La Messa Mistero nuziale. 6. Verso il cuore della Messa

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L’esame che abbiamo fatto delle origini e dello sviluppo dell’Eucarestia nella Chiesa na­scente è stato soltanto un abbozzo. Ma ciò che si è intravisto è sufficiente per permetterci qualche ulteriore riflessione che ci faccia com­prendere meglio la natura e il contenuto del­l’Eucarestia cristiana. Come già affermato al­l’inizio il nostro scopo nell’indagare nella prei­storia del Mistero eucaristico è ben più di una curiosità: è una ricerca che ci deve permettere di cogliere con maggior certezza gli elementi essenziali dell’Eucarestia cristiana. Sono questi che ci interessano di più. Ricerche e considera­zioni collaterali, indubbiamente interessanti – l’Eucarestia è così ricca -, finirebbero per ri­sultare dispersive. Per questo vogliamo evi­denziare gli elementi essenziali dell’Eucarestia sinagogale e vedere come di fatto Gesù li ha trasformati nelle sorgenti della sua ricchezza divina nella nuova Alleanza.

La «berakah», l’Eucarestia della Sinagoga, era innanzitutto la risposta umana del popolo eletto alla Parola salvifica di Dio. Ed ecco la necessità di evidenziare – per quanto possibile nella brevità di questo capitolo – come l’Euca­restia cristiana realizza questo rapporto di Parola e risposta in tutta la sua pienezza divina.

Poi, quel rito celebrava anche l’Alleanza tra Dio e il suo popolo e, celebrandola, la rifon­dava e la rafforzava sempre più. Nel prossimo capitolo tenteremo di enucleare il significato in­timo di questo rapporto tra Dio e noi nel clima della nuova ed eterna Alleanza che la Messa non solo celebra, ma ogni giorno rifonda (e ogni giorno ne nasce ricreata la Sposa di Cristo).

Per ultimo, quel pasto rituale era un ban­chetto sacrificale. E qui entreremo nel cuore della Messa, prenderemo parte intimamente alla sua azione, saremo tirati dentro e resi partecipi della sua forza che ci redime da noi stessi per innalzarci insieme con Gesù nel seno, nel cuore del Padre. E lì – immagino – vorremmo so­stare, dimorare…

 

La Parola amorosa e salvifica di Dio susci­tava dunque la risposta riconoscente e amorosa di Israele: questo è il primo significato dell’Eucarestia della vecchia Alleanza. Quando questo dialogo è trasportato nella nuova Al­leanza, quando questa figura è trasformata nel­la Messa, nella sua realtà ultima, ecco che di­venta Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo, che come Dio è la Parola salvifica che scende dal cielo per salvare gli uomini, e nello stesso tem­po, come uomo, è la risposta – assolutamente perfetta – di riconoscenza a Dio per la salvezza degli uomini. Risulta allora chiaro che Gesù è Tutto: Parola che salva e Risposta che rende grazie. Nella sua Persona, Egli è la salvezza stessa degli uomini e contemporaneamente è l’Eucarestia perfetta cantata al Padre.

Ora si tratta di approfondire l’una e l’altra. Si tratta di capire la Messa, che cosa è, che cosa vi succede. Perciò la prima cosa da capire è: Che cosa rappresenta per noi la presenza di Gesù nella Messa? Qual è il suo atteggiamen­to, quali sono le sue disposizioni d’animo, le intenzioni del cuore? Che cosa ci viene a fare, e perché? Egli è la perfezione ultima in per­sona divina e in carne umana della Parola sal­vifica di Dio, che si dà, che si impegna sino alla fine per salvare gli uomini. Ma la storia di questa Parola nella vita degli uomini è piut­tosto lunga. Non è possibile scoprirne tutto il mistero. Ma per comprendere meglio la sua perfezione ultima in Gesù dobbiamo capire qual­cosa almeno del suo lungo dialogo con gli uomini.

Abbiamo già meditato l’esperienza di Israele che si sentiva scossa quando Dio le parlava. Ma l’esperienza non finiva li. Quel fatto è di per sé sconvolgente; ma soprattutto è un incontro di gioia. Se Dio parlava ad Israele, la sua Parola era Parola che voleva salvare. E qui dobbiamo sforzarci di ripensare totalmente il nostro concetto dell’incontro di Israele con il Dio che le parlava.

 

Noi siamo ormai abituati ad aprire la Bib­bia e a trovarsi per prima cosa le pagine che raccontano la creazione. Pensiamo senz’altro che Israele abbia riconosciuto subito chi era il suo divino Interlocutore: era il Creatore del­l’universo che si presentava come protagonista fin dalle prime pagine di quel libro che nar­rava la storia del suo popolo. Niente affatto! Quando Dio parlò ad Abramo, e persino quan­do parlò a Mosè, gli Israeliti nulla sapevano di un Dio-Creatore del mondo. Dobbiamo in­vece capire che l’incontro di Israele con Dio era l’incontro con il Dio-Salvatore. Essi lo com­prendevano, lo seguivano, gli obbedivano, lo amavano come il Dio che aveva invaso la loro vita per redimerli, per dar loro una vita nuova, una speranza ricca di divine promesse. Questo spiega il loro entusiasmo, la loro esultanza nel benedire il Dio che liberamente era interve­nuto nella storia della loro vita.

Fu soltanto secoli dopo – per un processo di riflessione – che arrivarono a comprendere che il Dio-Salvatore era anche il Dio-Creatore (fu allora che aggiunsero alla Bibbia la storia del­la creazione, come un prologo).

Intanto, le sorgenti profonde della volontà salvifica di questo Dio-Salvatore rimasero na­scoste per quasi tutto il vecchio Testamento. Ci furono certamente le intuizioni meravigliose dei Profeti, ma «ufficialmente» il Dio-Salva­tore si mostrò piuttosto riservato. Quando Mosè gli chiese chi era, e come si chiamava, e che nome doveva riferire al suo popolo, rice­vette una risposta che è stata sinora oggetto di discussioni: «Sono chi sono». Oggi diversi studiosi ne danno la seguente interpretazione: «Chi sono è affar mio: tu va’ a fare quello che ti dico». Sembra però preferibile l’inter­pretazione di coloro che vedono in tali parole il senso di una presenza concreta di Dio a Israe­le. Il verbo significherebbe quindi «sono con» (te), come nel contesto immediato (Es 3, 12) e come Gesù stesso dirà un giorno: «Sarò con voi tutti i giorni».

I filosofi, invece, si sono aggrappati alla ri­sposta come a una definizione: Dio è l’esistenza stessa! E sarà vero che Egli è il principio di tutto ciò che esiste; ma Dio non è un filosofo e non sembra che nella circostanza volesse dare di Sé una definizione filosofica… Dovevamo at­tendere la rivelazione del nuovo Testamento per comprendere, in tutta la sua ampiezza, per­ché il Dio d’Israele era un Dio-Salvatore.

L’essenza stessa di Dio ci è rivelata solo quando ci vien detto che Dio tanto amò il mondo da dare il suo Figlio unigenito per sal­varlo; che questo Figlio tanto amò gli uomini da dare per essi la vita; e che entrambi vole­vano tanto averci uniti a Sé da infondere il loro proprio Spirito, la loro stessa vita nei nostri cuori. E la Messa è tutto questo! E Gesù, Parola di Dio in persona, vivente in carne uma­na, che si dà in morte sulla croce per manife­starci l’amore del Padre che sacrifica il Figlio unigenito per la nostra salvezza eterna. La Mes­sa rinnova ogni giorno il momento in cui il Figlio morì, e il momento in cui dalla sua morte, accettata dal Padre come sacrificio di soave odore, si sprigionò lo Spirito, quello Spi­rito che ci invade per farci una cosa sola con Gesù e con il Padre che ce l’ha mandato… Dun­que, nella Messa, Gesù è la Parola del Dio-Sal­vatore.

 

Ma nello stesso tempo Gesù è nella Messa risposta perfetta al Dio che salva. Perché Gesù non è solo Dio che scende in amore in mezzo a noi per redimerci: è veramente uomo, uno di noi, uno dei figli di Adamo che diventa poi il «nuovo Adamo», anzi l’«ultimo Adamo», secondo S. Paolo, che raduna in Sé tutti gli uomini per innalzarli in amore al Padre, in­sieme con Sé. Gesù, come uomo, si dà sulla croce – in un atto di perfetto amore – total­mente alla volontà del Padre. Così facendo re­dime la stirpe umana che si era staccata da Dio precisamente perché si era rifiutata di fare la volontà del Padre, e aveva voluto scegliere se stessa, la propria volontà, il proprio capriccio, respingendo Dio e il suo infinito amore.

A questo insulto Dio ha risposto con la fol­lia di un amore che ha voluto sacrificare il proprio Figlio per noi ribelli. E questo Figlio, fat­tosi uno di noi, ristabilisce il rapporto di ami­cizia, di amore con il Padre, nel dono totale di Se stesso sulla croce. La Messa ce lo presenta in questo atto stesso, che è l’inno il più per­fetto possibile alla gloria del Padre. Egli, at­traverso il suo Spirito, effuso nei nostri cuori, proprio per il sacrificio della Messa, ci associa tutti a Sé, facendoci tutti figli del Padre, in Lui, il Figlio unico: e così tutti insieme ci offriamo nel suo atto di amore al Padre per adorarlo, per benedirlo, per ringraziarlo, per amarlo, insomma per cantargli la nostra «be­rakah», la nostra «Eucarestia» in risposta al suo atto di amore per cui ci ha mandato la Salvezza eterna in persona. E così in Gesù-uo­mo noi ringraziamo il Padre per il dono di Gesù-Dio. E in Lui, e per Lui, con Lui noi cantiamo gloria senza fine al Padre. E in Lui e con Lui pronunciamo la sua «berakah»: «Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà». É la «berakah», l’Eucarestia più perfetta di tutti i tempi!

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