La Messa Mistero nuziale. 10. Gesù banchetto eterno

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Il canone romano [Preghiera Eucaristica 1] non contiene il termine «Spirito», nella preghiera appena esaminata. Ma il concetto è ben presente quando si prega di «essere ricolmati di grazia». Del resto è comune trovare negli altri riti della Messa, a questo punto, come equivalente, «ripieni del­lo Spirito Santo» ed espressioni simili.

«Grazia» – com’è noto – significa «dono», é il Dono per eccellenza, il primo Dono agli uomini, è lo Spirito Santo. E’ stata una grave perdita per il pensiero teologico e spirituale degli ultimi secoli l’abitudine di limitare il con­cetto di grazia quasi esclusivamente alla «gra­zia santificante», la quale è solo un effetto del­la grazia prima: il Dono dello Spirito alle no­stre anime. Egli è il dono perfetto, la grazia per eccellenza in forza di cui tutto il resto ci viene donato. Gesù ce lo dice: «De meo accipiet et annuntiabit vobis»: «Egli (che il Padre man­derà in mio nome) riceverà da me e ve Io darà». Vuol dire: «Tutte le ricchezze della Redenzione, tutte le grazie di salvezza, Egli le prenderà da me in quanto Redentore, e le di­stribuirà a voi». Vedete, lo Spirito è il primo dono del Padre e di Gesù a noi, ed è Lui che ci colma delle ricchezze che Gesù ci ha meritato.

Ma la terza preghiera collega questo dono dello Spirito ad un altro fatto, da cui lo fa di­pendere come da una condizione: «Tutti co­loro che, partecipando a questo sacrificio, rice­veranno il Corpo e il Sangue del tuo Figlio»: sono loro che vengono proposti come adatti a ricevere il Dono supremo dello Spirito. Esiste un ordine nei doni, confermato da Gesù stesso, come avremo modo di evidenziare più avanti.

Al punto in cui siamo, quindi, la terza pre­ghiera che segue la consacrazione ci rimanda alla comunione, che corona la liturgia eucari­stica. Ma è opportuno ricordare molto breve­mente i momenti salienti di tale liturgia per rispondere alla questione che ci eravamo posti: «Che cosa vengo a fare io alla Messa?» E abbiamo visto che si inizia con il porre davanti a Dio, sull’altare del sacrificio, il pane e il vino: roba senza significato e senza valore per Lui. Successivamente, al pane e al vino si aggiunge il significato – noi stessi – ma il va­lore ancora manca. E Gesù a infonderlo – al­l’infinito – nel dono di Se stesso al Padre, e lo conferisce anche a noi per portarci insieme a Sé nel Padre.

Ma l’offertorio non era solo offerta di sé a Dio: nel rito della vecchia Alleanza, era anche desiderio, anelito patetico e disperato di unione e d’intimità con Dio. Il pasto sacrificale rap­presentava solo il simbolo di tale unione, e niente più. Ma adesso, nella comunione del sa­crificio eucaristico, Gesù soddisfa tale anelito del cuore umano con una realtà incredibile… in una pienezza, profondità, totalità di dono di Sé, e un’attualità di unione che superano ogni aspettativa e ogni speranza del cuore assetato di Dio. Non gli basta neppure la fusione della carne, non gli basta entrare totalmente nella sua Sposa per giungere a un unione di cuore a cuore, non gli basta che il suo stesso Sangue scorra in lei – tutto questo per Lui, divina­mente assetato di intimità completa e finale, è troppo poco, è ancora troppo umano, troppo limitato alle condizioni della materia, del corpo.

É soprattutto lo spirito che gli interessa. É solo così Egli sa di arrivare al possesso totale, all’incontro dell’abisso, all’amplesso delle pro­fondità, dove tutto Lui prende in Sé tutta lei. Dentro il corpo di lei, Lui oltrepassa i confini della carne, del fisico, della materia, del corpo che ancora ostacolano l’unione. Tanto è l’ar­dore del suo amore per la sua creatura, tanto è il suo desiderio di colmarla col Dono totale, il Dono perfetto, il Dono di tutto Se stesso: il dono di Sé in quanto Dio, spirito e vita di­vina, vita eterna, vita infinita… Lui è soprat­tutto questo e l’amore esige la fusione finale che esaurisce le possibilità di darsi.

In Dio l’amore è così. La vita divina non è altro che questo perenne darsi in amore. La vita divina non è altro che quell’amplesso eter­no nel quale la prima Persona in Dio si dà totalmente al suo «Altro Io», quell’amplesso senza fine nel quale l’Altro ritorna sempre con l’impeto di un infinito amore nel seno del Pa­dre. Questa è la vita divina: amplesso totale, impeto d’amore, gioia infinita. E’ una Persona divina. «Spirito Santo» è il suo nome rive­lato. «Spirito», perché soffio, sospiro di infinito amore. «Santo», perché la santità è ade­sione a Dio. E nello Spirito Santo l’adesione in amore a Dio è perfetta. Lo Spirito Santo è la vita medesima di Dio, è la vita stessa del Fi­glio, la vita nuova del Figlio incarnato, risu­scitato e glorificato. Lo Spirito Santo è l’inti­mità più intima, la profondità più profonda, la tenerezza più tenera, la «sua vita più sua»che Gesù con tutto l’amore del proprio cuore vuol dare come comunione di Sé alla sua Sposa.

Viene oggi a visitarla proprio per questo. Corpo e Sangue sono solo mezzi. Mezzi per redimerla, sempre però di valore divino. Ma infine per Gesù sono solo mezzi, per arrivare ad averla per Sé (cioè a strapparla a Satana e per attrarla a Sé) e per penetrare nell’interno di lei dove poter preparare l’incontro supre­mo: Spirito con spirito. Il cuore di lei, il corpo di lei, non può ricevere per primo il dono fi­nale: il Dono della sua vita che è il suo Spi­rito. Solo nella sua anima Egli può infondere questa sorgente perenne della sua stessa vita. Quando lei è posseduta dal suo Spirito, allora tutto è compiuto: lei finalmente vive una vita sola con Lui, con Lui lei è un’entità vivente. Nel suo Spirito, Egli finalmente dimora in lei, e lei dimora in Lui… e l’Alleanza – nuova ed eterna – è realizzata.

Già da principio Egli aveva legato il dono di Sé nello Spirito – che è il dono della sua vita divina ed eterna – all’atto di mangiare il suo Corpo e di bere il suo Sangue. E nello stesso tempo aveva messo in chiaro che quel Corpo e quel Sangue sarebbero stati non un fine in se stessi, ma come un canale, forse me­glio, un vaso prezioso per porgere alle anime le acque della vita eterna, lo Spirito di Dio.

Bisogna rileggere Giovanni 62-64 per ren­dersene conto. Gesù è consapevole della diffi­coltà dei suoi ascoltatori: «Questo vi scanda­lizza?». Sta spiegando che deve ritornare al cielo di dove è venuto. Solo in questo modo il suo corpo di carne sarà trasformato in Spirito ed Egli potrà darlo agli uomini nella sua nuova condizioni spirituale – sotto la specie del pane. Per questo dice che la carne, l’elemento ma­teriale in se stesso «non giova» per dare la vita di Dio, e che solo lo Spirito ne è capace. «Le mie parole sono (significa «Io vi ho par­lato di”) Spirito e Vita».

Il Dono dello Spirito è il fine di tutto finché siamo qui in terra. Il fine della Redenzione:

tutto converge, tutto porta a questo possesso dell’uomo da parte di Dio. E l’Eucarestia è la Redenzione che continua, la Redenzione sem­pre attuale. Si conclude con la comunione, per­ché la comunione conferisce lo Spirito. Nello Spirito siamo Spose del Figlio, nello Spirito siamo figlie del Padre. Nello Spirito riceviamo l’amplesso eterno dell’Uno e dell’Altro…

 

Il desiderio di conoscere più a fondo l’Eu­carestia ci ha condotti in un viaggio nel remoto passato.

Abbiamo dovuto risalire ad Abramo per trovare il primo pasto rituale offerto in omag­gio al Dio vivente. E abbiamo scoperto che lui l’aveva preso addirittura dai pagani, che ave­vano idee molto vaghe del Dio cui si rivolgevano. Con Mosè il pasto rituale è divenuto ban­chetto pasquale, e successivamente sacrificio d’ogni giorno. Con Gesù si è trasformato nella Redenzione del mondo nella sua morte e resur­rezione.

Sono ben quattro i banchetti che il Dio sal­vatore ha voluto preparare e trasformare final­mente in eterna salvezza. Possiamo domandar­ci: «Siamo alla fine? l’Eucarestia è l’ultimo banchetto? oppure anch’essa è solo una prepa­razione?»

Secondo la Scrittura sembrerebbe proprio così. Anche l’Eucarestia con tutto il creato e tutto l’ordine presente è in attesa della tra­sformazione finale. Anche l’Eucarestia aspetta la sua forma definitiva, il quinto banchetto divino: il banchetto del cielo, il convito della vita eterna. L’Eucarestia è promessa, è pegno dell’unione finale. É pregustazione nella fede dell’ultimo banchetto in cui il Pane del cielo sarà dato all’uomo non più sotto il velo del sacramento, ma nello splendore della luce del­l’Agnello. Gesù ci ha insegnato a pensare al cielo come ad un banchetto, dove Lui stesso passa da un commensale all’altro per servirlo (Lc 12, 37). E il cibo che darà da mangiare sarà Lui stesso.

Al momento della promessa dell’Eucarestia Egli accennò anche a questa realtà ultima, dicendo che egli era «il vero pane del cielo»: «chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete». E nell’ultima Cena aveva annunciato il festino del Regno: «Io dispongo per voi, e voi mangerete e berrete alla mia tavola nel mio Regno». Quando poi isti­tuisce l’Eucarestia ci dà il segno terreno, la presenza nascosta, la rivelazione parziale del banchetto futuro.

  1. Giovanni ci presenta il cielo sotto una serie di allusioni eucaristiche. Li si mangerà del «frutto dell’albero della vita», «la Man­na nascosta», lì Gesù cenerà in intimità con chi l’avrà ricevuto in sé. Il Concilio di Trento riassume tutti i dati biblici affermando che: «Quello stesso pane degli angeli che adesso mangiamo sotto il velo del sacramento, là lo mangeremo senza nessun velo».

Nella teologia biblica la beatitudine non è un semplice «faccia a faccia» con Dio, che potrebbe essere l’ideale anche di una filosofia naturale. Il cielo è una realtà «cristiana», una «Realtà Pasquale»10. L’esperienza di Dio, l’u­nione con Lui, si realizza nell’unione, anzi nelle nozze con l’Agnello. E l’intimità ineffabile di queste nozze viene suggerita dalla manduca­zione spirituale del banchetto nuziale, ossia da un’assimilazione totale del Pane del cielo che è il Cristo risorto. É il simbolo d’una fusione, di un immedesimarsi con Gesù nella gloria, di cui solo il cielo potrà svelare la realtà. E in Lui avremo accesso al Padre! Sempre in Lui! Non ci ha mai detto Gesù che il Padre è in noi, o noi nel Padre. Ha sempre insistito sulla me­diazione della propria persona: «Io in voi, voi in me, e io nel Padre…» E come in terra così anche in cielo. E come nell’Eucarestia, così nel festino del Regno: Spose del Figlio, figli del Padre, e figli nel Figlio – nell’amplesso del Pa­dre… É la fine di tutto – ma è solo l’inizio del­l’eternità

10 S. X.. Durwell, La Resurrezione di Gesù, seconda edizione italiana, p. 5O5.

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