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Da Marco Tosatti. “Marcia per la vita a Roma. Molti preti, due cardinali. Stranieri. Vescovi e porporati italiani non pervenuti…”

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, speriamo di farvi una cosa gradita pubblicando una piccola galleria di fotografie della Marcia per la Vita 2019 che si è svolta oggi pomeriggio a Roma. Molti i sacerdoti e le religiose; presenti anche due cardinali, il card. Raymond Leo Burke e il cardinale arcivescovo di Utrecht, Eijk. Entrambi stranieri. Assenti totalmente i presuli italiani, (salvo mons. Negri, mi dice un lettore) a cui evidentemente il fatto che ogni sei minuti circa secondo gli ultimi dati disponibili nel nostro Paese venga soppresso un bambino non è sufficiente a farli scendere per strada magari guidando il loro gregge per dimostrare il loro dolore. Tante volte i loro partiti di riferimento – PD e Cinque Stelle, se il Fatto Quotidiano ha ragione – si offendessero…

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Da Ermes Dovico. “Guadalupe, la chimica che si stupiva delle cose di Dio”

Sarà beatificata oggi la spagnola Guadalupe Ortiz (1916-1975), la prima laica dell’Opus Dei a salire agli onori degli altari, che realizzò la sua vocazione dopo l’incontro a 27 anni con san Josemaria Escrivá. Professoressa di chimica, amata dalle sue alunne, trasmetteva la bellezza della scienza vista con gli occhi della fede. Nelle piccole croci quotidiane trovava «molta più presenza di Dio» e diceva: «Questo mi dà molta gioia».

«Ogni giorno vedo più chiaramente quanto vicino mi è Gesù in tutti i momenti; le racconterei dettagli piccoli ma continui, che nemmeno mi stupiscono, ma li apprezzo e li aspetto costantemente…». Così scriveva nell’aprile 1946 Guadalupe Ortiz de Landázuri (12 dicembre 1916 – 16 luglio 1975) in una delle molte lettere a padre Josemaria Escrivá, il santo fondatore dell’Opus Dei, che in controtendenza all’ateismo dilagante del XX secolo ricordò e diffuse l’insegnamento che tutti siamo chiamati a santificarci nella vita ordinaria di ogni giorno, passando attraverso la santificazione del lavoro. Uno dei frutti più belli di questo carisma è proprio Guadalupe, ricercatrice e professoressa di chimica, che oggi – dopo il riconoscimento del primo miracolo attribuito alla sua intercessione (vedi qui) – sarà proclamata beata a Madrid, sua città natale, divenendo la prima laica dell’Opera a salire agli onori degli altari.

Ultima di quattro figli e unica femmina, nata nel giorno in cui la Chiesa celebra la Madonna di Guadalupe, ricevette un’educazione cristiana e nel 1933 si iscrisse alla facoltà di Chimica. Tre anni più tardi, durante la guerra civile spagnola (1936-1939), un fatto doloroso sconvolse la sua famiglia. Il padre, tenente colonnello dell’esercito, venne condannato a morte: il figlio Eduardo riuscì anche a ottenere l’indulto per il genitore, ma questi, poiché i suoi sottoposti erano comunque destinati alla fucilazione, rifiutò di essere liberato. Venne fucilato l’8 settembre 1936. Guadalupe, non ancora ventenne, aveva passato la notte precedente accanto al padre e, tempo dopo, dirà che «a lui devo la mia vocazione», mentre il fratello Eduardo, oggi Servo di Dio, testimonierà che quella notte era stata proprio la sorella a fare «coraggio con la sua serenità a mia madre e naturalmente a me».

Finita la guerra civile, poté laurearsi e iniziò a insegnare. Passarono pochi anni e, dopo una grazia ricevuta a Messa, capì che Dio le stava chiedendo di più. Alla fine della celebrazione incontrò un amico al quale domandò se conoscesse un buon sacerdote verso cui indirizzarla. Così, il 25 gennaio 1944, a 27 anni, avvenne l’incontro con padre Josemaria Escrivá, grazie al quale «mi caddero le squame dagli occhi». Seguì un ritiro spirituale e il 19 marzo chiese di essere ammessa come numeraria all’Opus Dei, dove le donne erano ancora poche. Si dedicò all’amministrazione domestica dei primi centri dell’Opera, cavandosela tra piccole e grandi cose, problemi organizzativi ed economici, ricorrendo continuamente all’aiuto di Dio: «Sento molto accanto a me il Signore, che, soprattutto, mi aiuta moltissimo a obbedire, rendendomi tutto quello che mi dicono facile e gradevole. Nell’orazione il tempo mi passa molto in fretta, e benché in realtà dica poche cose, non sono distratta, e sento che sono vicina a Lui» (lettera da Bilbao, 29 ottobre 1945).

Guadalupe andò realizzando l’importanza delle fatiche quotidiane consacrate al Signore: «Noto che grazie a queste piccole croci ho molta più presenza di Dio, e mi occupo ogni giorno meno di me. Questo mi dà molta gioia. Solo nell’oratorio vedo con molta chiarezza i miei difetti grandi, grandi, e faccio atti di umiltà, e smetto di preoccuparmi», scriveva ancora da Bilbao a padre Josemaria (11 novembre 1946). Il suo epistolario costituisce una grande ricchezza perché emerge proprio la lotta costante contro ciò che lei stessa definiva «amor proprio» e «vanità», che poi è la lotta comune a tutte le anime che cercano di avvicinarsi a Dio. A Madrid le venne affidata la direzione di Zurbarán, la prima residenza universitaria dell’Opera, dove conquistò con il suo carattere le studentesse che vi andavano ad abitare, contribuendo alla loro formazione umana e cristiana.

Padre Josemaria le chiese poi di recarsi in Messico per avviare anche lì l’apostolato tra le donne: «Partimmo da Madrid il 5 marzo 1950. Io ero la più grande, anche se molto giovane. Portavamo con noi solo la benedizione del Padre, l’amore al Signore e il nostro buon umore». Il lavoro svolto nei sei anni passati nel Paese centroamericano, per la cui buona riuscita aveva chiesto l’intercessione della Santa Vergine, fu enorme. Come testimoniò una persona che l’aveva conosciuta proprio in Messico: «Mi colpì il suo modo di pregare: si ‘metteva’ in Dio e stava molto raccolta. La si vedeva sempre allegra, contenta, col sorriso sulle labbra; andai scoprendo con la sua vita che cosa vuol dire darsi a Dio; era sorprendente il modo in cui viveva personalmente quello che diceva…».

Durante un viaggio a Roma, nell’ottobre 1956, scoprì di essere affetta da una malattia cardiaca, che diventerà la via per unirsi più pienamente a Gesù. Non poté più tornare in Messico e dovette operarsi. «Padre, il peggio è passato, e grazie a Dio e all’aiuto di tutti, sto molto bene. È stata una settimana di molto dolore fisico ma di molta consolazione morale. […] Ho cercato di comportarmi bene ed essere coraggiosa. La presenza di Dio fa meraviglie. Come si nota! Voglio tornare presto a servire», scriveva da una casa di cura madrilena nel luglio 1957. Per qualche tempo soggiornò a Roma aiutando padre Josemaria nel governo dell’Opera. Tornò quindi a Madrid dove completò brillantemente il dottorato in chimica, insegnò in due scuole e contribuì anche alla progettazione del Centro di studi e ricerche in scienze domestiche (Ceicid), divenendone vicedirettrice e insegnandovi chimica delle fibre tessili.

Nel suo lavoro da docente, fu capace di trasmettere la bellezza della scienza vista alla luce della fede. Come scrisse una sua alunna: «Per me è stata un’insegnante speciale che non potrò dimenticare mai. Aveva una grande personalità ed era una donna bellissima anche se vestiva con sobrietà, senza ornamenti superflui. Era di una grande semplicità; ci trattava molto bene, con comprensione e affetto. Perciò attorno a lei si creò un clima bellissimo. Ricordo che, dopo aver riempito la lavagna di formule chimiche, si voltava verso di noi e ci parlava di tutto quello che si poteva fare combinando i vari elementi chimici, facendoci vedere che tutto era un’impressionante manifestazione della diversità della Creazione; poi concludeva: pensate a come Dio fa le cose!».

I suoi problemi al cuore proseguirono, tra continue ricadute, che viveva in atto di offerta a Cristo Crocifisso. L’ultimo, delicato, intervento chirurgico lo subì l’1 luglio 1975. Come ricorderà il fratello Eduardo: «Fu informata dei pericoli che l’operazione comportava, ma li accettò senza titubanza pensando che così poteva essere più utile all’Opera. Ma se Dio vuole che perda la vita – diceva – andare in Cielo è ancora meglio». Quindici giorni più tardi, a seguito di complicazioni, Guadalupe raggiunse nella gloria lo Sposo eterno. Era il 16 luglio, festa della Madonna del Carmelo.

Per saperne di più:
La libertà di amare. Guadalupe Ortiz de Landázuri, di Cristina Abad Cadenas, Edizioni Ares, 2019

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/guadalupe-la-chimica-che-si-stupiva-delle-cose-di-dio

Da “Il Sismografo”. Un sacerdote ucciso ogni 15 giorni dal 1° gennaio 2019

AFRICA [6]
– Madagascar (1)
p. Nicolas Ratodisoa (morto il 14 febbraio 2019)
– Burkina Faso (3)
p. Antonio César Fernández Fernández (morto il 15 febbraio 2019)
p. Siméon Niamba (morto il 12 maggio 2019)
p. Fernando Hernandez (morto il 17 maggio 2019)
– Camerun (1)
Toussaint Zoumaldé (morto il 20 marzo 2019)
– Nigeria (1)
p. Clement Ugwu (rapito il 17 marzo, trovato morto il 20 marzo 2019)
AMERICA [3]
– Colombia (1)
p. Carlos Ernesto Jaramillo (morto il 18 febbraio 2018)
– Perù (1)
p. Paul McAuley (morto il 2 aprile 2019)
– El Salvador (1)
p. Cecilio Pérez (17-18 maggio 2019)
***

Burkina Faso. P. Joël Yougbaré (rapito il 17 marzo 2019, ritrovato morto il 27 aprile 2019 secondo alcune fonti ma poi smentite dal vescovo della diocesi il 29 aprile).

Giornata internazionale per il superamento dell’omofobia e della transfobia

Incontri ecumenici e fiaccolate in molte diocesi per la Giornata internazionale per il superamento dell’omofobia e della transfobia.

 

Secondo Avvenire, saranno molti i vescovi presenti a queste iniziative e momenti di preghiera.

 

Si veda, tra gli altri, l’altare arcobaleno a Vicenza

 

Dov’è finito il confine tra il bene e il male?

 

Esiste ancora un “bene oggettivo” e un “male oggettivo”?

 

 

don Paolo Mojoli sdb

Non Robin Hood ma esperto mascalzone

Se tutte le famiglie che non arrivano a fine mese cominciassero a rubare?

Se tutti quelli che non riescono a pagare l’affitto decidessero di occupare abusivamente una casa?

Quel cardinale non insegna il Vangelo, ma come rubare.

Così la Chiesa, oltre ad aver sdoganato anche altre cose importanti, permette ed avvalla il furto (vedi posizioni di Avvenire, giornale della CEI).

 

don Paolo Mojoli sdb

 

Si veda anche la pagina facebook di don Fortunato di Noto:

“Mi allaccia, padre, abusivamente la luce? Almeno una decina di telefonate e contatti, famiglie piene di bollette evase. Tanti i bambini. Queste le situazioni di ogni giorno in una parrocchia, di periferia o del centro città. A voi sembra provocatorio questo post, ma è la realtà. Ogni giorno. Non ho mai consigliato l’allaccio abusivo, non è mai prevalsa la carità furibonda, è prevalso il buon senso di un pastore che vive nel mondo, ma non è del mondo. I ricchi diano ai poveri, e i poveri condividano, e lo fanno, il pane anche se duro.Nelle regole e oltre le regole partendo dai propri soldi e dalla reale carità di chi possiede uno spicciolo. E chi poi riceve, doni a sua volta …. ” (Don Fortunato Di Noto)

 

“Sono un semplice cane pastore. Ho incontrato dei giovani, in un convegno, sulla legalità e dottrina sociale della Chiesa. Presentando, con profezia evangelica, a: tendere non solo la mano ma trasformare le strutture – o brutture umane della città (frase del Sindaco Giorgio La Pira), nella giustizia e nella legalità. Mi hanno detto che sono un fariseo, la illegalità è cosa umana, dicevano. Senza neanche conoscermi… giudizi gratuiti e fake news, come al solito: tutto da bruciare…. tutto. Io non lo so, eppure ci metto sempre la vita e la faccia… sempre. Un semplice cane pastore ….” (Don Fortunato Di Noto)

 

 

Pecorella e Pastore. Essere omosessuali: è un peccato?

 

Pecorella: Caro Pastore, partiamo dal tweet qui sopra. E’ del gesuita James Martin, padre che non nasconde la sua volontà di sdoganare l’omosessualità anche nella Chiesa.
Infatti il suo tweet inizia proprio con “Essere gay non è una colpa. E’ la modalità con cui Dio ha creato alcune persone”. Già con questo incipit c’è da discutere abbastanza. Che dici?

 

Pastore: Questo gesuita dice che l’omosessualità non è un peccato in senso preciso, per intenderci uno di quelli da confessare. Infatti non vale l’equazione secondo la quale ogni omosessuale, in quanto tale e solo in riferimento a questo, sarebbe un peccatore. Ma, sebbene psichiatri e psicologi abbiano speso notevoli energie per sdoganare l’omosessualità e la vita sessualmente attiva da parte degli omosessuali, per la Chiesa essa rimane un “disordine oggettivo”. Pur non mettendo in discussione la bontà d’animo e la spiccata sensibilità di molte persone omosessuali.

Più profondamente, i veri problemi spesso tralasciati o sottovalutati anche da molti teologi sono:

  1. L’esistenza, nella morale cattolica, di norme oggettive, cioè di atti intrinsecamente sbagliati (si veda la Veritatis splendor di San Giovanni Paolo II e l’intero stesso Catechismo della Chiesa Cattolica)
  2. Il fallimento del tentativo di fondare una morale cattolica basata solo sulla Bibbia, prescindendo totalmente dalla sana Tradizione di morale cattolica che ci precede. Si veda il recente intervento da parte di Benedetto XVI https://www.corriere.it/cronache/19_aprile_11/papa-ratzinger-chiesa-scandalo-abusi-sessuali-3847450a-5b9f-11e9-ba57-a3df5eacbd16.shtml?refresh_ce-cp.

 

Pecorella: Ribadiamo che non è in discussione la persona omosessuale ma l’atto omosessuale (come ha sempre affermato la Chiesa nel suo insegnamento). Resta un problema di fondo che, non ci pare, la scienza abbia risolto: l’omosessualità è un fatto “naturale” ovvero “si nasce così”?

 

Pastore: Cara Pecorella Smarrita, ammetto:

  1. di essere un uomo che ha provato per anni e sta ancora cercando di approfondire la propria fede, non uno scienziato, tantomeno un “tuttologo”;
  2. dalle (lo ammetto) poche notizie che ho raccolto al riguardo della tua domanda, sinceramente ho sentito talmente parlare, sia persone di Chiesa, che scienziati laici, in modo così contrastante, da avermi fatto perdere la fiducia in una risposta seria, a breve tempo, su questo argomento. Cioè se l’omosessualità faccia parte della natura (“si nascerebbe così”) o della cultura (“si diventerebbe così”).
  3. A livello di fede, è facile tornare alle prime pagine della Bibbia. Esse hanno un valore teologico, di fede, non storico o strettamente scientifico. Infatti esse non si chiedono: “in che modo è nato il mondo e la persona umana?” (domanda storico-scientifica). Ma piuttosto: “PERCHE’ è nato il mondo e l’uomo e la donna?”. O, detto in un altro modo: “Cosa c’entra Dio con l’esistenza di tutto il creato e della persona umana?”. A questo riguardo viene detto:
    1. che l’uomo e la donna sono creati “a immagine e somiglianza di Dio”;
    2. che “maschio e femmina li creò”, in modo differente e complementare;
    3. che c’è stato un pasticcio iniziale (il peccato originale), il quale, tra le altre cose, ha compromesso anche la serenità di relazione tra l’uomo (maschio) e la donna (femmina). Essi, infatti, subito dopo il peccato originale cominciano a scaricare il barile del peccato l’uno sull’altro, si incolpano vicendevolmente.
  4. A livello ecclesiale cattolico, è totalmente in errore la Diocesi di Torino, la quale avalla e promuove degli incontri in cui  “insegnare la fedeltà alle persone dello stesso sesso”. Concordo pienamente con l’analisi e l’aiuto alla riflessione offerto da parte di Costanza Miriano, la quale afferma: “Quello che è drammatico è invece il fatto che sia proprio la Diocesi stessa a proporre un cammino, in modo ufficiale. Nella migliore e più benevola delle ipotesi si tratta di un grave errore pastorale che produce confusione. Nella peggiore invece si tratta di un tentativo di cambiare la dottrina, svuotandola dal di dentro, proponendo quella omosessuale come una delle varianti della sessualità umana, cosa che Sua Eccellenza Monsignor Cesare Nosiglia dovrebbe sconfessare pubblicamente.”

 

Pecorella: Hai citato la diocesi di Torino con questa iniziativa fuori luogo. Il problema è che non è una iniziativa isolata. Sembra che la Chiesa cerchi di presentarsi “politicamente corretta” e, visto che giuridicamente (non scientificamente!) l’omosessualità è stata sdoganata, si vuole apparire moderni sotto questo punto di vista. Cosa suggeriresti ad una ragazza o ad un ragazzo che ti chiede aiuto dichiarandosi omosessuale?

 

Pastore: Non scientificamente? Chiedilo alle centinaia di migliaia di psichiatri, psicologi, psicoterapeuti che, attenendosi alle indicazioni della quinta edizione (2013) del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM5) redatto dall’Associazione Psichiatrica Americana, diffuso e ritenuto come assolutamente certo nella grandissima parte del mondo, ritengono che l’omosessualità NON sia una malattia.

Come afferma papa Francesco, fino a 20/25 anni è impreciso parlare di autentica omosessualità, in quanto l’identità della persona si sta ancora formando. In questo caso, un cammino sia psicologico che saggiamente spirituale può aiutare molto.

Ho conosciuto anche delle persone adulte che dichiarano la loro consolidata omosessualità. Mi pare che sia necessario congiungere un estremo rispetto per la persona in quanto tale e le scelte “oggettivamente disordinate”.

 

Pecorella: La chiesa è comunque confusa. Il Papa afferma “In quale età si manifesta questa inquietudine del figlio? E’ importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino, ci sono tante cose da fare con la psichiatria. Altra cosa è quando si manifesta dopo venti anni” (scatenando le proteste delle comunità omosessuali) e poi invita al sinodo della famiglia in Irlanda il James Martin, sj, di cui sopra. Perché si continua con questa confusione quando Gesù stesso ci invitò alla chiarezza dicendo: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”? E’ la solita strategia di far finta di non cambiare la dottrina modificando la pastorale con conseguenze… dottrinali?

Pastore: Spero proprio di no. Certo che i messaggi contraddittori creano un grande disorientamento; di fronte al quale si può rispondere solo attraverso una dose massiccia di preghiera, che inglobi tutto il corpo mistico di Cristo (Chiesa in cielo e in terra); attraverso l’impegno per una risposta sempre più generosa all’invito che Gesù rivolge a ciascuno di noi a favore della santità della Chiesa e di ciascuno; attraverso il coraggio e la capacità di pagare sulla propria pelle il dono ricevuto dell’appartenenza a Cristo, morto e risorto per noi.

“La correttezza politica ha annebbiato i governi sulla persecuzione dei cristiani” (Da Lorenzo Bertocchi)

Il segretario agli esteri inglese, Jeremy Hunt (foto sotto), ha ricordato le conclusioni di un report commissionato al vescovo anglicano di Truro, Philip Mounstephen, e ha detto che «in alcune regioni, il livello e la natura della persecuzione [dei cristiani] si avvicina probabilmente alla definizione internazionale di genocidio».

Hunt, impegnato in un viaggio nel continente africano, ha parlato ad Addis Abeba ricordando che in diverse regioni del Medio oriente i cristiani rischiano di essere «spazzati via» (in Palestina ora rappresentano solo l’1,5% della popolazione, mentre in Iraq i numeri sono scesi da 1,5 milioni prima del 2013 a meno di 120.000 oggi). Le parole di Hunt arrivano dopo le stragi di Pasqua in Sri Lanka: «Penso che siamo tutti addormentati quando si tratta della persecuzione dei cristiani. Penso non solo al rapporto del vescovo di Truro, ma ovviamente quello che è successo nello Sri Lanka la domenica di Pasqua ha svegliato tutti con uno shock enorme».

La causa di questa “indifferenza”, dice Hunt, è in un’atmosfera di «correttezza politica» che spesso impedisce ai politici dei governi occidentali di parlare chiaramente di questi fatti.

Secondo un commento di The Guardianqueste parole sono nobili, ma suonano stonate di fronte al comportamento dello stesso governo britannico che «non ha offerto asilo ad Asia Bibi», la donna cristiana del Pakistan liberata dopo un calvario lungo 9 anni, e fa affari con «l’Arabia saudita, un paese dove il cristianesimo pubblico è illegale e i lavoratori migranti cristiani sono trattati in modo abominevole». Inoltre gli inglesi sostengono il governo dell’Egitto dove le «chiese copte vengono frequentemente aggredite» e favoriscono rapporti commerciali con la Cina dove, come sappiamo, i cristiani subiscono persecuzioni di vario tipo. E anche la tragedia dei cristiani in Iraq, giustamente sollevata nel discorso di Hunt, deve essere analizzata considerando che il governo inglese ha «partecipato in modo entusiastico all’invasione dell’Iraq [nel 2003] ed ha ovviamente delle responsabilità per la brutale anarchia che ne è seguita».

Così le parole di Hunt sulla «correttezza politica» rischiano paradossalmente di assumere proprio la stessa forma di un discorso politico, fatto più per ingraziarsi una parte crescente dell’opinione pubblica britannica e molto meno per aiutare davvero i cristiani perseguitati.

Il politicamente corretto non può essere evocato a fasi alterne, ma andrebbe attaccato nella sua radice principale, quella cioè che vuole annullare l’identità di una cultura che ha nel cristianesimo la sua base fondamentale. «Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo cri­terio», ha scritto il papa emerito Benedetto XVI nei suoi recenti «appunti» sulla crisi degli abusi. E anche Francesco nel 2014, in un discorso tenuto a Tirana, disse che «quando, in nome di un’ideologia, si vuole estromettere Dio dalla società, si finisce per adorare degli idoli, e ben presto l’uomo smarrisce sé stesso, la sua dignità è calpestata, i suoi diritti violati».

Una vera difesa dei cristiani perseguitati e di una autentica libertà religiosa dovrebbe partire da questo minimo comune denominatore. I politici europei sono disposti a cominciare da questo punto?

Fonte: http://www.iltimone.org/news-timone/la-correttezza-politica-annebbiato-governi-sulla-persecuzione-dei-cristiani/

Da Costanza Miriano. “Come questo pontificato mi avvicina più a Cristo?”

Carissima,

se dovesse trovare il tempo di aiutarmi a dissipare un mio dubbio, riceverei il dono prezioso di essere aiutato da una persona che seguo come luminoso punto di riferimento. Altrimenti capirò la sua mancanza di tempo. Il mio dubbio è in effetti una sensazione di disorientamento di fronte alle questioni di cui dibattono i cattolici fedeli al Papa e quelli che addirittura lo considerano un eretico, in un confronto che mina lentamente l’unità della Chiesa.

Fermo restando che pronunciare un verdetto di eresia spetterebbe ad organi competenti seguendo procedure sicuramente regolamentate con grande cura dal Diritto Canonico, e quindi nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di pronunciare soltanto questa parola, figuriamoci nei confronti del Papa; però, perché dall’alto lato si difende la figura del Vicario di Cristo ad oltranza e senza argomentare? Nel Vangelo pare proprio Pietro l’apostolo che incorre in un maggior numero di correzioni da parte di Gesù, dal Vade Retro ad altre ramanzine, a volte anche severe. Inoltre Pietro è colui che rinnegherà per tre volte il suo Signore. Insomma non è che si presenti la Pietra su cui si regge la Chiesa come infallibile, e questo a riprova del fatto che la Chiesa fondata da Cristo vuole essere presentata come una istituzione umana, condotta dagli uomini, con tutti i difetti possibili che la nostra condizione produce. Forse il motivo per cui Pietro viene rappresentato in questo modo nei Vangeli sta nel fatto che in realtà la guida della Chiesa non è mai nelle mani del Papa Regnante, ma in quelle di Cristo in persona, alle cui Verità il suo Vicario è tenuto ad aderire. Se questo non accadesse, penso che i fedeli debbano con tutto il diritto notarlo, farlo notare e renderlo oggetto di un rispettoso dibattito. Non credo che si debba supportare il Papa per partito preso, il Capo della Chiesa resta Gesù. Mi spieghi per favore se la mia riflessione ha fondamento. Approfitto per comunicarle tutta la mia stima e per ringraziarla per la sua preziosa attività.

***

Ho deciso di pubblicare questa lettera, dopo averne chiesta l’autorizzazione all’autore, perché è una delle tante espressioni di un disorientamento e di una sofferenza che continuo a registrare da più parti, anche andando in giro per l’Italia, parlando con tanti credenti, con tante persone di buona volontà. Io non penso che la migliore risposta a questo sentimento diffuso tra tanti cattolici, in questo momento della vita della Chiesa, sia il dare con violenza degli infedeli a coloro che fanno qualche fatica a comprendere alcune cose. Trovo anche poco accogliente questa difesa aggressiva da parte di alcuni degli schinieri di Francesco, perché l’accoglienza non va esercitata solo verso i lontani, ma anche verso i vicini (quante volte siamo gentilissimi con gli estranei e intrattabili con quelli di casa!). Se una difficoltà emerge, se c’è un disorientamento e un disagio, chi lo esprime con rispetto, con sofferenza, con amore anche, ha il diritto di essere ascoltato e accolto. Inoltre la trovo controproducente, questa linea di difesa a oltranza, segno di una poca libertà: io amo il Papa, sempre e comunque, nonostante questo sono estremamente tranquilla nel dire che nelle sue scelte politiche – è un Papa molto politico, questo – a mio parere ha fatto anche qualche errore di valutazione. Non è producente negarlo, perché sottolineare con rispetto una posizione che fa soffrire tanti uomini di buona volontà, far emergere una difficoltà offre sempre un’occasione per una spiegazione ulteriore, o magari per un aggiustamento del tiro.

Chi all’interno di una comunità ha delle responsabilità non ha il diritto di trascurare le novantanove pecore rimaste nell’ovile. D’altra parte loro, le 99 pecore, devono portare su di sé parte della sofferenza del pastore che se ne va nel deserto da solo a cercare la pecora perduta. Il nostro modo di soffrire con lui, con il Papa, è prenderci anche noi la nostra parte di solitudine. Quanto alla teologia, benché non abbia l’autorità per giudicare molte cose, a volte ho la netta sensazione che ci siano proprio due chiese, con dei pastori che annunciano qualcosa di diverso da quello che mi è stato consegnato in tanti anni di cammino.
È così che tanti fratelli nella fede, in questo momento, mi raccontano di sentirsi a volte soli. Io rispondo che prendo questa fatica del momento, la assumo su di me, e a me piace pensare che sia il nostro modo di partecipare alle sofferenze del Papa e di Cristo.
Però la nostra posizione secondo me rispetto a questo pontificato dovrebbe essere questa: al netto di tutto quello che non condividiamo, chiederci “cosa nelle parole di Francesco mi avvicina più a Cristo? Cosa è per me in questo fatto davanti al quale mi è chiesto di stare? Cosa mi vuole dire Dio con questo Papa? In cosa mi devo convertire?”. Poiché non spetta a noi altro giudizio che questo: cercare il volto di Cristo, e chiederci in ogni circostanza cosa ce lo fa trovare.

Aggiungo altri due semplici spunti di riflessione: innanzitutto credo che il Papa sia raccontato dall’informazione in modo funzionale a un preciso disegno culturale, alzando e abbassando la levetta del volume a seconda delle circostanze, per esempio amplificando le sue posizioni sull’immigrazione, ma tacendo quando dice che l’Italia ha già fatto abbastanza, rispetto alle sue possibilità. Alzando in modo ingannevole su Amoris Laetitia (“il Papa dice sì al divorzio”, titolavano i giornali un secondo dopo l’inizio della conferenza stampa di fine sinodo), abbassando sull’ultimo bellissimo discorso alla Rota Romana (rimane comunque a mio vedere un margine di ambiguità che non è quello raccontato dai giornali, ma che è innegabile, e che mi fa molto soffrire), o quando dice che abortire è come affittare un sicario, che il gender è uno sbaglio della mente umana, o che per l’omosessualità la psichiatria può fare qualcosa quando si è molto giovani.

Secondo, banale spunto di riflessione: credo anche che Francesco sia consigliato, riguardo certe valutazioni politiche, da consiglieri che sembrano più interessati alle campagne elettorali che all’unità della Chiesa. Su alcuni temi non entro, ma sulle questioni che conosco bene mi sento di poter dire che la posizione di parte delle gerarchie ecclesiastiche è profondamente viziata da una ideologia progressista per non dire modernista. Mentre né tradizionalismo né modernismo dovrebbero indurci a distogliere lo sguardo dalla Verità, cioè da Cristo. È questa l’unica possibile spiegazione del più doloroso e incomprensibile tradimento fatto negli ultimi anni dai pastori a danno del popolo della Chiesa: il mancato appoggio alla più grande mobilitazione dal basso dei tempi recenti della Chiesa, il Family Day, un popolo di famiglie spesso numerose e spesso tutt’altro che ricche e privilegiate, che si aspettavano almeno un cenno di sostegno, e non un silenzio che ha avuto il sapore di uno schiaffo in faccia. Oppure la questione femminile, sulla quale la Chiesa sta arrivando a saldi finiti, in ritardo, e sbagliando completamente bersaglio: le donne occidentali – mai così sole, infeconde, infelici – non hanno alcun bisogno di ulteriori inviti all’emancipazione, ma di un aiuto a scoprire con coraggio la loro grandezza e unicità, la capacità di dare e sostenere la vita.
In questo e in altri ambiti molti pastori sembrano caduti nell’inganno che la Chiesa debba svecchiarsi per essere attraente, cercando di dare una risposta alle istanze del mondo; mi sembra che soffrano di gravi complessi di inferiorità nei confronti della modernità, come se dovessero farsi perdonare chissà quali rigidità. Credo sia un problema generazionale. Noi che siamo nati in occidente dopo il ’68, la rigidità non l’abbiamo sofferta manco per niente, anzi, e certe libertà ce le siamo viste tirate in faccia. Di libertà ne abbiamo avuta talmente tanta che non sappiamo più che farcene: quello che chiediamo alla Chiesa è la verità e il senso, cioè Cristo.
Ma, ripeto, questi due spunti, banalizzati al massimo, non sono per quanto mi riguarda il cuore della questione. L’unica domanda che mi interessa è questa: come questo pontificato mi avvicina più a Cristo? Quali gesti concreti mi invita a fare? In cosa sta aiutando la mia conversione? E siccome il lavoro da fare su questo fronte è davvero tanto, credo proprio che quando avrò finito di farlo e potrò passare al punto due dell’ordine del giorno – giudizio sul pontificato – sarò morta.

Fonte: https://costanzamiriano.com/2019/05/09/come-questo-pontificato-mi-avvicina-piu-a-cristo/#more-20636

Da Costanza Miriano. “Quale aiuto senza verità?”

Quindi alla fine la diocesi di Torino è andata avanti, e dopo avere rimandato ha infine tenuto davvero il corso per “insegnare la fedeltà alle persone dello stesso sesso”. 
Il Catechismo della Chiesa Cattolica però continua ad annunciare che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, quindi non vedo come una diocesi della Chiesa Cattolica possa permettere che si insegni la fedeltà a un disordine. Come si può insegnare a rimanere in qualcosa che ferisce l’uomo nella sua più profonda identità, come si può aiutare qualcuno a rimanere nel peccato, che vuol dire “sbagliare mira”? E’ come se una mamma che vede suo figlio che si fa del male lo aiutasse a rimanerci sempre più dentro.

E’ legittimo (e anche molto comune) pensarla diversamente, ma non è legittimo insegnare diversamente a nome della Chiesa Cattolica, perché la Chiesa ha duemila anni di storia, si fonda sul sangue dei martiri, consegna un sapere che non è di nessuno se non di Cristo, e nessuno lo può modificare a suo piacimento.
Si può sempre fondare un’altra chiesa, ma non si può fare quello che si vuole della nostra.

Ovviamente l’obiezione più comune, che alcuni fanno persino in buona fede (non chi dovrebbe conoscere la nostra fede, come per esempio padre Martin e molti altri), è che la Chiesa come madre deve amare tutti i suoi figli, inclusi quelli che hanno attrazione verso lo stesso sesso. Ma la Chiesa, proprio perché ama, vuole che ogni uomo realizzi il disegno di Dio, perché sa che solo così potrà essere pienamente felice. Ecco cosa tuttora insegna la Chiesa, nonostante i tentativi di cambiare la dottrina attraverso la pastorale:

“Il cap. 3 della Genesi mostra come questa verità sulla persona umana quale immagine di Dio sia stata oscurata dal peccato originale. Ne segue inevitabilmente una perdita della consapevolezza del carattere di alleanza, proprio dell’unione che le persone umane avevano con Dio e fra di loro. Benché il corpo umano conservi ancora il suo « significato sponsale », ora questo è oscurato dal peccato. Così il deterioramento dovuto al peccato continua a svilupparsi nella storia degli uomini di Sodoma (cf. Gen 19, 1-11). Non vi può essere dubbio sul giudizio morale ivi espresso contro le relazioni omosessuali. In Levitico 18, 22 e 20, 13, quando vengono indicate le condizioni necessarie per appartenere al popolo eletto, l’Autore esclude dal popolo di Dio coloro che hanno un comportamento omosessuale.

Sullo sfondo di questa legislazione teocratica, San Paolo sviluppa una prospettiva escatologica, all’interno della quale egli ripropone la stessa dottrina, elencando tra coloro che non entreranno nel regno di Dio anche chi agisce da omosessuale (cf. 1 Cor 6, 9)”

Dunque un sacerdote della Chiesa cattolica non può fare, in un convento, a nome dell’autorità di cui è rappresentante, un corso per insegnare a essere fedeli a qualcosa che non permette di entrare nel regno dei cieli secondo la stessa Chiesa che gli dà l’autorità di parlare.

Se invece diciamo che ci può essere una gradualità nell’avvicinarsi al compimento del disegno di Dio su di noi, questo è sicuramente vero, e lo è per tutti noi che combattiamo contro peccati sicuramente gravi, alcuni più, alcuni meno di quelli, ma non importa. Il punto è la chiarezza della Verità, è proporre una meta chiara. Se l’obiettivo è la castità per le persone che provano attrazione verso lo stesso sesso – su questo la Chiesa non deve contraddire se stessa – posso comprendere che nel cammino verso il bene avere una relazione stabile sia un piccolo pezzetto più avanti che averne diverse contemporaneamente, cioè una vita sessuale promiscua. Se dunque la fedeltà viene intesa come momento di passaggio verso la castità, non so, forse può avere un senso. Ma si tratta di percorsi individuali da proporre in confessionale, con discernimento e la massima attenzione, caso per caso, e soprattutto mai e poi mai proponendo un rapporto omosessuale, neppure fedele, come un bene.

Quello che è drammatico è invece il fatto che sia proprio la Diocesi stessa a proporre un cammino, in modo ufficiale. Nella migliore e più benevola delle ipotesi si tratta di un grave errore pastorale che produce confusione. Nella peggiore invece si tratta di un tentativo di cambiare la dottrina, svuotandola dal di dentro, proponendo quella omosessuale come una delle varianti della sessualità umana, cosa che Sua Eccellenza Monsignor Cesare Nosiglia dovrebbe sconfessare pubblicamente.

Cina-Vaticano. Shaanxi, il governo rade al suolo la parrocchia di Qianyang (video)

Roma (AsiaNews), 4 aprile 2019 – Questa mattina, il governo di Qianyang (Shaanxi) ha raso al suolo l’unica parrocchia della città. È bastato il lavoro di un bulldozer a squarciare l’edificio a due piani, sotto la vigilanza di un gruppo di poliziotti. Nel video giunto ad AsiaNews si sentono i singhiozzi di alcune donne, mentre diversi fedeli guardano attoniti alla distruzione.

La parrocchia di Qianyang sorgeva in una zona molto povera dello Shaanxi e raccoglie circa 2mila cattolici, tutti contadini. Era stata costruita con le offerte provenienti da altre comunità della diocesi. L’edificio ospitava al piano superiore la sala per la liturgia; al piano terra vi erano uffici e residenza delle suore che offrivano alla popolazione indigente aiuti sanitari, visite mediche e medicine.

Non si conoscono ancora con chiarezza i motivi della distruzione.

La diocesi di Fengxiang, guidata fino al 2017 da mons. Luca Li Jingfeng, ha un carattere speciale nel panorama ecclesiale cinese: è l’unica diocesi dove né i fedeli, né il vescovo sono iscritti all’Associazione patriottica, sebbene vi sia un Ufficio per gli affari religiosi. Dal 2017, il vescovo è mons. Pietro Li Huiyuan, 54 anni.

Alcuni osservatori pensano che la violenza contro la parrocchia sia un modo per costringere la diocesi a applicare i Nuovi regolamenti religiosi e far iscrivere vescovo e sacerdoti all’Associazione patriottica.

Altri fanno notare che la cellula comunista che presiede al governo di Qianyang è costituita da maoisti radicali, per i quali “la religione è una fantasia che va debellata”.

La chiesa di Qianyang è famosa nell’area: in passato, secondo i fedeli, sono accaduti alcuni miracoli con l’acqua benedetta in parrocchia. Da allora, molti accorrono per ricevere l’acqua benedetta che viene utilizzata come rimedio fisico e spirituale per esseri umani e animali.

Per alcuni fedeli, la distruzione è dovuta alla “paura dell’acqua benedetta” da parte dei maoisti.

Fonte: Asianews http://www.asianews.it/notizie-it/Shaanxi,-il-governo-rade-al-suolo-la-parrocchia-di-Qianyang-(video)-46686.html

Autore: Bernardo Cervellera