dio, cui si rispondeva  come abbiamo già accennato – cantando le lodi e le benedizioni di quel Dio che aveva dimostrato tanto amore per Israele. La seconda parte aveva luogo a casa, intorno alla mensa domestica, dove si con­tinuava lo stesso rito di ringraziamento.

Ai tempi apostolici, prima della rottura de­finitiva con la Sinagoga, i nuovi credenti in Cristo continuavano a frequentare la Sinagoga per l’ascolto della Parola di Dio e la liturgia tradizionale. Poi essi si separavano dai loro connazionali che non condividevano la fede nel Cristo e si riunivano fra di loro per consumare il proprio pasto rituale e celebrare privata­mente la nuova Eucarestia.

Il risultato di questa divisione, fra il rito tradizionale celebrato nella Sinagoga e il pasto sacrificale consumato dai soli cristiani quasi di nascosto, furono i primi testi della Messa che aprivano la liturgia con le sole preghiere in uso per il pasto.

Trascorso un po’ di tempo e consumata or­mai la separazione completa fra Sinagoga e Chiesa nascente, i cristiani cominciarono a ra­dunarsi per conto proprio anche per la litur­gia tradizionale, oltre che per quella sacrifi­cale. Non si recavano più nelle sinagoghe, ma continuavano a celebrare la Parola servendosi delle letture, preghiere e canti di lode e di be­nedizione. In questo modo i testi della Messa si arricchirono di quella che adesso chiamiamo «Liturgia della Parola», cioè lettura dell’Epi­stola e del Vangelo e canti interlezionali.

 

Nella Sinagoga – già centinaia di anni prima di Cristo – il «Sanctus» era cantato da tutta l’assemblea come conclusione di una solenne preghiera di lode, verso la fine del rito. Così il nostro «Sanctus» e il nostro «Prefazio»rappresentano la conclusione del raduno sina­gogale per l’ascolto della Parola di Dio. E l’ini­zio del nostro «Canone» è il momento in cui ci si metteva a tavola nell’unico raduno che consumatasi ormai la frattura con la Sinagoga – comprendeva anche la parte sinago­gale. I cristiani si dettero a celebrare i due riti – parole e pasto – in un solo e unico ra­duno. Con la riforma liturgica, si è tornati a celebrare la parte iniziale della Messa secondo il rituale originale dei tempi apostolici. Mi ri­ferisco all’Epistola e al Vangelo che si tende a leggere anche nella Messa solenne. In mezzo al canto, la voce secca, bassa, tagliente, stacca decisamente, quasi stona. E deve stonare. E come quando Dio scuoteva, sconvolgeva Israe­le con la sua voce. Poi, udita la voce che ripete le parole di vita eterna, di nuovo erompe dall’assemblea il canto di lode al Signore, nostro Salvatore.

É un dialogo, questo, che risale a una tra­dizione voluta e ispirata da Dio, ai primi tempi della storia del Popolo di Dio, al giorno stesso della prima Alleanza. Ed è giusto: noi can­tiamo a Dio per benedirlo, per lodarlo, per adorarlo; ma Dio parla a noi per rivelarsi, per istruirci, per ammonirci, per guidarci, per dirci insomma ciò che Egli vuole da noi. Vorremmo forse che anche Lui si mettesse a cantare a noi un inno di lode? Vedete bene che l’alternarsi di voce che parla e voci che cantano dà il senso dei due protagonisti di questo dramma peren­ne dell’Amore: Dio e noi. Qui, come in tante altre cose che il Concilio Ecumenico Vatica­no Il ha voluto cambiare, non si tratta affatto di introdurre novità, quanto di recuperare au­tentiche ricchezze della tradizione cristiana, che purtroppo sono andate perdute durante i se­coli.

C’è ancora da notare – e a questo punto l’os­servazione dovrebbe essere ovvia – che all’ini­zio non esisteva divisione fra «Prefazio» e «Canone». C’era solo un’unica preghiera eu­caristica, che era di benedizione e ringrazia­mento. Cominciava con il dialogo (di origine sinagogale) che attualmente introduce al «Pre­fazio», e continuava sino al «Per Cristo…» Nei primi tempi esisteva una preghiera cantata continua ed anche la melodia era simile alla melodia del «Prefazio». Ma col passare dei se­coli, poiché i fedeli non capivano più la lingua antica, per non disperderne l’attenzione si co­minciò ad introdurre, dopo il «Sanctus» (che essi cantavano come nella Sinagoga), altri canti. Il risultato fu che il celebrante si vide costretto a recitare la preghiera eucaristica in silenzio. Ora, che di nuovo si prega nella lingue vive, la Chiesa è ritornata all’uso antico.

 

E adesso la questione della sostituzione nella Messa di una sola parola, ma di una parola di grandissima importanza dottrinale. Nei primi tempi non esisteva alcun accenno esplicito di carattere sacrificale nella Messa. Si continuava ad usare la parola «memoriale», perché i pri­mi cristiani erano di origine ebraica e compren­devano perfettamente tutto il pregnante signi­ficato di quella parola, che indicava l’attualità permanente dell’opera salvifica di Dio e il rin­novamento del sacrificio del Calvario. Ma quan­do i convertiti di lingua greca entrarono nel­l’assemblea cristiana, si dovettero cercare altre espressioni comprensibili anche da loro. Il si­gnificato di «memoriale» era talmente legato alla tradizione giudaica da riuscire ostico a chi non era ebreo. Ecco apparire allora le parole «oblazione», «offerta», «sacrificio».

Un’ultima osservazione. Si possono distin­guere quattro centri di sviluppo dell’Eucarestia cristiana. Antiochia per la Palestina e l’O­riente; la Liturgia di Antiochia è passata a Costantinopoli per diventare in seguito il rito bi­zantino così diffuso nel mondo slavo. Alessan­dria per l’Egitto; questa tradizione è rappre­sentata ancor oggi dal rito copto. Roma per l’Occidente; e con il passar del tempo il rito romano è andato imponendosi sulle altre litur­gie occidentali. Si noti – per inciso – che il «Canone» della Messa romana presenta no­tevoli affinità con la liturgia di Alessandria; tale «Canone» ha un precursore (un’altra preghie­ra eucaristica, quella di Ippolito), che presenta una certa parentela con la liturgia della Siria e di Antiochia. Tali legami fra le varie liturgie testimoniano la loro comune origine: sono di­verse rielaborazioni dello stesso modello della liturgia della Sinagoga. Per ultimi, in Occiden­te, Gallia e Spagna costituiscono un altro cen­tro di sviluppo e di irradiazione nei riti galli­cano e mozarabico. Il mozarabico esiste tut­tora, mentre il gallicano ha ceduto al romano.

 

Dopo il Concilio la Chiesa ha voluto – nel contesto del rinnovamento liturgico – ripren­dere contatto con questa lunga tradizione euca­ristica. Approvando le «nuove» Preghiere eucaristiche, essa ci offre difatti non cose nuo­ve, ma cose molto vecchie. Ci propone, sotto forma più moderna, la sostanza delle principali liturgie del passato. La seconda Preghiera rap­presenta una primitiva Messa romana, quella che era comune fra Oriente e Occidente nei primi secoli del Cristianesimo. La terza è piut­tosto una fusione di elementi tratti dal rito gallicano e mozarabico. E la quarta è una sin­tesi molto bella della liturgia bizantina. La Chiesa ha così messo a nostra disposizione tutte le ricchezze e tutte le profondità delle sue se­colari meditazioni sul mistero del Verbo incar­nato morto e risorto per noi, giorno per giorno, sui nostri altari.

 

 

* Questo capitolo si rifà alle conclusioni del P. Bouyet apparse nel volume Eucharistie, cap. 6-10.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.