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Da Giulia Tanel (NuovaBussolaQuotidiana). “Mostrami l’amore”, così si parla di (vera) affettività

Nel nostro contesto ipersessualizzato e pornografico, dove si moltiplicano i corsi che riducono la sessualità a mero “tecnicismo”, è importante formare una cultura affettiva sana che coinvolga i genitori come primi responsabili dell’educazione dei figli. Con questi scopi nascono i cinque sussidi di Mostrami l’amore, rivolti a diverse fasce d’età e intesi a trasmettere tanti insegnamenti oggi ignorati.

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Dal Caffè di M. Gramellini. “Il padre eterno”

Quando ha saputo che gli rimanevano pochi mesi di vita, Andrea Bizzotto ha subito pensato a sua figlia Giulia, di due anni. A come si sarebbe arrabbiata nel non trovarlo più. Un orfano si sente tradito ed è impossibile guarirlo dal sospetto che chi lo ha lasciato non gli volesse bene. Così Andrea ha scritto un libro per spiegare a Giulia chi era suo padre e quanto l’amasse, ha inciso dei nastri perché lei potesse conoscere la sua voce, le ha preparato lettere numerate da aprire in occasione dei prossimi compleanni. Ma rispetto agli uomini del passato Andrea aveva a disposizione uno strumento in più per eternarsi, Instagram, e lo ha usato come di solito nessuno fa, offrendo di se stesso un ritratto non edulcorato. Davanti al futuro sguardo della figlia, ha squadernato luci e ombre: il suo gelato preferito alla nocciola e le flebo in ospedale, la chitarra Stratocaster e le lastre dei polmoni, i baci con la moglie e la testa pelata, la gioia per Giulia che entra al nido e la speranza di poterla accompagnare al primo giorno di scuola, la bellezza di un panorama lacustre e la stizza per un destino incomprensibile. Fino all’ultimo selfie, scattato dopo una notte di dolore e di morfina. Fino all’ultimo post, il disegno di un fiore che si inerpica in cielo: «Ci vediamo dalla mia stella». Andrea Bizzotto aveva trentatré anni e se n’è andato con la certezza che sua figlia saprà che ci è stato.

Fonte: https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_marzo_02/padre-eterno-d6a3706e-3c70-11e9-8da9-1361971309b1.shtml

Natale mistero d’Amore

Tutto il creato, il cosmo, la Chiesa intera, ogni uomo e donna invochi con la trepidanza e gioia degli amanti:

“Vieni Signore, Gesù!”

Vieni anche oggi, trovandoci con le porte e le finestre aperte, anche se il vento dello Spirito porta a fare fracasso o a rimanere al gelo superficiale delle incertezze.

Nel profondo del cuore percepiremo, invece un calore e una gioia insospettabili e forse mai sperimentati.

 

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia

e la tua terra avrà uno sposo.

[Isaia]

 

Tu vivi sempre nei tuoi atti.

Con la punta delle dita

sfiori il mondo, gli strappi

aurore, trionfi, colori,

allegrie: è la tua musica.

La vita è ciò che tu suoni.

 

Dai tuoi occhi solamente

emana la luce che guida

i tuoi passi. Cammini

fra ciò che vedi. Soltanto.

 

E se un dubbio ti fa cenno

a diecimila chilometri,

abbandoni tutto, ti lanci

su prore, su ali,

sei subito lì; con i baci,

coi denti lo laceri:

non è più dubbio.

Tu mai puoi dubitare… Ma in realtà con la vita che continua permetti ad un dubbio di scavarti dentro … fino a ripetere senza stancarsi:

Al di là, più in là, più oltre.

Al di là di te ti cerco.

[da una poesia d’amore di Pedro Salinas nel poema La voce a te dovuta.

Natale non è altro che mistero d’amore]

 

Ho sentito Dio veramente gravido di me. Quanto ha gioito Dio di fronte alla nostra gioia; quanto patisce per il dolore innocente; per la madre che vede il figlio, che fino ad allora era sano, completamente bloccato per una cura sbagliata…

Trento e le sue chiese: Sovrasta la Madonna addolorata.

Fa pensare a Gesù che nasce scansando di poco una strage di bimbi innocenti.

Terra abbandonata, devastata. Così viene inizialmente descritta la terra di stretta appartenenza del Signore. Una ragazza una volta disse a papà e mamma: “mi avete dato tante cose, ma non amore”. Mi sembra che già qui vengano proclamate due verità tanto scomode quanto reali.

 

La prima: siamo noi, uomini e donne, cominciamo guardandoci attorno tra noi che siamo qui, ad essere la terra di stretta appartenenza del Signore. Si pensa subito a preti e suore come direttamente consacrati a Dio. È vero, ma riduttivo. In forza del fatto che Dio non ci ha creato come cose, come oggetti, come macchine, ma come persone. Riflettiamo su tutte le volte che noi pensiamo i nostri amici, marito, moglie, figli… come un mezzo che dovrebbe produrre la nostra soddisfazione, la nostra serenità, il nostro benessere. L’altro sarebbe creato allo scopo della nostra happyness (Mulino Bianco)… e noi? Tanti, specie negli ultimi anni, si giustificano dicendo: se no (vado) andiamo in fallimento. Ma il vero fallimento non è solo quello economico: è la partita persa di persone che non si permettono di amare e non permettono agli altri di amarli.

Cominciare subito ad amare. Sì, ma come?

– non perdere l’occasione di dare la mano a due persone in più oggi durante il momento dello scambio della pace,

– doniamo il sorriso e portiamolo ogni giorno; come fosse il mazzo di chiavi che prendiamo il mattino uscendo di casa, non scordiamolo mai

– telefoniamo ad un amico (o il papà, la mamma, i figli…) che non sentiamo più perché quella volta è successo che…

È Natale: si azzera il rancore, lo si converte in qualcosa di meno meschino (qui mi viene in mente una lettura di un testo delle elementari, il cui titolo era: il peso dell’odio.
E diceva in soldoni che un mendicante per anni ha portato una pietra nella bisaccia per poter colpire il ricco che lo aveva umiliato un giorno, e quando ha avuto finalmente l’occasione, incontrando il ricco dopo anni,  di lanciargli quella pietra… l’ha lasciata cadere a terra, e ha capito quanto gli era pesata per anni nella bisaccia, in spalla , mentre il cuore si era finalmente alleggerito dal peso di un odio che, ormai, non aveva più senso).

La seconda verità che mi pare di intravedere in queste parole: quanti uomini, donne, bambini, adolescenti abbandonati e profondissimamente feriti! Ma anche qui, non andiamo a cercare lontano. Famiglie divise, persone umiliate, ragazzi che non vengono mai ascoltati, adolescenti a cui non è permesso di meravigliarsi e di sognare il presente e il futuro. Quanti nostri contemporanei sotto anestesia. O perché si lasciano imbambolare da mille cose, o perché auto-anestetizzati: se non lo fossero, soffrirebbero troppo.

Anche a causa di noi uomini, donne di Chiesa: siamo ancora capaci di ascoltare, di perdere il tempo, di giocare, di donare un sorriso?

Ma allora chi sono io? Dice il Signore: il tuo vero nome è “mia gioia” (da quanto non ci chiamiamo così in famiglia?), “delizia del Signore”, amata prescelta e scelta.

 

  • Che vale il mondo rispetto alla vita?
  • E che vale la vita se non per essere data?
  • E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire? [a Dio]

 

  • L’Angelo squillante ancora una volta ai cieli e alla terra in ascolto dà l’annunzio usato
  • Sì, Voce-di-Rosa, Dio è nato!
  • Dio si è fatto uomo!
  • È morto!
  • È risuscitato!
  • Le campane non sono il segno dell’Angelus, ma quello della comunione.
  • Le tre note come un sacrificio ineffabile sono accolte nel seno della Vergine senza peccato.

[Paul Claudel, nell’altissimo dramma dell’Annuncio a Maria]

Mai nessuno disperi per sempre [padre David Maria Turoldo]

Un santo vescovo augurava proprio a Natale “tanti auguri scomodi”. Anche a voi, tanti auguri scomodi, ma che magari ci scandalizzino, l’importante è che non ci lascino [cominciando da noi preti] impassibili nelle nostre sicurezze, nel nostro egoismo, orgoglio e superbia. Bene, continuiamo con le tradizioni di sempre… ma anche a me, anche a voi… TANTI AUGURI SCOMODI!

Creature e Creatore. 13. Natale d’altri tempi

Oramai siamo nel Tempo del Natale. La città è un tripudio di luci, le vetrine fanno a gara su scintillii e addobbi, si comincia la seria ricerca dei regali, si prenota il ristorante per il pranzo di Natale. Nelle chiese si comincia ad allestire il Presepe. Nelle case si fa spazio per l’albero (per lo più finto) da allestire con addobbi preziosi e a tema.
Il mio non è un pensiero nostalgico, ma il ricordo che ho del Natale è un po’ diverso.

Alle elementari ci si preparava per la recita dell’ultimo giorno prima delle vacanze; le bidelle, con l’aiuto di qualche maestra, preparavano il presepe ai piedi della scala che portava alle aule del piano superiore e addobbavano anche un albero di Natale in modo molto semplice con finti pacchettini, bigliettini, nastri colorati e fiocchi..tutto fatto in casa e in parte anche da noi bambini. Tutto dicembre era vissuto in questi preparativi, senza contare la mitica letterina a Gesù Bambino piena di brillantini nella quale si chiedeva sottovoce se era possibile avere un regalo, quasi sempre senza osare specificare quale, e la maggior parte delle righe era riservata per ringraziare per i genitori e i fratellini e per chiedere di diventare più buoni e obbedienti perchè alla fine questo era il regalo più bello! Nella mia famiglia i doni non li portava Gesù Bambino, neppure Babbo Natale e neppure San Nicolò che passava solo dall’altra parte del Piave dove era nata la mamma e al quale i bambini facevano trovare fuori dell’uscio un po’ di paglia e biada per il povero asinello. A casa mia arrivava la Befana (Epifania che tutte le feste si porta via) e nessuno come lei sapeva portare fiammanti biciclette rosse, strabilianti scatole di traforo, le pistole dorate di Tex Willer, il libro di fiabe con la copertina azzurra di cartone rigido e splendidi disegni in ogni pagina, che poi era davvero difficile tornare a scuola il giorno dopo!
Si faceva l’albero di Natale: un pino vero con le radici che profumava di bosco tutto il salotto e che poi veniva piantato in giardino con la speranza che attecchisse per l’anno dopo. Le decorazioni erano ghirlande di svariati colori, fragilissime palline di vetro colorato e decorato, uccellini con la coda di piume, candeline rosse e lo splendido inarrivabile puntale. Si faceva anche un piccolo presepe: la capanna, qualche pastore, le pecorelle e il muschio che noi bimbi raccogliavamo nel prato dietro casa. Il papà decorava con le luci il pino del giardino e noi ci incantavamo a guardarlo dalla finestra del soggiorno. La sera della vigilia ci veniva concesso di restare alzati a guardare le comiche in televisione perchè poi si andava alla Messa di mezzanotte, mentre la mamma in cucina era indaffarata ai fornelli per preparare arrosti e bolliti, ragù, funghi e verdure cotte e crude per l’abbondanza del pranzo di Natale. La chiesa era gremita e molti non trovavano posto nei banchi; i bambini si sforzavano di restare svegli ma il tepore e l’omelia li facevano cedere al sonno da cui subito venivano risvegliati dai canti del coro: Tu scendi dalle stelle, Astro del Ciel, Adeste Fideles, Angeli della campagna, Santa Notte. Il momento più bello era quando il Bambinello veniva deposto nella mangiatoia del Presepe: era davvero arrivato Natale! E se ritornando a casa si diceva di aver freddo, la mamma subito ci ricordava che noi avevamo i cappotti e i guanti mentre Gesù era avvolto solo in poveri panni e il suo lettino era la paglia della mangiatoia del bue. Ma per scaldarci, una volta rientrati, ci preparava il latte caldo con il panettone: e sì, era davvero la notte di Natale!

Il giorno dopo si ritornava alla Messa solenne delle undici e ci si fermava ad ammirare con calma il grande Presepe con tutte le statuine e le case e il laghetto. Il pranzo era in soggiorno e la tavola era preparata con la tovaglia più bella e il cibo era abbondante e tutto buonissimo. Al pomeriggio si andava in centro città per il giro dei Presepi: Duomo, Frati, San Nicolò, San Vito, San Martino vicino alla pasticceria più rinomata dove poi si prendeva la cioccolata con la panna. E gli occhi erano sbarluccicanti e pieni di tutti quegli allestimenti ognuno diverso e particolare che ricordavano terre lontane e lavori antichi e davvero non si sapeva scegliere quale fosse il più bello. Si ritornava giusto per la cena con i tortellini in brodo e quanto avanzato dal pranzo. Poi subito a letto perchè domani, Santo Stefano, si va alla Messa delle nove.
Non voglio far nessun paragone con oggi: addobbi fantastici, vacanze sulla neve o ai tropici, pranzi luculliani in ristoranti di lusso o agriturismi, regali a dismisura magari qualcuno inutile. Solo mi chiedo se sarebbe bello poter ridare ai bambini almeno un po’ di quel Natale, in cui lo spirito vero era quello della nascita di Gesù, in cui si aspettava la mezzanotte non per i botti ma per deporre il Bambinello nella greppia mentre tutti cantavano “Tu scendi dalle stelle o Dio del cielo, e vieni in questa grotta al freddo e al gelo. O bambino mio divino, io ti vedo qui a tremar. O Dio beato, ah quanto ti costò l’avermi amato” e si sentiva tutto il freddo che quel neonato pativa, in cui la famiglia si riuniva per il giorno di festa, ed era davvero festa… e i regali se li lasciava alla Befana perché Gesù Bambino portava ben altri doni.

 

Creature e Creatore. 12. Profumo di latte

Sto cercando una cosa che il radar della mia memoria ha localizzato nei cassetti e antina della libreria. Quando apro la porticina, come nei migliori cartoni animati in cui allo spalancarsi della porta dello sgabuzzino tutto precipita addosso al personaggio, gran parte del contenuto scivola sul pavimento. Evidentemente l’ultimo della famiglia che vi aveva rovistato, aveva poi ricacciato tutto dentro confidando nelle cerniere del battente. Sono album dalle svariate dimensioni e copertine, buste con negativi, foto sciolte, insomma l’archivio fotografico della nostra famiglia prima dell’avvento delle nuove tecnologie dove le immagini vengono salvate in chiavette, cd, dvd, clouds ecc ecc. Gli album che nel caos sono finiti sopra di tutto, sono i più vecchi, quelli con le foto dei miei figli neonati, i battesimi, le prime pappe, il primo Natale e compleanno.

Sfoglio quelle pagine ben ordinate a accuratamente datate e ritrovo immagini “dimenticate”. Sorrido guardando quei ricordi e dalla memoria riaffiora il profumo di latte che avevano i miei bambini, e che tutti i neonati hanno. Risento sotto le mie dita il velluto della loro pelle, il colorito di pesca matura, la morbidezza burrosa delle loro gambotte e braccine, la forza della loro manina nello stringere il mio indice così grande, i loro piedini scalcianti che baciavo e solleticavo per farli ridere.

Ma su tutto il ricordo del loro profumo di pulito, di fresco, di nuovo e, appunto, di latte.

Ritrovo immagini nelle quali li sto cullando o dormono tra le mie braccia abbandonati, “tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre”, così come prega il Salmo 130. Infatti, per rendermi concrete queste parole, ho sempre pensato ai momenti del sonno dei miei figli tra le mie braccia, nella loro tanto inconsapevole quanto connaturata totale fiducia verso di me e certezza che li avrei protetti e difesi da qualsiasi cosa fosse accaduta. Così doveva essere il mio rapporto con Dio “come bimbo svezzato è l’anima mia”.

Ma in questo momento di profondi ricordi di mamma intrisi di profumi e sensazioni tattili, capovolgo la situazione e penso a cosa può provare Dio. Se il mio abbraccio era così trabboccante amore, com’è quello di Dio Papà? Con quale sguardo di tenerezza mi guarda? Per Lui la mia pelle sarà sempre “di pesca” anche quando sarà increspata e raggrinzita? Sarò sempre morbida anche se indurita dalla vita? Mi terrà sempre forte anche quando scalcerò per trovare altre braccia che solo apparentemente mi possono sembrare più attraenti?

Ho una certezza: Dio Papà sentirà sempre il mio profumo di latte.

 

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