La Messa Mistero nuziale. 7.

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Oltre che essere risposta alla Parola salvi­fica di Dio, l’Eucarestia sinagogale era la celebrazione dell’Alleanza con la quale Dio strin­geva a Sé il suo popolo. Trasferito nella nuova Alleanza, tale elemento riceve il suo ultimo perfezionamento nell’Eucarestia cristiana.

Prima di tutto, però, è necessario verificare in cosa consiste il progresso e lo sviluppo del­la nuova Alleanza in confronto alla Vecchia. Già era stato previsto dai Profeti che l’era mes­sianica sarebbe stata caratterizzata da un’inte­riorizzazione dell’Alleanza mosaica. L’apparte­nenza reciproca tra Dio e il suo popolo e i loro mutui rapporti sarebbero stati comandati non da una legge esteriore, ma dalla presenza di una legge ormai scritta nel fondo dei cuori. Geremia annuncia: «Metterò la mia legge nel fondo del loro essere e la scriverò sui loro cuori. E allora sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo». Per Ezechiele, invece, il nuo­vo intimo rapporto fra Dio e il suo popolo sarà l’effetto dell’effusione dello Spirito di Dio nei cuori: «Io metterò il mio Spirito in voi… e voi sarete il mio popolo e Io sarò il vostro Dio».

Questa formula che esprime la mutua appar­tenenza nella vecchia Alleanza ricorre di rado nel nuovo Testamento, ma viene sostituita da formule equivalenti che ribadiscono il medesi­mo rapporto, però in un contesto molto più intimo. Pensiamo alle ricorrenti frasi di S. Pao­lo: «Cristo in voi», «Voi in Cristo» e con­simili Soprattutto in S. Giovanni gli esegeti trovano una continuazione della dottrina tradi­zionale dell’Alleanza nell’uso della parola «di­morare». Quasi settanta volte tra Vangelo e Lettere egli parla della dimora di Dio e di Gesù in noi, o della nostra dimora in Lui; spesso poi le collega in un mutuo rapporto: «Io in voi, voi in Me», sicché presenta la formula del vecchio Testamento in una veste nuova più intima e spirituale. Anche quando il rapporto reciproco non è formalmente espresso, è sem­pre sottinteso.

D’altro canto, la medesima idea ritorna in tante altre immagini. Per esempio, nell’Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qual­cuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con Me». Cominciamo qui a sentire il clima di intima comunione che contraddistingue l’Alleanza del nuovo Testamento e che trova la sua espressione più forte nel concetto biblico della mu­tua «conoscenza» d’amore.

 

Già dal principio la parola «conoscere» ha nella Bibbia un senso molto più profondo di quello che comunemente le attribuiamo. Non è una conoscenza mediante i sensi esterni, che risulti dal vedere o dall’udire. E sempre una conoscenza dell’altro che fa parte dell’esperien­za intima di amore, risulta dalla comunione interpersonale nella quale si arriva quasi a toc­care il fondo dell’altro. S. Giovanni cita esplicitamente – come modello e sorgente di que­sta intima conoscenza d’amore – l’unione e la fusione tra Padre e Figlio nella santissima Tri­nità, e non esita a paragonarla alla conoscenza amorosa che intercorre fra Gesù e il fedele che lo ama: «Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono Me, come il Padre conosce e Io conosco il Padre».

Già secoli prima il profeta Osea aveva pre­visto che la perfezione della nuova Alleanza sarebbe consistita nella mutua conoscenza in­teriore dell’amore. Per questo aveva voluto presentarla sotto la figura di un matrimonio, di un vero e proprio atto coniugale: «In quel giorno non mi chiamerai più padrone, ma… mio marito» (!) Il termine «marito» dà un sussulto al cuore. Ma ciò che segue è ancora più profondo e forte: «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore». E la frase ha tutto il senso biblico dell’unione più intima e personale, elevata e trasfigurata su un piano totalmente spirituale, dove l’Alleanza nuova ed eterna sarà destinata a trovare la sua perfezione ultima nelle nozze con l’Agnello.

Ma se anche la vecchia Alleanza si presen­tava come un patto nuziale fra Israele e il suo Dio, il concetto è ancor più rafforzato nella nuova Alleanza, nel contesto del legame perso­nale e interiore con Gesù. Difatti il progresso dalla vecchia alla nuova Alleanza non consiste solo in una maggiore intimità del rapporto, ma anche nel fatto che è diventato un rapporto con l’individuo.

Nella vecchia Alleanza la formula: «Vostro Dio, mio popolo» era spesso collegata con la promessa: «Abiterò in mezzo a voi», la quale implicitamente era anche una formula recipro­ca. Nella nuova Alleanza questo rapporto reci­proco abitare-insieme diventa esplicito e  più importante – non è solo un abitare «in mezzo a voi» (e voi accanto a me); adesso è un abi­tare, un dimorare «in voi, e voi in me».

Giustamente i Profeti hanno interpretato la mutua appartenenza e la coabitazione della vecchia Alleanza nel senso di un «matrimonio». Ma nella nuova Alleanza la mutua appartenen­za e già scontata in partenza: il buon Pastore dà la vita per le sue pecore, «le compra a caro prezzo», quello del Suo Sangue. Considerando il rapporto che ne risulta, troviamo allora che la coabitazione è diventata inabitazione, e che ogni concetto di matrimonio è totalmente su­perato nell’interiorità del nuovo legame.

Ma troviamo soprattutto – ed è questa la novità della nuova Alleanza – che tale intimità diventa necessariamente un rapporto personale fra l’individuo e il suo Dio: non è più limitato alla sola comunità. La Chiesa è Sposa, ma an­che l’individuo è – sempre – sposa nella Chiesa. Infatti l’intimità nuziale si realizza dapprima nell’individuo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in Me e io in lui». Ed è l’Eucarestia stessa a suggerire il senso della massima unione e intimità, è sempre l’Eu­carestia a suscitare il concetto nuziale. Già la promessa insisteva a tal punto su un immede­simarsi in Gesù da parte del credente, che di credenti ne rimasero pochi. Era un discorso «duro» per coloro che erano incapaci di ca­pirlo come «Spirito e vita», e lo intendevano invece solo come una fusione sul piano della carne umana.

 

Eppure, nonostante la forte reazione d’in­comprensione, Gesù continuò sino in fondo per rivelare l’ultimo profondo desiderio del suo cuore. Egli voleva che essi mangiassero la sua Carne, che bevessero il suo Sangue solo per­ché il suo cuore mirava a un’intimità ancora più inaudita. Qualcosa che sino ad allora non era mai stata suggerita – al di fuori dei sogni irresponsabili  in un discorso di amore: «Se mi mangerete, allora io potrò dimorare in voi, e voi in me». Ecco la verità ultima, ecco il segreto nascosto del suo amore, ecco dove vuoi arrivare l’ardore di questo divino Amante: là dove nessun amore umano è mai potuto giun­gere…

Ma non basta ancora per il Dio che è Amore, l’Amore stesso, anzi. Egli vuole che la sua sposa sia totalmente «un solo corpo, un solo spirito» con Lui, da diventare parte integrante, parte vivente di Sé, come il tralcio è parte vi­vente della vite.

Ormai ogni immagine di amore umano è scomparsa, eclissata. Solo un’intimità, solo un’unione, un’unità supera questa: «Come Tu Padre in me e io in Te». Ecco dove approdia­mo, ecco il discorso che l’Eucarestia introduce. Mangiare Gesù è mangiare «l’albero della vi­ta» per diventare «come dei», «sicut dii» (Gen 3, 5).

Che sia questo il motivo per cui Gesù ha voluto che sia l’Eucarestia stessa a creare la sua Sposa? E proprio così infatti, e per capirlo meglio è necessario rifarsi alla prima Alleanza per porre in risalto come essa aveva creato il popolo di Dio, l’antica figura della Sposa del­l’Agnello.

 

Fu la Parola di Dio a creare il popolo di Dio. Prima che Dio parlasse a Mosè, Israele era una tribù qualunque. Fu la sua Parola a radunarla al suo cospetto per propone il suo disegno d’amore e di salvezza. Ma a Dio non bastava solo una dichiarazione di pie intenzioni. Egli volle fatti; un’Alleanza bilaterale, obbligatoria: «Io   tuo, tu mio»; amanti cioè non liberi, va­cillanti, infedeli, ma sposati! Dunque: un pat­to, un’Alleanza d’amore e di fedeltà.

E poi (e qui già si intravvede l’ardore del­l’Amante divino che un giorno si rivelerà in un’altra Alleanza), «la nostra vita di amore e di comunione deve incominciare subito, deve attuarsi in un banchetto che è sacrificio, cioè dono di sé – a me – e comunione di vita tra noi».

Il banchetto pasquale – e in seguito il pasto rituale – erano precisamente questo: sacrificio e desiderio, simbolo almeno di comunione vi­tale con Dio. Così la Parola creò la Sposa, quella infedele, che doveva aspettare che il suo Sposo si incarnasse prima di essere capace del nuovo ed eterno matrimonio con Lui promesso dai profeti.

Lo Sposo sempre fedele non mancò alla sua Parola. Mandò la Parola stessa in persona di­vina – il Figlio unigenito – per compiere tutto ciò che aveva promesso: salvarla e unirla a Sé per sempre. E ogni giorno Egli tutto ciò lo compie nuovamente nella Messa. Ogni giorno l’Eucarestia rinnova questo disegno d’amore. Ogni giorno nell’Eucaristia Egli crea la sua Sposa e la stringe a Sé5. E Lui stesso ora la Parola di Dio vivente in carne umana.

Si presenta a lei non più con parole di sal­vezza, ma dall’alto della croce come il Figlio di Dio che dà la vita per lei e che testimonia con la morte la realtà del suo amore per lei. E quan­do parla, quando propone a lei una vita a due tra loro, non è solo come nella vecchia Allean­za: «Io tuo Dio, voi mio popolo», dove la sposa era piuttosto una serva. Ora si profila un’unione di incredibile intimità: un perdersi in Lui e Lui che invade tutto l’essere di lei, un amplesso totale che unisce lei e Lui in ogni fibra della sua persona. Lui che circola nel san­gue di lei. Ecco la Parola del Dio-Amore che ogni mattina nella Messa propone oggi il ma­trimonio alla sua Sposa. Insiste sul matrimo­nio, niente meno di quello. Come nella vecchia Alleanza: non parole vaghe, ma fatti. Un patto bilaterale: matrimonio: l’Alleanza nuova ed eterna, il matrimonio nuovo ed eterno dei profeti.

Queste non sono parole pie o esagerate. Guardiamo in faccia la realtà: ogni giorno nel­la Messa Gesù stringe con noi il patto di un matrimonio spirituale della nuova Alleanza. Perché ogni Messa rinnova l’ultima Cena, e nell’ultima Cena Gesù ha proposto ai suoi commensali il patto della nuova Alleanza per avere la risposta della loro fede – la loro accettazio­ne – come un tempo con Israele nel deserto. Egli ha detto: «Questo calice è la nuova Al­leanza nel mio sangue» e lo ha offerto loro da bere. L’Alleanza si fa nel Sangue dell’Agnello (Mosè asperse il popolo col sangue d’un agnello e disse: «Questo è il sangue dell’Alleanza con Jahvé»). Accettando il suo Corpo spezzato per loro, bevendo il suo Sangue sparso per loro, essi accettavano la nuova Alleanza. E noi fac­ciamo lo stesso ogni mattina nella Messa.

Ogni mattina Egli ci propone l’Alleanza, ci propone il matrimonio eterno con Lui. Ogni mattina Egli attende la nostra risposta di fede nel Sangue dell’Alleanza, la nostra accettazione, il nostro «si» al suo «Mi vuoi?» E pren­dendo il suo Corpo e il suo Sangue, la Sposa e ci riferiamo alla persona individuale – entra in matrimonio eterno, nella Alleanza eterna con Lui… Ma Egli è sempre quell’Amante ar­dente che già conosciamo. Insiste che s’inco­minci subito con la vita a due, subito con la comunione vitale d’amore. Prima il banchetto sacro era solo simbolo: si mangiava il cibo of­ferto a Dio, e uno si cullava nel sogno che que­sto rito costituisse in qualche maniera una co­munione di vita con Lui. Brama, desiderio, spe­ranza… nulla più. Ma ora la figura è passata. Ora è la Realtà. Il simbolo di comunione – il banchetto – ora è Lui stesso, come cibo: Si mangia Dio in carne umana, ricevendolo in bocca sotto forma di pane. E il Dio-Uomo, en­trando nel cuore della Sposa umana, la invade tutta con il suo Spirito, la possiede totalmente e la fa tutta sua.

Il matrimonio non era quindi un simbolo audace. Era una figura troppo bassa, troppo povera, troppo meschina per l’incredibile real­tà. Ora capiamo perché Gesù, nell’ultima Cena, subito dopo l’istituzione dell’Eucarestia, si è messo a parlare dell’intimità «stupenda ni­mis» che la nuova Alleanza apriva: un’inti­mità di «io in te, tu in me» che finiva solo con la promessa di essere «consumati in unum».

 

Tutto questo riceve un significato ancora più concreto quando viene meditato alla luce degli studi dell’esegesi moderna intorno alle pa­role di Gesù – riportate da Marco (14,24) e Matteo (26,28) – al momento dell’istituzione dell’Eucarestia. Secondo gli esegeti, Egli si è identificato con l’Alleanza. Tradotta alla lette­ra6 la formula di consacrazione sarebbe: «Que­sto è il sangue di me, dell’Alleanza». L’inso­lita e difficile costruzione grammaticale (in greco, come in aramaico) rende manifesta l’in­tenzione di Gesù di sottolineare l’identità. Difatti Gesù inserisce se stesso («me») nella for­mula di Mosè: «Questo è il sangue dell’alleanza» (Es 24, 8).

Le implicazioni sono forti. Il patto matrimo­niale della nuova Alleanza non si esprime come quello dell’antica Alleanza, in un rapporto puramente giuridico con Dio. Se la nuova Al­leanza è Gesù stesso, in persona, vuol dire che si entra nell’Alleanza soltanto «entrando in Gesù», identificandosi in Lui, diventando «Gesù». Il matrimonio nuovo e eterno, o è vissuto come un atto continuo – diventato stato permanente – di unione personale, o non esiste affatto. Non ci sono periodi di appartenenza puramente giuridica senza unione personale concreta con lo Sposo.

Né tralasciamo di osservare che Gesù mo­stra la massima volontà concreta di raggiun­gere il suo scopo. Egli si dichiara Alleanza in persona – e pertanto ci costringe a «diventare Lui» se vogliamo entrare nell’Alleanza per es­sere redenti – proprio nel momento in cui si offre – e ci comanda di accettare – il mezzo più efficace di realizzare la nostra unione personale con Lui: «Mangiate… questo è il mio corpo», «Bevete… questo è il mio sangue». «Chi man­gia la mia carne, chi beve il mio sangue – aveva già detto prima – rimane in me, e io in lui».

Quando poi altrove nel nuovo Testamento7 Gesù si presenta come Sposo conferma quanto abbiamo qui meditato. E sorprendente che Egli si astenga dal presentare la sposa. Egli vuol suggerire che tutta l’unione matrimoniale si effettua nella sua persona. Come Egli non è sol­tanto una delle due parti – Dio e il popolo – che contraggono il patto matrimoniale dell’Al­leanza ma tutte e due contemporaneamente, così Egli non si presenta come uno Sposo davanti ad una sposa8. Egli appare come lo Sposo che già «include» la sposa in sé. Lui la pos­siede totalmente, al punto che lei ormai è com­pletamente sparita in Lui. Questa volta Sposo e sposa sono diventati «uno» in tutta verità. Paolo dirà che sono «un solo corpo in un solo Spirito». La gioia della sposa è di sapere che «l’unico corpo» è quello di LUI!

5 ­Cristo originalmente crea la sposa attraverso il Mistero pasquale operante nel sacramento del Battesimo. L’Eucarestia, ripresentando l’Ultima Cena e la croce, la crea nuovamente giorno per giorno. I Padri hanno sempre visto il simbolo di questi due sacramenti nel sangue e nell’acqua usciti dal costato del Crocifisso.

6 Jean Galot, Chi sei tu, o Cristo?, Firenze 1977, p. 103.

7 Gv 3, 29; Mc 2, 19-20; Mt 25, 1-13; Lc 12, 36; Mt 22, 2.

8 Jean Galot, op. cit., p 108.

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