La Messa Mistero nuziale. 9. Lo Spirito e la sposa

La realtà più vera e più profonda dell’ultima Cena – che si rinnova in ogni Liturgia eucari­stica – ci permette d’insistere ora su un con­cetto più volte accennato, e cioè che il mistero dell’Eucarestia cristiana è innanzi tutto fonda­mentalmente un mistero nuziale. E non solo perché l’essenza stessa del cristianesimo risiede precisamente nel preparare la Sposa che dovrà discendere da Dio adorna per le nozze con l’A­gnello, ma perché è soprattutto mediante l’Eu­carestia che Dio la prepara.

Una conclusione quindi si impone. Da parte della Sposa, la Messa rappresenta il suo con­senso al matrimonio eterno della nuova Allean­za, in quanto ella accetta nella fede tale Al­leanza a lei offerta nel Sangue di Gesù sparso per la sua salvezza. Da parte di Gesù Egli, nella Messa, ogni giorno ripropone o almeno rinnova questa offerta di Alleanza e matrimo­nio alla Sposa, e contemporaneamente, ritor­nando al suo atto di redenzione sul Calvario, crea nuovamente la Sposa per comunicarle il suo Spirito e la sua Vita…

Ritornando al momento della consacrazione, abbiamo già riflettuto che nell’istante in cui si offre al Padre, Gesù conduce anche noi con Sé nell’intimità del suo amplesso. Subito dopo la consacrazione, vengono tre preghiere (ca­none romano). In esse la Chiesa si associa con­sapevolmente a Gesù nel suo sacrificio e lo offre al Padre; e insieme con Lui offre se stessa, fiduciosa ormai d’una favorevole accoglienza, sapendosi e sentendosi parte stessa di Gesù, il Dono irresistibile per il Padre.

Notiamo il progresso di pensiero ed azione delle tre preghiere. Nella prima, la Chiesa of­fre Gesù come dono infinitamente gradito al Padre, per poter poi, nella seconda e nella ter­za, offrire se stessa con Lui.

La prima preghiera incomincia subito come risposta al comando di Gesù: «Fate questo come memoriale di me». «Unde et memores» sono le prime parole, e vogliono non solo ac­consentire al suo invito di celebrare l’Eucare­stia come un ricordo del suo atto di reden­zione, ma ancor più insistere – secondo quanto abbiamo già meditato – che ogni Messa è il vero memoriale della sua morte e resurrezione, ciò che ce lo rende presente in questo momen­to nella sua perenne attualità (la quarta pre­ghiera eucaristica dice infatti: «memoriale ce­lebrantes»).

E qui il canone romano nel resto di questa prima preghiera continua a ribadire il concetto del «memoriale» in parole di una rara ric­chezza spirituale. Offrendo al Padre la Vittima del Calvario, trova la maniera di identificare l’«hostiam puram», l’«hostiam sanctam», l’«hostiam immaculatam» che è qui davanti a noi adesso sull’altare, con il suo Figlio morto e risorto per noi, di cui facciamo il «memoriale». Vedete come il «memoriale» lega insie­me, congiunge, unisce, identifica l’avvenimen­to storico irripetibile, realizzato una volta per sempre, con il fatto nuovo di ogni mattina, con la nuova celebrazione, cioè con il rinnovamento dello stesso, unico fatto storico perennemente attuale. Tutta la teologia del sacrificio della Messa è in questa parola, in questo concetto del «memoriale».

Notiamo un’altra espressione bellissima: «de tuis donis ac datis». Diciamo al Padre: «Ti offriamo il tuo Figlio prediletto che Tu stesso ci hai donato (perché potessimo offrirlo a Te)». Questo inciso, di un’indicibile delica­tezza e riconoscenza, che trabocca dalla consapevolezza del nostro nulla, dalla coscienza della nostra miseria e contemporaneamente della in­finita ricchezza del Tesoro divino che abbiamo nelle mani, è rimasto quasi tale e quale era nella liturgia giudaica, trovando qui il suo sen­so pieno.

Lì la frase riconosceva che tutto ciò che l’uomo poteva offrire a Dio veniva già da Lui, mentre qui riconosce che il Padre ha dato il suo Tutto, il proprio Figlio, in morte per noi – prima sul Calvario, adesso sull’altare. Ma ritorneremo su questo concetto nella seconda preghiera. Per ora prestiamo attenzione all’or­dine delle parole che seguono. Il nesso logico è questo: «Ti offriamo – ed è il tuo Dono a noi – questa Vittima pura, santa, immacolata, questo pane di vita eterna e calice di salvezza eterna». Si parla prima della vittima pura e immacolata e soltanto dopo della nostra salvezza.

Sotto questo aspetto, delicato per l’ordine giusto dei concetti, si nasconde una verità pro­fonda. Il sacrificio del Calvario è in primo luo­go un atto d’amore infinito, offerto dal Figlio di Dio al Padre suo. Ed è proprio perché è soprattutto questo che in secondo luogo – e come effetto immediato – è anche l’atto che è per noi la salvezza eterna. Difatti questi due aspetti – del Calvario e della Messa – sono le due facce di un’unica realtà. Non si possono separare, sono inscindibili. Ma se vogliamo pe­netrare nel centro, nel cuore stesso della no­stra Redenzione, dobbiamo capire che la neces­sità di essa nacque dal fatto che noi ci eravamo rifiutati di darci in amore a Dio, e che per con­seguenza fu questo dono in Sé – perfetto e totale – da parte del Figlio di Dio come nostro nuovo capostipite al Padre suo, a riunire la famiglia umana a Dio in amore, e che così fa­cendo ci ha redenti. I due aspetti sono inse­parabili, sono una cosa sola; ma la nostra sal­vezza è operata solo attraverso il primo: il dono di Sé di Gesù al Padre. Ed ecco la ser­rata concisione di pensiero del canone romano, ecco la delicatezza ed esattezza con cui parla prima dell’offerta di amore al Padre e soltanto dopo del nostro bisogno di salvezza con il: «pa­nem sanctum vitae aeternae» e il «calicem salutis perpetuae».

Queste parole completano il significato pro­fondo della Redenzione e perciò della Messa – quella di adesso, di stamattina. Offriamo al Padre il Corpo spezzato, il Sangue versato, e in questo momento la Redenzione è compiuta.

Questo pane, è il pane di vita eterna… cioè qui sull’altare c’è il Corpo ormai glorioso di Gesù, sorgente dello Spirito, che crea la Sposa invadendola. E questo calice è il Sangue di eterna salvezza, Sangue dell’Alleanza nuova ed eterna, Sangue di Dio dato per fondare il ma­trimonio eterno con la Sposa appena redenta.

In questa maniera vedete come la Sposa – la Chiesa, e ognuno di noi nella Chiesa – arrivia­mo forse con una certa santa astuzia, a parlare a Dio di noi stessi, ad introdurre quella que­stione talvolta piuttosto angosciosa per la Spo­sa – della sua accoglienza al cospetto della mae­stà di Dio. Eccola ora affrettarsi, nella seconda preghiera, a far presente – forse per calmare le sue proprie paure – che Dio in passato accettava di buon grado i sacrifici degli uomini, almeno di quelli che erano i suoi amici speciali. Vuole arrivare alla certezza di essere anche lei accet­tata (e vi perverrà nella terza preghiera); per ora usa questa preghiera come legame fra l’of­ferta di Gesù (nella prima preghiera) e l’offerta di se stessa (nella terza).

E qui di nuovo tutta questa santa astuzia è presa totalmente dalla liturgia sinagogale, che abbondava nel rammentare a Dio come Egli aveva ascoltato i «Padri» del popolo eletto. Naturalmente il ricordo di Abramo e della sua prontezza a sacrificare un figlio ha un signifi­cato speciale qui, dove si parla a quel Padre celeste che ha dato il proprio Figlio in morte per salvare gli uomini. Abramo era un simbolo, la figura della futura realtà. Nel suo caso si trat­tava d’un uomo che sacrificava un altro uomo per amore di Dio. Alla fine dei tempi, è stato Dio a sacrificare un Dio per amore degli uomi­ni – uomini che avevano risposto al suo amore con l’insulto di rifiutarlo. E la risposta di Dio a tale affronto è stata quella di dare il suo unico Figlio per loro.

Per risparmiare ad Abramo il dolore della morte del figlio Iddio gli mandò un angelo che ne fermò la mano. Il dolore di un padre fece breccia nel cuore di Dio, che ne ebbe pietà. Ma quando Dio dovette sacrificare il proprio Figlio per noi, il suo cuore non ebbe più pietà: «Non ha risparmiato il proprio Figlio». Lo ha man­dato a morte per noi – peccatori e ribelli – come afferma S. Paolo: tale è il suo amore per noi.

Nessun angelo ha potuto dire a questo Pa­dre che il sacrificio del Figlio non era più richiesto. E quando il Figlio gridò al Padre con sangue e lacrime perché gli risparmiasse l’orrore della morte in croce, nessun angelo fermò la mano del Padre, che ha voluto sacrificare il suo Tutto per noi. Ci ama troppo quel Padre – noi peccatori e ribelli – per poter accondi­scendere al grido terrorizzato del Figlio. L’a­more di Dio è sempre stato follia per la sa­pienza umana! E se il Figlio ci ha redenti a prezzo del suo Sangue, non dimentichiamo che il cuore del Padre ha pagato il costo della morte crudele del suo unico Figlio. Ricordiamolo nel­la celebrazione della Messa, in modo del tutto particolare quando ripetiamo, dopo la consa­crazione, quelle parole: «de tuis donis ac da­tis»… E proprio in tale momento che siamo presenti all’incredibile risposta del Padre al no­stro peccato – quella di soffrire la morte del suo unico Figlio per amore di noi uomini – quella di darlo a noi come Vittima per la nostra sal­vezza… Anche il riferimento a Melchisedech ha un significato speciale, perché indica questo sacrificio della Messa in pane e vino, e allude al nuovo ed eterno Sacerdote venuto a sosti­tuire il sacerdozio del vecchio Testamento (questo tema lo si trova sviluppato in modo adeguato nella Lettera agli Ebrei).

 

Ed eccoci alla terza preghiera. La Sposa, or­mai con coraggio e fiducia, guarda il Padre ne­gli occhi e si offre con Gesù per essere assunta insieme con Lui nel cuore del Padre. E lo dice immediatamente. senza altri indugi, al Padre stesso: vuole che Egli la prenda dalle mani di Gesù, per essere certa di poter entrare, senza attendere oltre, nel suo amplesso d’amore.

La preghiera parla delle «mani del tuo an­gelo santo», e qui di nuovo abbiamo un fram­mento della liturgia ebraica. Nel vecchio Te­stamento si era convinti che le azioni culturali erano gradite a Dio se corrispondevano al culto celeste degli angeli. E nella Chiesa dei primi se­coli era comune parlare di Gesù come dell’«An­gelo» di Dio. Angelo significa «inviato», e Gesù era l’inviato di Dio per eccellenza. Così per i primi cristiani la parola «angelo» qui evocava non già un angelo qualunque, ma Gesù stesso che ci portava con Sé al Padre. E’ questo un altro esempio di trasposizione ed evoluzione da una liturgia ad un’altra.

Ciò che segue è della massima importanza. Corrisponde alla preghiera giudaica per la continuazione e il completamento dell’opera sal­vifica di Dio. In termini cristiani, questa ri­chiesta assume la forma d’una supplica affin­ché la Sposa, ormai una cosa sola con Gesù, entri insieme con Lui nell’intimità della Trini­tà. Subito dopo la consacrazione, nella prima preghiera, abbiamo fatto «memoriale» insie­me con la morte e la resurrezione di Gesù, an­che della sua ascensione. Perché? Perché il sa­crificio di Gesù è completo solo con l’accetta­zione da parte del Padre. E la Redenzione stessa dipende da questa accettazione.

In realtà Gesù fu accettato, come già detto, al momento della morte, ma il segno esteriore e pubblico dell’accettazione fu costituito solo dall’ascensione. E ora noi preghiamo che que­sto ritorno di Gesù al Padre si completi anche in noi. Solo così – entrando con Gesù nella sua gloria in seno al Padre – saremo veramente redenti.

É lì che Gesù-uomo è stato trasformato nel­lo Spirito, e noi preghiamo che anche noi, una volta a faccia a faccia con il Padre, possiamo ricevere la pienezza dello Spirito che ci renderà per sempre figli e figlie del Padre, in quanto Spose del suo unico Figlio. Perché è proprio lo Spirito del Figlio che ci unisce in unità nu­ziale di vita con Lui.