Incomparabile sofferenza

image_pdf

Mi sono chiesto: da uomo, da cristiano, da sacerdote… è possibile dire una parola non banale a riguardo dell’olandese Noa?

Certamente, un rischio è quello di un giudizio troppo affrettato. Un buonismo a riguardo di se stessi che scivola e sfocia in un’implacabile condanna di fronte al suo gesto.

Si dimenticherebbe allora che la vita riserva anche situazioni, momenti, legami viscerali morbosi che si trasformano in uno zaino troppo pesante da portare. Un fardello sulle spalle che solo ti ribalta a terra e non sembra lasciarti possibilità di scampo.

Un tunnel che appare senza speranza e senza uscita, soprattutto.

Mi sono anche chiesto: quanto è il peso delle decisioni altrui, soprattutto degli adulti, nel determinare il suo lasciarsi morire?

Adulti che delegano sempre più la responsabilità ai piccoli, adulti in primo luogo violenti, adulti che permettono leggi quantomeno discutibili.

 

Manca ancora la domanda fondamentale: “Cosa pensa Gesù di tutto ciò?”

O meglio, poiché per Gesù pensare e amare sono la stessa cosa: “Noa, almeno nel mondo al di là di ogni sofferenza, in un faccia a faccia incomparabile, si lascerà voler bene (questa volta, con rispetto e dignità incomparabile) almeno da Gesù?”

 

Noa Pothoven era una ragazza conosciuta, nel suo paese. Aveva da poco pubblicato un’autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti, intitolata  “Winnen of leren” (“Vincere o imparare”). Allora ci sono anche adulti e adolescenti che premiano una storia, per quanto fortemente drammatica, ma – nel momento decisivo – lasciano la protagonista sola con la mamma.

 

La forza travolgente di “sperare per tutti” (che diventa preghiera non solo sussurrata, ma anche e soprattutto gridata) si trasforma nell’alba della poesia.

 

Tunneling

(essere sotto, la luce persa, il naso rotto)

 

Buio e disperazione.

Luce zero da nessuna direzione.

Arranchi, cammini e sbatti il naso.

Provi, riprovi e ancora non ti arrendi.

Ma sai benissimo cosa ti è capitato:

da una vita di nuvole e sole

sei finito nel nero più nero.

 

Chi mi salverà?

Chi mi tirerà fuori?

Ne uscirò mai?

Gli altri… come se non ci fossero.

Peggio, sanno solo infastidire,

loro che ancora vedono il sole.

 

Siamo d’estate e chi è fuori si abbronza.

Tutti corrono i cento metri…

Mi dicono che anch’io devo correre, più forte.

Ma ho come… la gamba rotta,

neppure camminare è possibile.

 

Intanto sbatto il naso nell’oscurità del tunnel.

Finché mi rompo la faccia.

Adesso “vivo” nella certezza: non ne uscirò mai.

Gli altri (ben inteso, da fuori)

strattonano, spingono, minimizzano, si esasperano.

Costringono ad uscire: ridicoli, non sapete la strada!

Mi costringo ad uscire: tragico, solo mi rompo il naso!

Grottesco: tirandomi – dicendo di provare a farmi uscire –

mi fanno prendere la botta più pesante.

Allora dico che è proprio finita.

Provi a cambiare le carte in tavola,

ma la briscola non viene. Almeno a te.

*

Poi succede qualcosa.

Qualcuno ti fa vedere che non si tratta propriamente di un tunnel,

ma di un ammasso di macerie in cui tu ti sei scavato una nicchia.

Avevi bisogno di un riparo più efficace

per difenderti

e te lo sei costruito lasciandoti crollare addosso

le mura che ti circondavano.

 

Basta un gesto.

Basta un cenno.

Basta un battito di ciglia.

Lui è lì.

Si può buttar giù definitivamente tutto:

vedere il cielo, circondato dalle MIE rovine.

Ma adesso so che con qualcuno e Qualcuno,

un mattone al giorno,

si potrà non solo guardare e guardarsi,

ma – miracolo in senso vero –

fare in modo che quel tunnel dia-bolico

diventi una casa,

la mia.

 

 

don Paolo Mojoli

Un pensiero su “Incomparabile sofferenza

  1. Non abbiamo letto molto a riguardo ma la notizia, nuda e cruda, è nota ed è sconvolgente.
    Sinceramente il nostro sentimento non è stato di condanna. Bisogna vivere certe situazione oppure essere fianco a fianco di chi le vive per comprenderle.
    Ma proprio questo “essere fianco a fianco” è quello che, forse, è mancato. A 17 anni si può decidere da soli? I genitori della ragazza? Le persone che la conoscevano?
    La sensazione è che più di morte cercata sia stata una morte d’abbandonata. Chi le è stata a fianco? Chi ha provato a sostenerla?
    Non è che l’indifferenza ne uccida più della.. eutanasia?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.