La Messa Mistero nuziale. 8. Dal grande dramma alla suprema gioia

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Il terzo aspetto essenziale del rito giudaico in famiglia è che costituiva un banchetto sacrificale. Abbiamo già visto che probabilmente al tempo di Mosè era l’unico sacrificio nel quale l’Israelita si faceva commensale di Dio per cer­care una comunione vitale con Lui – brama e speranza che si realizza soltanto nell’Eucarestia cristiana.

Questo pasto, di fatto, era già un sacrificio prima di Mosè. Lo era per Abramo, nomade del deserto, pellegrino verso la terra che Dio gli aveva comandato di cercare. Lo era ancora prima, quando era il rito delle tribù di Canaan, da cui Abramo lo assunse. Anche questa gente, povera e senza cultura, che viveva – priva di una fede chiara – «nell’ombra della morte»spirituale, riusciva ad intuire la necessità di of­frire un sacrificio di omaggio a una Divinità ignota.

In loro era solo il grido istintivo del cuore della creatura al cuore del Creatore. Con Abramo il rito già si arricchisce di un senso nuovo: per lui, infatti, era espressione della sua fede nel suo Dio che gli aveva parlato. Mosè lo tra­sformò nel banchetto pasquale, memoriale del­la redenzione d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. E Gesù lo trasformò in se stesso, Vittima di­vina che muore e risorge per la salvezza eterna…

Tale sacrificio si rinnova quotidianamente nella Messa. La liturgia dell’offertorio non è praticamente cambiata dai tempi delle tribù sperdute nel deserto intorno a Canaan: nulla di importante vi è stato aggiunto.

Lo abbiamo già detto: il sacrificio, omaggio a Dio, è religione istintiva dell’uomo. Cruento o incruento, con animali o vittime umane, l’idea di sacrificio è sempre la stessa: ricono­scere che la vita è dono di Dio e cercare di offrire la vita a Lui. Col procedere dei tempi la forma del sacrificio mutò. Sugli altari, al posto di animali, furono messe le primizie – pane e vino – e altri prodotti della terra: ed era un offrire a Dio ciò che alimentava la vita, ciò che rappresentava lo sforzo della vita, e costituiva un simbolo valido per riconoscere il dono di Dio e ringraziarlo.

Noi facciamo la stessa cosa esprimendo la nostra intenzione: «In spirito e contrizione di cuore possiamo esserti accetti, Signore»9.

Notiamolo molto bene: quello che offriamo a Dio nell’offertorio non è affatto il Figlio, Gesù Cristo. Qui offriamo noi stessi, presenti Sotto il simbolo dei doni di pane e vino posti sull’altare. Ed infatti aggiungiamo: «E il no­stro sacrificio si compia oggi alla tua presenza, in modo tale che ti sia gradito, Signore Dio». Si tratta sempre dell’offerta di noi stessi. Fin qui sull’altare abbiamo solo: pane e vino e – in simbolo – noi. Roba di poco valore.

Abbiamo cominciato con l’offrire a Dio pane e vino, privi di per sé di valore e significato; mettendo noi stessi in questi doni li abbiamo arricchiti di un certo significato. Ma il valore, purtroppo, non è aumentato di molto, forse è diminuito: siamo sempre gli stessi poveri pec­catori!… Però, mentre recitiamo questa pre­ghiera dell’offertorio, nonostante la nostra mi­seria, c’è nel nostro cuore un sommesso canto di gioia. Sappiamo che fra pochi minuti non ci sarà solo pane e vino e noi: ci sarà un Altro! – e allora si che il nostro sacrificio avrà valore!

Passano quei minuti, ed eccoci ormai alla consacrazione. Si potrebbe scendete nei detta­gli, ma ciò che qui interessa è seguire il movi­mento della Messa per afferrarne il significato drammatico e poterci aprire alla sua azione re­dentrice – e nuziale – su di noi. Vogliamo tro­vare il nostro posto in questo dramma umano-divino, vogliamo scoprire che cosa il Protago­nista divino aspetta da noi come cooperazione al suo atto di redenzione compiuto per la nostra salvezza. Vogliamo rispondere alla doman­da: «In fin dei conti, perché vado a Messa? Solo perché sono abituato ad andarci? O per­ché voglio proseguire nelle mie devozioni, dire il mio rosario, farmi una bella meditazione?»

Se io voglio seguire Gesù che mi dice: «Fate questo come memoriale di me» non sarà per nessuno di questi motivi. Sarà invece per unir­mi totalmente a Lui, per fare con Lui ciò che Egli stesso fa. Perché Lui lo fa non solo per Se stesso, ma principalmente per me, e vuole che io lo faccia con Lui. La sua azione nella Messa è infatti soprattutto un’azione che vuoi strap­parmi a me stesso per far sì che io m’immede­simi in Lui, onde potermi portare con Sé nel­l’amplesso del Padre.

Se io faccio qualche altra cosa, per buona e bella che sia, non faccio ciò che Egli vuole da me in quel momento. E se non mi unisco nella fede e nell’amore alla sua azione redentrice per me, non ne divento partecipe. Una presenza soltanto fisica alla Messa giova ben poco. É una disposizione d’animo troppo materiale. L’im­portante, l’essenziale è di entrare con Lui nel suo atto di salvezza per me. E quando mi trovo davanti alla consacrazione, e sono ben convin­to che vengo a Messa per farvi qualcosa, per prendere la mia parte nel dramma che essa attua, non posso non essere totalmente coin­volto in questo momento supremamente dram­matico – e drammatico per me.

Sta per avvenire il miracolo! Non accenno al miracolo che mi darà il Corpo e il Sangue di Gesù. Questo mistero, lo adoro con tutta la capacità del mio cuore, ma penso all’altro mira­colo: a ciò che Gesù farà in me nello stesso tempo. Sono conscio che all’offertorio ho vo­luto offrire a Dio pane e vino – che per Dio non avevano, ovviamente, né valore né signi­ficato. Il significato l’ho aggiunto io, mettendo me stesso sotto il simbolo dei doni. Ed ora sarà Gesù a mettere il valore – quel valore che io non posso mettere nella mia offerta a Dio.

In questo momento pane e vino diventano Corpo e Sangue del Figlio di Dio che si dà in morte in un supremo atto d’amore al Padre. Per il Padre, il Figlio è letteralmente il suo Tutto. Per il Padre, questo Figlio che si dà totalmente a Lui sino alla morte in croce per puro amore, è il dono assolutamente irresisti­bile. Ecco allora cosa è successo: il mio povero dono privo di valore – pane e vino – è di­ventato il dono semplicemente perfetto per il Padre.

Basterebbe già questo, ma la mia gioia incon­tenibile è un’altra. In quel pane e vino io ho messo un significato – me stesso, misera crea­tura – e Gesù non solo ha dato il suo valore al pane e al vino: l’ha dato anche al «signifi­cato» del pane e del vino. Gesù ha preso anche me insieme col pane e col vino e ha cam­biato anche me in Se stesso, anche a me ha dato il valore d’un dono irresistibile, il valore di Se stesso mentre si offre in morte al Padre! E questo che mi succede alla Consacrazione.

 

Ma, come può essere?… e come Gesù fa questo? Qui è necessaria la massima attenzio­ne, poiché ci troviamo nel cuore stesso del mi­stero della nostra redenzione e nel cuore del suo rinnovamento nella Messa. Il momento preciso in cui noi siamo presenti alla morte di Gesù sul Golgota, rinnovata attualmente per noi nella Messa, è il momento della consacra­zione. E in questo istante che Egli si presenta sull’altare nell’atto stesso di offrirsi in sacri­ficio al Padre. In quel momento noi siamo presenti a Lui mentre muore.

Entriamo solo per un attimo nel mistero del «come». Sarebbe una questione lunga, ma limitiamoci all’essenziale. La Persona che muore è una Persona divina ed eterna: per questo il suo atto di morire – che per noi accade in un momento unico, irripetibile della storia uma­na – partecipa all’eternità della persona del Figlio di Dio. Ma la questione è ancora più complessa. L’atto di amore del Figlio che si dà in morte alla volontà del Padre è un atto eterno. Ma la morte succede ovviamente non nella sua natura divina, bensì in quella umana. Perciò dobbiamo fissare il momento stesso del­la morte di Gesù e renderci conto del fatto che è il momento in cui il suo sacrificio è completo, perfetto. E cioè il momento in cui il Padre lo accoglie nella gloria. Il suo corpo rimarrà nel sepolcro, esternamente risorgerà in modo visibile solo nel terzo giorno, ma dal primo istante, la sua anima è glorificata. Al momento della morte, Gesù passa nella gloria, entra nel­l’eternità. Così l’istante della sua morte è im­mortalato per sempre. Per questa ragione è fuori del tempo, è un atto trans-storico, meta­storico, un atto che supera tempo e storia, co­sicché noi lo possiamo raggiungere, in qualun­que momento, nella presenza attuale di Gesù con noi. In Lui tutta la sua esistenza – quella eterna e celeste, e anche quella terrestre – si fonde in modo meraviglioso senza soluzioni di continuità.

Al momento della consacrazione dunque Egli ci mette in contatto intimo, diretto con il mo­mento in cui muore in amore per il Padre. Ma quel momento corrisponde esattamente – per­ché coincide perfettamente – col momento in cui il Padre lo accoglie in amore e lo corona di gloria, trasformando la sua stessa umanità – of­ferta a Lui in morte – nello Spirito di Dio. In quel momento Gesù-uomo diventa (secondo quanto insegna S. Paolo) «Spirito vivifican­te». La sua umanità è ormai Spirito di Dio e sorgente inesauribile dello Spirito per tutti i redenti nel suo Sangue.

In quel momento dunque se noi, mediante la fede, ci uniamo a Lui, nella sua morte e nella sua glorificazione, noi veniamo inondati del suo Spirito, quello Spirito che è la sua vita intima e che ci afferra per farci «un solo corpo, un solo spirito», una sola vita, una sola entità vivente con Lui. In quel preciso momento, infatti, Gesù crea la sua Sposa, e la crea infon­dendo in lei il suo Spirito, la crea mediante una comunicazione vitale di ciò che ha in Sé di più intimo e di più profondo.

Già prima della comunione, già dalla con­sacrazione – che è il momento della sua morte e glorificazione – l’anima è invasa dalla forza redentrice che sgorga dal costato di Gesù. Con l’ultimo fiotto del suo Sangue scaturisce già quell’«acqua pura», quell’«acqua viva» pro­messa dai profeti – e promessa da Lui. Sgor­gano già i fiumi dello Spirito. Basta che accet­tiamo la morte dell’Agnello, basta che credia­mo alla redenzione nel suo Sangue e siamo già entrati nella nuova Alleanza con Lui. Il suo Spirito ci possiede da quell’istante: e mentre quello Spirito redime e unisce a Sé l’anima cre­dente, la innalza e la porta nel cuore di Gesù dove viene abbracciata come Sposa. Gesù e l’anima redenta da Lui diventano una sola vita; lei si inserisce in Lui come un tralcio nella vite, lei, sua Sposa, diviene parte di Lui che l’af­ferra con il suo Spirito e la trae a Sé. Nell’ulti­ma Cena Egli le aveva promesso quest’unità di vita. Ora la conduce con Sé, come parte di Sé, mentre entra nell’amplesso dell’amore eterno del Padre… Lei è ormai una sola cosa con Lui mentre Lui viene accolto dal Padre, nel cuore della Messa, quale dono irresistibile.

9 Rito certosino.

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