150° della nascita del Servo di Dio Ignazio Stuchlý

(ANS – Roma) – Sabato 14 dicembre ricorrono i 150 anni dalla nascita del Servo di Dio Ignazio Stuchlý, avvenuta nel 1869 a Bolesław, piccolo villaggio dell’Alta Slesia, allora parte dell’Impero austro-ungarico.

I genitori avevano una fede incrollabile e il piccolo Ignazio s’imbevve di questo clima di fede coraggiosa. Sin dalle scuole elementari sentì parlare di sacerdozio dal suo ottimo maestro Giovanni Kolibaj e ne avvertì il fascino. Questo sogno diventò realtà solo all’età di 22 anni quando fu indirizzato ai Salesiani e fu Don Rua ad accoglierlo a Torino. Suo ardente desiderio era partire per le missioni: per questo studiò, insieme alla filosofia, anche agronomia, ma Don Rua un giorno enigmaticamente gli disse: “La tua missione sarà al Nord!”.

Cominciò per Ignazio una serie di tappe diverse: è inviato innanzitutto a Gorizia, all’epoca città dell’Impero austro-ungarico. Insegna ai convittori del ginnasio e nello stesso tempo studia Teologia. Allo studio si aggiungono non pochi altri incarichi, tra cui quello di seguire i lavori edilizi in casa. Nel 1901 viene ordinato sacerdote. Pur conservando i suoi tanti impegni, comincia a far parlare di sé come direttore spirituale e confessore molto ricercato.

Nel 1910 è inviato a Lubiana (Slovenia). Anche qui si deve occupare della costruzione della chiesa di Maria Ausiliatrice, che era stata interrotta per difficoltà economiche. Erano tempi difficili: bisognava dar da mangiare a tanti ragazzi, sostenere il noviziato. Egli, da buon economo, riesce in tutto, compreso il completamento del santuario.

Nel 1925 i superiori lo mandano a Perosa Argentina (Torino) per iniziare un’opera a favore degli aspiranti provenienti dalla Boemia e dalla Moravia. Egli vi trascorse tre anni in una situazione di grande povertà. Quando si rese necessario trasferire questi giovani nella loro patria d’origine, è ancora don Stuchlý a esserne incaricato. Partì per Frysˇták (Rep. Ceca).

Un fortunato sviluppo vocazionale spinse i superiori a fare della Cecoslovacchia una Provincia autonoma. Don Stuchlý ne fu il primo Ispettore. Era il 1935. In pochi anni fece fiorire la nascente ispettoria: dopo quattro anni, i confratelli erano circa 400. Quando l’Ispettoria cecoslovacca si divise in due (Slovacchia e Boemia-Moravia) don Stuchlý continuerà a essere responsabile di quest’ultima.

Con il nazismo e la seconda guerra mondiale arrivarono anni terribili: case sequestrate, salesiani inviati ai lavori forzati. Il “nonnino” (come ormai don Stuchlý veniva chiamato) fu il sicuro punto di riferimento, rafforzando nei confratelli la fede e la speranza e operando con carità verso i più deboli. Finita la guerra, ormai settantenne, chiese la sostituzione, ma l’obbedienza affidò ancora a lui la difficile gestione del periodo postbellico.

Con l’avvento del comunismo le opere salesiane vennero requisite, i confratelli arruolati o dispersi. Don Stuchlý vide d’un tratto distrutta l’opera cui aveva consacrato la vita. Quaranta giorni prima della fatidica “Notte dei barbari”, nel marzo 1950, è colpito da apoplessia: trascorre allora gli ultimi tre anni di vita, dapprima nella casa di riposo di Zlín, poi a Lukov, sempre sorvegliato dal regime e isolato dai confratelli. Si realizza così la sua profezia che sarebbe morto solo. La vivissima stima che egli sempre aveva suscitato nei superiori e la sua grande capacità di amare e farsi amare, fioriscono più che mai in fama di santità. Si spegne serenamente la sera del 17 gennaio 1953.

La Causa di beatificazione di don Ignazio Stuchlý prosegue ed è imminente il riconoscimento delle virtù eroiche.

Altre informazioni sono disponibili sul sito web in 4 lingue: https://istuchly.cz/




Giais, gennaio 2000. Nella cameretta di una semplice casa di una frazione d’Aviano (Pordenone), c’è una ragazza che parla ogni sera con Dio.

«Amo immensamente Dio per avermi creata e per tutto ciò che ho e che non ho. Per tutte le persone che mi stanno accanto e mi proteggono da lassù. E poi devo ringraziarlo per avermi fatto conoscere il Don Bosco: Dio mio, che miniera d’oro quell’oratorio! Lì ho i veri amici e non dimentichiamo i ragazzi per l’Unità, loro sono proprio ganzi come il Don Bosco. Io adoro ambedue, quando mi ci ritrovo, sono la più felice del mondo. Ti ringrazio Dio!».

Giais, gennaio 2000. Nella cameretta di una semplice casa di una frazione d’Aviano (Pordenone), c’è una ragazza che parla ogni sera con Dio. È un segreto che fissa fin da bambina sulle pagine del suo diario. Sono le confidenze di una sedicenne: scoperte, amicizie, paure, lacrime, sofferenze, sorrisi, stupore, gioie e slanci… Amore. Tanto amore. Immenso, per quel suo Amico del quale si fida come dell’amico o dell’amica migliore.
C’è una ferita nel cuore di Angela che ritorna spesso nei suoi dialoghi con il Signore. Una ferita di quelle che non smettono mai di sanguinare. È l’immagine indelebile del papà che lascia lei, otto anni, e suo fratello, più piccolo di tre, soli insieme alla mamma, per andarsene via di casa. Eppure lei riesce ad essere felice. Non c’è traccia di rabbia o di risentimento: «Vedo Dio come il mio vero papà, affettuoso, geloso di me, protettore, salvatore e non posso fare a meno di tutto ciò. Ho imparato a vivere della sua presenza e l’ho scoperto ora che sento la mancanza di un padre».
Ha così tanto sperimentato la tenerezza a la gelosia del Signore, che tra lei e Gesù si instaura quasi una gara a chi si vuole più bene: «Non mi manca il padre che ho ma il padre che vorrei avere. Questa è la mia Croce e la porto con gioia per aiutare Gesù a portare la Sua che è più grande». Sono le vette raggiunte da una mistica… sedicenne e assolutamente normale, con le scarpe da ginnastica… e con un sorriso contagioso e un’incontenibile voglia di vivere! Con il passare degli anni per Angela è tutto un esplodere di vita: il rapporto con la mamma che si fa sempre più profondo e dolce, le amicizie vere intessute all’Oratorio negli Amici Domenico Savio, la confidenza in don Nicola, sua guida spirituale, la forza e gli orizzonti immensi che respira nel movimento dei focolari… Angela non si tira mai indietro desiderosa di «scegliere Dio nuovamente come unico ideale», pronta «a rischiare, a buttarsi nella vita. Perché ora rischiare non è più un salto nel vuoto, ma un tuffo nella vita». Un tuffo che rende semplicemente straordinaria una vita a prima vista assolutamente ordinaria: il conseguimento della maturità al Liceo artistico, la scelta di frequentare Lettere a Udine, il sogno di andare in Erasmus in Irlanda, lo scoprirsi innamorata e ricambiata da un ragazzo… Tutto vissuto, come dice lei, con Gesù in mezzo. In pienezza.

21 giugno 2006, festa di san Luigi Gonzaga patrono mondiale dei giovani: Angela muore in un incidente stradale. La sera prima aveva scritto: «Ora mi sento così bene. Che pace… è bellissimo stare qui». Sono le stesse parole pronunciate da Domenico Savio prima di morire «che bella cosa io vedo mai…».
San Luigi, Domenico… Angela: l’amicizia con Gesù è il segreto di una vita vissuta tutta d’un fiato, di una bellezza così grande che vedremo nel suo splendore solo in Paradiso!

 

Delegato vocazioni salesiani Triveneto




Don Pierluigi Cameroni. La santità anche per te

Sulla scia del Venerabile don Giuseppe Quadrio, della beata Maria Troncatti e del Servo di Dio don Carlo Braga

Intervento di don Pierluigi Cameroni, postulatore generale della Famiglia Salesiana, nell’ambito della Commemorazione del Venerabile don GIUSEPPE QUADRIO nel 56° anniversario della morte.

 




Sig. Giampietro Pettenon: Casa Don Bosco




La statua di Don Bosco di fronte alla Basilica di Maria Ausiliatrice spiegata da don Bruno Ferrero

(ANS – Roma) – A 129 giorni dall’inizio del Capitolo Generale 28, continuano le interviste ai membri della Comunità di Valdocco, che ci portano alla scoperta dei luoghi più significativi. Questa settimana è don Bruno Ferrero, SDB, Direttore del Bollettino Salesiano italiano, il protagonista di “Interviste con gli occhi di…”.

Don Bruno Ferrero ci parla della statua di Don Bosco, di fronte alla Basilica di Maria Ausiliatrice. “Appena terminata la Basilica di Maria Ausiliatrice, qui c’era questo spiazzo che era di terra battuta, molto brutto – spiega don Ferrero nel video – Già Don Bosco, guardando la facciata, aveva detto un giorno: ‘Qui ci starebbe bene un monumento con Mosè che batte sulla roccia e sgorga dell’acqua’. In effetti, l’idea del monumento è andata avanti”, aggiunge.

L’idea di costruire un monumento dedicato a Don Bosco fu avanzata da un gruppo di Exallievi nel 1911, in occasione del Primo Congresso Internazionale degli Exallievi. Fu creata una commissione di architetti per il progetto, con l’idea di inaugurare la statua nel giro di un paio d’anni. Ma, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si riuscì a inaugurare l’opera soltanto nel maggio 1920.

La statua, dello scultore Gaetano Cellini, raffigura Don Bosco insieme ai ragazzi. Il Santo scherza con loro, li guarda con un’espressione amorevole e tira su uno di loro. Quest’ultimo gesto è la raffigurazione dell’educazione, che risolleva i ragazzi. Ai piedi di Don Bosco c’è un altro gruppo scultoreo, che si deve sempre a Gaetano Cellini. Questo gruppo rappresenta invece la Fede che conforta l’uomo. Ai lati della statua, poi, sono raffigurate altre scene, che rimandano all’amore di Don Bosco per Maria Ausiliatrice, alle missioni e a molto altro.

“Quello che Don Bosco voleva – prosegue don Ferrero – era quello di formare dei buoni cristiani e degli onesti cittadini e, in fondo, questo monumento lo esprime molto bene”.

Anche il video di don Ferrero, così come quello di don Lupano pubblicato la scorsa settimana su ANS, vuole raccontare i luoghi di Valdocco, riscoprendo così le nostre radici e la nostra identità salesiana. A Valdocco è iniziato il sogno di Don Bosco e, anche attraverso questi video, si vuole continuare a far conoscere questo sogno in tutto il mondo.

Ricordiamo che tutti i video di “Interviste con gli occhi di…” sono stati realizzati da ANS in collaborazione con l’equipe di IMEComunicazione e saranno caricati, uno a settimana, su ANSChannel.

 

Fonte: http://www.infoans.org/sezioni/notizie/item/8951-rmg-cg28-la-statua-di-don-bosco-di-fronte-alla-basilica-di-maria-ausiliatrice-spiegata-da-don-bruno-ferrero (consultato l’11 ottobre 2019)




RMG – CG28: I Salesiani di Torino-Valdocco ci guidano alla riscoperta delle nostre radici e della nostra identità

(ANS – Roma) – Mancano 135 giorni al prossimo Capitolo Generale della Congregazione Salesiana, che si aprirà a Torino il 16 febbraio 2020. I mesi che precedono l’inizio del CG28 costituiscono la fase del “Pre-Capitolo”, un tempo molto ricco sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello comunicativo. È in questa fase che si inserisce il progetto “Interviste con gli occhi di…”.

Si tratta di una serie di video-interviste, realizzate da ANS in collaborazione con l’equipe di IMEComunicazione, nelle quali i Salesiani di Valdocco presentano la Casa Madre, che ospiterà il CG28. Con i suoi oltre 100 anni di storia alle spalle, Valdocco ha molto da raccontare. Ci sono tante storie, tanti aneddoti e curiosità che meritano di essere conosciuti nel mondo. Recuperare la memoria storica è importante soprattutto per riscoprire le nostre radici e la nostra identità salesiana. Far conoscere i luoghi della Casa Madre, da cui ha avuto inizio il grande sogno di Don Bosco, è fondamentale, specialmente per tutti quei membri della Famiglia Salesiana e per i giovani che non hanno modo di visitarla personalmente.

Così, alcuni membri della Comunità di Valdocco mostreranno i luoghi più significativi, raccontandone la storia e sottolineando, in particolare, il valore simbolico che possiedono. Lo farà, come detto, attraverso alcuni video intitolati “Interviste con gli occhi di…”. Nel primo video, don Enrico Lupano, responsabile delle Visite di Valdocco, mostrerà l’Urna di Don Bosco della Basilica Ausiliatrice. “Qui, tutti gli uomini e tutte le donne vengono a cercare un Padre, un Maestro e un Amico”, afferma don Enrico Lupano.

Nelle settimane seguenti, poi, il sig. Luigi Bacchin ci parlerà della tipografia di Valdocco, don Bruno Ferrero della statua di Don Bosco, don Maurizio Palazzo dell’organo della Basilica di Maria Ausiliatrice, mentre il sig. Luigi Zonta illustrerà la facciata. Infine, il sig. Marco Gallo, direttore della Sede Operativa del Cnos-Fap di Torino, spiegherà le attività del Centro di Formazione Professionale di Torino-Valdocco.

Tutti i video saranno caricati su ANSChannel che, in occasione del CG28, si rinnova. Non sarà più un unico canale, bensì 8, suddivisi per lingua e per area geografica. ANSChannel comprende ora 6 diversi canali, uno per ogni lingua ufficiale della Congregazione, e quindi: italiano, inglese, spagnolo, francese, portoghese e polacco. A questi, si vanno ad aggiungere altri due canali: uno per l’Asia e uno per l’Africa. In questo modo, sarà più agevole per gli utenti reperire i materiali audiovisivi nelle rispettive lingue.

Fonte: http://www.infoans.org/sezioni/notizie/item/8907-rmg-cg28-i-salesiani-di-valdocco-ci-guidano-alla-riscoperta-delle-nostre-radici-e-della-nostra-identita




Salesiani di Spagna – Inaugurato il Centro di Spiritualità “Suor Eusebia Palomino”

(ANS – Salamanca) – Si è svolta lo scorso 29 settembre a Cantalpino (Salamanca), città natale della Beata Eusebia Palomino, FMA, l’inaugurazione del Centro di Spiritualità a lei intitolato. È stata una grande giornata per Cantalpino, iniziata con una solenne Eucaristia nella parrocchia di San Pedro de Cantalpino, molto affollata di pellegrini.

L’Eucaristia è stata presieduta da don Eugenio Alburquerque, SDB, che ha voluto ringraziare tutti i partecipanti e soprattutto la Beata Eusebia Palomino, per essere stata presente quando, cinque anni fa e dopo due gravi operazioni, i medici gli avevano dato poche speranze di vita.

Hanno concelebrato la Santa Messa, don Samuel Segura, SDB, Vicario dell’Ispettoria “San Giacomo Maggiore” e don José Antonio Hernández, SDB, Delegato per la Famiglia Salesiana, insieme ai direttori salesiani delle due comunità di Salamanca.

Centinaia di pellegrini, appartenenti ai vari gruppi della Famiglia Salesiana, sono venuti da molti luoghi, da Lugo a Fuenlabrada.

Dopo l’Eucaristia, ricca di gesti e segni verso la gente e i pellegrini, i partecipanti si sono recati nella piazza della “Beata Eusebia Palomino”, dando vita a quello che è stato il primo pellegrinaggio. La stampa locale del Cantalpino ha raccolto i momenti più significativi di questo pellegrinaggio.

Dopo la proclamazione e la benedizione ufficiale dei nuovi locali, è stata fatta una visita al nuovo Centro di Spiritualità. “Eravamo talmente tanti che ci è voluto molto tempo perché tutti noi vedessimo ciò che già conoscevamo e scoprissimo ciò che c’era di nuovo, specialmente la Cappella e i tanti ricordi che riempiono le pareti, ricordando la Figlia più famosa della città”, ha detto don José Antonio Hernández, Delegato per la Famiglia Salesiana.

Suor Isabel Pérez, Vicaria delle FMA, ha ringraziato tutte le persone che hanno collaborato per rendere il Centro una realtà, anche se mancano ancora molti dettagli e c’è ancora bisogno del contributo di tutti. Tra i tanti nomi che meritano di essere ricordati, ci sono quelli di suor Feli Ruano e suor Nati Postigo, “come cuori visibili di questo dono alla vita e alla storia della Famiglia Salesiana in Spagna e nel mondo”, ha concluso suor Isabel.

Dopo un semplice momento di condivisione, l’inaugurazione si è conclusa con le persone più rappresentative che l’hanno voluta e che hanno condiviso insieme un pasto fraterno. “Che la Beata Eusebia Palomino, come molti di noi dicono quando ci mettiamo al volante, ci accompagni sulla strada”, ha detto il Delegato per la Famiglia Salesiana quando ha lasciato Cantalpino.

 

Fonte: http://www.infoans.org/sezioni/notizie/item/8928-spagna-inaugurato-il-centro-di-spiritualita-suor-eusebia-palomino




Il 30 settembre 20° anniversario della morte del Servo di Dio ANDREA MAJCEN (1904-1999). Si è chiusa l’inchiesta diocesana a Lubiana – Don Pierluigi Cameroni

Diceva don Majcen: “Chiedo al Buon Pastore di poter essere buon sagrestano dei cuori dei miei confratelli salesiani”




BEATO ZEFFIRINO NAMUNCURÁ (1886-1905)

La santità di Zeffirino è espressione e frutto della spiritualità giovanile salesiana, fatta di allegria, amicizia con Gesù e Maria, adempimento dei propri doveri, donazione agli altri. Zeffirino rappresenta la prova convincente della fedeltà con cui i primi missionari mandati da don Bosco in Argentina sono riusciti a ripetere ciò che egli aveva fatto all’oratorio di Valdocco: formare giovani santi.

La vita di Zeffirino è una parabola di appena 19 anni, ma ricca d’insegnamenti. Nacque a Chimpay (Argentina) il 26 agosto 1886 e fu battezzato, due anni più tardi, dal missionario salesiano don Milanesio, che aveva mediato l’accordo di pace tra i Mapuce (popolazione indigena ubicata tra il Cile e l’Argentina) e l’esercito argentino, rendendo possibile al papà di Zeffirino di conservare il titolo di “Grande Cacico” (capo) per sé, e anche il territorio di Chimpay per il suo popolo. Aveva undici anni quando suo padre lo iscrisse alla scuola governativa di Buenos Aires: voleva fare del figlio il futuro difensore del suo popolo. Ma Zeffirino vi si trovò a disagio e il padre lo condusse al collegio salesiano “Pio IX”Qui iniziò l’avventura della grazia, che lo avrebbe trasformato in un testimone eroico di vita cristiana. Dimostrò subito molto interesse per lo studio, s’innamorò delle pratiche di pietà, si appassionò del catechismo e si rese simpatico a tutti, compagni e superiori. Due fatti lo lanciarono verso le cime più alte: la lettura della vita di Domenico Savio, di cui diventò ardente imitatore, e la Prima Comunione, nella quale strinse un patto di assoluta fedeltà con il suo grande amico Gesù. Da allora questo ragazzo, che trovava difficile “mettersi in fila” e “ubbidire al tocco della campana”, diventò un modello.

Scelse come esempio di vita Domenico Savio, facendo propria la “ricetta semplice” della santità che Don Bosco, il “padre e maestro dei giovani”, aveva consegnato un giorno a Domenico: “Sii sempre allegro; fai bene i tuoi doveri di studio e di pietà; aiuta i tuoi compagni”. “Sorride con gli occhi”, dicevano di Zeffirino i suoi compagni. Era l’anima delle ricreazioni, a cui partecipava con creatività ed entusiasmo, talvolta perfino con irruenza. Sapeva fare dei giochi di prestigio, che gli meritarono il titolo di “mago”. Organizzava diverse gare, e istruiva i compagni sulla maniera migliore di preparare gli archi e le frecce, per addestrarli poi al tiro al bersaglio. Era l’arbitro nelle ricreazioni: la sua parola veniva accolta dai compagni in contesa. La pietà di Zeffirino era quella caratteristica degli ambienti salesiani, radicata robustamente nei sacramenti, e in particolare nell’Eucaristia, considerata “la colonna” del Sistema preventivo. Per questo Zeffirino assumeva volentieri l’incarico di sagrestano. Impressionava la lentezza con cui faceva il segno della croce, come se meditasse ogni parola; correggeva con l’esempio i compagni, insegnando loro a farlo adagio e con devozione.

Nel 1903, a sedici anni e mezzo, monsignor Cagliero lo accetta nel gruppo degli aspiranti a Viedma, capoluogo del vicariato apostolico, per iniziare lo studio del latino. Un giorno – Zeffirino era già aspirante salesiano a Viedma – Francesco De Salvo, vedendolo arrivare a cavallo come un fulmine, gli gridò: “Zeffirino, che cosa ti piace di più?”. Si aspettava una risposta che si riferisse all’equitazione, arte in cui gli Araucani erano maestri. Ma il ragazzo, frenando il cavallo: “Essere sacerdote”, rispose, e continuò la corsa.

Fu proprio in quegli anni di crescita interiore che si ammalò di tubercolosi. Lo fecero ritornare al suo clima nativo, ma non bastò. Monsignor Cagliero pensò allora che in Italia avrebbe trovato cure migliori. La sua presenza non passò inosservata: i giornali parlarono con ammirazione del Principe de las Pampas. Don Rua lo fece sedere a tavola con il Consiglio superiore. Pio X lo ricevette in udienza privata, ascoltandolo con interesse e regalandogli una sua medaglia ad principes. Nel collegio salesiano di Villa Sora, a Frascati, Zeffirino – che pure incontrava qualche difficoltà con la lingua italiana – giunse in pochi mesi a essere il secondo della classe. Nella pagella scolastica spicca l’ottima riuscita nel latino: era un requisito importante per diventare sacerdote. Il 28 marzo 1905 lo si dovette ricoverare all’ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, dove si spense l’11 maggio seguente, lasciando dietro di sé un’impronta di bontà, diligenza, purezza e allegria inimitabili. A questo riguardo è impressionante la testimonianza del Salesiano don Iorio. Tre giorni prima che Zeffirino morisse, don Iorio era andato a trovarlo all’ospedale. Si sentì dire dal giovane Zeffirino, ormai in fin di vita: “Padre, io fra poco me ne andrò, ma le raccomando questo povero giovane, che ha il letto vicino al mio. Torni spesso a visitarlo… Soffre tanto! Di notte quasi non dorme, tossisce molto…”.

Era un frutto maturo della spiritualità giovanile salesiana. I suoi resti si trovano nel santuario di Fortín Mercedes in Argentina, e quella tomba è meta di pellegrinaggi ininterrotti, perché grande è la fama di santità di cui egli gode tra il popolo argentino. Zeffirino incarna in sé le sofferenze, le angosce e le aspirazioni della sua gente Mapuce, quella stessa gente che nell’arco degli anni della sua adolescenza ha incontrato il Vangelo e si è aperta al dono della fede sotto la guida di saggi educatori salesiani. C’è un’espressione che raccoglie tutto il suo programma di vita: “Voglio studiare per essere utile al mio popolo”. Infatti Zeffirino voleva studiare, essere sacerdote e ritornare alla sua gente per contribuire alla crescita culturale e spirituale del suo popolo, come aveva visto fare dai primi missionari salesiani. Il santo non è mai simile a un meteorite che attraversa improvvisamente il cielo dell’umanità, ma è piuttosto il frutto di una lunga e silenziosa gestazione di una famiglia e di un popolo che esprimono in quel figlio le loro qualità migliori.

Il Beato Zeffirino è un invito a credere nei giovani, anche in quelli appena evangelizzati, a scoprire la fecondità del Vangelo, che non distrugge nulla di ciò che è veramente umano, e il contributo metodologico dell’educazione in questo stupendo lavoro di configurazione della persona umana che arriva a riprodurre in sé l’immagine di Cristo.

 

Preghiera per Canonizzazione
Ti ringraziamo, o Dio nostro Padre,
perché nel Beato Zeffirino
hai dato ai giovani e a tutti i fedeli
un esempio luminoso di santità.
Docile alla tua chiamata,
ha cooperato fedelmente all’edificazione della tua Chiesa,
compiendo con pazienza e amore
gli impegni di ogni giorno,
e perfezionandosi incessantemente
nell’esercizio delle virtù.
Concedi anche a noi,
di collaborare all’avvento del tuo regno
e ottienici la grazia che, per sua intercessione,
ti chiediamo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.




Don Pierluigi Cameroni sulla chiusura canonica dell’inchiesta diocesana del Servo di Dio Andrej Majcen

Don Andrea Majcen, (Maribor-Slovenia, 1904 – Lubiana, 1999) salesiano e missionario eroico, è considerato il “patriarca dei salesiani” del Vietnam dove giunse nel 1952, dopo essere stato espulso dalla Cina. In Vietnam rimase fino all’avvento del regime comunista, nel 1976, quando rientrò in Slovenia, diventando animatore missionario, direttore spirituale e confessore fino al termine della sua vita. Quarantaquattro anni di apostolato missionario in Cina e in Vietnam e venti di animazione missionaria in Slovenia. Le riflessioni e le meditazioni, raccolte nei diari (più di 6000 pagine manoscritte), esprimono una profonda vita cristiana, religiosa e un impegno personale di crescita spirituale. Don Majcen ha realizzato nella sua lunga e feconda vita la missione di essere nella Chiesa segno e portatore dell’amore di Dio, attingendo dal Cuore stesso di Cristo quella carità pastorale contrassegnata da un grande ardore apostolico e dalla predilezione verso i giovani.