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NOVITA’: San Francesco di Sales. 24 passi nel quotidiano, ed. Shalom

Quante volte avremmo desiderato che qualcuno ci desse consigli pratici nelle situazioni difficili della nostra vita o che ci evitasse errori e cadute! Paolo Mojoli e Gianni Ghiglione tracciano un itinerario di 24 passi nella vita quotidiana, che tutti possono praticare, uomini e donne, consacrati e sposati, giovani e vecchi… Seguendo gli insegnamenti di san Francesco di Sales, vengono proposti in 24 passi alcuni brani tratti dalla Filotea per riflettere, meditare, pregare, agire. San Francesco di Sales, con la confidenza e l’amore di un padre, con la dolcezza dell’uomo che vive la santità e la concretezza di un direttore spirituale, ci prende per mano, guidandoci lungo il difficile cammino della santità, a cui tutti siamo chiamati. Accogliamo il suo invito a diventare santi, facendo del Vangelo la nostra regola di vita e impegnandoci ogni giorno a viverlo con amore (Barbara Giannini). Continua a leggere

Omelia di domenica 27 ottobre. Alcuni avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri

Dal Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Gesù racconta una parabola proprio rivolgendosi e accusando questi reali e concreti presuntuosi. Mi vengono in mente tutte la volte che io stesso giudico senza possibilità di scampo e di remissione i miei fratelli e sorelle, soprattutto quando azzanno le persone della mia stessa fede cristiana cattolica.

Ma nessun uomo o donna merita di essere giudicato da noi stessi uomini. Anche se preti, consacrati, consacrate. Anche se pieni di meriti e di opere buone (saranno poi veramente tali, se svolte in stile di esibizionismo e di superiorità?)

“Ti ringrazio perché non sono come gli altri”: che stortura di preghiera! In realtà, andrebbe poi esplicitata ad esempio in: “Ti rendo lode, o Dio, perché sono migliore, più bravo, più buono di tutti gli altri”. Quanta mancanza di verità. Quanto egocentrismo. Una religione totalmente deviata verso un suo scopo diciamo “economico”: “Io mi comporto bene e così mi conquisto il paradiso, la grazia di Dio, i sacramenti.”

E poi penso a quante famiglie, parrocchie, congregazioni religiose, diocesi che ancora oggi mietono vittime e si rovinano da sole con il coltello del giudizio, dell’ipocrisia. In fondo, c’è chi pensa (lui con i pochi amici del suo clan) di essere in serie A: tutti gli altri, fuori da quelli che si ritengono simpatici, prestanti, alla moda con il pensiero… giocano non più in là che in serie C.

“O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Che bello riconoscersi bisognosi dell’intervento divino nella nostra vita. Non sono sensi di colpa sintomo di malattia nevrotica, ma atti d’amore. Sì, perché quando si ama, si diventa estremamente sensibili nei confronti dell’altro e dell’Altro. E, nonostante se ne siano combinate di tutti i colori, si ritorna sulla strada certamente migliori di prima.

Santa Madre Teresa di Calcutta una volta espresse una preghiera: “Se mai diventerò una santa, sarò di sicuro una santa dell’oscurità. Sarò continuamente assente dal Paradiso per accendere la luce a coloro che, sulla terra, vivono nell’oscurità.” Questa sì che è santità!

 

don Paolo Mojoli

Da La Nuova Bussola Quotidiana. Finalmente un vescovo tuona contro le messe sacrileghe

Il parroco affida le parole della consacrazione ad un laico. E il vescovo interviene tuonando contro i sacrilegi a messa. Succede a Reggio Emilia dove Massimo Camisasca pubblica una lettera molto dura sugli abusi e il rispetto delle norme liturgiche: “Dovremo risponderne davanti a Dio”. Una mossa impopolare, ma giusta. E che conferma il diritto-dovere del fedele di protestare.

“E’ gravemente illecito associare i fedeli alle parole del Canone e addirittura chiedere loro di pronunciarne qualche parte. La celebrazione diventerebbe invalida quando fossero i laici a pronunciare le parole della Consacrazione”.  

Un forte richiamo al corretto uso della liturgia durante la Santa Messa e un appello a cessare le liturgie creative fatte dai preti è quello che il vescovo di Reggio Emilia e Guastalla Massimo Camisasca ha recapitato a tutti i sacerdoti e ai fedeli nel settimanale diocesano La Libertà. 

Una lettera sulla liturgia, dunque, per fermare quei preti che intendono la messa come cosa loro, di cui poter disporre a piacimento. In questi anni ne abbiamo sentite di diversi colori, in Italia e nel mondo: preti che non dicono il Credo o lo inventano, parti della messa affidate a laici o a esponenti di altre confessioni religiose, show di ogni tipo durante la celebrazione. Il catalogo delle messe creative rappresenta una ferita nel cuore stresso della Chiesa, la celebrazione dell’Eucarestia e la campagna della Nuova BQ #salviamolamessa lo ha mostrato molto bene. Ma di fronte a questi episodi, spesso ostentatamente pubblicizzati dai sacerdoti, si è iniziato a fare finta di nulla. Questo ha provocato grave scandalo nei fedeli e il pullulare di messe sempre più creative e sempre più dissacranti. 

In questo senso la lettera di Camisasca ai suoi preti, una lettera di richiamo a tutti gli effetti, assume un valore importante di ristabilimento del diritto. Anzitutto, quello di Dio ad essere adorato come chiede e in secondo luogo il diritto dei fedeli a partecipare ad una sacra liturgia proficua per la propria salute spirituale. Diritto che le iniziative di preti creativi e sciatti calpestano bellamente a volte con l’arroganza dei potenti. La lettera dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che protestare con il vescovo quando si assiste ad abusi e violazioni gravi nella liturgia, serve ed è utile. Come confermava sulle nostre colonne anche il cardinal Muller a proposito del diritto di protestare con il sacerdote che abusa del suo ruolo fino addirittura ad andarsene se la celebrazione diventa palesemente invalida. 

La missiva pubblica infatti nasce a seguito di una serie di segnalazioni pervenute a Camisasca circa il comportamento di alcuni sacerdoti diocesani. Il riferimento infatti alle parole della consacrazione affidate ai laici è legato ad un episodio che è stato segnalato al vescovo da un fedele: un sacerdote, durante la messa del 1 gennaio, ha affidato la lettura del Canone a una fedele, donna!

Il motivo? Nella segnalazione si dice che il prete avrebbe accampato la scusa di essere stanco. Chissà, forse i festeggiamenti della notte precedente del Veglione di San Silvestro lo avevano costretto a fare le ore piccole? O forse ha voluto dare un segnale di una nuova forma di concelebrazione mista? Sia come sia, il fedele, che aveva sentito la cosa soltanto riferita, ha chiesto conferma prima di tutto al vescovo. E per sicurezza ha inoltrato la missiva anche alla Congregazione del Culto divino e poi alla Congregazione per la dottrina della fede. Non sappiamo se Camisasca abbia verificato la notizia, né se abbia ricevuto conferma di quell’episodio specifico. Ma dal monito nella missiva sulla consacrazione affidata ai laici pare proprio di sì. Anche a giudicare da quello che il vescovo dice successivamente: “Mi permetto di ricordare tutto ciò, che penso ovvio per la stragrande maggioranza di tutti noi, perché sento e vedo qua e là serpeggiare confusioni o manifestazioni erronee a riguardo di ciò di cui ho finora parlato”. 

Importante poi la chiusa finale: “Desidero che il popolo cristiano non sia mai confuso e disorientato nella sua fede. E’ una grave responsabilità che tutti abbiamo e di cui dovremo, io per primo, rispondere a Dio”. Parole certamente gravi, che arrivano a conclusione di un documento denso di riferimenti dottrinali sul significato, il valore e la sacralità della santa messa. Come ad esempio la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium della quale molti preti hanno letto probabilmente soltanto il cosiddetto spirito e non la sua lettera dato che in essa non vi si trova nessuna concessione alle arbitrarietà e agli abusi a cui poi nei successivi 50 anni abbiamo assistito e che – tanto per dirne una – venne firmata addirittura da monsignor Lefevbre.

Resta il fatto che di fronte a un sacrilegio vero e proprio come quello compiuto a Reggio Emilia, il vescovo abbia sentito il bisogno di alzare la voce per riparare un delitto così grave. Un atto di coraggio e per certi versi profetico, che indica qual è il bene principale che si gioca nella messa. Un bene del quale i preti non possono disporre arbitrariamente e del quale un giorno si dovrà rispondere di fronte a Dio.

Autore: Andrea Zambrano

Fonte:http://www.lanuovabq.it/it/finalmente-un-vescovo-tuona-contro-le-messe-sacrileghe

Spunti per la meditazione sulle letture di domenica 9 settembre 2018

  1. Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”.
  2. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
    Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa.
  3. Il Signore protegge lo straniero.
    Egli sostiene l’orfano e la vedova,
    ma sconvolge le vie degli empi.
    Il Signore regna per sempre,
    il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.
  4. Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria.
  5. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano.
    E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua;
    guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!».

 

Verso un commento…

San Lorenzo da Brindisi (1559-1619)

Cappuccino, dottore della Chiesa

11a domenica dopo Pentecoste, Prima omelia, 1.9.11-12; Opera omnia, 8, 124.134.136-138

“Ha fatto bene ogni cosa”

La Legge divina racconta le opere che Dio ha compiute nella creazione del mondo e aggiunge: “Dio vide quanto aveva fatto; ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31)… Il Vangelo riferisce l’opera della Redenzione e della nuova creazione e dice nello stesso modo: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7, 37)… Certamente il fuoco può spandere soltanto il calore, per sua natura, e non può produrre freddo; il sole può diffondere soltanto la luce e non può essere causa delle tenebre. Così Dio può fare soltanto cose buone, poiché è la bontà infinita, la luce stessa. È il sole che spande una luce infinita, il fuoco che produce un calore infinito: “Ha fatto bene ogni cosa”… La Legge dice che tutto ciò che Dio ha fatto era buono e il Vangelo dice che egli ha fatto bene ogni cosa. Però, fare cose buone non è semplicemente farle bene. Molti, in verità, sono quelli che fanno cose buone senza farle bene, come gli ipocriti che fanno, certo, cose buone, ma con spirito cattivo, con intenzione perversa e falsa. Dio fa ogni cosa buona e la fa bene. “Il Signore è giusto in tutte le sue vie, santo in tutte le sue opere” (Sal 145, 17)… E se Dio, sapendo che troviamo gioia in ciò che è buono, ha fatto per noi tutte le sue opere buone e le ha fatte bene, perché, di grazia, anche noi non ci spendiamo per fare soltanto opere buone e farle bene, dato che sappiamo che in questo sta la gioia di Dio?

 

Fontehttps://vangelodelgiorno.org/IT/gospel/2018-09-09

 

Gesù vivo oggi

Effetà – Paolo VI

La storia di questa Scuola dei Sordi di Betlemme (Israele – Stato Palestinese) gestita dalle Suore Dorotee di Vicenza ha le sue origini nella visita pastorale che Sua Santità Paolo VI effettuò in Terra Santa nel 1964.
Il Santo Padre, avendo constatato in questa terra la presenza di numerosi bambini sordi privi di assistenza, espresse il desiderio che fosse realizzata un’opera educativa per la loro riabilitazione. La risposta fu data dalla Congregazione delle Suore Maestre di Santa Dorotea, Figlie dei Sacri Cuori, originarie dall’Italia, già presenti in Terra Santa dal 1927.
Esse avevano avviato a Betlemme una costruzione per uso proprio; sensibili all’appello del Papa gliene fecero dono perché vi potesse realizzare l’opera auspicata.
Il Santo Padre gradì l’offerta e la riconsegnò alla Congregazione allo scopo che essa stessa avviasse un Istituto speciale per i bambini audiolesi considerato che questo è un aspetto carismato della sua missione. Con il contributo della Santa Sede, la costruzione iniziale venne ampliata, adeguata alle nuove esigenze e dotata di apparecchiature specifiche.

Il 30 giugno 1971 il Card. Massimiliano Furstemberg inaugurò l’Istituto che prese il nome di “Effetà Paolo VI”. Nel titolo si è voluto ricordare l’ideatore e benefattore, ed inoltre richiamare la parola pronunciata da Gesù nel guarire un sordomuto.

Il 1° luglio 1971 vi si stabilì la prima comunità educativa composta di sette Religiose ed il 6 settembre dello stesso anno, 24 bambini audiolesi iniziarono il programma riabilitativo audiofonetico. Di anno in anno il loro numero andò crescendo fino a raggiungere oggi circa 140 alunni.

L’Ufficio Pellegrinaggi  di Vicenza promuove la raccolta di vestiario e cancelleria per l’Istituto Effeta di Betlemme.

 

Visita il sito dell’Istituto Effeta

Spunti per la meditazione di domenica 15 aprile 2018

Testimoni: “martiri”, gioiosi portatori di un bene ricevuto (quando uno di voi ha ricevuto un regalo, ha stretto una nuova amicizia, si è riconciliato con qualcuno… glielo si legge negli occhi e in tutta la vitalità dello spirito e del corpo)

 

Luca 24,35-48.

 

Che cosa, oggi, il giovane e il grande cristiano può testimoniare, come acqua che trabocca da bicchiere sotto la fonte?

  1. L’incontro con Gesù nell’Eucaristia. Conosco qualcuno che dice di voler bene ad una persona, ma poi arriva tardi agli appuntamenti, si fa aspettare, magari non viene proprio. Di che tipo di amicizia, di amore si tratta? Sicuramente molto fragile.

Per noi si tratta dell’appuntamento alla Santa Messa domenicale o con Gesù nella preghiera quotidiana.

  1. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti”. La gioia. Un santo diceva che “un cristiano triste, è un tristo santo”, cioè gli manca qualcosa. Un piccolissimo segreto: più importanti e profonde sono le realtà per cui gioite, più la gioia sarà autentica, profonda e duratura.
  1. “Il girotondo dei santi” (Vedi Giudizio universale del Beato Angelico). C’è Dio Padre che pensa con benevolenza a noi; c’è il Figlio Gesù che ci ama da morire; lo Spirito Santo Amore che ci dona intelligenza e forza per compiere le scelte giuste. Ci sono poi i santi, ad esempio quelli dei vostri nomi. Vi affidate a loro ogni giorno? Papa Francesco, nei giorni scorsi ha scritto un importante documento in cui parla dei “santi della porta accanto”, quelle persone che molto probabilmente non saliranno mai alle glorie degli altari, ma – anche con la loro semplice presenza – rendono più bella la vita. Sono gli amici che ascoltano e anche perdonano; sono le mamme dal bel sorriso; i papà che dopo una giornata o una settimana di lavoro invocano da Dio la gioia di giocare con i propri figli, sono tutti coloro che fanno del bene nelle nostre comunità.

In un mondo in cui tutto sembra violenza, egoismo, orgoglio, lotta senza fine… il Signore Gesù ci aiuti ad essere il germoglio, un campo fiorito di vera fede, speranza, carità. Di gioia vissuta nel Signore.

Dalla Congregazione per la Dottrina della fede. “Piacque a Dio…”

Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura… Sia l’individualismo neo-pelagiano che il disprezzo neo-gnostico del corpo sfigurano la confessione di fede in Cristo, Salvatore unico e universale… La consapevolezza della vita piena in cui Gesù Salvatore ci introduce spinge i cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la luce del Vangelo.

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Due notizie dagli USA e le elezioni italiane. Di Marco Tosatti.

Due notizie dagli Stati Uniti mi hanno fatto pensare alle elezioni di domenica prossima. La prima è di oggi. Il Senato dello Iowa mercoledì ha approvato una misura che proibisce l’aborto nel momento in cui viene rilevato il battito cardiaco del feto. La legge prevede alcune eccezioni in caso di emergenze mediche. La Conferenza Cattolica dello Iowa ha apprezzato “i legislatori per il loro sforzo nel far avanzare la protezione dei bambini non nati”.

La seconda è di qualche giorno fa, ed è molto interessante. Un vescovo, quello di Springfield, Thomas Paprocki, ha emesso un comunicato, in cui annuncia che il senatore Richard Durbin non dovrebbe essere ammesso alla comunione, a causa della sua “ostinata persistenza in un peccato grave manifesto”. Richard Durbin è un senatore democratico, e nel gennaio scorso ha votato contro un progetto di legge che voleva impedire l’aborto dopo la ventesima settimana di gestazione, il “Pain-Capable Unborn Child Protection Act”. Gli Stati Uniti sono fra i sette Paesi al mondo –compresi Cina Popolare e Corea del Nord – che permettono la soppressione di un bambino dopo quel limite.

“Sono completamente d’accordo con S.E. il cardinale Timothy Dolan, che ha definito il fallimento del passaggio al Senato del Pain-Capable Unborn Child Protection Act ‘terribile’. Quattordici senatori cattolici – scrive mons. Paprocki – hanno votato contro la legge che avrebbe proibito gli aborti dopo la ventesima settimana, compreso il sen. Richard Durbin, che abita a Springfield, Illinois”.

Già nell’aprile del 2004, racconta mons. Paprocki, quello che era allora il pastore di Durbin, e ora è vescovo a Orange, in California, aveva detto che avrebbe esitato a dare la comunione al sen. Durbin perché “le sue posizioni pro aborto lo mettevano fuori della comunione o dell’unità con gli insegnamenti della Chiesa sulla vita. Il mio predecessore, l’arcivescovo Lucas di Omaha, disse che avrebbe appoggiato quella decisione. Io ho continuato in quella posizione”.

Il comunicato ricorda il Canone 915 del Codice: “chi ostinatamente persiste in un peccato grave manifesto non deve essere ammesso alla Santa Comunione”. Di conseguenza, scrive mons. Paprocki, “il senatore Durbin non può essere ammesso alla Santa Comunione fino a quando non si penta del suo peccato. Questa misura non è intesa in senso punitivo, ma per portare a un cambiamento di cuore. Il senatore Durbin una volta era pro-life. Prego sinceramente affinché si penta, e torni ad essere pro-life”.

Sto pensando a questo vescovo coraggioso, e ai vescovi nostrani. Indignati se un politico mostra un rosario, e promette sul Vangelo. Ma non indignati perché un politico, che si dichiara cattolico, risolve il problema di lista della più grande pro-abortista della storia italiana (in teoria e in pratica: la famosa foto con la pompa da bicicletta è vera, ed è stata pubblicata su un grande settimanale italiano in quegli anni), che può così allestire una campagna faraonica con soldi giunti dall’estero; e sappiamo da chi. E non indignati se dei cattolici la votano. Per questo non c’è indignazione, perché fa squadra con il partito per cui troppi vescovi, e il vertice della Conferenza Episcopale, hanno mostrato e continuano a mostrare una contiguità imbarazzante, a dispetto delle leggi anti-famiglia e anti-vita approvate.

Avessimo dei Paprocki! Prendetela come un’intenzione (e un consiglio ampio) di voto. Domenica i vescovi non possiamo mandarli a casa. Altri invece sì. E se per caso quelli che spero che vincano ci prenderanno in giro anche loro….beh, almeno ci avremo provato. Noi non avremo da rimproverarci nulla, se non la nostra ingenuità. Altri – vescovi e compagnia cantante e scrivente – forse sì.

Il silenzio nella Santa Messa

Il silenzio non si riduce all’assenza di parole, bensì nel disporsi ad ascoltare altre voci: quella del nostro cuore e, soprattutto, la voce dello Spirito Santo. Nella liturgia, la natura del sacro silenzio dipende dal momento in cui ha luogo: «Durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 54). Dunque, prima dell’orazione iniziale, il silenzio aiuta a raccoglierci in noi stessi e a pensare al perché siamo lì. Ecco allora l’importanza di ascoltare il nostro animo per aprirlo poi al Signore. Forse veniamo da giorni di fatica, di gioia, di dolore, e vogliamo dirlo al Signore, invocare il suo aiuto, chiedere che ci stia vicino; abbiamo familiari e amici malati o che attraversano prove difficili; desideriamo affidare a Dio le sorti della Chiesa e del mondo. E a questo serve il breve silenzio prima che il sacerdote, raccogliendo le intenzioni di ognuno, esprima a voce alta a Dio, a nome di tutti, la comune preghiera che conclude i riti d’introduzione, facendo appunto la “colletta” delle singole intenzioni. Raccomando vivamente ai sacerdoti di osservare questo momento di silenzio e non andare di fretta: «preghiamo», e che si faccia il silenzio. Raccomando questo ai sacerdoti. Senza questo silenzio, rischiamo di trascurare il raccoglimento dell’anima.

Il sacerdote recita questa supplica, questa orazione di colletta, con le braccia allargate è l’atteggiamento dell’orante, assunto dai cristiani fin dai primi secoli – come testimoniano gli affreschi delle catacombe romane – per imitare il Cristo con le braccia aperte sul legno della croce. E lì, Cristo è l’Orante ed è insieme la preghiera! Nel Crocifisso riconosciamo il Sacerdote che offre a Dio il culto a lui gradito, ossia l’obbedienza filiale.

Nel Rito Romano le orazioni sono concise ma ricche di significato: si possono fare tante belle meditazioni su queste orazioni. Tanto belle! Tornare a meditarne i testi, anche fuori della Messa, può aiutarci ad apprendere come rivolgerci a Dio, cosa chiedere, quali parole usare. Possa la liturgia diventare per tutti noi una vera scuola di preghiera.

 

Fonte:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2018/1/10/udienzagenerale.html