“Amore senza rimorso”: da non perdere!




Seconda parte sulle Letture di oggi 11 novembre 2018

  • Parte del nostro mondo d’oggi: schiavo dell’efficientismo, dell’attivismo, dell’autoreferenzialità, del narcisismo: io basto a me stesso. Io valgo (e così gli altri) in funzione di quanto produco. Dei talenti intesi come capacità strabilianti e che attirano l’ammirazione stupita da parte altrui.

  • Gran parte del mondo d’oggi: schiavo di mille impossibilità. Impossibilità a cambiare (se non fuggendo), a investire (che cosa, se siamo ancora in un’economia di sussistenza, con meno di un dollaro al giorno di ricavato), a farsi vedere: se non, per l’intera esistenza, da un minuscolo gruppetto di persone.
  • Entrambe le parti descritte sopra sono schiave, chi in un modo, chi nell’altro.
  • Papa san Giovanni Paolo II ce l’ha descritto in modo magistrale nell’enciclica Centesimus annus, schierandosi sia contro la logica consumista, ma anche evidenziando i limiti della rivoluzione comunista.
  • Ma… non tutto è così.
  • Se i farisei di tutte le razze e le religioni continuano ad ostentare quanto sono e quanto dicono di offrire, esiste anche oggi (2018!) un piccolo “resto d’Israele” che vive nella totale e sconfinata fiducia in Dio.
  • Sì, perché il vangelo non è un trattato di economia, esce dagli schemi della partita doppia amministrativa e gestionale.
  • Il cristianesimo offre ancora oggi paradigmi e, soprattutto, esempi di gratuità. Di dono compiuto senza pretenderne il contraccambio.
  • Questo non è pazzia, scarsa stima di sé, ma semplicemente uno spreco che nasce dall’amore. Ricevuto e ri-donato.
  • Arrendersi alla logica del vangelo è come trovare il coraggio di lasciarsi inondare dalla cascata della grazia.
  • Certo, a volte può essere lacerante, può capitare di sentire lo scoraggiamento dell’apparente inutilità. Ma Cristo in croce, agli occhi di chi guardava, come poteva essere “utile” in senso strettamente umano?
  • Il vangelo ci parla numerose volte di uno “spreco”: quello dell’amore; che regala molto di più. Come chi versa un profumo prezioso sui piedi di Gesù. Ancora oggi il Signore ci direbbe “lasciala fare”.
  • Alla faccia di un teologo moralista che proprio ieri ci ha predicato un ritiro combattendo l’oblatività, il dono di sé: sarebbe un’immancabile e insostenibile rinuncia a se stessi. Ma dov’è è finita l’evangelico dramma tra croce e risurrezione; la kenosi (abbassamento) di Dio che si fa uomo per noi e per la nostra salvezza?



Cuore a cuore. Non ti preoccupare!

Davvero.

Anche se ti potrebbe capitare di sentirtelo dire (come a me) in tempi di guerra e mentre i carri armati israeliani valicavano il cancelletto di Cremisan (zona C: territorio palestinese, controllo militare israeliano): gli studenti allibiti alle finestre delle camere; il Direttore che gridava a squarciagola “Non vi preoccupate! Anzi, Abu Elias, chiudi il cancello” (probabilmente risalente ai tempi di don Belloni (XIX secolo), attaccato alla parete con… la cartavelina).

Questa nuova rubrica ha subito bisogno di allontanare un sospetto: che si viaggi sulla linea di Susanna Tamaro, quando scriveva il libretto Va’ dove ti porta il cuore. Oppure che si cerchi di posare un ulteriore mattone alla crescente casa del sentimentalismo melenso o dell’improbabile relativismo.

Qui si tratta di don Bosco e di colui che egli stesso ci ha affidato come patrono della nostra Congregazione e Famiglia, appunto, salesiana: san Francesco di Sales. Il Dottore dell’Amore, nel 1600, diceva più o meno che la bocca parla solo alle orecchie. Invece, noi abbiamo bisogno di arrivare a toccare, trasformare, entusiasmare (grazie allo Spirito Santo) il cuore dei ragazzi. Per cuore non si intende solo la sede dei sentimenti (fonti scientifiche assicurano che gli adolescenti, insieme agli ottuagenari, sono le categorie che più facilmente si ammalano di cuore). Il cuore biblico e salesiano esprime l’insieme della persona abitata da Dio: intelligenza, sentimenti, volontà, corporeità, passioni… È proprio lì che siamo chiamati ad arrivare.

L’anno scorso mi è capitato di finire a tenere un incontro a una quarantina di ragazzi e ragazze di una comunità di recupero per (ex?)-tossicodipendenti. Avevo iniziato esponendo loro proprio il succo del paragrafo precedente: la bocca parla alle orecchie, il cuore parla al cuore. Meraviglia. Silenzio carico di ascolto e desideroso di novità. Stupore da parte mia e degli educatori. Io non ricordo esattamente cosa ho detto loro, in che modo… ma posso assicurare che il primo a crescere nello Spirito è stato colui che ha lanciato la sfida: “ascoltiamo il nostro cuore, quello vero, quello integrale, quello che è il punto di accesso di Dio per poter invaderci”.

Buon mese missionario e buon mese mariano… cuore a cuore!

 

P.S. Per novità con questo stile, aggiornamenti, una parolina su cui riflettere o da commentare… mi permetto di segnalarti www.donpaolomojolisdb.it.




Flora Gualdagni: Lettera a una persona consacrata

Tratto da: Casa Betlemme, “I quaderni di spiritualità betlemita” (quaderno n. 8 – 8 dicembre 2015)

di Flora Gualdani

Amico/a che hai avuto il dono della chiamata ad una consacrazione verginale, ascoltiamo insieme: l’insegnamento della Chiesa circa la sessualità.

La Chiesa ci dice che la sessualità è dono di Dio ed è forza positiva e preziosa.

Ma che non va dimenticata la fragilità umana dovuta al peccato. Fragilità che risente anche di condizionamenti negativi vari. Inoltre la Chiesa ci insegna che la Grazia di Dio rende possibile vivere castamente. Castità che non equivale a repressione dell’amore, ma ne è la custodia, la difende dall’egoismo e dall’aggressività per farne dono. Dono che richiede autodisciplina, sacrificio, che fanno armonia tra volontà e Grazia.

San Giovanni Paolo II nel 1984 disse ai sacerdoti:

«…sarebbe un errore gravissimo concludere da ciò che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un ideale che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle – si dice – concrete possibilità dell’uomo. Ma di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo?».

E sempre il nostro santo papa nel 1987 costatava che anche nella comunità cristiana si sentono voci che mettono in dubbio la verità stessa dell’insegnamento della Chiesa.

 

Sappiamo che:

la sessualità è radicata nell’essere dell’uomo.

L’uomo è creato ad immagine di Dio, maschio e femmina, per rispondere alla fondamentale vocazione della persona, cioè l’amore e la vita, da realizzare nel matrimonio o nella verginità consacrata. Due strade parallele che si sostengono a vicenda e portano alla stessa meta.

La verginità consacrata è, nell’offerta, unita ad ogni fecondità e ad ogni sforzo per la fedeltà e fecondità matrimoniale.

Il vergine consacrato, assumendo la sua sessualità oblativa, completa l’amore di coppia nella trascendenza.

In entrambe le vie unico fine è l’amore, unico mezzo è il corpo animato – sessuato.

Per la pienezza e la gioia di ogni vocazione è necessaria la conoscenza dell’armonia tra teologia del corpo e sacralità della fisiologia riproduttiva.

Nella donna consacrata la conoscenza dei metodi diagnostico naturali di fertilità aiuta a vivere una scelta verginale partendo dalla natura.

Capire quale è la fase fertile e le fasi non fertili del ciclo mensile, nel variare ormonale, porta a constatare gli effetti psicologici connessi con il cammino spirituale conseguente. Ciò è basilare anche per una serena vita comunitaria.

 

In Mulieris dignitatem si legge: «la Grazia non mette mai da parte la natura né la annulla, anzi la perfeziona e nobilita»

Sì, la Grazia non altera la natura, né si sostituisce ad essa, ma la porta a compimento, sia nel matrimonio che nella consacrazione verginale maschile o femminile.

Corpo ed anima sono un tutt’uno, un “sinolo”, direbbe Aristotele. L’uno non è contrapposto all’altro.

Col corpo si esprime l’anima e le realtà dell’anima si vivono in un corpo. Il “soma” non è un vestito sulla persona. La persona è unità di spirito e corpo per cui si ama con tutta la persona, non soltanto con una parte di essa.

Fisiologia del corpo e mistica sono un’armonia.

Ci è dato un corpo con le sue leggi naturali per vivere una sessualità verginale feconda ed equilibrata, che trascende la natura con l’opera della Grazia.

Il voto di verginità è cosa bella, affascinante, ma chiede di essere vissuto nel segno della Croce. Abbracciato alla Croce a condivisione e imitazione di Cristo, il Vergine per eccellenza.

Unico modello resta Betlemme, la casa dei vergini: Gesù, Maria e Giuseppe.

 

Non va dimenticato che la verginità è fragile, occorre vigilare. Vigilare sempre. Siamo tutti e sempre fragili.

Anche se oggi per certa teologia ci sono gli atti “pre-morali” di genere vario (per esempio la masturbazione) che non andrebbero considerati peccato. Ma non è la coscienza dell’uomo che ha il diritto di dettare la norma. La libertà umana, per vivere bene, deve sottomettersi alla Verità cioè alla legge di Dio: chiara ed esigente. Il VI comandamento dice di non commettere atti impuri. Gesù nel Vangelo è ancora più severo: “… chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.” (Mt 5,28). A chi obiettasse che Gesù, nelle beatitudini, si concentra sulla purezza del nostro cuore (Mt 5,8), io domando: come è possibile conservare la purezza del cuore mentre commetti atti impuri? Ritorna qui il concetto del “sinolo”: i nostri atti sono conseguenza di desideri, le nostre intenzioni provocano gli atti e li sostengono.

Occorre la purificazione dei sensi.

I genitali li comanda la ragione che passa dal cuore e parte dagli occhi. Questo vale specialmente per gli uomini. Per gli uomini di tutti i tempi: per quelli dell’epoca di internet come per quelli dell’Antico Testamento. Anche il grande re Davide, infatti, senza custodire il suo sguardo desiderò una donna altrui finendo per compiere prima un adulterio e poi un omicidio.

Bisogna ricostruire il senso del peccato e imparare il dominio di sé. Si può rischiare di cadere nell’arte del “paravento” cioè: copro (scuso) te per parare me. Ma questa non è carità. E’ la strategia del buonismo che lascia imputridire la piaga, moltiplicando lo scandalo. Nella mia professione sanitaria ho imparato che le ferite vanno fatte sanguinare: soltanto così il tessuto granuleggia e quindi cicatrizza. Ma questo vale anche per la purificazione del corpo ecclesiale: è bene che i bubboni della Chiesa scoppino.

Bisogna avere molta cura del pudore: del corpo, della fantasia, della parola.

Pudore che va conservato sempre, in pubblico ma anche nella solitudine.

E’ premessa indispensabile per vivere casti.

 

Pongo una domanda:

Quale verginità oggi in una cultura post-sessantottina?

Oggi nell’attacco ai valori non negoziabili – quali: la vita, la famiglia, la morale – anche la verginità ne è inquinata. È inquinata dalle ideologie che Giuliano Ferrara definiva una falsa coscienza della realtà.

La verginità viene ridicolizzata e banalizzata nella società in genere, ma a volte anche dentro la Chiesa.

È inquinata dall’epidemia del vizio che dilaga. Si canta il vizio e si divulgano omosessualità e altro quali necessità di libertà. In certi asili si insegna la masturbazione come gioco. Si vogliono educare i bambini alla raccolta differenziata ma si insegna loro il sesso indifferenziato, togliendo fiocchi rosa e celesti.

È una società che alimenta tutti i vizi come fossero conquiste. È la triplice alleanza: soldi (tanti soldi), sesso sfrenato, successo impazzito. Sono le “3S” che al loro apice hanno fatto crollare ogni impero nella storia: egizio, romano, greco. Così è oggi, una società decadente vicina al crollo.

Ma la verginità non perde il suo valore.

In questo contesto, affinché la verginità torni a risplendere, occorrono dei passaggi obbligati, da affrontare con tanta fiducia e serenità.

È sempre possibile riconquistarla: perché il cuore dell’uomo conserva la nostalgia del bene e del bello, ed ha il libero arbitrio. Ma soprattutto c’è l’opera della Grazia che non ci abbandona mai.

Essere verginalmente consacrati non è essere angelicamente vergini, né tantomeno è essere confermati in verginità da un voto; ma è scegliere di essere volutamente vergini, e questo anche per chi arriva da sentieri più o meno tortuosi.

Nelle mie lezioni alle persone consacrate spiego loro che sarebbero delle illuse se pensassero che portare un abito le preserva dalla concupiscenza.

Un vizio è più facile non prenderlo che toglierlo.

È vero che il vizio indebolisce, ma l’inesperienza per rinunzia incuriosisce e la verginità è fragile: istintivamente è contro natura ma con la Grazia – lo ripeto – essa porta a compimento la natura, basta vedere e ammirare nella storia la fioritura di grandi figure di santi e non. Figure che restano feconde anche dopo la morte, perché la fecondità verginale non è limitata nel tempo ma continua anche nell’oltre.

Sempre il cammino è faticoso per tutti: c’è il peccato originale. Il bene è bello, ma costa caro. La verginità è esigente: o tutto o niente. Ha valore ed è tale se è totale. Non puoi dare da una parte e poi riprendere dall’altra con angoletti sotto chiave: “questi me li riservo per ora…”. NO!

Qui c’è l’apparenza, non la sostanza, e la verginità diventa sale scipito.

A che serve? A null’altro che ad essere gettato.

La castità non è for decoration. Per tutti è sostanza, è vita, è radice della fedeltà dove si impiantano i valori non negoziabili.

In questa cultura che esalta la libertà del piacere e cerca di cancellare ogni legge morale, regalando la schiavitù del sesso, occorrono – come dicevo – alcuni passaggi obbligati.

Oggi cioè va ricostruita una verginità psicologica, razionale, affettiva e della prassi.

 

Sono quattro passaggi obbligati. 

Spesso il rifiuto è psicologico-istintivo, poi razionale-volitivo e quindi diventa non adesione del cuore, che porta al disordine nella prassi.

Disordine coinvolgente tutta la persona e chi le sta vicino.

È piaga infetta e infettante che diventa pandemia.

Per risalire è necessario:

 

  1. Un primo passaggio: tornare a credervi, a credere al suo valore, valore basilare e non banale. A desiderarla fortemente.

Va analizzato il perché del rifiuto, del blocco. Un pò di psicanalisi e di psicologia, con tanta preghiera, sono utili. A volte può esservi la paura che senza vizietti diventi insipida la vita.

Forse ci sono sensi di colpa, tarli, che rodono perché non sono stati trasformati nel positivo dell’umiltà. Va ritrovato il senso del peccato, dove domina l’amore misericordioso. Col sacramento della confessione si è perdonati e capaci di perdonare se stessi. Con una intelligente direzione spirituale si ricostruiscono fratture doloranti.

È un cammino psicologico verso la verginità riconquistata.

 

  1. Secondo passaggio: aspetto razionale-volitivo. Tornare a volerla.

Impegnare la volontà con preghiera e digiuno personalizzato, condividendo il cammino con altri nell’offerta dello sforzo, anche per chi non ce la fa. Occorre attenzione. Attenzione-vigilanza.

Occorre sì preghiera e digiuno personalizzato, ma anche pudore e prudenza per se stessi e per non provocare altri. Non troppo cameratismo per essere moderni e simpatici: è fatica ma dobbiamo offrire questo sforzo per le devianze nella Chiesa.

Bisogna amare le persone fuori strada, ognuno ha i suoi tempi di recupero. Ed è sempre il tempo giusto per ripartire. E se qualcuno prega, il bene arriva. Dilaga.

È la volontà il punto di partenza e di arrivo. Qui può nascere un’obiezione: “se uno non ce l’ha la volontà, come se la dà?” (don Abbondio).

Prega e digiuna, e ti verrà data.

Ogni piccolo fioretto rafforza la volontà e libera dal velenoso affetto verso il peccato. Finché vi rimarrai affezionato, non potrai essere liberato.

Ripartire sempre dalle macerie e guardare avanti. Tempeste, bufere, fragilità, vizi, errori cocenti, memorie dolorose: a Gesù nulla fa problema. Lui scende con il cuore sulla miseria.

Dopo il temporale, il verde è più verde. E’ terso. Diventa radioso. Ma volere, fortemente volere (santa Caterina).

È un bene troppo prezioso per non proteggerlo.

 

  1. Terzo passaggio: tornare ad amarla la verginità.

Ogni sforzo per conquistarla e per mantenerla fa bella la vita. Altro che vita “insipida” senza i vizietti!

Ti regala una vita libera da schiavitù. E ti par poco essere libero?

È la gioia la nostra vera storia!

Dobbiamo restituire limpidezza al volto della Chiesa che è madre vergine. E se non è vergine non è neanche madre. Il volto della Chiesa, oggi sempre più sfigurato dall’impurità dei suoi ministri.

 

  1. Quarto ed ultimo passaggio: scoprire la gioia della feconditàcrescente nel cammino verginale.

Verginità consacrata è scegliere liberamente di volere essere sposo/a di Gesù, di essere padre-madre con una fecondità come la sabbia del mare, di essere fratello-sorella universale nella Chiesa di Cristo: tre realtà che la morte non distrugge. È scoprire come il restare fedeli dia senso al vivere e pace al morire.

Non la scienza, non le acrobazie personali, non la teologia, né i meriti personali, ci salvano, ma Gesù fatto carne della nostra carne. Lui, il nostro amato Salvatore, è buono, è veramente buono e porta a compimento l’opera sua. È fedele anche nelle nostre infedeltà.

Siamo opera sua, non c’è da temere.

 

È Lui l’uomo che attendiamo presso la piscina probatica,

perchè ci immerga nelle acque della salvezza”.

                                                  (sant’Ambrogio)

 

È Lui il sole sfolgorante di Pasqua.

Che fa risuonare il cielo di canti,

dove tutto esulta di gioia.

Si, il Signore è veramente risorto.

In Lui siamo già risorti, Osanna!

Una vita nella fedeltà (pur faticosa)

è terminare l’esistere in un oceano di luce

dove un grande portone si spalanca

e fiori guizzanti come fiammelle

fanno radiosa ogni lacuna.

Un lampo, e la nostra vita sarà un giardino profumato.

Ma che spettacolo quel passaggio,

Alleluia Alleluia!

 

 

E per chi vuole, qualche consiglio spicciolo…

È la preghiera che fa i vergini e fa tradurre il sacrificio in dono.

La preghiera dà:

  • la necessaria prudenza e l’indispensabile pudore;
  • aiuta ad evitare contatti fisici-abbracci pericolosi;
  • aiuta ad avere attenzione alle amicizie spirituali a fin di bene, che possono finire male;
  • fa usare il termometro del cuore, cioè fa controllare la fantasia al risveglio e al pre-sonno;
  • aiuta inoltre a controllare il 90% dei pensieri giornalieri devianti;
  • abbassa i fuochi nascenti degli innamoramenti.

 

Se la preghiera e i fioretti sono attivi, i gesti semplici salvano la vocazione.

Gesti come:

  • un passo indietro per prudenza;
  • un fioretto per chi ci è antipatico;
  • una paziente iniziativa di perdono;
  • un gioire per il bene altrui e per le umiliazioni personali “pizzichine”;
  • un’offerta frequente delle “3P”: pene, peccati, povertà e fatiche varie;
  • una giaculatoria, ripetuta.

 

E grati di questo nostro nulla, dove Gesù opera come vuole.

La verginità: un modo per vivere la Passione di Cristo ed essere Chiesa viva-feconda.

La verginità è opera della Grazia, non dell’uomo.

Gloriosa è la donna che ha generato nello spirito”(Aut.)

La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo, a farci rivestire in tutto “nel corpo e nello spirito di colui nel quale siamo morti, siamo stati sepolti e siamo risuscitati

(San Leone Magno, papa)

 

Il mio corpo, consacrato per la vita,

partorisce nel travaglio.

Il travaglio è legge di natura e di Grazia.

 

Fontehttps://costanzamiriano.com/2018/08/30/lettera-a-una-persona-consacrata/




Spunti di meditazione per domenica 29 aprile 2018

Giovanni 15,1-8

A volte ci chiediamo perché le nostre azioni, le nostre preoccupazioni non portano frutto. Oppure non risultano produrre quello che noi vorremmo, come noi lo vorremmo e quando noi lo vorremmo.

Non solo negli impegni quotidiani di lavoro, di impegno casalingo e di preoccupazione per la casa.

Ma soprattutto nell’educazione dei figli e dei giovani, che hanno ricevuto da Dio stesso, insieme al dono della fede, anche il dono responsabile della libertà. Se per caso ci intestardiamo a voler far cambiare loro idea, pretendendo di essere noi i protagonisti a ri-portarli verso i comandamenti e la Chiesa, tutto questo sarà solo occasione di incomprensioni e di litigi sempre più accesi: otterremo esattamente il contrario.

Gesù ci dice: “Io sono la vite, voi i tralci”. Solo mettendoci nella prospettiva di Gesù, solo ponendo realmente Gesù al centro cambieremo modo di vedere. Smettiamo di guardare sempre ed esclusivamente a noi stessi secondo i nostri occhi: incontreremo solo uno specchio che riflette.

Guardiamo invece a Gesù. Guardiamo a noi stessi, a voi come coppie, a voi come genitori, ai ragazzi che crescono. Ma secondo lo sguardo di Gesù. Nella sua luce.

Cosa ci dice su Dio, su di noi, sulle persone a cui vogliamo bene, su tutti quelli che non riusciamo a sopportare?

  1. Abbiamo un Padre, che come un vignaiolo esperto e pieno di cure, che sa quanto vale una vite, ci assiste, ci accompagna ed è fedele alle sue promesse.
  2. C’è Gesù, la vite di cui noi siamo i tralci. Siamo creati già a sua immagine, siamo chiamati a acconsentire sempre più alla somiglianza con Lui. Come può un tralcio non assomigliare alla vite in cui vive? Solo staccandosene e morendo senza nutrimento autentico.
  3. C’è la linfa vitale, che percorre tutta la vite, dalle nascoste radici alle ultime foglie: è lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio che abita anche in noi. Lasciamolo viaggiare nelle nostre profondità più intime e forse dolorose, al centro delle nostre preoccupazione, in vetta al nostro spirito. In tutto i luoghi interiori in cui Dio può conversare con noi.

Dio è fedele e compirà la sua opera.




“Lo splendore della verità” di san GP II. 12. La forza donata di “fare la verità”

La risposta responsabile di un amore pieno verso Dio e tra i fratelli

24. Si rivela così il volto autentico e originale del comandamento dell’amore e della perfezione alla quale esso è ordinato: si tratta di una possibilità aperta all’uomo esclusivamente dalla grazia, dal dono di Dio, dal suo amore. D’altra parte, proprio la coscienza di aver ricevuto il dono, di possedere in Gesù Cristo l’amore di Dio, genera e sostiene la risposta responsabile di un amore pieno verso Dio e tra i fratelli, come con insistenza ricorda l’apostolo Giovanni nella sua prima Lettera: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore… Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri… Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo» (1 Gv 4,7-8.11.19).

Questa connessione inscindibile tra la grazia del Signore e la libertà dell’uomo, tra il dono e il compito, è stata espressa in termini semplici e profondi da sant’Agostino, che così prega: «Da quod iubes et iube quod vis» (dona ciò che comandi e comanda ciò che vuoi).

Il dono non diminuisce, ma rafforza l’esigenza morale dell’amore: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1 Gv 3,23). Si può «rimanere» nell’amore solo a condizione di osservare i comandamenti, come afferma Gesù: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15,10).

Raccogliendo quanto è al cuore del messaggio morale di Gesù e della predicazione degli Apostoli, e riproponendo in una sintesi mirabile la grande tradizione dei Padri d’Oriente e d’Occidente — in particolare di sant’Agostino — san Tommaso ha potuto scrivere che la Legge Nuova è la grazia dello Spirito Santo donata mediante la fede in Cristo. I precetti esterni, di cui pure il Vangelo parla, dispongono a questa grazia o ne dispiegano gli effetti nella vita. Infatti, la Legge Nuova non si contenta di dire ciò che si deve fare, ma dona anche la forza di «fare la verità» (cf Gv 3,21). Nello stesso tempo san Giovanni Crisostomo ha osservato che la Legge Nuova fu promulgata proprio quando lo Spirito Santo discese dal cielo nel giorno di Pentecoste e che gli Apostoli «non discesero dal monte portando, come Mosè, delle tavole di pietra nelle loro mani; ma se ne venivano portando lo Spirito Santo nei loro cuori…, divenuti mediante la sua grazia una legge viva, un libro animato».




Spunti di riflessione per la 5a domenica di Quaresima. 18 marzo 2018

«Vogliamo vedere Gesù»

Alcuni Greci salgono a Gerusalemme portando nel cuore e trovando la forza di esprimere una domanda, un desiderio che si avvicina ad un’invocazione: «Vogliamo vedere Gesù».

In qualche modo, pur non conoscendolo ancora o forse solo per curiosità, hanno intuito che c’è in Gesù qualcosa di fondamentale, di decisivo per la loro e per la mia vita.

Io, i miei amici, la mia compagnia, la mia famiglia… cosa desideriamo davvero? Solo divertirci o starcene quieti nella bambagia, senza che nessuno disturbi il piccolo o grande benessere faticosamente costruito, o abbiamo ancora uno spazio per cercare Colui che, prima che tu lo desiderassi, era già dentro di te? Ci accontentiamo di mete minuscole e di piccolo cabotaggio nella navigazione o troviamo dentro di noi il coraggio di guardare negli occhi Colui, il Solo che può offrirci volontà, mezzi e una rotta per un’autentica navigazione?

«E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo». Quante ore favorevoli all’incontro e alla salvezza nella narrazione del vangelo di Giovanni. Ma questa è un’ora di glorificazione davvero speciale. La gloria di Gesù nel pieno dono di sé dell’eucaristia, nel lasciarsi tradire nonostante tutto, nella passione e croce, nel dono dei sacramenti e della Chiesa attraverso il Suo sangue e acqua: nella risurrezione e dono dello Spirito santo.

Nella semplicità più quotidiana e nella gloria impensabile per noi uomini: tanto simile al mistero della vita che nasce attraverso la rinuncia a se stessi.

«L’ho glorificato e ancora lo glorificherò». Voce del Padre rivolta a noi persone umane, ma compresa solo tramite la mediazione di Gesù: altrimenti rimane un tuono, al massimo un angelo dal volto impersonale e senza un significato.

«Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». Elevato nella croce, nella risurrezione, nell’ascensione al cielo. Tutto ciò attraverso la croce. Il sacrificio sulla croce non salva a causa e per mezzo del dolore (esso non è sufficiente, tanti uomini hanno sofferto per la giustizia e innocentemente, eppure non sono i salvatori del mondo). Il sacrificio della croce salva attraverso l’amore sconfinato e senza condizioni che Gesù vive a favore dell’umanità, in ascolto filiale e amoroso nei confronti di Dio Padre.

«Parlare dell’annientamento di Gesù è davvero osare l’impossibile. L’uomo Gesù vince perdendo. Vince negando a se stesso come uomo il potere di dominare, di affermarsi di fronte agli altri e sugli altri. Ne aveva una lucidissima consapevolezza che traspariva da tutto il suo insegnamento e da tutta la sua vita…

Ci conceda il Signore di immergerci nel suo mistero di umiltà e di gloria malgrado la nostra incapacità a capirlo. (A.M. Cànopi)»




Dalla Congregazione per la Dottrina della fede. “Piacque a Dio…”

Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura… Sia l’individualismo neo-pelagiano che il disprezzo neo-gnostico del corpo sfigurano la confessione di fede in Cristo, Salvatore unico e universale… La consapevolezza della vita piena in cui Gesù Salvatore ci introduce spinge i cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la luce del Vangelo.

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Lettera Placuit Deo
ai Vescovi della Chiesa cattolica
su alcuni aspetti della salvezza cristiana

Introduzione

«Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cf.Ef1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cf. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). […] La profonda verità […] su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione».[1] L’insegnamento sulla salvezza in Cristo esige di essere sempre nuovamente approfondito. Tenendo fisso lo sguardo sul Signore Gesù, la Chiesa si volge con amore materno a tutti gli uomini, per annunciare loro l’intero disegno d’Alleanza del Padre che, mediante lo Spirito Santo, vuole «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose» (Ef 1,10). La presente Lettera intende mettere in evidenza, nel solco della grande tradizione della fede e con particolare riferimento all’insegnamento di Papa Francesco, alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali.

L’incidenza delle odierne trasformazioni culturali sul significato della salvezza cristiana

Il mondo contemporaneo avverte non senza difficoltà la confessione di fede cristiana, che proclama Gesù unico Salvatore di tutto l’uomo e dell’umanità intera (cf.At4,12; Rom 3,23-24; 1 Tm 2,4-5; Tit 2,11-15).[2] Da una parte, l’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze.[3] In questa visione, la figura di Cristo corrisponde più ad un modello che ispira azioni generose, con le sue parole e i suoi gesti, che non a Colui che trasforma la condizione umana, incorporandoci in una nuova esistenza riconciliata con il Padre e tra noi mediante lo Spirito (cf. 2 Cor 5,19; Ef2,18). D’altra parte, si diffonde la visione di una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato. Con questa prospettiva diviene difficile cogliere il senso dell’Incarnazione del Verbo, per cui Egli si è fatto membro della famiglia umana, assumendo la nostra carne e la nostra storia, per noi uomini e per la nostra salvezza.

IlSanto Padre Francesco, nel suo magistero ordinario, ha fatto spesso riferimento a due tendenze che rappresentano le due deviazioni appena accennate e che assomigliano in taluni aspetti a due antiche eresie, il pelagianesimo e lo gnosticismo.[4]Nei nostri tempi prolifera un neo-pelagianesimo per cui l’individuo, radicalmente autonomo, pretende di salvare sé stesso, senza riconoscere che egli dipende, nel più profondo del suo essere, da Dio e dagli altri. La salvezza si affida allora alle forze del singolo, oppure a delle strutture puramente umane, incapaci di accogliere la novità dello Spirito di Dio.[5] Un certo neo-gnosticismo, dal canto suo, presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo.[6] Essa consiste nell’elevarsi «con l’intelletto al di là della carne di Gesù verso i misteri della divinità ignota».[7] Si pretende così di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo.[8] È chiaro, d’altronde, che la comparazione con le eresie pelagiana e gnostica intende solo evocare dei tratti generali comuni, senza entrare in giudizi sull’esatta natura degli antichi errori. Grande è, infatti, la differenza tra il contesto storico odierno secolarizzato e quello dei primi secoli cristiani, in cui queste eresie sono nate.[9]Tuttavia, in quanto lo gnosticismo e il pelagianesimo rappresentano pericoli perenni di fraintendimento della fede biblica, è possibile trovare una certa familiarità con i movimenti odierni appena descritti.

Sia l’individualismo neo-pelagiano che il disprezzo neo-gnostico del corpo sfigurano la confessione di fede in Cristo, Salvatore unico e universale. Come potrebbe Cristo mediare l’Alleanza dell’intera famiglia umana, se l’uomo fosse un individuo isolato, il quale si autorealizza con le sole sue forze, come propone il neo-pelagianesimo? E come potrebbe arrivarci la salvezza mediante l’Incarnazione di Gesù, la sua vita, morte e risurrezione nel suo vero corpo, se quel che conta fosse solo liberare l’interiorità dell’uomo dai limiti del corpo e dalla materia, secondo la visione neo-gnostica? Davanti a queste tendenze la presente Lettera vuole ribadire che la salvezza consiste nella nostra unione con Cristo, il quale, con la sua Incarnazione, vita, morte e risurrezione, ha generato un nuovo ordine di relazioni con il Padre e tra gli uomini, e ci ha introdotto in quest’ordine grazie al dono del suo Spirito, affinché possiamo unirci al Padre come figli nel Figlio, e diventare un solo corpo nel «primogenito tra molti fratelli» (Rom8,29).

III. L’aspirazione umana alla salvezza

L’uomo percepisce, direttamente o indirettamente, di essere un enigma: Chi sono io che esisto, ma non ho in me il principio del mio esistere? Ogni persona, a suo modo, cerca la felicità, e tenta di conseguirla facendo ricorso alle risorse che ha a disposizione. Tuttavia, questa aspirazione universale non è necessariamente espressa o dichiarata; anzi, essa è più segreta e nascosta di quanto possa apparire, ed è pronta a rivelarsi dinanzi a particolari emergenze. Molto spesso essa coincide con la speranza della salute fisica, talvolta assume la forma dell’ansia per un maggior benessere economico, diffusamente si esprime mediante il bisogno di pace interiore e di una serena convivenza col prossimo. D’altra parte, mentre la domanda di salvezza si presenta come un impegno verso un bene maggiore, essa conserva anche il carattere di resistenza e di superamento del dolore. Alla lotta di conquista del bene si affianca la lotta di difesa dal male: dall’ignoranza e dall’errore, dalla fragilità e dalla debolezza, dalla malattia e dalla morte.

Riguardo a queste aspirazioni la fede in Cristo ci insegna, rifiutando ogni pretesa di auto-realizzazione, che esse solo si possono compiere pienamente se Dio stesso lo rende possibile, attirandoci verso di Sé. La salvezza piena della persona non consiste nelle cose che l’uomo potrebbe ottenere da sé, come il possesso o il benessere materiale, la scienza o la tecnica, il potere o l’influsso sugli altri, la buona fama o l’autocompiacimento.[10]Niente di creato può soddisfare del tutto l’uomo, perché Dio ci ha destinati alla comunione con Lui e il nostro cuore sarà inquieto finché non riposi in Lui.[11]«La vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina».[12] La rivelazione, in questo modo, non si limita ad annunciare la salvezza come risposta all’attesa contemporanea. «Se la redenzione, al contrario, dovesse essere giudicata o misurata secondo i bisogni esistenziali degli esseri umani, come si potrebbe evitare il sospetto di avere semplicemente creato un Dio Redentore fatto a immagine del nostro bisogno?».[13]

Inoltre è necessario affermare che, secondo la fede biblica, l’origine del male non si trova nel mondo materiale e corporeo, sperimentato come un limite o come una prigione dalla quale dovremmo essere salvati. Al contrario, la fede proclama che tutto il cosmo è buono, in quanto creato da Dio (cf.Gen1,31; Sap 1,13-14; 1Tim 4,4), e che il male che più danneggia l’uomo è quello che procede dal suo cuore (cf. Mt 15,18-19; Gen 3,1-19). Peccando, l’uomo ha abbandonato la sorgente dell’amore, e si perde in forme spurie di amore, che lo chiudono sempre di più in sé stesso. È questa separazione da Dio –– da Colui che è fonte di comunione e di vita –– che porta alla perdita dell’armonia tra gli uomini e degli uomini con il mondo, introducendo il dominio della disgregazione e della morte (cf. Rom 5,12). In conseguenza, la salvezza che la fede ci annuncia non riguarda soltanto la nostra interiorità, ma il nostro essere integrale. È tutta la persona, infatti, in corpo e anima, che è stata creata dall’amore di Dio a sua immagine e somiglianza, ed è chiamata a vivere in comunione con Lui.

Cristo, Salvatore e Salvezza

In nessun momento del cammino dell’uomo Dio ha smesso di offrire la sua salvezza ai figli di Adamo (cf.Gen3,15), stabilendo un’alleanza con tutti gli uomini in Noè (cf. Gen 9,9) e, più tardi, con Abramo e la sua discendenza (cf. Gen 15,18). La salvezza divina assume così l’ordine creaturale condiviso da tutti gli uomini e percorre il loro cammino concreto nella storia. Scegliendosi un popolo, al quale ha offerto i mezzi per lottare contro il peccato e per avvicinarsi a Lui, Dio ha preparato la venuta di «un Salvatore potente, nella casa di Davide, suo servo» (Lc 1,69). Nella pienezza dei tempi, il Padre ha inviato al mondo suo Figlio, il quale ha annunciato il regno di Dio, guarendo ogni sorta di malattie (cf. Mt 4,23). Le guarigioni operate da Gesù, nelle quali si rendeva presente la provvidenza di Dio, erano un segno che rinviava alla sua persona, a Colui che si è pienamente rivelato come Signore della vita e della morte nel suo evento pasquale. Secondo il Vangelo, la salvezza per tutti i popoli ha inizio con l’accoglienza di Gesù: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza» (Lc 19,9). La buona notizia della salvezza ha un nome e un volto: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva».[14]

La fede cristiana, lungo la sua secolare tradizione, ha illustrato, mediante molteplici figure, quest’opera salvifica del Figlio incarnato. Lo ha fatto senza mai separare l’aspetto sanante della salvezza, per cui Cristo ci riscatta dal peccato, dall’aspetto elevante, per cui Egli ci rende figli di Dio, partecipi della sua natura divina (cf. 2Pt1,4). Considerando la prospettiva salvifica in senso discendente (a partire da Dio che viene a riscattare gli uomini), Gesù è illuminatore e rivelatore, redentore e liberatore, Colui che divinizza l’uomo e lo giustifica. Assumendo la prospettiva ascendente (a partire dagli uomini che si rivolgono a Dio), Egli è Colui che, quale Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, offre al Padre, in nome degli uomini, il culto perfetto: si sacrifica, espia i peccati e rimane sempre vivo per intercedere a nostro favore. In questo modo appare, nella vita di Gesù, una mirabile sinergia dell’agire divino con l’agire umano, che mostra l’infondatezza della prospettiva individualista. Da una parte, infatti, il senso discendente testimonia la primazia assoluta dell’azione gratuita di Dio; l’umiltà di ricevere i doni di Dio, prima di ogni nostro operare, è essenziale per poter rispondere al suo amore salvifico. D’altra parte, il senso ascendente ci ricorda che, mediante l’agire pienamente umano del suo Figlio, il Padre ha voluto rigenerare il nostro agire, affinché, assimilati a Cristo, possiamo compiere «le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (Ef 2,10).

È chiaro, inoltre, che la salvezza che Gesù ha portato nella sua stessa persona non avviene in modo soltanto interiore. Infatti, per poter comunicare ad ogni persona la comunione salvifica con Dio, il Figlio si è fatto carne (cf.Gv1,14). È proprio assumendo la carne (cf. Rom 8,3; Eb 2,14; 1 Gv 4,2), nascendo da donna (cf. Gal 4,4), che «il Figlio di Dio si è fatto figlio dell’uomo»[15] e nostro fratello (cf. Eb 2,14). Così, in quanto Egli è entrato a far parte della famiglia umana, «si è unito, in certo modo, ad ogni uomo»[16] e ha stabilito un nuovo ordine di rapporti con Dio, suo Padre, e con tutti gli uomini, in cui possiamo essere incorporati per partecipare alla sua stessa vita. In conseguenza, l’assunzione della carne, lungi dal limitare l’azione salvifica di Cristo, gli permette di mediare in modo concreto la salvezza di Dio per tutti i figli di Adamo.

In conclusione, per rispondere, sia al riduzionismo individualista di tendenza pelagiana, sia a quello neo-gnostico che promette una liberazione meramente interiore, bisogna ricordare il modo in cui Gesù è Salvatore. Egli non si è limitato a mostrarci la via per incontrare Dio, una via che potremmo poi percorrere per conto nostro, obbedendo alle sue parole e imitando il suo esempio. Cristo, piuttosto, per aprirci la porta della liberazione, è diventato Egli stesso la via: «Io sono la via» (Gv14,6).[17]Inoltre, questa via non è un percorso meramente interiore, al margine dei nostri rapporti con gli altri e con il mondo creato. Al contrario, Gesù ci ha donato una «via nuova e vivente che Egli ha inaugurato per noi attraverso […] la sua carne» (Eb 10,20). Insomma, Cristo è Salvatore in quanto ha assunto la nostra umanità integrale e ha vissuto una vita umana piena, in comunione con il Padre e con i fratelli. La salvezza consiste nell’incorporarci a questa sua vita, ricevendo il suo Spirito (cf. 1 Gv 4,13). Egli è diventato così, «in certo qual modo, il principio di ogni grazia secondo l’umanità».[18] Egli è, allo stesso tempo, il Salvatore e la Salvezza.

La Salvezza nella Chiesa, corpo di Cristo

Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf.Rom8,9). Comprendere questa mediazione salvifica della Chiesa è un aiuto essenziale per superare ogni tendenza riduzionista. La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa. Inoltre, dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica,una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti. Insomma, la mediazione salvifica della Chiesa, «sacramento universale di salvezza»,[19] ci assicura che la salvezza non consiste nell’auto-realizzazione dell’individuo isolato, e neppure nella sua fusione interiore con il divino, ma nell’incorporazione in una comunione di persone, che partecipa alla comunione della Trinità.

Sia la visione individualistica sia quella meramente interiore della salvezza contraddicono anche l’economia sacramentale tramite la quale Dio ha voluto salvare la persona umana. La partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta,[20]e l’Eucaristia la sorgente e il culmine.[21]Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo, il quale ci imprime il carattere indelebile dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa, da cui deriva la trasformazione del nostro modo concreto di vivere i rapporti con Dio, con gli uomini e con il creato (cf. Mt 28,19). Così, purificati dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati ad una nuova esistenza conforme a Cristo (cf. Rom 6,4). Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute. Quando essi, peccando, abbandonano il loro amore per Cristo, possono essere reintrodotti, mediante il sacramento della Penitenza, all’ordine di rapporti inaugurato da Gesù, per camminare come ha camminato Lui (cf. 1 Gv 2,6). In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46).

L’economia salvifica sacramentale si oppone anche alle tendenze che propongono una salvezza meramente interiore. Lo gnosticismo, infatti, si associa ad uno sguardo negativo sull’ordine creaturale, compreso come limitazione della libertà assoluta dello spirito umano. Di conseguenza, la salvezza è vista come liberazione dal corpo e dalle relazioni concrete in cui vive la persona. In quanto siamo salvati, invece, «per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo» (Eb10,10; cf.Col 1,22), la vera salvezza, lungi dall’essere liberazione dal corpo, include anche la sua santificazione (cf. Rom 12,1). Il corpo umano è stato modellato da Dio, il quale ha inscritto in esso un linguaggio che invita la persona umana a riconoscere i doni del Creatore e a vivere in comunione con i fratelli.[22] Il Salvatore ha ristabilito e rinnovato, con la sua Incarnazione e il suo mistero pasquale, questo linguaggio originario e ce lo ha comunicato nell’economia corporale dei sacramenti. Grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo e, in conseguenza, in fedeltà all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato. Quest’ordine di rapporti richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di tutti gli uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali.[23]

Conclusione: comunicare la fede, in attesa del Salvatore

La consapevolezza della vita piena in cui Gesù Salvatore ci introduce spinge i cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la luce del Vangelo.[24]In questo sforzo saranno anche pronti a stabilire un dialogo sincero e costruttivo con i credenti di altre religioni, nella fiducia che Dio può condurre verso la salvezza in Cristo «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia».[25]Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa continua ad invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24). La salvezza dell’uomo sarà compiuta solo quando, dopo aver vinto l’ultimo nemico, la morte (cf. 1 Cor 15,26), parteciperemo compiutamente alla gloria di Gesù risorto, che porterà a pienezza la nostra relazione con Dio, con i fratelli e con tutto il creato. La salvezza integrale, dell’anima e del corpo, è il destino finale al quale Dio chiama tutti gli uomini. Fondati nella fede, sostenuti dalla speranza, operanti nella carità, sull’esempio di Maria, la Madre del Salvatore e la prima dei salvati, siamo certi che «la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).

Il Sommo Pontefice Francesco, in data 16 febbraio 2018, ha approvato questa Lettera, decisa nella Sessione Plenaria di questa Congregazione il 24 gennaio 2018, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Dato a Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 22 febbraio 2018, Festa della Cattedra di San Pietro.

+ Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo Titolare di Thibica
Prefetto
+ Giacomo Morandi
Arcivescovo Titolare di Cerveteri
Segretario

 

 

[1] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, n. 2.

[2] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Dominus Iesus (6 agosto 2000), nn. 5-8: AAS 92 (2000), 745-749.

[3] Cf. Francesco, Esort. apost. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 67AAS 105 (2013), 1048.

[4] Cf. Id., Lett. enc. Lumen fidei  (29 giugno 2013), n. 47: AAS 105 (2013), 586-587; Esort. apost. Evangelii gaudium, nn. 93-94AAS (2013), 1059; Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze (10 novembre 2015): AAS 107 (2015), 1287.

[5] Cf. Id., Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze (10 novembre 2015): AAS 107 (2015), 1288.

[6] Cf. Id., Esort. apost. Evangelii gaudium, n. 94AAS 105 (2013), 1059: «il fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti»; Pontificio Consiglio della Cultura –– Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, Gesù Cristo, portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul “New Age” (gennaio 2003), Città del Vaticano 2003.

[7] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei, n. 47: AAS 105 (2013), 586-587.

[8] Cf. Id., Discorso ai partecipanti al pellegrinaggio della diocesi di Brescia (22 giugno 2013): AAS 95 (2013), 627: «in questo mondo dove si nega l’uomo, dove si preferisce andare sulla strada dello gnosticismo, […] del “niente carne” – un Dio che non si è fatto carne […]».

[9] Secondo l’eresia pelagiana, sviluppatasi durante il secolo V intorno a Pelagio, l’uomo, per compiere i comandamenti di Dio ed essere salvato, ha bisogno della grazia solo come un aiuto esterno alla sua libertà (a modo di luce, esempio, forza), ma non come una sanazione e rigenerazione radicale della libertà, senza merito previo, affinché egli possa operare il bene e raggiungere la vita eterna.Più complesso è il movimento gnostico, sorto nei secoli I e II, e che conosce forme molto diverse tra di loro. In linea generale gli gnostici credevano che la salvezza si ottiene attraverso una conoscenza esoterica o “gnosi”. Tale gnosi rivela allo gnostico la sua vera essenza, vale a dire, una scintilla dello Spirito divino che abita nella sua interiorità, la quale deve essere liberata dal corpo, estraneo alla sua vera umanità. Solo in questo modo lo gnostico ritorna al suo essere originario in Dio, da cui si era allontanato per una caduta primordiale.

[10] Cf. Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 2.

[11] Cf. Agostino, Confessioni, I, 1: Corpus Christianorum, 27,1.

[12] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 22.

[13] Commissione Teologica Internazionale, Alcune questioni sulla teologia della redenzione, 1995, n. 2: Commissione Teologica Internazionale Documenti 1969 –– 2004 (Bologna 2006), 500.

[14] Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 1: AAS 98 (2006), 217; cf. Francesco, Esort. apost. Evangelii gaudium, n. 3AAS 105 (2013), 1020.

[15] Ireneo, Adversus haereses, III, 19,1: Sources Chrétiennes, 211, 374.

[16] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 22.

[17] Cf. Agostino, Tractatus in Ioannem, 13, 4: Corpus Christianorum, 36, 132: «Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Se cerchi la verità segui la via; perché la via è lo stesso che la verità. La meta cui tendi e la via che devi percorrere, sono la stessa cosa. Non puoi giungere alla meta seguendo un’altra via; per altra via non puoi giungere a Cristo: a Cristo puoi giungere solo per mezzo di Cristo. In che senso arrivi a Cristo per mezzo di Cristo? Arrivi a Cristo Dio per mezzo di Cristo uomo; per mezzo del Verbo fatto carne arrivi al Verbo che era in principio Dio presso Dio».

[18] Tommaso, Quaestio de veritate, q. 29, a. 5, co.

[19] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 48.

[20] Cf. Tommaso, Summa theologiae, III, q. 63, a. 3.

[21] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 11; Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 10.

[22] Cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), n. 155AAS 107 (2015), 909-910.

[23] Cf. Id., Lett. apost. Misericordia et misera (20 novembre 2016) , n. 20: AAS 108 (2016), 1325-1326.

[24] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio (7 dicembre 1990), n. 40: AAS 83 (1991), 287-288; Francesco, Esort. apost.Evangelii gaudium, nn. 9-13AAS 105 (2013), 1022-1025.

[25] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 22.




Spunti di riflessione per la terza domenica di Quaresima 2018

Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.

Questione iniziale:

  • Di fronte al problema come reagisco?
  • Rabbia, violenza, arrivo io che sistemo tutto?
  • Pessimismo?

 

 

Posizione di Gesù

  • Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare: valore delle persone, specialmente quelle più bisognose.
  • Nello stesso luogo: vedova che dona tutto ciò che aveva
  • Mai perdere la speranza: Dio, presente non nelle mura, ma nella persona di Gesù, risorgerà

 

Cuore di questo messaggio evangelico:

Gesù è il vero tempio in cui il Padre viene adorato in Spirito e verità

 

Risonanza salesiana

  • Rettor maggiore: racconta di giovani invitati ad un convegno in cui si parla di loro, ma non vengono veramente accolti, scappano, lui li ascolta… fino ad invitarli a messa
  • Vi voglio bene, come don Bosco, mi avete rubato il cuore.



Papa Francesco e la spiritualità del dono di sé. Udienza generale

La spiritualità del dono di sé, che questo momento della Messa ci insegna, possa illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo.

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 febbraio 2018

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La Santa Messa – 11. Liturgia eucaristica: I. Presentazione dei doni

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo con la catechesi sulla Santa Messa. Alla Liturgia della Parola – su cui mi sono soffermato nelle scorse catechesi – segue l’altra parte costitutiva della Messa, che è la Liturgia eucaristica. In essa, attraverso i santi segni, la Chiesa rende continuamente presente il Sacrificio della nuova alleanza sigillata da Gesù sull’altare della Croce (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 47). È stato il primo altare cristiano, quello della Croce, e quando noi ci avviciniamo all’altare per celebrare la Messa, la nostra memoria va all’altare della Croce, dove è stato fatto il primo sacrificio. Il sacerdote, che nella Messa rappresenta Cristo, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli nell’Ultima Cena: prese il pane e il calicerese grazieli diede ai discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate … bevete: questo è il mio corpo … questo è il calice del mio sangue. Fate questo in memoria di me».

Obbediente al comando di Gesù, la Chiesa ha disposto la Liturgia eucaristica in momenti che corrispondono alle parole e ai gesti compiuti da Lui la vigilia della sua Passione. Così, nella preparazione dei doni sono portati all’altare il pane e il vino, cioè gli elementi che Cristo prese nelle sue mani. Nella Preghiera eucaristica rendiamo grazie a Dio per l’opera della redenzione e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Seguono la frazione del Pane e la Comunione, mediante la quale riviviamo l’esperienza degli Apostoli che ricevettero i doni eucaristici dalle mani di Cristo stesso (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 72).

Al primo gesto di Gesù: «prese il pane e il calice del vino», corrisponde quindi la preparazione dei doni. È la prima parte della Liturgia eucaristica. E’ bene che siano i fedeli a presentare al sacerdote il pane e il vino, perché essi significano l’offerta spirituale della Chiesa lì raccolta per l’Eucaristia. È bello che siano proprio i fedeli a portare all’altare il pane e il vino. Sebbene oggi «i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla Liturgia, tuttavia il rito della presentazione di questi doni conserva il suo valore e significato spirituale» (ibid., 73). E al riguardo è significativo che, nell’ordinare un nuovo presbitero, il Vescovo, quando gli consegna il pane e il vino, dice: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico» (Pontificale Romano – Ordinazione dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi). Il popolo di Dio che porta l’offerta, il pane e il vino, la grande offerta per la Messa! Dunque, nei segni del pane e del vino il popolo fedele pone la propria offerta nelle mani del sacerdote, il quale la depone sull’altare o mensa del Signore, «che è il centro di tutta la Liturgia eucaristica» (OGMR, 73). Cioè, il centro della Messa è l’altare, e l’altare è Cristo; sempre bisogna guardare l’altare che è il centro della Messa. Nel «frutto della terra e del lavoro dell’uomo», viene pertanto offerto l’impegno dei fedeli a fare di sé stessi, obbedienti alla divina Parola, un «sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente», «per il bene di tutta la sua santa Chiesa». Così «la vita dei fedeli, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1368).

Certo, è poca cosa la nostra offerta, ma Cristo ha bisogno di questo poco. Ci chiede poco, il Signore, e ci dà tanto. Ci chiede poco. Ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà; ci chiede cuore aperto; ci chiede voglia di essere migliori per accogliere Lui che offre se stesso a noi nell’Eucaristia; ci chiede queste offerte simboliche che poi diventeranno il Suo corpo e il Suo sangue. Un’immagine di questo movimento oblativo di preghiera è rappresentata dall’incenso che, consumato nel fuoco, libera un fumo profumato che sale verso l’alto: incensare le offerte, come si fa nei giorni di festa, incensare la croce, l’altare, il sacerdote e il popolo sacerdotale manifesta visibilmente il vincolo offertoriale che unisce tutte queste realtà al sacrificio di Cristo (cfr OGMR, 75). E non dimenticare: c’è l’altare che è Cristo, ma sempre in riferimento al primo altare che è la Croce, e sull’altare che è Cristo portiamo il poco dei nostri doni, il pane e il vino che poi diventeranno il tanto: Gesù stesso che si dà a noi.

E tutto questo è quanto esprime anche l’orazione sulle offerte. In essa il sacerdote chiede a Dio di accettare i doni che la Chiesa gli offre, invocando il frutto del mirabile scambio tra la nostra povertà e la sua ricchezza. Nel pane e nel vino gli presentiamo l’offerta della nostra vita, affinché sia trasformata dallo Spirito Santo nel sacrificio di Cristo e diventi con Lui una sola offerta spirituale gradita al Padre. Mentre si conclude così la preparazione dei doni, ci si dispone alla Preghiera eucaristica (cfr ibid., 77).

La spiritualità del dono di sé, che questo momento della Messa ci insegna, possa illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo.