image_pdf

Pastore “indegnamente felice”

Pecorella: Caro pastore, in questi ultimi due giorni (oggi è martedì 19 marzo, san Giuseppe) abbiamo pubblicato ben tre (3) articoli di credenti confusi e smarriti per la situazione della Chiesa e di chi la guida. Un laico, come me, una monaca (che si definisce addirittura “sradicata”), un padre missionario. Tu che sei un consacrato come loro, come ti senti?

Pastore: Felicemente e indegnamente partecipante del dramma di morte e resurrezione di Gesù. Felicemente e indegnamente parte ferita di una Chiesa che gli antichi Padri definivano “casta meretrix”: santa, in Cristo; peccatrice e infedele, nelle sue membra.

Pecorella: Grazie per la tua sincera risposta. In questo stato di “felicità indegna” non avverti un disagio per l’atteggiamento poco coerente con la dottrina della Chiesa da parte di alcuni confratelli e, purtroppo, anche da parte di qualche vescovo?

Pastore: Non solo avverto un disagio, ma una vera e propria ferita tanto personale, quanto dell’intera Famiglia-Chiesa. La ferita non si rimargina, ma si acutizza pensando che non si tratta solo di divergenze teoriche, ma di fatti, di scelte sia personali, sia condizionanti, sia imposte ad altri. Gran parte dei mezzi di comunicazione sociale intervengono poi solo scandalisticamente, cioè versando sale abbondante sulle ferite, ma non provando neppure a capire il cuore del problema.

Pecorella: In modo empatico avvertiamo la tua sofferenza e ci stringiamo a te in un forte abbraccio. Ho una domanda però che mi viene spontanea. Sappiamo, come abbiamo scritto all’inizio, che questa sofferenza non è solo tua. Ma è condivisa? Riesci a parlarne con qualche confratello?

Pastore: C’è qualcuno che nega il problema e continua solo a vivacchiare secondo i canoni prestabiliti, secondo quello che considera un minimo sindacale. C’è chi è semplicemente frastornato. Chi cerca nuove vie, più o meno fortunate e più o meno cattoliche.
Un’occasione preziosissima è lo scambio settimanale sul Vangelo della domenica seguente. Si arriva a condividere molte gioie e difficoltà quotidiane. Magari fosse più facile con tutti…

Pecorella: Nel suo ultimo libro, il cardinal Sarah, scrive anche:
“La Chiesa sta morendo perché i pastori hanno paura di parlare in tutta verità e chiarezza. Abbiamo paura dei media, dell’opinione pubblica, dei nostri fratelli. Il buon pastore dà la vita per le sue pecore
Una domanda difficile: perché la Chiesa ha smesso di essere profetica e sembra smaniare di essere accettata dal mondo? Secondo il tuo parere quale obiettivo si prefigge?

Pastore: C’è sempre stata e ci sarà sempre una abissale differenza tra i veri profeti e i falsi profeti (quelli che agiscono per il proprio comodo, non in nome di Dio). Un pastore non è un mercenario. Un santo ricordava quanti danni può fare un prete ignorante. Non significa far fatica a studiare. Ma si tratta – tecnicamente – dell’ “ignoranza crassa e supina” da parte dei pastori. Ignorano Cristo e non gliene importa nulla. Poi, ai tempi del relativismo, tutto diventa più grave. Certo non dimostrano un animo migliore quelli visceralmente attaccati alle formalità e che non si sono accorti che qualcosa sta cambiando.

Pecorella: Un’ultima domanda. Cosa fai personalmente per essere un “vero profeta”? E cosa fai quando ti accorgi di avere a fianco un “falso profeta”?

Pastore: Non lo so. In ogni caso, io rifiuto a chiare lettere che mi venga detto di essere un “vero profeta”. I veri profeti, prima di tutto nella Bibbia, decantano come il vino attraverso un tempo lungo e una indicibile sofferenza. Pro-feta non significa predire il futuro, ma “parlare a nome di Dio”. Se la vocazione è sempre tanto affascinante quanto scomoda, è in ogni caso iniziativa del buon Dio. La vita quotidiana diventa gioiosamente e al tempo stesso terribilmente lacerante, ma chi può pretendere di parlare, agire, soffrire in nome di Dio se non chi è come scorticato dalla tremebonda certezza che Dio è rifiutato? Che l’Amante non è amato? Che lo Sposo – pur terribilmente fedele al Suo amore – è quotidianamente abbandonato dalla Sposa? Sarebbe profeta solo chi sentisse, al pari della gioia del vangelo, questa insondabile e profondissima sofferenza. 

La “Madre Moretta”

Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro il 1° 2000 fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

“La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei… Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

“Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

La Chiesa la ricorda l’8 febbraio mentre nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 9 febbraio.
 


Autore: Cristina Siccardi

Fonte:http://www.santiebeati.it/dettaglio/40025

Madre Teresa di Calcutta. E oggi il più grande mezzo, il più grande distruttore della pace è l’aborto

Qui di seguito riproponiamo il testo completo del suo discorso tenuto a Oslo, l’11 dicembre 1979, al conferimento del Nobel per la Pace.

Poiché ci troviamo qui riuniti insieme penso che sarebbe bello per ringraziare Dio per il Premio Nobel per la Pace che pregassimo con una preghiera di San Francesco d’Assisi che mi sorprende sempre molto. Noi diciamo questa preghiera ogni giorno dopo la Santa Comunione, perché è molto adatta a ciascuno di noi, e penso sempre che quattro, cinquecento anni fa quando San Francesco d’Assisi compose questa preghiera dovevano avere le stesse difficoltà che abbiamo oggi, visto che compose una preghiera così adatta anche a noi. Penso che alcuni di voi ce l’abbiano già, dunque pregheremo insieme.

Ringraziamo Dio per l’opportunità che abbiamo tutti insieme oggi, per questo dono di pace che ci ricorda che siamo stati creati per vivere quella pace, e Gesù si fece uomo per portare questa buona notizia ai poveri. Egli essendo Dio è diventato uomo in tutto eccetto che nel peccato, e ha proclamato molto chiaramente di essere venuto per portare questa buona notizia. La notizia era pace a tutti gli uomini di buona volontà e questo è qualcosa che tutti vogliamo, la pace del cuore, e Dio ha amato il mondo tanto da dare suo Figlio – è stato un dono – è come dire che a Dio ha fatto male dare, perché ha amato tanto il mondo da dare suo Figlio, e lo dette alla Vergine Maria, e Lei allora che cosa fece? Appena arrivò nella sua vita, fu subito ansiosa di darne la buona notizia, e appena entrò nella casa di sua cugina, il bambino – il bambino non ancora nato – il bambino nel grembo di Elisabetta, sussultò di gioia. Era un piccolo bambino non ancora nato, fu il primo messaggero di pace. Riconobbe il Principe della Pace, riconobbe che Cristo era venuto a portare una buona notizia per me e per te. E se non fosse abbastanza – se non fosse abbastanza diventare uomo – Egli morì sulla Croce per mostrare quell’amore più grande, e morì per voi e per me e per quel lebbroso e per quell’uomo che muore di fame e per quella persona nuda nelle strade non solo di Calcutta ma dell’Africa, e New York, e Londra, e Oslo – e insistette che ci amassimo gli uni gli altri come Lui ci ha amato.

Lo abbiamo letto molto chiaramente nel Vangelo: “Amatevi come io vi ho amato, come io vi amo, come il Padre ha amato me così io amo voi”, e tanto più forte il Padre lo ha amato, tanto da donarcelo, e quanto ci amiamo noi, noi pure dobbiamo donarci gli uni agli altri finché non fa male. Non è abbastanza per noi dire: “Amo Dio, ma non amo il mio prossimo”. San Giovanni dice che sei un bugiardo se dici di amare Dio e non il prossimo. Come puoi amare Dio che non vedi se non ami il prossimo che vedi, che tocchi, con cui vivi? Così è molto importante per noi capire che l’amore, per essere vero, deve fare male. Ha fatto male a Gesù amarci, gli ha fatto male. E per essere sicuro che ricordassimo il suo grande amore si fece pane della vita per soddisfare la nostra fame del suo amore. La nostra fame di Dio, perché siamo stati creati per questo amore. Siamo stati creati a sua immagine. Siamo stati creati per amare ed essere amati, ed Egli si è fatto uomo per permettere a noi di amare come Lui ci ha amato. Egli è l’affamato, il nudo, il senza casa, l’ammalato, il carcerato, l’uomo solo, l’uomo rifiutato e dice: “L’avete fatto a me”. Affamato del nostro amore, e questa è la fame dei nostri poveri. Questa è la fame che voi e io dobbiamo trovare, potrebbe stare nella nostra stessa casa.

Non dimentico mai l’opportunità che ebbi di visitare una casa dove tenevano tutti questi anziani genitori di figli e figlie che li avevano semplicemente messi in un istituto e forse dimenticati. Sono andata là, ho visto che in quella casa avevano tutto, cose bellissime, ma tutti guardavano verso la porta. E non ne ho visto uno con il sorriso in faccia. Mi sono rivolta alla Sorella e le ho domandato: come mai? Com’è che persone che hanno tutto qui, perché guardano tutti verso la porta, perché non sorridono? Sono così abituata a vedere il sorriso nella nostra gente, anche i morenti sorridono, e lei disse: questo accade quasi tutti i giorni, aspettano, sperano che un figlio o una figlia venga a trovarli. Sono feriti perché sono dimenticati – e vedete, è qui che viene l’amore.

Come la povertà arriva proprio a casa nostra, dove trascuriamo di amarci. Forse nella nostra famiglia abbiamo qualcuno che si sente solo, che si sente malato, che è preoccupato, e questi sono giorni difficili per tutti. Ci siamo, ci siamo per accoglierli, c’è la madre ad accogliere il figlio? Sono stata sorpresa di vedere in occidente tanti ragazzi e ragazze darsi alle droghe, e ho cercato di capire perché, perché succede questo, e la risposta è: perché non hanno nessuno nella loro famiglia che li accolga. Padre e madre sono così occupati da non averne il tempo. I genitori giovani sono in qualche ufficio e il figlio va in strada e rimane coinvolto in qualcosa. Stiamo parlando di pace.

Queste sono cose che distruggono la pace, ma io sento che il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa. E leggiamo nelle Scritture, perché Dio lo dice molto chiaramente: “Anche se una madre dimenticasse il suo bambino, io non ti dimenticherò. Ti ho inciso sul palmo della mano”. Siamo incisi nel palmo della sua mano, così vicini a Lui che un bambino non nato è stato inciso nel palmo della mano di Dio. E quello che mi colpisce di più è l’inizio di questa frase, che “Persino se una madre potesse dimenticare, qualcosa di impossibile, ma perfino se si potesse dimenticare, io non ti dimenticherò”. E oggi il più grande mezzo, il più grande distruttore della pace è l’aborto. E noi che stiamo qui, i nostri genitori ci hanno voluti.

Non saremmo qui se i nostri genitori non lo avessero fatto. I nostri bambini li vogliamo, li amiamo, ma che cosa è di milioni di loro? Tante persone sono molto, molto preoccupate per i bambini in India, per i bambini in Africa dove tanti ne muoiono, di malnutrizione, fame e così via, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla. Per questo faccio appello in India, faccio appello ovunque. Restituiteci i bambini, quest’anno è l’anno dei bambini. Che abbiamo fatto per i bambini? All’inizio dell’anno ho detto, ovunque abbia parlato ho detto: Quest’anno facciamo che ogni singolo bambino, nato o non nato, sia desiderato”. E oggi è la fine dell’anno, abbiamo reso ogni bambino desiderato?

Vi darò qualcosa di impressionante. Stiamo combattendo l’aborto con le adozioni, abbiamo salvato migliaia di vite, abbiamo inviato messaggi a tutte le cliniche, gli ospedali, le stazioni di polizia: Per favore non distruggete i bambini, li prenderemo noi”. Così ad ogni ora del giorno e della notte c’è sempre qualcuno, abbiamo parecchie ragazze madri. Dite loro di venire: “Noi ci prenderemo cura di voi, prenderemo il vostro bambino, e troveremo una casa per il bambino”. E abbiamo un’enorme domanda da parte di famiglie senza bambini, per noi questa è una grazia di Dio.

Stiamo anche facendo un’altra cosa molto bella. Stiamo insegnando ai nostri mendicanti, ai nostri lebbrosi, agli abitanti degli slum, alla nostra gente sulla strada, i metodi naturali di pianificazione familiare. E solo in Calcutta in sei anni, nella sola Calcutta, abbiamo avuto 61.273 bambini in meno da famiglie che li avrebbero avuti, ma perché praticano questo metodo naturale di astinenza, di auto-controllo, con amore reciproco. Insegniamo loro il metodo della temperatura che è molto bello, molto semplice, e la nostra povera gente capisce. E sapete che cosa mi hanno detto? “La nostra famiglia è sana, la nostra famiglia è unita, e possiamo avere un bambino ogni volta che vogliamo”. Così chiaro, quelle persone nelle strade, quei mendicanti, e io penso che se la nostra gente può farlo tanto più potete voi e tutti gli altri che potete conoscere i metodi e i mezzi senza distruggere la vita che Dio ha creato in noi.

I poveri sono grandi persone. Possono insegnarci molte cose belle. L’altro giorno uno di loro è venuto a ringraziare e ha detto: “Voi che avete fatto voto di castità siete le persone migliori per insegnarci la pianificazione familiare”. Perché non è altro che auto-controllo per amore reciproco. E penso che abbiano detto una frase molto bella. E queste sono persone che magari non hanno niente da mangiare, magari non hanno dove vivere, ma sono grandi persone. I poveri sono persone meravigliose.

Una sera siamo uscite e abbiamo raccolto quattro persone per la strada. Una di loro era in condizioni terribili e ho detto alle Sorelle: “Prendetevi cura degli altri tre, io mi occupo di questa che sembrava stare peggio”. Ho fatto per lei tutto quello che il mio amore poteva fare. L’ho messa a letto, e c’era un tale meraviglioso sorriso sulla sua faccia. Ha preso la mia mano e ha detto solo una parola: “Grazie”, ed è morta. Non ho potuto non esaminare la mia coscienza di fronte a lei, e mi sono chiesta cosa avrei detto al suo posto. E la mia risposta è stata molto semplice. Avrei provato ad attirare un po’ di attenzione su di me, avrei detto che ho fame, che sto morendo, che ho freddo, dolore, o altro, ma lei mi ha dato molto di più. Mi ha dato il suo amore riconoscente. Ed è morta con il sorriso sul volto.

Come quell’uomo che abbiamo raccolto dal canale, mezzo mangiato dai vermi, e l’abbiamo portato a casa. “Ho vissuto come un animale per strada, ma sto per morire come un Angelo, amato e curato”. Ed è stato così meraviglioso vedere la grandezza di quell’uomo che poteva parlare così, poteva morire senza accusare nessuno, senza maledire nessuno, senza fare paragoni. Come un Angelo. Questa è la grandezza della nostra gente. Ed è per questo che noi crediamo che Gesù disse: “Ero affamato, ero nudo, ero senza casa, ero rifiutato, non amato, non curato, e l’avete fatto a me”.

Credo che noi non siamo veri operatori sociali. Forse svolgiamo un lavoro sociale agli occhi della gente, ma in realtà siamo contemplative nel cuore del mondo. Perché tocchiamo il Corpo di Cristo ventiquattro ore al giorno. Abbiamo ventiquattro ore di questa presenza, e così voi e io. Anche voi provate a portare questa presenza di Dio nella vostra famiglia, perché la famiglia che prega insieme sta insieme. E io penso che noi nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e armi, di distruggere per portare pace. Semplicemente stiamo insieme, amiamoci reciprocamente, portiamo quella pace, quella gioia, quella forza della presenza di ciascuno in casa. E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo.

C’è tanta sofferenza, tanto odio, tanta miseria, e noi con la nostra preghiera, con il nostro sacrificio iniziamo da casa. L’amore comincia a casa, e non è quanto facciamo, ma quanto amore mettiamo in quello che facciamo. Sta a Dio Onnipotente. Quanto facciamo non ha importanza, perché Lui è infinito, ma quanto amore mettiamo in quello che facciamo. Quanto facciamo a Lui nella persona che stiamo servendo. Qualche tempo fa a Calcutta avemmo grande difficoltà ad ottenere dello zucchero, e non so come i bambini lo seppero, e un bambino di quattro anni, un bambino Hindu, andò a casa e disse ai suoi genitori: “Non mangerò zucchero per tre giorni, darò il mio zucchero a Madre Teresa per i suoi bambini”. Dopo tre giorni suo padre e sua madre lo portarono alla nostra casa. Non li avevo mai incontrati prima, e questo piccolo riusciva a malapena pronunciare il mio nome, me sapeva esattamente che cosa era venuto a fare. Sapeva che voleva condividere il suo amore. E questo è perché ho ricevuto tanto amore da voi tutti.

Dal momento che sono arrivata qui sono stata semplicemente circondata da amore, da vero amore comprensivo. Si percepiva come se ciascuno in India, ciascuno in Africa fosse qualcuno molto speciale per voi. E mi sono sentita proprio a casa dicevo alla Sorella oggi. Mi sento in Convento con le Sorelle come se fossi a Calcutta con le mie Sorelle. Così completamente a casa qui, proprio qui. E così sono qui a parlarvi. Voglio che voi troviate il povero qui, innanzitutto proprio a casa vostra. E cominciate ad amare qui. Siate questa buona notizia per la vostra gente. E informatevi sul vostro vicino di casa. Sapete chi sono?

Ho avuto un’esperienza veramente straordinaria con una famiglia Hindu che aveva otto bambini. Un signore venne alla nostra casa e disse: “Madre Teresa, c’è una famiglia con otto bambini, non mangiano da tanto tempo. Faccia qualcosa”. Così ho preso del riso e sono andata immediatamente. E ho visto i bambini, i loro occhi luccicanti per la fame. Non so se abbiate mai visto la fame. Ma io l’ho vista molto spesso. E lei prese il riso, lo divise, e uscì. Quando fu tornata le chiesi: “Dove sei andata, che hai fatto?” Lei mi dette una risposta molto semplice: “Anche loro hanno fame”. Quel che mi colpì di più fu che lei sapeva chi sono loro, una famiglia musulmana. Lei lo sapeva. Non portai più del riso quella sera perché volevo che godessero la gioia della condivisione. Ma c’erano quei bambini, che irradiavano gioia, condividendo la gioia con la loro madre perché lei aveva amore da dare. E vedete è qui che comincia l’amore: a casa…

Sono molto grata per quello che ho ricevuto. È stata un’esperienza enorme e torno in India, tornerò la prossima settimana, il 15 spero, e potrò portare il vostro amore. E so bene che non avete dato del vostro superfluo, ma avete dato fino a farvi male. Oggi i piccoli bambini hanno, ero così sorpresa, c’è così tanta gioia per i bambini che hanno fame. Che i bambini come loro avranno bisogno di amore e cura e tenerezza, come ne hanno tanto dai loro genitori. Così ringraziamo Dio che abbiamo avuto questa opportunità di conoscerci, e questa conoscenza reciproca ci ha portati così vicini. E potremo aiutare non solo i bambini indiani e africani ma potremo aiutare i bambini del mondo intero, perché come sapete le nostre Sorelle stanno in tutto il mondo.

E con questo premio che ho ricevuto come premio di pace, proverò a fare una casa per molti che non hanno una casa. Perché credo che l’amore cominci a casa, e se possiamo creare una casa per i poveri, penso che sempre più amore si diffonderà. E potremo mediante questo amore comprensivo portare pace, essere la buona notizia per i poveri. I poveri della nostra famiglia per primi, nel nostro paese e nel mondo. Per poter fare questo, le nostre Sorelle, le nostre vite devono essere intessute di preghiera. Devono essere intessute di Cristo per poter capire, essere capaci di condividere. Perché oggi c’è così tanto dolore. Sento che la Passione di Cristo viene rivissuta ovunque di nuovo. Siamo noi là a condividere questa Passione, a condividere questo dolore della gente. In tutto il mondo, non solo nei paesi poveri, ma ho trovato la povertà dell’occidente tanto più difficile da eliminare.

Quando prendo una persona dalla strada, affamata, le do un piatto di riso, un pezzo di pane, l’ho soddisfatta. Ho rimosso quella fame. Ma una persona che è zittita, che si sente indesiderata, non amata, spaventata, la persona che è stata gettata fuori dalla società, quella povertà è così dolorosa e diffusa, e la trovo molto difficile. Le nostre Sorelle stanno lavorando per questo tipo di persone nell’occidente.

Allora dovete pregare per noi affinché siamo capaci di essere questa buona notizia, ma non possiamo farlo senza di voi, lo dovete fare qui nel vostro paese. Dovete arrivare a conoscere i poveri, magari la gente qui ha beni materiali, tutto, ma penso che se noi tutti cerchiamo nelle nostre case, quanto troviamo difficile a volte sia sorriderci reciprocamente, e che il sorriso è l’inizio dell’amore. E così incontriamoci sempre con un sorriso, perché il sorriso è l’inizio dell’amore, e quando cominciamo ad amarci è naturale voler fare qualcosa. Così pregate per le nostre Sorelle e per me e per i nostri Fratelli, e per i nostri Collaboratori che sono sparsi nel mondo. Essi possono rimanere fedeli al dono di Dio, amarlo e servirlo nei poveri insieme con voi. Quello che abbiamo fatto non avremmo potuto farlo se voi non lo aveste condiviso con le vostre preghiere, i vostri doni, questo continuo dare.

Ma non voglio che mi diate del vostro superfluo, voglio che mi diate finché vi fa male. L’altro giorno ho ricevuto 15 dollari da un uomo che è stato sdraiato per venti anni, e l’unica parte che poteva muovere è la mano destra. E l’unica cosa di cui gode è fumare. E mi ha detto: non fumo per una settimana, e ti mando questi soldi. Deve essere stato un sacrificio terribile per lui, ma guardate quanto è bello, come ha condiviso, e con quei soldi ho comprato del pane e l’ho dato a quelli che sono affamati con gioia da tutte e due le parti, lui stava dando e i poveri stavano ricevendo. Questo è un dono di Dio per noi poter condividere il nostro amore con gli altri. E fate come se fosse per Gesù. Amiamoci gli uni gli altri come Egli ci ha amato. Amiamo Lui con amore indiviso. E la gioia di amare Lui e amarci gli uni gli altri, diamo ora, che Natale è così vicino. Conserviamo la gioia di amare Gesù nei nostri cuori. E condividiamo questa gioia con tutti quelli con cui veniamo in contatto. E questa gioia radiosa è vera, perché non abbiamo motivo di non essere felici perché non abbiamo Cristo con noi. Cristo nei nostri cuori, Cristo nel povero che incontriamo, Cristo nel sorriso che diamo e nel sorriso che riceviamo.

Facciamone un impegno: che nessun bambino sia indesiderato, e anche che ci accogliamo con un sorriso, specialmente quando è difficile sorridere. Non dimentico mai qualche tempo fa circa quattordici professori vennero dagli Stati Uniti da diverse università. E vennero a Calcutta nella nostra casa. Stavano parlando e dicevano di essere stati alla casa per i morenti. Abbiamo una casa per i morenti a Calcutta, dove abbiamo raccolto più di 36.000 persone solo dalle strade di Calcutta, e di questo grande numero più di 18.000 hanno avuto una bella morte. Sono semplicemente andati a casa da Dio; e sono venuti nella nostra casa e abbiamo parlato di amore, di compassione, e poi uno di loro mi ha chiesto: “Madre, per favore ci dica qualcosa che possiamo ricordare”. E ho detto loro: “Sorridetevi gli uni gli altri, dedicatevi del tempo nelle vostre famiglie. Sorridetevi”. E un altro mi ha chiesto: “Sei sposata?”, e ho detto: “Sì”, e trovo a volte molto difficile sorridere a Gesù perché può essere molto esigente a volte. Questo è qualcosa di vero, ed è là che viene l’amore, quando è esigente, e tuttavia possiamo darlo a Lui con gioia.

Come ho detto oggi, ho detto che se non vado in Cielo per qualcos’altro andrò in Cielo per tutta la pubblicità, perché mi ha purificata e sacrificata e resa veramente pronta ad andare in Cielo. Penso che questo sia qualcosa, che dobbiamo vivere la nostra vita in modo bello. Abbiamo Gesù con noi e Lui ci ama. Se potessimo solo ricordarci che Gesù mi ama, e ho l’opportunità di amare gli altri come Lui ama me, non nelle grandi cose, ma nelle piccole cose con grande amore, allora la Norvegia diventerebbe un nido d’amore. E quanto bello sarà che da qui sia stato dato un centro per la pace. Che da qui esca la gioia per la vita dei bambini non nati. Se diventate una luce bruciante nel mondo della pace, allora veramente il Nobel per la pace è un dono per il popolo norvegese. Dio vi benedica!

Liete notizie

È possibile che i bimbi in grembo abortiti, volontariamente e non, abbiano accettato di morire per Cristo a salvezza delle anime dei genitori e di tutto il mondo? È l’ipotesi di un opuscolo, “La via nascosta dei bimbi nati in cielo”, scritto da due semplici sacerdoti e da un teologo, che pone fondamento nella ragione, nella fede e nell’esperienza e che il Magistero della Chiesa non esclude come possibile.

C’è un opuscolo, scritto da due sacerdoti e un teologo, sicuramente destinato a far discutere e magari ad influire sulla vita della Chiesa. In una via di nascondimento. Motivo per cui non troverete le firme degli autori della pubblicazione, che però sappiamo essere persone fortemente fedeli alla tradizione e alla dottrina cattolica. Detto questo, come sempre accade nella Chiesa, l’intuizione di uno di questi preti, avallata dal teologo e dall’altro prete come possibile e ragionevole, è già nella coscienza del popolo.

La tesi di questo piccolo opuscolo, “La via nascosta dei bimbi nati in cielo”(ed Ancilla), è infatti la conferma di quanto molte madri con un sensum fidei che hanno perso i loro bambini in grembo percepivano già come vera: quei piccoli sono in cielo e il loro sacrificio è servito alla salvezza della loro famiglia. Anche i bambini volontariamente abortiti dai loro genitori espierebbero i peccati del mondo. In queste pagine si trova solo la conferma che questa ipotesi non è esclusa dalla Chiesa, come si evince dal documento del 2007 (ampiamente citato) della Commissione Teologica Internazionale La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo.

Facciamo alcune premesse partendo dal commento del teologo, che interviene nell’opuscolo per ricordare che per il fatto che i bimbi in grembo hanno un’anima la Chiesa non può escludere che abbiano un rapporto reale, seppur misterioso, con Dio. Di più, avendo sì il peccato originale, ma non avendone mai commesso alcuno i non nati vivono in uno stato di purezza tale da godere di un’intimità con il Creatore maggiore.

Il grande don Divo Barsotti conferma poi che la perfezione dell’anima non è lo stato d’infanzia, ma c’è «un grado più alto. Bisogna non essere nati, essere ancora nel seno della mamma. Ed è questa la perfezione del cristiano: essere nascosti nel seno di Dio…Quando siamo nel seno della mamma non si piange nemmeno…l’anima che affonda nel seno di Dio non parla più. Affondare nell’abisso divino; in quel fondo c’è Dio, l’anima vive di silenzio». Questa spiritualità, si legge ancora, è perfetta per i nostri tempi, perché mette davanti all’apparire e al fare della comunità cristiana l’umiltà, la rinuncia e il dono. Il che vale anche per la Chiesa, perché nella scelta di donarsi a Dio di questi piccoli «emerge la vita eterna prima di quella terrena, la verticalità come dimensione qualitativa della vita e dell’essere, invece dell’orizzontalità della qualità del fare».

Si fa l’esempio di Giovanni Battista che pur in grembo esultò di gioia all’arrivo della Madonna incinta del suo Salvatore. Non solo, perché anche la scienza ormai riconosce che già in utero il bambino è reattivo agli stimoli e che intrattiene una relazione con la madre che avrà le sue conseguenze nella vita psico-fisca post natale. Perciò, conferma il teologo, «non si può escludere, anche se a noi sfugge empiricamente il “come”, che questi bambini proprio nel loro sacrificio abbiano compiuto con la Grazia di Dio la propria offerta».

Ma l’intuizione di questa possibilità (l’offerta volontaria della propria vita per la salvezza delle anime da parte dei bimbi abortiti volontariamente e non) la spiega il sacerdote stesso che l’ha avuta e che racconta la sua vocazione così: «In Seminario una cosa mi ha distinto ed è una convinzione che fin da ragazzo ho avuto: la gravità dell’aborto ed ancor più la gravità dell’indifferenza del mondo», mentre «salvare le anime, “mestiere” del prete, mi è sempre sembrato il massimo che uno possa fare». Un giorno poi, mentre il prete stava presentando la mostra del beato Jerome Legeune in difesa della vita e contro l’aborto, ricevette una messaggio dalla sorella che, avendo perso il figlio al quarto mese di gravidanza, gli scrisse: «Il bimbo è andato in cielo». In quel momento il sacerdote pensò che quel piccolo lo amava molto e che fosse morto anche per la sua salvezza. Poco dopo scoprirà che Sebastiano sarebbe dovuto nascere il giorno del suo onomastico e si troverà “per caso” di fronte ad un dipinto della Madonna del parto, davanti a cui alcune domande esploderanno con urgenza: «Ma perché Dio permette, con l’aborto, la fecondazione artificiale e le varie pillole, l’uccisione di milioni di esseri umani innocenti…perché questa tremenda “sconfitta”, almeno in apparenza?». Di qui l’intuizione e la successiva ricerca della conferma nel Magistero della Chiesa e nel documento sopra citato, che appunto «non esclude» l’offerta della vita di questi bimbi. E infine la scoperta che «è possibile offrire il sacrificio di un altro» durante la Messa.

Se poi il Ventesimo secolo è stato quello del Venerdì Santo mentre il nostro, come disse Benedetto XVI, è quello del Sabato Santo, «in cui la Chiesa sembrerà scomparire sempre di più agli occhi del mondo» e se, come fu per i discepoli di Emmaus, potrà apparire tutto finito, sappiamo che Gesù è risorto e che è «nel nascondimento che il signore prepara il suo Trionfo».

Perciò nel commento finale del secondo sacerdote, noto per la sue altezze spirituali e per la sua ortodossia, a cui è stata sottoposta questa intuizione si trovano altre conferme. Infatti, pur stranito da questa possibilità, oltre a sentire «nell’intimo che tutto quello che egli (il primo sacerdote, ndr) mi diceva era vero», leggendo a sua volta il Magistero comprese che «il dialogo tra il bimbo nel grembo materno e Dio è un’ipotesi plausibile. Se non altro, non si può escludere…anche la Sacra Particola è un Mistero: come possa sussistere Dio nell’ostia consacrata è qualcosa di indecifrabile; è una realtà, una certezza, ma rimane un mistero alla mia povera intelligenza».

Detto questo, pur ammesso che questi piccoli siano in Paradiso e si siano offerti, può davvero il sacerdote appropriarsi di un loro atto e rioffrirlo al Padre in Cristo Gesù?. Attraverso sant’Agostino, papa Innocenzo III e il Concilio di Trento il prete spiega perché questo già avviene nella Messa dove «l’assemblea comunitaria dei santi viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote», sia perché «in quel calice alzato e offerto» c’è «la presenza e l’associazione di tutti coloro che, in Cristo, hanno partecipato in qualche modo alla sua Passione» sia perché «la Messa di Cristo li rende partecipi del “battesimo di sangue” del Signore». Non è da meno il documento del 2007 in cui si legge che «è anche possibile che Dio semplicemente agisca per dare il dono della salvezza ai bambini non battezzati» come ha fatto con Maria donandole gratuitamente un’«immacolata concezione». Una conferma si trova persino nell’enciclica Gaudium et Spes

Ci si chiede poi se sia possibile paragonare questi bimbi ai Santi Innocenti che abbiamo festeggiato settimana scorsa. Secondo il sacerdote, i Santi Innocenti «anche se inconsapevolmente….hanno sofferto e sono morti per Cristo» ma, a maggior ragione, se l’atto di questi bimbi è volontario valgono le parole di Gesù: «In verità ti dico: ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me».

Quello che colpisce è poi la prova empirica descritta: «Dopo la celebrazione di queste Messe tutto pare cambiato nella vita interiore: si avverte una pace di fondo, un senso di protezione, una forza contro le tentazioni, che prima non si poteva nemmeno immaginare». Soprattutto «per la loro preghiera e intercessione, abbiamo ricevuto grazie che non ci aspettavamo! Abbiamo invocato il loro intervento su alcune coppie di sposi che sembravano già sull’orlo della separazione e si sono riappacificati…su situazioni che sembravano senza uscita» e «tanti cuori si sono sciolti…Noi stessi siamo senza parole». Perciò alla fine dell’opuscolo, si trova una coroncina e delle preghiere per continuare ad offrire il sacrificio di questi piccoli.

Creature e Creatore. 14. Natale in carcere

Le carceri hanno sempre fatto parte del mio “paesaggio”: nelle vicinanze di casa mia, a qualche centinaio di metri dalle mura di cinta della città, sulla strada, oggi molto trafficata, che porta dalla periferia al centro storico. Inevitabile passarci davanti per andare a messa, a scuola, in centro, alla stazione per cui quella strada, nel nostro comune linguaggio, è chiamata “la strada delle carceri” più che con il nome della Santa a cui è dedicata. Quindi, per me luogo normale, attorno al quale non ci avevo davvero mai speso alcun pensiero se non di leggero timore quando, negli anni delle grandi rivolte, lotte e contestazioni, è capitato che i detenuti si abbarbicassero sui tetti dei bracci e lanciassero tegole verso la strada oppure quella volta in cui si è favoleggiato di una rocambolesca fuga attraverso un tunnel scavato sotto il muro di cinta e allo sbocco del quale, nel giardino della villetta adiacente, c’erano le guardie ad attendere i fuggiaschi oppure di impazienza quando dovevo aspettare che la strada venisse liberata dalle auto di scorta nelle occasioni in cui “venivano mossi” ospiti decisamente importanti. Per me era come se tutto finisse con quell’alto muro di cinta su cui vedevo continuamente e con ogni tempo camminare la ronda armata.

Una domenica al termine della celebrazione, il giovane parroco dice che poi (si scusa di non potersi fermare per gli abituali brevi colloqui in quanto) deve scappare in carcere per la messa nel braccio minorile di cui ne è cappellano. In quel periodo, sperando di avere finalmente un po’ di tempo a disposizione, sto cercando un ambito di volontariato nel quale potermi inserire e subito penso che quello, con i giovani così sfortunati, potrebbe essere una buona idea. E così, dopo alcuni incontri di reciproca conoscenza con i responsabili dell’associazione, viene programmato il mio primo ingresso in carcere per la Messa del giorno di Natale, assieme ad altri nuovi aspiranti volontari (i primi ingressi si fanno nelle solennità più importanti perchè presente la quasi totalità degli iscritti, l’occasione è di festa, gli ospiti più ben disposti e quindi l’impatto è “meno duro” per noi new entry). Ci si trova tutti fuori il grande cancello carraio per fare, per ovvi motivi, un’unica entrata. Ci viene chiesto di consegnare i documenti alle guardie della portineria e si aspettano i momenti successivi in uno stretto corridoio chiuso dal portoncino blindato d’ingresso. Prima che venga aperto ogni porta o cancello si deve aspettare che tutti siano passati e che venga chiuso quello alle nostre spalle. E’ proprio come si vede nei film. Si passano corridoi (freddi, per quanto decorati con cartelloni fatti dai prigionieri) e un cortile interno di cemento chiuso da alti muri con finestre chiuse da spesse grate. Suoni metallici di serrature che si aprono, di battenti di ferro che sonoramente si chiudono. Non si vede nessuno. Silenzio; nessun rumore, nessuna voce a parte il leggero vocio dei volontari esperti. In fondo ad un corridoio la giovane univesitaria a cui sono stata affidata mi mostra un grande tabellone e dei lavoretti-decori frutto del lavoro dei ragazzi nei laboratori tenuti, appunto, dall’associazione. Mi dice che non si possono fare progetti impegnativi e continuativi perchè i giovani ruotano spesso e i loro soggiorni talvolta sono anche relativamente brevi. Ma è pur sempre qualche cosa…..Si esce, dopo l’ennesima porta blindata e scatto di serratura, in un cortiletto interno, anch’ esso chiuso su tutti e quattro i lati (il cielo terso e gelido è davvero un quadrato in alto…come nei quadri…come nei film…come nei racconti…) al centro del quale c’è quello che doveva essere un minuscolo prato ma che ora è solo un pavimento duro di terra battuta con una leggera ombra di verde solo lungo i lati e qualche albero spoglio. Sento tutto ancora più triste degli ambienti chiusi che ho attraversato (questo è il primo termine che mi viene, o è meglio grigio, freddo, anonimo carcere?) I ragazzi sono lì in gruppetti che chiacchierano tra di loro e non si scompongono al nostro arrivo. Gran bella accoglienza, davvero! Gli animatori sono un po’ agitati perchè vedono che la palestrina non è stata, come tutte le altre domeniche, sgombrata dai pochi attrezzi e allestita per la celebrazione della Messa. Si scusano con noi nuovi…forse i ragazzi non ne avevano voglia….Il Don organizza tutto velocemente mentre noi veniamo invitati a restare nel cortiletto e a familiarizzare con gli ospiti. Fa freddo, il piumino e i guanti non bastano a scaldarmi. Resto in disparte: mi hanno detto di non chiedere i nomi, la provenienza ed in particolare il reato; di non fornire i miei dati, di stare sul generale. Già, sul generale. Ma cosa chiedo? cosa hanno fatto di bello ieri sera? Guardo quei giovani volti di varie etnie e nazionalità africane ed est europee; una sonora risata e una colorita esclamazione in napoletano mi fanno capire che quello è il gruppetto degli italiani (tra di loro dovrebbe esserci anche quel ragazzo che ha commesso poco addietro un grave delitto di cui tutti i giornali ne avevano parlato. Ma qual’è? nessuno di loro è un mostro a due teste e quattro braccia.) Sono tutti ragazzi normali vestiti in jeans e felpa, che stanno spavaldamente fumando una sigaretta o simulando una lotta o menandosi forti pacche sulle spalle. Noto uno, carnagione slava, isolato dagli altri, con le spalle appoggiate al grigio muro freddo, la testa e gli occhi bassi, visibilmente chiuso in sè stesso e al mondo. Quella solitudine così chiaramente espressa mi sgomenta. Vorrei avvicinarmi…ma ricordo le raccomandazioni: la prima volta mai da sola, sempre con un volontario esperto. E poi, davvero non saprei cosa dirgli e sento tutta la mia impotenza. La Messa inizia con le chitarre dei giovani dell’asssociazione, il Don ce la mette tutta per spiegare a quel gruppetto di musulmani e “senza dio” (ma almeno gli italiani che siano stati battezzati?) il grande mistero d’Amore di quel Dio fattosi bambino e che, come loro, è stato anche in carcere e sa di cosa si parla quando si dice di emarginazione, povertà, guerra, violenza subita; un Dio che ama e che perdona e che guarda al cuore e che è sempre lì per ciascuno di loro e cerca con parole semplici e comprensibili di dare speranza al di là del credo (o non credo) di ciscuno. E’ davvero strana quella Messa di Natale! Il momento delle preghiere è libero e molti ringraziano e pregano per quel nucleo di giovani progionieri; anche qualcuno dei ragazzi detenuti ringrazia ed uno in particolare mi commuove. Il napoletano alle mie spalle si unisce ai canti con bella voce e molto ben intonata: mi giro e gli faccio i complimenti (Ho sbagliato? troppo personale questo approccio?). Allo scambio della pace partecipano tutti, anche quei due africani che erano rimasti fuori della porta spalancata sul cortile. Stringo le mani a questi “delinquenti”: sono mani di adolescenti, o poco più, vive e calde come quelle dei miei figli. Un pensiero mi fulmina l’anima: io, la mia famiglia, noi non abbiamo nessun merito. Anche i miei figli avrebbero potuto in qualsiasi momento deviare, incontrare brutte amicizie, aderite a tentazioni di altre strade e situazioni. Sono stati solo fortunati a non nascere in certe realtà di degrado, a non aver visto e subito violenze, a non…..La Messa finisce e subito inizia il brindisi con panettone e bibite. Una signora volontaria quest’anno ha portato dei pacchi dono: uno per ogni ragazzo con scritto il suo nome sul bigliettino di auguri e dentro una felpa. Tutto per noi così normale! ma decisamente non per loro sia per il dono stesso (se e quando mai hanno ricevuto regali?) e poi il loro nome, proprio il loro…quindi non più anonimi, non più trasparenti, non più nessuno. E’ anche un modo per sentire la famiglia, la mamma vicina, in quel giorno di festa lontani dalle proprie origini e isolati dal resto del mondo. Vedo la loro gioia, si confrontano la taglia, si fanno dei commenti e battute. Ma su tutto non posso non sentire la solitudine, il vuoto, forse anche la disperazione. Quale futuro? quale speranza? Tutta quella situazione mi commuove fino alle lacrime e non riesco a contenere la viva commozione. All’improvviso mi sento mamma di tutti loro quasi che il loro dolore, seppur così ben mascherato in quel festoso momento, fosse il mio, della mia carne. Il mio cuore si dilata in una maternità che li abbraccia uno ad uno nella loro difficile e abbandonata adolescenza, li unisce ai miei due figli e non vedo più alcuna differenza tra loro e i figli del mio cuore.

 

Il libro della settimana. Crudele dolcissimo amore

Chiara M. vive a Trento dove ha lavorato per diversi anni come infermiera professionale presso l’ospedale cittadino. Crudele dolcissimo amore è il suo primo libro. La foto di copertina risale al 1984.

“Con poesia sa parlare del dolore, con tocco leggero ti fa sorridere, pensare, riflettere, piangere. È un mistero come Chiara riesca ad arrivare così in profondità , a trasmetterci tutta quella serenità “?, Cinzia TH Torrini, regista cinematografica.

“È una delle cose più belle che ho letto in assoluto”?, Piero Coda, teologo.

Gli amici dicono di lei:

Quando penso a Chiara, mi si dipinge nella mente un fiore sotto una pioggia torrenziale (Mauro).
Chiara è semplicemente raggiante. Porta allegria e speranza ovunque si trovi. Fin dal primo incontro mi ha colpito la sua gioia di vivere, l’entusiasmo che mette in ogni secondo di vita (Andrea).

È una delle persone più coraggiose che io conosca”… Penso a lei come a una bianca montagna delle sue parti, a una rosea dolomite, forte e immortale (Antonella).

Ciascuno a contatto con lei si trova a suo agio, come con una persona pienamente realizzata, sana nel cuore e nella mente (Nunzi).

È lei quella che avrebbe bisogno di attenzione e sostegno, e invece è lei, il più delle volte, a dare conforto a noi (Dina e Ivano).

Un suo aperto sorriso, una sua battuta, una bella risata rendono unico ogni nostro incontro (Patrizia).

L’arte di Chiara sta nel far emergere il Bello che alberga nell’altro (Aldo).

Chiara? Lei è sempre con me (Alessandra).

 

 

ESTRATTO DALLA NOVITA’: indice generale e il secondo capitolo di “Come cera in mano a Dio”

Disponibile presso l’autore (paolo.mojoli@bearzi.it , 8€; 10 € con spedizione in Italia) dall’8 dicembre. Alcune pagine di semplice, quotidiana e al tempo stesso profonda spiritualità salesiana.

Continua a leggere

Santi e Testimoni. Suor Eusebia Palomino

Eusebia Palomino Yenes vede i natali nel crepuscolo del secolo XIX, il 15 dicembre del 1899, a Cantalpino, piccolo paese della provincia di Salamanca (Spagna), in una famiglia tanto ricca di fede quanto scarsa di mezzi. Papà Agustín, uomo di grande bontà e dolcezza, lavora come bracciante stagionale a servizio dei proprietari terrieri dei dintorni, mentre mamma Juana Yenes accudisce alla casa con i quattro figli. D’inverno la campagna riposa e il lavoro viene a mancare, il pane scarseggia. Allora papà Palomino si trova costretto a chiedere aiuto alla carità di altri poveri nei paesetti della zona. Talvolta a lui si accompagna la piccola Eusebia, di sette anni appena, ignara del costo di certe umiliazioni: ella gode di quelle camminate per i sentieri campestri, e lietamente saltella accanto al papà che le fa ammirare le bellezze del creato e che, dalla luminosità del paesaggio di Castiglia, trae spunti catechistici che la incantano. Poi, raggiunto un cascinale, sorride alle buone persone che la accolgono e chiede “un pane per l’amor di Dio”.

Il primo incontro con Gesù nell’Eucaristia all’età di otto anni procura alla fanciulla una sorprendente percezione del significato dell’appartenere e dell’offrirsi in totalità di dono al Signore. Assai presto deve lasciare la scuola per aiutare la famiglia e dopo avere dato prova di precoce maturità nell’accudire – bambina lei stessa – i bambini di alcune famiglie del luogo, mentre i genitori sono al lavoro, a dodici anni va a Salamanca con la sorella maggiore e si colloca a servizio di qualche famiglia come bambinaia-tuttofare. Nei pomeriggi domenicali frequentando l’oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice conosce le suore, che decidono di chiedere la sua collaborazione in aiuto alla comunità. Eusebia accetta più che volentieri e si mette subito all’opera: aiuta in cucina, porta la legna, provvede alle pulizie della casa, stende il bucato nel grande cortile, va ad accompagnare il gruppo di studentesse alla scuola statale e svolge altre commissioni in città.

Il desiderio segreto di Eusebia, di consacrarsi interamente al Signore, accende e sostanzia ora più che mai ogni sua preghiera, ogni suo atto. Dice: “Se compio con diligenza i miei doveri farò piacere alla Vergine Maria e riuscirò a essere un giorno sua figlia nell’Istituto”. Non osa chiederlo, per la sua povertà e mancanza d’istruzione; né si ritiene degna di una tale grazia: poiché è una congregazione tanto grande, pensa. La superiora visitatrice, alla quale si è confidata, l’accoglie con materna bontà e la rassicura: “Non ti preoccupare di nulla”. E volentieri, a nome della madre generale, decide di ammetterla.

Il 5 agosto 1922 inizia il noviziato in preparazione alla professione. Ore di studio e di preghiera alternate a quelle del lavoro scandiscono le giornate di Eusebia, che è al massimo della gioia. Dopo due anni, nel 1924 pronuncia i voti religiosi che la vincolano all’amore del suo Signore. Viene assegnata alla casa di Valverde del Camino, una cittadina che all’epoca conta 9.000 abitanti, all’estremo sud-ovest della Spagna, nella zona mineraria dell’Andalusia verso il confine con il Portogallo. Le giovani della scuola e dell’oratorio, al primo incontro, non celano una certa delusione: la nuova arrivata è figura piuttosto insignificante, piccola e pallida, non bella, con mani grosse e, per di più, ha un brutto nome.

Il mattino seguente la piccola suora è al suo posto di lavoro: un lavoro multiforme che la impegna in cucina, in portineria, in guardaroba, nella cura del piccolo orto e nell’assistenza delle bimbe nell’oratorio festivo. Gode di “essere nella casa del Signore per ogni giorno di vita”. È questa la situazione “regale” di cui si sente onorato il suo spirito, che abita le sfere più alte dell’amore. Le piccole sono presto catturate dalle sue narrazioni di fatti missionari, o vite di santi, o episodi di devozione mariana, o aneddoti di don Bosco, che ricorda grazie ad una felice memoria e sa rendere attraenti e incisivi con la forza del suo sentire convinto, della sua fede semplice.

Tutto, in suor Eusebia, riflette l’amore di Dio e il desiderio forte di farlo amare: le sue giornate operose ne sono trasparenza continua e lo confermano i temi prediletti delle sue conversazioni: in primo luogo l’amore di Gesù per tutti gli uomini, che la sua Passione ha salvato. Le Sante Piaghe di Gesù sono il libro che suor Eusebia legge ogni giorno. Ne trae spunti didascalici attraverso una semplice “coroncina”, che consiglia a tutti, anche con frequenti accenni. Nelle sue lettere, si fa apostola della devozione all’Amore misericordioso, secondo le rivelazioni di Gesù alla religiosa polacca, oggi santa, Faustina Kowalska, divulgate in Spagna dal domenicano Padre Juan Arintero.

L’altro “polo” della pietà vissuta e della catechesi di suor Eusebia è costituito dalla “Vera devozione mariana” insegnata dal santo francese Luigi M. Grignion de Montfort. Sarà questa l’anima e l’arma dell’apostolato di suor Eusebia per tutto l’arco della sua breve esistenza. Destinatari sono ragazze, giovani, mamme di famiglia, seminaristi, sacerdoti. “Forse non vi fu parroco in tutta la Spagna – è detto nei Processi – che non abbia ricevuto una lettera di suor Eusebia a proposito della schiavitù mariana”.

Quando, all’inizio degli anni ’30, la Spagna entra nelle convulsioni della rivoluzione per la rabbia dei senza-Dio votati alla distruzione della religione, suor Eusebia non esita a portare alle conseguenze estreme quel principio di “disponibilità”, pronta letteralmente a spogliarsi di tutto. Si offre al Signore come vittima per la salvezza della Spagna, per la libertà della religione. La vittima è accetta a Dio. Nell’agosto 1932 un malore improvviso e le prime avvisaglie. Poi l’asma, che in momenti diversi l’aveva disturbata, inizia ora a tormentarla fino a livelli d’intollerabilità, aggravata da malesseri vari subentrati in modo insidioso.

In questo tempo, visioni di sangue addolorano suor Eusebia ancor più degli inspiegabili mali fisici. Il 4 ottobre 1934, mentre alcune consorelle pregano con lei nella cameretta del suo sacrificio, s’interrompe e impallidisce: “Pregate molto per la Catalogna”. È il momento iniziale di quella sollevazione operaia in Asturia e di quella catalana a Barcellona (4-15 ottobre 1934) che saranno chiamate “anticipo rivelatore”. Visione di sangue anche per la sua cara direttrice, suor Carmen Moreno Benítez, che sarà fucilata con un’altra consorella il 6 settembre 1936: nel 2001, dopo il riconoscimento del martirio, sarà dichiarata beata.

Intanto i malanni di suor Eusebia si aggravano: il medico curante ammette di non saper definire la malattia che, aggiuntasi all’asma, le fa accartocciare le membra riducendola a un gomitolo. Chi la visita sente la forza morale e la luce di santità che irradia da quelle povere membra doloranti, lasciando assolutamente intatta la lucidità del pensiero, la delicatezza dei sentimenti e la gentilezza nel tratto. Alle sorelle che la assistono promette: “Tornerò a fare i miei giretti”.

Nel cuore della notte fra il 9 e il 10 febbraio 1935 suor Eusebia pare serenamente addormentarsi. Per l’intera giornata le fragili spoglie, adorne di tantissimi fiori, sono visitate da tutta la popolazione di Valverde. Fra tutti ritorna la stessa espressione: “È morta una santa”.

Prima di morire ebbe momenti di estasi e visioni. La sua salma riposa a Valverde del Camino.

Venerabile il 17 dicembre 1996; beatificata il 25 aprile 2004 da Giovanni Paolo II.

 

PREGHIERA

O Dio, che hai modellato il cuore 
della beata Eusebia, vergine,
sul mistero pasquale del tuo Figlio, fino al dono della vita,
concedi a noi, rafforzati dal suo esempio di umiltà e letizia,
di crescere costantemente nel tuo amore
e nel servizio dei poveri.
Ti supplichiamo di voler glorificare quest’umile tua serva
e di concederci, per sua intercessione,
la grazia che ti chiediamo…
Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Fonte: http://www.sdb.org

 

 

 

 

Gianna Jessen al Bearzi di Udine

«Sono stata abortita al settimo mese di gravidanza. La mia madre biologica aveva 17 anni e le consigliarono l’iniezione di una soluzione di sale nell’utero. Il bambino la inghiotte e il suo corpo brucia dentro e fuori, poi dopo 24 ore viene partorito morto. Si chiama aborto salino. Ma con me non funzionò: dopo 18 ore nacqui. E vivo. E sono molto felice di questo!». 
 
Gianna Jessen, oggi 39 anni, californiana, è una delle pochissime voci al mondo che possa parlare a nome dei milioni di bambini uccisi ogni anno nella strage più silenziosa e sconosciuta. Gira il mondo a testimoniare, negli Stati Uniti ha parlato anche davanti al Congresso:
 
«Se l’aborto è una questione di diritto, dov’erano i miei? La mia missione è quella di portare un po’ di umanità in un dibattito che è diventato una semplice questione».
L’incontro è per i giovani del Bearzi, ma è aperto a quanti desiderano è partecipare.
PER APPROFONDIRE
In Italia chi conosce Gianna Jessen? Solo una piccola parte del mondo cattolico. Wikipedia italiana le dedica dieci righe in cui (come fa sempre) si dimentica di scrivere quello che non le fa comodo e cioè che Gianna è naturalmente contro l’aborto, ce l’ha con le femministe e contro il diritto delle madri di abortire senza pensare al diritto di chi vorrebbe nascere, crede in Gesù e si considera «La bambina di Dio»: una politically scorrect. Ovvio che i grandi poli editoriali non pubblichino in italiano il suo libro «Aborted and lived to tell about» , ma le case editrici cattoliche?
Gira il mondo a testimoniare, negli Stati Uniti ha parlato anche davanti al Congresso: «Se l’aborto è una questione di diritto, dov’erano i miei? La mia missione è quella di portare un po’ di umanità in un dibattito che è diventato una semplice questione».
Ha incontrato la madre biologica e l’ha perdonata, perché «mi hanno odiata fin dal concepimento, ma sono stata amata da molte più persone e da Dio». Ha fatto ricerche sull’uomo che ha praticato l’aborto su di lei: «Le sue cliniche sono la più grande catena di cliniche per abortire degli Stati Uniti e fatturano 70 milioni di dollari l’anno. Ha dichiarato di aver praticato un milione di aborti e che praticare aborti era la sua passione». 
[Il Giornale]Queste sono solo alcune delle testimonianze che possiamo raccogliere su Gianna Jessen, e che ci fanno capire la straordinarietà della sua esperienza. Non solo perché – SOPRAVVISSUTA ALL’ABORTO – non è cosa comune nelle cronache del nostro mondo, ma perché la sua è una autentica testimonianza di come una logica superiore alla logica della morte possa riempire la vita di una persona ed essere «buona novella», notizia da gridare sui tetti e nelle coscienze di ogni uomo, in particolare dei giovani.

Chissà se una testimonianza, al di là delle chiacchiere e delle contrapposizioni ideologiche, spesso espresse da incompetenti, ci aiuterà a promuovere un autentico progresso di civiltà, stante che la uccisione di un essere umano indifeso non pare avere questi connotati. Chissà se chi pensa diversamente, di fronte all’evidenza di una testimonianza, saprà superare lo schema che fa mettere l’idea contro la vita.