Da “Il Timone”. “Il voto cattolico”

L’elettore cattolico per orientarsi in un panorama politico piuttosto difficile ha alcuni elementi che possono aiutarlo a scegliere. Prima però ci sia permesso esprimere una considerazione, anche banale: questa Unione Europea, concretizzata nelle attuali modalità con cui opera e si autodefinisce, costruite intorno ad alcuni Regolamenti e Trattati, non è un dogma di fede e se ne può discutere. Ogni elettore avrà maturato le sue opinioni.

Nella scelta del partito e del candidato l’elettore cattolico può farsi guidare da un paio di criteri che estrapoliamo da documenti pubblicati con l’approvazione della Santa Sede:

  • «Quando i cristiani passivamente accettano [una] biforcazione del loro essere in una esteriorità governata dallo Stato e una interiorità governata dalla Chiesa, essi, di fatto, hanno già rinunciato alla loro libertà di coscienza e di espressione religiosa. In nome del pluralismo della società i cristiani non possono favorire soluzioni che compromettano la tutela di esigenze etiche fondamentali per il bene comune» (Commissione teologica internazionale, La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee, 26/04/2019, n°65);
  • «La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto [a un singolo candidato e/o a un partito] l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti» (Congregazione per la Dottrina della fede, Nota dottrinale su alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24/11/2002, n°4)

In entrambi questi criteri si fa riferimento a esigenze e contenuti etici «fondamentali», cioè non qualsiasi, ma appunto fondanti dal punto di vista della fede, della morale e quindi del bene comune. Quali sono? (ne offriamo l’elenco così come si desume dalla già citata nota della congregazione per la Dottrina della fede)

  1. il diritto primario alla vita dal concepimento alla fine naturale (da valutare gli orientamenti dei partiti e dei singoli candidati ad esempio in materia di aborto, eutanasia, sperimentazioni sugli embrioni e loro congelamento, fecondazione artificiale, etc.);
  2. tutela e promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità (da valutare gli orientamenti dei partiti e dei candidati ad esempio a riguardo delle leggi su unioni civili e matrimonio tra persone dello stesso sesso, gender fluid, divorzio, adozioni a coppie omosessuali, utero in affitto, politiche economiche e sociali a favore della famiglia, etc.)
  3. la garanzia della libertà di educazione dei genitori nei confronti dei propri figli (da valutare gli orientamenti dei partiti e dei candidati ad esempio rispetto alla parità scolastica, all’educazione scolastica, ai programmi di educazione gender nelle scuole, alla tutela sociale dei minori, alle politiche sulla droga, sullo sfruttamento della prostituzione, etc.)

A questi elementi fondanti si può aggiungere quello della libertà religiosa, che nel nostro contesto europeo deve guardarsi soprattutto da forme laiciste che tendono «a considerare la fede professata e l’appartenenza religiosa un ostacolo per l’ammissione alla piena cittadinanza culturale e politica dei singoli. Una forma di “totalitarismo morbido”, si potrebbe dire, che rende particolarmente vulnerabili alla diffusione del nichilismo etico nella sfera pubblica» (Commissione teologica internazionale, La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee, 26/04/2019, n°4). In questo ambito bisogna anche valutare che una autentica libertà religiosa comprende la possibilità di «vagliare le diverse forme di religiosità e confrontarle in merito alla loro attitudine a custodire il senso universale e il bene comune dell’essere insieme» (ibidem, n°70), perciò bisogna evitare eventuali partiti o candidati che trasformano la libertà religiosa in indifferentismo religioso tradotto in una malposta multiculturalità.

Infine occorre valutare in qualche modo anche l’ambito delle scelte di politica economica. Per questo in linea molto generale si può far riferimento a candidati che difendano il diritto al lavoro a partire anche dalla promozione di piccole e medie imprese che faticano a sopravvivere e a trovare credito. Anche il rapporto tra finanza e, appunto, economia reale è importante: bisogna, si legge nella enciclica Caritas in veritate (2009), «che la finanza in quanto tale, nelle necessariamente rinnovate strutture e modalità di funzionamento dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo» e non si riduca a strumento di potere per pochi.

Visto l’attuale panorama politico, il realismo impone di sapere che la situazione rispetto a questi criteri è difficile. Nella nostra cultura regna un concetto di libertà spurio e assoluto, che purtroppo realizza quella «dittatura del relativismo» di cui parlò il cardinale Ratzinger nel 2005. Non resta che discernere e cercare partiti e candidati che più si avvicinano a questi valori e possono rappresentarli con una certa forza politica.

 

Autore: Redazione di “Il Timone”

 

Fonte: http://www.iltimone.org/news-timone/il-voto-cattolico/




“La famiglia sia libera di scegliere l’istruzione dei figli” (Nuova Bussola Quotidiana)

«I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli» è nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Perché proprio nel Paese con la “Costituzione più bella del mondo” non viene rispettato? Se prendiamo sul serio il motto “prima gli italiani” non discriminiamo quegli italiani che vogliono scegliere per i figli.

In Italia ci vantiamo di vivere in una democrazia che affonda le sue radici nella Resistenza e che è basata su una tra le carte costituzionali più belle, secondo il parere di giuristi insigni. Ma, a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 10 dicembre 1948) come è messo il nostro Paese nella garanzia dei diritti umani?

La Dichiarazione rappresenta un riferimento essenziale per l’educazione interculturale: è costituita da un preambolo e da trenta articoli che fissano valori cardine come l’uguaglianza, la libertà e la dignità di tutti gli uomini, il diritto al lavoro, all’istruzione e l’irrilevanza di distinzioni di razza, colore, religione, sesso, lingua e opinione politica. In questa sede ci soffermiamo sull’art. 26: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli». È noto che il documento – pur essendo privo di effetti obbligatori per gli Stati e avendo piuttosto il valore di una “raccomandazione” internazionale – ha comunque ispirato le carte costituzionali di vari Paesi per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti inviolabili. Qualora il buon senso non bastasse… 

«Prima gli italiani!», si sente dire oggi. C’è dunque evidentemente una reale determinazione a garantire i diritti dei propri cittadini. Potremmo mai accettare che allievi, docenti e genitori italiani siano gli unici in Europa a dover subire una discriminazione per ragioni economiche? No, mai! L’Italia, del resto, pur essendo entrata a far parte delle Nazioni Unite solo il 14 dicembre 1955 (non era quindi fra i 48 Paesi, su 58 Stati membri, che si dichiararono a favore del documento), poteva già allora vantare un’ampia ricezione del principio di diritto di cui all’art. 30 della Costituzione: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli».

«Sono un italiano e ne vado fiero», canta Toto Cotugno. Alle dichiarazioni, però, debbono sempre seguire le azioni, altrimenti esse non soltanto restano lettera morta, ma insinuano anche il dubbio che quel: «siamo italiani!» possa essere inteso nell’accezione di: «siamo parolai!» (alcuni nostri emigrati meridionali se lo sono sentito dire, un tempo, in America… La memoria impedisce il ripetersi della storia più buia: ecco perché è bene studiare). E difatti la lingua italiana ha un peso (forse qui l’affermazione: «Prima gli italiani!» ci vuole proprio…). Sì, le parole hanno un peso, e lo hanno ancor più per un avvocato e per quei ministri che si fanno paladini dei cittadini italiani. Che senso ha riconoscere un diritto, se poi esso non viene garantito o, peggio, viene ostacolato a causa di una delle più gravi discriminazioni economiche permesse dallo Stato italiano? E questo a dispetto delle pari opportunità sancite dall’art. 3 della Costituzione. Quegli allievi, quei genitori e docenti che crescono con la fierezza di essere italiani («Prima gli italiani!») si stanno domandando, dal 1948: «Perché in Europa solo noi siamo discriminati? Potremmo andare a vivere in Francia o in Svezia o in Danimarca (la scelta è ampia: basta escludere la Grecia), così i nostri figli non sarebbero discriminati per ragioni economiche nel loro sacrosanto diritto di istruzione. Però siamo italiani e ne andiamo fieri! Quindi deve esserci un piano B».

L’unica strada da percorrere per uscire dalla situazione appena descritta è quella di riconoscere alla famiglia il suo diritto, ossia quello di educare liberamente i figli. Come? Attraverso il costo standard di sostenibilità, che prevede di fornire alla famiglia una quota (che si colloca sui 5.500 euro annui per studente) da spendere per l’istruzione dei figli. Sarà poi la famiglia stessa a decidere dove spendere tale quota, se in una scuola pubblica statale o in una scuola pubblica paritaria. E il ruolo dello Stato in tutto questo? Sarebbe quello di garante e controllore, non di gestore e controllore… di se stesso! Solo in questo modo il sistema scolastico italiano riuscirà ad emergere da una situazione di costante emergenza. Solo in questo modo la scuola non sarà più considerata un ammortizzatore sociale («Chi non sa che cosa fare va a insegnare»). Le famiglie potranno scegliere, gli allievi avranno garantito un servizio decisamente migliore e non saranno in balia di frequenti cambiamenti di insegnanti; a questi ultimi, poi, sarà possibile scegliere dove esercitare la propria professione, a parità di stipendio, come già avviene nel resto dell’Europa. 

Autore: Anna Monia Alfieri

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/la-famiglia-sia-libera-di-scegliere-listruzione-dei-figli




Ivano Liguori sui migranti e la chiesa

Migranti, all’attacco anche le suore

Ci sono tanti modi per fare bella figura, uno di questi è il silenzio.

Un bel tacer non fu mai scritto, questo verso, attribuito a Dante Alighieri ma in realtà di Iacopo Badoer, librettista e poeta italiano vissuto nel XVII sec., fotografa molto bene l’ennesima situazione imbarazzante occorsa alle religiose italiane in questi giorni.

L’Unione delle Superiori Maggiori d’Italia (U.S.M.I.), in un documento firmato da suor Azia Ciairano (vedi qui e qui), esprime solidarietà in favore dei migranti e biasimo verso i provvedimenti presi dall’attuale governo italiano:

«Constatiamo che le azioni politiche, in particolare il decreto sicurezza, non solo aggravano le situazioni di vulnerabilità di diversi gruppi etnici che vivono sui nostri territori, ma mettono in atto il disprezzo dell’altro con la violazione sistematica delle principali regole della tutela umanitaria. Così pure il dilagare di atteggiamenti violenti che si stanno diffondendo sempre più, segna con la rabbia e l’intolleranza le nostre relazioni umane, sociali e politiche».

«È in questo nostro tempo abbruttito da forme palesi di negazione dei diritti umani, rifiuto del diverso, odio, razzismo e volgarità, che Dio ci chiama ad “alzarci in piedi” per dare oggi “voce” e concretezza al dono della nostra vita, affinché la luce della Speranza e della Profezia continuino a risplendere nella storia dell’umanità»

Davanti a questo documento, da cattolico, da sacerdote e da religioso, mi vengono spontanee alcune domande.

Non bastava l’azzardato e fuori luogo ‘Vade Retro’ al Ministro dell’Interno, da parte della rivista – un tempo cattolica –  Famiglia Cristiana?

Non bastava stancare la pazienza di tanti lettori che dalle Paoline ancora devono sorbirsi, in bella mostra tra gli scaffali, i libri di James MartinEnzo BianchiVito Mancuso, e Don Gallo?

Non bastava la constatazione del calo vertiginoso delle vocazioni religiose femminili di vita attiva?

Evidentemente no.

Perché un organismo come l’U.S.M.I., sente l’esigenza di prendere una posizione così netta – in questo tempo e in questa maniera – , su questioni che sono abbastanza complicate e che non rappresentano certo una priorità per la vita religiosa femminile?

Queste proteste sono sempre animate dalla fraternità, dalla solidarietà e dall’umanità ma mai dall’intelligenza.

Quando nel 2009 Eluana Englaro moriva, con quale voce l’U.S.M.I., difendeva l’operato delle Suore Misericordine di Lecco e la loro battaglia contro l’eutanasia?

Dov’era l’U.S.M.I., quando nel 2017 le Suore dell’Immacolata di Santa Paolina Visintainer  di Trento, organizzavano sedute terapeutiche in stile New Age con l’ausilio di piramidi e armamentari vari, palesemente contrastanti il primo comandamento?

Dov’era l’U.S.M.I., quando nel 2018 alle scuole elementari in provincia di Bergamo, si insegnava a bambini di età compresa tra i 9 e 10 anni, la masturbazione, l’uso del preservativo, l’omosessualità, l’identità di genere e il sesso orale?

Dov’era l’U.S.M.I., nel 2018, davanti ai vari tentativi per salvare il piccolo Alfie Evans da morte certa, supportando la proposta del trasferimento all’ospedale Bambin Gesù di Roma?

Dov’era l’U.S.M.I., nel 2018 quando l’ingegnere Salvatore Pacilè ha chiesto l’intercessione del Pontefice affinché le suore Figlie di Maria ausiliatrice onorassero il pagamento di una parcella professionale di 800mila euro per il restauro della sede dell’Istituto femminile “San Giovanni Bosco delle Figlie di Maria Ausiliatrice”?

Dov’è l’U.S.M.I nel 2019, quando a NY per mano del governatore cattolico Andrew Cuomo, si approva l’infanticidio più abietto, facendo passare tutto per civiltà e salvaguardia dei diritti della donna?

La verità è una sola: l’U.S.M.I era ed è assente!

Questo è il vero segno profetico del perbenismo che si è infiltrato anche nella vita religiosa.

Perché le battaglie per i diritti, si devono combattere sempre, non solo quando si possono vincere con un largo margine o quando ci sono chiari ordini di scuderia.

Tutti gli uomini sono ugualmente sacri e amati da Dio, non si può stilare una hit parade.

Quanti poveri italiani cercano riparo dentro gli ospedali, le stazioni, le auto, i portici e i colonnati perché senza casa, abbandonati a un avverso destino?

Quanti anziani languiscono in strutture d’accoglienza, tra le proprie deiezioni perché soli e abbandonati dalla famiglia?

Vorremmo avere la gioia di poter vedere le consorelle dell’U.S.M.I., passare per le strade di Roma, Torino, Milano, Napoli alla ricerca dei poveri, sull’esempio delle Figlie della Carità del XVII sec.

Ci piacerebbe leggere dall’U.S.M.I., una circolare con la quale si chiede l’apertura delle case religiose – ormai vuote di vocazioni –, per accogliere i tanti papà di famiglia separati e cacciati di casa da altrettante donne che si sono fatte portavoce di diritti…i loro.

Care sorelle, sappiate che per essere veramente suore non basta essere donne, occorre essere madri.

E come ogni buona madre insegna, l’amore per i figli non ha preferenze, non si nutre di proclami ma agisce nel silenzio.

Il silenzio dei gesti.

Fonte:https://ivanoliguori.it/migranti-allattacco-anche-le-suore/




Seconda parte sulle Letture di oggi 11 novembre 2018

  • Parte del nostro mondo d’oggi: schiavo dell’efficientismo, dell’attivismo, dell’autoreferenzialità, del narcisismo: io basto a me stesso. Io valgo (e così gli altri) in funzione di quanto produco. Dei talenti intesi come capacità strabilianti e che attirano l’ammirazione stupita da parte altrui.

  • Gran parte del mondo d’oggi: schiavo di mille impossibilità. Impossibilità a cambiare (se non fuggendo), a investire (che cosa, se siamo ancora in un’economia di sussistenza, con meno di un dollaro al giorno di ricavato), a farsi vedere: se non, per l’intera esistenza, da un minuscolo gruppetto di persone.
  • Entrambe le parti descritte sopra sono schiave, chi in un modo, chi nell’altro.
  • Papa san Giovanni Paolo II ce l’ha descritto in modo magistrale nell’enciclica Centesimus annus, schierandosi sia contro la logica consumista, ma anche evidenziando i limiti della rivoluzione comunista.
  • Ma… non tutto è così.
  • Se i farisei di tutte le razze e le religioni continuano ad ostentare quanto sono e quanto dicono di offrire, esiste anche oggi (2018!) un piccolo “resto d’Israele” che vive nella totale e sconfinata fiducia in Dio.
  • Sì, perché il vangelo non è un trattato di economia, esce dagli schemi della partita doppia amministrativa e gestionale.
  • Il cristianesimo offre ancora oggi paradigmi e, soprattutto, esempi di gratuità. Di dono compiuto senza pretenderne il contraccambio.
  • Questo non è pazzia, scarsa stima di sé, ma semplicemente uno spreco che nasce dall’amore. Ricevuto e ri-donato.
  • Arrendersi alla logica del vangelo è come trovare il coraggio di lasciarsi inondare dalla cascata della grazia.
  • Certo, a volte può essere lacerante, può capitare di sentire lo scoraggiamento dell’apparente inutilità. Ma Cristo in croce, agli occhi di chi guardava, come poteva essere “utile” in senso strettamente umano?
  • Il vangelo ci parla numerose volte di uno “spreco”: quello dell’amore; che regala molto di più. Come chi versa un profumo prezioso sui piedi di Gesù. Ancora oggi il Signore ci direbbe “lasciala fare”.
  • Alla faccia di un teologo moralista che proprio ieri ci ha predicato un ritiro combattendo l’oblatività, il dono di sé: sarebbe un’immancabile e insostenibile rinuncia a se stessi. Ma dov’è è finita l’evangelico dramma tra croce e risurrezione; la kenosi (abbassamento) di Dio che si fa uomo per noi e per la nostra salvezza?



Papa Francesco. Udienza generale: “Non rubare”

La ricchezza del mondo, oggi, è nelle mani della minoranza, di pochi, e la povertà, anzi la miseria e la sofferenza, di tanti, della maggioranza.

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 7 novembre 2018

[Multimedia]


 

Catechesi sui Comandamenti, 12: Non rubare

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuando la spiegazione del Decalogo, oggi arriviamo alla Settima Parola: «Non rubare».

Ascoltando questo comandamento pensiamo al tema del furto e al rispetto della proprietà altrui. Non esiste cultura in cui furto e prevaricazione dei beni siano leciti; la sensibilità umana, infatti, è molto suscettibile sulla difesa del possesso.

Ma vale la pena di aprirci a una lettura più ampia di questa Parola, focalizzando il tema della proprietà dei beni alla luce della sapienza cristiana.

Nella dottrina sociale della Chiesa si parla di destinazione universale dei beni. Che cosa significa? Ascoltiamo che cosa dice il Catechismo: «All’inizio, Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti. I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano» (n. 2402). E ancora: «La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio» (n. 2403).[1]

La Provvidenza, però, non ha disposto un mondo “in serie”, ci sono differenze, condizioni diverse, culture diverse, così si può vivere provvedendo gli uni agli altri. Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari. Eppure molti vivono in una scandalosa indigenza e le risorse, usate senza criterio, si vanno deteriorando. Ma il mondo è uno solo! L’umanità è una sola![2] La ricchezza del mondo, oggi, è nelle mani della minoranza, di pochi, e la povertà, anzi la miseria e la sofferenza, di tanti, della maggioranza.

Se sulla terra c’è la fame non è perché manca il cibo! Anzi, per le esigenze del mercato si arriva a volte a distruggerlo, si butta. Ciò che manca è una libera e lungimirante imprenditoria, che assicuri un’adeguata produzione, e una impostazione solidale, che assicuri un’equa distribuzione. Dice ancora il Catechismo: «L’uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri» (n. 2404). Ogni ricchezza, per essere buona, deve avere una dimensione sociale.

In questa prospettiva appare il significato positivo e ampio del comandamento «non rubare». «La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza» (ibid.). Nessuno è padrone assoluto dei beni: è un amministratore dei beni. Il possesso è una responsabilità: “Ma io sono ricco di tutto…” – questa è una responsabilità che tu hai. E ogni bene sottratto alla logica della Provvidenza di Dio è tradito, è tradito nel suo senso più profondo. Ciò che possiedo veramente è ciò che so donare. Questa è la misura per valutare come io riesco a gestire le ricchezze, se bene o male; questa parola è importante: ciò che possiedo veramente è ciò che so donare. Se io so donare, sono aperto, allora sono ricco non solo in quello che io possiedo, ma anche nella generosità, generosità anche come un dovere di dare la ricchezza, perché tutti vi partecipino. Infatti se non riesco a donare qualcosa è perché quella cosa mi possiede, ha potere su di me e ne sono schiavo. Il possesso dei beni è un’occasione per moltiplicarli con creatività e usarli con generosità, e così crescere nella carità e nella libertà.

Cristo stesso, pur essendo Dio, «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso» (Fil 2,6-7) e ci ha arricchiti con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9).

Mentre l’umanità si affanna per avere di più, Dio la redime facendosi povero: quell’Uomo Crocifisso ha pagato per tutti un riscatto inestimabile da parte di Dio Padre, «ricco di misericordia» (Ef 2,4; cfr Gc 5,11). Quello che ci fa ricchi non sono i beni ma l’amore. Tante volte abbiamo sentito quello che il popolo di Dio dice: “Il diavolo entra dalle tasche”. Si comincia con l’amore per il denaro, la fame di possedere; poi viene la vanità: “Ah, io sono ricco e me ne vanto”; e, alla fine, l’orgoglio e la superbia. Questo è il modo di agire del diavolo in noi. Ma la porta d’entrata sono le tasche.

Cari fratelli e sorelle, ancora una volta Gesù Cristo ci svela il senso pieno delle Scritture. «Non rubare» vuol dire: ama con i tuoi beni, approfitta dei tuoi mezzi per amare come puoi. Allora la tua vita diventa buona e il possesso diventa veramente un dono. Perché la vita non è il tempo per possedere ma per amare. Grazie.

 

Fontehttp://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20181107_udienza-generale.html




Città del Vaticano. Coniugare “sapere tecnico e sapienza umana”, interessi e carità, scambio e dono

Nel documento “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” diffuso oggi si chiede di lavorare per coniugare “sapere tecnico e sapienza umana”, interessi e carità, scambio e dono. Tutte le crisi degli ultimi 10 anni. La mancanza di etica rende istituti finanziari, banche e compagnie delle “associazioni a delinquere”. Non svolta populista, ma Dottrina sociale della Chiesa. L’impegno della società civile. La dignità della persona base comune in tutte le culture.

 

È urgente riportare l’etica e la politica nell’economia, se non si vuole assistere a una crescente povertà, disuguaglianza fra persone e nazioni, che rischiano di far fallire e implodere il sistema sociale (n. 5). È il giudizio contenuto nel documento vaticano diffuso oggi su “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario”. La sua pretesa è quella di voler mettere insieme “sapere tecnico e sapienza umana”, interessi e carità, scambio e dono.

A giustificare la necessità di queste sintesi c’è tutta la storia economica e le crisi dell’ultimo decennio del mondo. Pur senza fare nomi, il testo parla della crisi dei subprime che dal fallimento della Lehman Brothers si è comunicato a tutto il pianeta; delle finanze offshore che prosciugano le casse nazionali a favore di dittatori e capi di Stato o di multinazionali che mettono al sicuro i loro profitti. Vi è l’ambiguità del tenere insieme banche speculative e banche di risparmio, con i relativi fallimenti di istituti bancari; le spropositate remunerazioni a manager che pure hanno causato enormi danni alla comunità; il debito pubblico fuori controllo; i sistemi tributari ingiusti che pesano sui piccoli; l’evasione delle tasse da parte di singoli e di compagnie sovranazionali divenute più potenti degli Stati.

Per tutti questi fenomeni che pesano sulla crisi mondiale, il documento afferma con nettezza che i problemi creati dipendono da una mancanza di etica che trasforma la finanza, il denaro, l’impresa, le banche da strumenti che servono per il bene comune a strumenti “usurari”, di “pervasività” di “azzardo” e “scommessa”, fino a “cartelli di connivenza” e “associazioni a delinquere” (nn. 14, 16, 26, 27).

Tutti questi giudizi non sono frutto di una svolta populista del Vaticano, ma della riflessione e della messa in pratica della Dottrina sociale della Chiesa ad opera della Congregazione per la dottrina della fede e del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. E non sono nemmeno una denuncia pauperistica di qualche ong, ma si basano sul riconoscimento che l’uomo è un essere in relazione (n. 9) e che l’economia ha bisogno di dialogare con la politica e con i criteri etici, che tendano al bene comune di tutta la persona e di tutti gli uomini (n. 2).

Proprio per questo il documento distrugge il mito del “mercato capace di regolarsi da sé” (n. 13) e chiede alla comunità internazionale di operare per creare delle regolamentazioni (v. Parte III). Si va dalla certificazione da parte delle autorità sulla bontà dei nuovi prodotti finanziari (n. 19), alla necessaria trasparenza e informazione sugli scambi (n. 21), alla separazione fra le banche finanziarie e quelle di credito ordinario (n. 22), legando profitto e responsabilità sociale (n. 23).

Fra le proposte per un cambiamento di rotta, vi è il suggerimento che in ogni banca vi sia un comitato etico che affianchi il consiglio di amministrazione (n. 24); che siano tassati i conti offshore (n.30); un’equa imposizione dei tributi (n. 31); riforme strutturali per ridurre il debito pubblico (n.32).

Il documento chiede infine un impegno etico di tutti anche nei consumi e “nel portafogli”, scegliendo di mettere i propri risparmi in banche che non violino “i più elementari diritti umani”, o scegliendo prodotti da aziende che non hanno il profitto come unico scopo, ma sono ispirate “ad un’etica rispettosa di tutto l’uomo e di tutti gli uomini ed in un orizzonte di responsabilità sociale” (n. 33).

Un elemento importante: per giustificare tutte queste sottolineature, il documento afferma la “certezza che in tutte le culture ci sono molteplici convergenze etiche, espressione di una comune sapienza morale, sul cui ordine oggettivo si fonda la dignità della persona”. Tale affermazione è senz’altro controcorrente: nel suo “America first” e nella sua lotta contro i migranti, Donald Trump propone di fatto una visione dell’americano bianco come superiore. E anche Xi Jinping, con la sua esaltazione della assoluta specificità culturale della Cina, dimentica tanti diritti umani della sua gente e del mondo attorno.

 

Fonte: http://asianews.it/notizie-it/Etica-nell%E2%80%99economia-per-evitare-implosione-e-fallimento-43913.html

 

Qui sotto il documento integrale

 

I. Introduzione

1. Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità. Ciò reclama, da una parte, un’adeguata regolazione delle loro dinamiche, e dall’altra, una chiara fondazione etica, che assicuri al benessere raggiunto quella qualità umana delle relazioni che i meccanismi economici, da soli, non sono in grado di produrre. Simile fondazione etica è oggi richiesta da più parti ed in particolare da coloro che operano nel sistema economico-finanziario. Proprio in tale ambito, si palesa infatti il necessario connubio fra sapere tecnico e sapienza umana, senza di cui ogni umano agire finisce per deteriorarsi, e con cui invece può progredire sulla via di un benessere per l’uomo che sia reale ed integrale.

2. La promozione integrale di ciascuna persona, di ogni comunità umana e di tutti gli uomini, è l’orizzonte ultimo di quel bene comune che la Chiesa si propone di realizzare quale «sacramento universale di salvezza»[1]. In questa integralità del bene, la cui origine e compimento ultimi sono in Dio, e che pienamente si è rivelata in Gesù Cristo, ricapitolatore di tutte le cose (cf. Ef 1, 10), consiste lo scopo ultimo di ogni attività ecclesiale. Tale bene fiorisce come anticipo di quel regno di Dio che la Chiesa è chiamata ad annunciare ed instaurare in ogni ambito dell’umana intrapresa[2]; ed è frutto peculiare di quella carità che, come via maestra dell’azione ecclesiale, è chiamata ad esprimersi anche in amore sociale, civile e politico. Questo amore «si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche “macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici”. Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una “civiltà dell’amore”»[3]. L’amore al bene integrale, inseparabilmente dall’amore per la verità, è la chiave di un autentico sviluppo.

3. Ciò viene perseguito nella certezza che in tutte le culture ci sono molteplici convergenze etiche, espressione di una comune sapienza morale[4], sul cui ordine oggettivo si fonda la dignità della persona. Sulla solida ed indisponibile radice di tale ordine, che delinea dei chiari principi comuni, si basano i fondamentali diritti e doveri dell’uomo; senza di esso, l’arbitrio e l’abuso del più forte finiscono per dominare sulla scena umana. Questo ordine etico, radicato nella sapienza di Dio Creatore, è dunque l’indispensabile fondamento per edificare una degna comunità degli uomini regolata da leggi improntate a reale giustizia. Ciò tanto più vale di fronte alla constatazione che gli uomini, pur aspirando con tutto il loro cuore al bene e alla verità, spesso soccombono ad interessi di parte, a soprusi ed a prassi inique, da cui derivano gravi sofferenze per tutto il genere umano e specialmente per gli indifesi e i più deboli.

Proprio per liberare ogni ambito dell’agire umano da quel disordine morale che così frequentemente lo affligge, la Chiesa riconosce fra i suoi compiti primari anche quello di richiamare a tutti, con umile certezza, alcuni chiari principi etici. È la stessa ragione umana, la cui indole connota indelebilmente ciascuna persona, ad esigere un illuminante discernimento a questo riguardo. In continuazione, infatti, la razionalità umana cerca nella verità e nella giustizia quel solido fondamento su cui appoggiare il suo operare, nel presentimento che senza di esso verrebbe meno anche il suo stesso orientamento[5].

4. Tale retto orientamento della ragione non può dunque mancare in ogni settore dell’agire umano. Ciò significa che nessuno spazio in cui l’uomo agisce può legittimamente reclamare di essere estraneo, o di rimanere impermeabile, ad un’etica fondata sulla libertà, sulla verità, sulla giustizia e sulla solidarietà[6]. Questo vale anche per quegli ambiti in cui vigono le leggi della politica e dell’economia: «oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana» [7].

Ogni attività umana, infatti, è chiamata a produrre frutto disponendo, con generosità ed equità, di quei doni che Dio pone originariamente a disposizione di tutti e sviluppando con alacre fiducia quei semi di bene inscritti, come promessa di fecondità, nell’intera Creazione. Tale chiamata costituisce un invito permanente per l’umana libertà, anche se il peccato è sempre pronto ad insidiare questo originario progetto divino.

Per questo motivo, Dio viene incontro all’uomo in Gesù Cristo. Egli, coinvolgendoci nell’evento mirabile della sua Resurrezione, «non redime solo la singola persona ma anche le relazioni sociali»[8] ed opera per un nuovo ordine di rapporti sociali, fondati nella Verità e nell’Amore, che sia lievito fecondo di trasformazione della storia. In tal modo, egli anticipa nel corso del tempo quel Regno dei Cieli che è venuto ad annunciare ed inaugurare con la sua persona.

5. Benché il benessere economico globale si sia certamente accresciuto nel corso della seconda metà del XX secolo, con una misura e una rapidità mai sperimentate prima, occorre però constatare che nello stesso tempo sono aumentate le disuguaglianze tra i vari Paesi e al loro interno[9]. Continua inoltre ad essere ingente il numero delle persone che vive in condizioni di estrema povertà.

La recente crisi finanziaria poteva essere l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria, neutralizzandone gli aspetti predatori e speculativi e valorizzandone il servizio all’economia reale. Sebbene siano stati intrapresi molti sforzi positivi, a vari livelli, che vanno riconosciuti e apprezzati, non c’è stata però una reazione che abbia portato a ripensare quei criteri obsoleti che continuano a governare il mondo[10]. Anzi, pare talvolta ritornare in auge un egoismo miope e limitato al corto termine che, prescindendo dal bene comune, esclude dai suoi orizzonti la preoccupazione non solo di creare ma anche di diffondere ricchezza e di eliminare le disuguaglianze, oggi così pronunciate.

6. È in gioco l’autentico benessere della maggior parte degli uomini e delle donne del nostro pianeta, i quali rischiano di essere confinati in modo crescente sempre più ai margini, se non di essere «esclusi e scartati»[11] dal progresso e dal benessere reale, mentre alcune minoranze sfruttano e riservano per sé soltanto ingenti risorse e ricchezze, indifferenti alla condizione dei più. É perciò giunta l’ora di dar seguito ad una ripresa di ciò che è autenticamente umano, di allargare gli orizzonti della mente e del cuore, per riconoscere con lealtà ciò che proviene dalle esigenze della verità e del bene, e senza di cui ogni sistema sociale, politico ed economico è destinato alla lunga al fallimento ed all’implosione. É sempre più chiaro che l’egoismo alla fine non paga e fa pagare a tutti un prezzo troppo alto; perciò, se vogliamo il bene reale per gli uomini, «il denaro deve servire e non governare!»[12].

Al riguardo, spetta in primo luogo agli operatori competenti e responsabili elaborare nuove forme di economia e finanza, le cui prassi e regole siano rivolte al progresso del bene comune e rispettose della dignità umana, nel sicuro solco offerto dall’insegnamento sociale della Chiesa. Con questo documento, tuttavia, la Congregazione per la Dottrina della Fede, la cui competenza si estende anche alle questioni di natura morale, in collaborazione con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, intende offrire alcune considerazioni di fondo e puntualizzazioni a sostegno di quel progresso ed a difesa di quella dignità[13]. In particolare, si sente la necessità di intraprendere una riflessione etica circa taluni aspetti dell’intermediazione finanziaria, il cui funzionamento, quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi ed ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale. Si tratta di un discernimento offerto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

II. Elementari considerazioni di fondo

7. Alcune elementari considerazioni risultano oggi evidenti agli occhi di tutti coloro che, al di là di ogni teoria o scuola di pensiero – nelle cui legittime discussioni tale documento non intende intervenire ed al cui dialogo vuol anzi contribuire, insieme alla consapevolezza che, comunque, non esistono ricette economiche valide universalmente ed in ogni momento – intendano lealmente prendere atto della situazione storica in cui viviamo.

8. Ogni realtà ed attività umana, se vissuta nell’orizzonte di un’etica adeguata, cioè nel rispetto della dignità umana ed orientandosi al bene comune, è positiva. Questo vale per tutte le istituzioni a cui dà vita la socialità umana ed anche per i mercati, ad ogni livello, compresi quelli finanziari.

A questo proposito occorre rimarcare che anche quei sistemi a cui danno vita i mercati, prima ancora che reggersi su anonime dinamiche, elaborate grazie a tecnologie sempre più sofisticate, si fondano su relazioni che non potrebbero essere instaurate senza il coinvolgimento della libertà di singoli uomini. È chiaro allora che la stessa economia, come ogni altro ambito umano, «ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona»[14].

9. Risulta quindi palese che senza un’adeguata visione dell’uomo non è possibile fondare né un’etica né una prassi all’altezza della sua dignità e di un bene che sia realmente comune. Di fatto, per quanto si proclami neutrale o avulsa da ogni concezione di fondo, ogni azione umana – anche in ambito economico – implica comunque una comprensione dell’uomo e del mondo, che rivela la sua positività o meno attraverso gli effetti e lo sviluppo che produce.

In questo senso, la nostra epoca ha rivelato il fiato corto di una visione dell’uomo individualisticamente inteso, prevalentemente consumatore, il cui profitto consisterebbe anzitutto in una ottimizzazione dei suoi guadagni pecuniari. La persona umana possiede infatti peculiarmente un’indole relazionale ed una razionalità alla perenne ricerca di un guadagno e di un benessere che siano interi, non riducibili ad una logica di consumo o agli aspetti economici della vita[15].

Tale fondamentale indole relazionale dell’uomo[16] è connotata in modo essenziale da una razionalità che resiste ad ogni riduzione reificante delle sue esigenze di fondo. A tal proposito, non è più possibile tacere che oggi vi è la tendenza a reificare ogni scambio di “beni”, riducendolo a mero scambio di “cose”.

In realtà, è evidente che nella trasmissione di beni fra soggetti vi è in gioco sempre più di qualcosa di materiale, dato che i beni materiali sono spesso veicolo di altri beni immateriali, la cui concreta presenza o assenza determina in modo decisivo anche la qualità degli stessi rapporti economici (ad esempio fiducia, equità, cooperazione…). Proprio a questo livello si può cogliere bene che la logica del dono senza contropartita non è alternativa ma inseparabile e complementare a quella dello scambio di equivalenti[17].

10. É facile scorgere i vantaggi derivanti da una visione dell’uomo inteso come soggetto costitutivamente inserito in una trama di relazioni che sono in sé una risorsa positiva[18]. Ogni persona nasce all’interno di un ambito familiare, vale a dire già all’interno di relazioni che la precedono, senza le quali sarebbe impossibile il suo stesso esistere. Essa sviluppa poi le tappe della sua esistenza sempre grazie a legami che attuano il suo porsi nel mondo come libertà continuamente condivisa. Sono proprio questi legami originari che rivelano l’uomo come essere relazionato ed essenzialmente connotato da ciò che la Rivelazione cristiana chiama “comunione”.

Questo originario carattere comunionale, mentre evidenzia in ogni persona umana una traccia di affinità con quel Dio che lo crea e che lo chiama ad una relazione di comunione con sé, è anche ciò che lo orienta naturalmente alla vita comunitaria, luogo fondamentale per la sua compiuta realizzazione. Proprio il riconoscimento di questo carattere, come elemento originariamente costitutivo della nostra identità umana, consente di guardare agli altri non anzitutto come a potenziali concorrenti, bensì come a possibili alleati nella costruzione di un bene che non è autentico se non riguarda tutti e ciascuno nello stesso tempo.

Tale antropologia relazionale aiuta l’uomo anche a riconoscere la validità di strategie economiche che mirino anzitutto alla qualità globale della vita raggiunta, prima ancora che all’accrescimento indiscriminato dei profitti, ad un benessere che se vuol essere tale è sempre integrale, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Nessun profitto è infatti legittimo quando vengono meno l’orizzonte della promozione integrale della persona umana, della destinazione universale dei beni e dell’opzione preferenziale per i poveri[19]. Sono questi tre principi che si implicano e richiamano necessariamente l’un l’altro nella prospettiva della costruzione di un mondo che sia più equo e solidale.

Per tale motivo, ogni progresso del sistema economico non può considerarsi tale se misurato solo su parametri di quantità e di efficacia nel produrre profitto, ma va commisurato anche sulla base della qualità della vita che produce e dell’estensione sociale del benessere che diffonde, un benessere che non si può limitare solo ai suoi aspetti materiali. Ogni sistema economico legittima la sua esistenza non solo mediante la mera crescita quantitativa degli scambi, bensì documentando soprattutto la sua capacità di produrre sviluppo per tutto l’uomo e per ciascun uomo. Benessere e sviluppo si esigono e sostengono a vicenda[20], richiedendo politiche e prospettive sostenibili ben oltre il breve periodo[21].

A questo proposito, è auspicabile che specialmente le istituzioni universitarie e le business schools, all’interno dei loro curricula di studi, in un senso non marginale o accessorio bensì fondativo, prevedano dei corsi di formazione che educhino a comprendere l’economia e la finanza alla luce di una visione dell’uomo completa, non ridotta ad alcune sue dimensioni, e di un’etica che la esprima. Un grande aiuto in tal senso è offerto, ad esempio, dalla Dottrina sociale della Chiesa.

11. Il benessere va perciò valutato con criteri ben più ampi della produzione interna lorda di un Paese (PIL), tenendo invece conto anche di altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, la crescita del “capitale umano”, la qualità della vita sociale e del lavoro. E il profitto va sempre perseguito ma mai “ad ogni costo”, né come referente totalizzante dell’azione economica.

Qui risulta paradigmatica l’importanza di parametri umanizzanti, di forme culturali e di mentalità in cui la gratuità – vale a dire la scoperta e l’attuazione del vero e del giusto come beni in sé – diviene la norma di ciò che è calcolato[22], ed in cui guadagno e solidarietà non sono più antagonisti. Infatti, laddove l’egoismo e gli interessi di parte prevalgono, è difficile per l’uomo scorgere quella circolarità feconda fra guadagno e dono che il peccato tende a offuscare e spezzare. Mentre, in una prospettiva pienamente umana, si instaura un circolo virtuoso fra profitto e solidarietà che, grazie al libero agire dell’uomo, può sprigionare tutte le potenzialità positive dei mercati.

Un richiamo permanente a riconoscere la convenienza umana della gratuità proviene da quella regola formulata da Gesù nel vangelo, chiamata regola d’oro, che ci invita a fare agli altri quello che vorremmo venisse fatto a noi (cf. Mt 7, 12; Lc 6, 31).

12. Ogni attività economica non può sostenersi alla lunga se non è vissuta in un clima di sana libertà d’iniziativa[23]. Oggi è altresì evidente che la libertà di cui godono gli attori economici, se intesa in modo assoluto e distolta dal suo intrinseco riferimento alla verità e al bene, tende però a generare centri di supremazia ed a inclinare verso forme di oligarchia che alla fine nuocciono alla stessa efficienza del sistema economico[24].

Da questo punto di vista, è sempre più facile scorgere come, di fronte al crescente e pervasivo potere di importanti agenti e grandi networks economico-finanziari, coloro che sarebbero deputati all’esercizio del potere politico, spesso disorientati e resi impotenti dalla sovranazionalità di quegli agenti e dalla volatilità dei capitali da questi gestiti, faticano nel rispondere alla loro originaria vocazione di servitori del bene comune, e accade anche che si trasformino in soggetti ancillari di interessi estranei a quel bene[25].

Tutto ciò rende quanto mai urgente una rinnovata alleanza, fra agenti economici e politici, nella promozione di ciò che serve al compiuto sviluppo di ciascuna persona umana e della società tutta, coniugando nel contempo le esigenze della solidarietà con quelle della sussidiarietà[26].

13. In linea di principio, tutte le dotazioni ed i mezzi di cui si avvalgono i mercati per potenziare la loro capacità allocativa, purché non rivolti contro la dignità della persona e non indifferenti al bene comune, sono moralmente ammissibili[27].

Tuttavia è altresì evidente che quel potente propulsore dell’economia che sono i mercati non è in grado di regolarsi da sé[28]: infatti essi non sanno né produrre quei presupposti che ne consentono il regolare svolgimento (coesione sociale, onestà, fiducia, sicurezza, leggi…), né correggere quegli effetti e quelle esternalità che risultano nocivi alla società umana (disuguaglianze, asimmetrie, degrado ambientale, insicurezza sociale, frodi…).

14. Inoltre, al di là del fatto che molti suoi operatori siano singolarmente animati da buone e rette intenzioni, non è possibile ignorare che oggi l’industria finanziaria, a causa della sua pervasività e della sua inevitabile capacità di condizionare e – in un certo senso – di dominare l’economia reale, è un luogo dove gli egoismi e le sopraffazioni hanno un potenziale di dannosità della collettività che ha pochi eguali.

A tal proposito, occorre rimarcare che nel mondo economico-finanziario si verificano delle condizioni in cui alcuni di questi mezzi, benché non immediatamente inaccettabili dal punto di vista etico, configurano però dei casi di immoralità prossima, vale a dire occasioni in cui molto facilmente si generano abusi e raggiri, specie ai danni della controparte meno avvantaggiata. Ad esempio, commercializzare alcuni strumenti finanziari, di per sé leciti, in una situazione di asimmetria, approfittando delle lacune cognitive o della debolezza contrattuale di una delle controparti, costituisce di per sé una violazione della debita correttezza relazionale ed è già una grave infrazione dal punto di vista etico.

Poiché, nella situazione attuale, la complessità di numerosi prodotti finanziari rende tale asimmetria un elemento intrinseco al sistema stesso – e che pone gli acquirenti in una posizione di inferiorità rispetto ai soggetti che li commercializzano – da più parti è stato richiesto il superamento del tradizionale principio di caveat emptor. Tale principio, in base al quale incomberebbe anzitutto sul compratore la responsabilità di accertare la qualità del bene acquisito, presuppone infatti una parità nella capacità di tutelare i propri interessi da parte dei contraenti. La qual cosa di fatto oggi in molti casi non esiste, sia per l’evidente rapporto gerarchico che viene ad instaurarsi in alcuni tipi di contratti (ad esempio fra mutuante e mutuatario), sia per la complessa strutturazione di numerose offerte finanziarie.

15. Anche il denaro è di per sé uno strumento buono, come molte cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo a disposizione della sua libertà e serve ad allargare le sue possibilità. Questo mezzo può però ritorcersi facilmente contro l’uomo. Così anche la finanziarizzazione del mondo imprenditoriale, consentendo alle imprese di accedere al denaro mediante l’ingresso nel mondo della libera contrattazione della borsa, è di per sé positivo. Tale fenomeno, tuttavia, rischia oggi di accentuare anche una cattiva finanziarizzazione dell’economia, facendo sì che la ricchezza virtuale, concentrandosi soprattutto in transazioni caratterizzate dal mero intento speculativo ed in negoziazioni ad alta frequenza (high frequency trading), attiri a sé eccessive quantità di capitali, sottraendoli in tal modo ai circuiti virtuosi dell’economia reale[29].

Ciò che più di un secolo fa era stato preconizzato, si è oggi tristemente avverato: la rendita da capitale insidia ormai da vicino, e rischia di soppiantare, il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini dei principali interessi del sistema economico. Ne consegue il fatto che il lavoro stesso, con la sua dignità, non solo divenga una realtà sempre più a rischio, ma perda altresì la sua qualifica di “bene” per l’uomo[30], trasformandosi in un mero mezzo di scambio all’interno di relazioni sociali rese asimmetriche.

Proprio in questa inversione di ordine fra mezzi e fini, per cui il lavoro da bene diviene “strumento” e il denaro da mezzo diviene “fine”, trova un fertile terreno quella spregiudicata ed amorale “cultura dello scarto” che ha emarginato grandi masse di popolazione, privandole di un lavoro degno e rendendole così «senza prospettive e senza vie di uscita»: «Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”»[31].

16. A tal proposito, come non pensare all’insostituibile funzione sociale del credito, la cui prestazione incombe in primo luogo ad abilitati ed affidabili intermediatori finanziari. In questo ambito, appare chiaro che applicare tassi d’interesse eccessivamente elevati, di fatto non sostenibili dai soggetti prenditori di fondi, rappresenta un’operazione non solo illegittima sotto il profilo etico ma anche disfunzionale alla sanità del sistema economico. Da sempre, simili pratiche, nonché comportamenti di fatto usurari, sono stati avvertiti dalla coscienza umana come iniqui e dal sistema economico come avversi al suo buon funzionamento.

Qui l’attività finanziaria rivela la sua primaria vocazione di servizio all’economia reale, chiamata com’è a creare valore, con mezzi moralmente leciti, ed a favorire una smobilitazione dei capitali allo scopo di generare una circolarità virtuosa di ricchezza[32]. Ad esempio, assai positive in tal senso, e da favorire, sono realtà quali il credito cooperativo, il microcredito, così come il credito pubblico a servizio delle famiglie, delle imprese, delle comunità locali e il credito di aiuto ai Paesi in via di sviluppo.

Mai come in questo ambito, in cui il denaro può manifestare tutte le sue potenzialità positive, appare chiaro che non è legittimo, dal punto di vista etico, esporre a indebito rischio il credito derivante dalla società civile utilizzandolo per scopi prevalentemente speculativi.

17. Un fenomeno inaccettabile sotto il profilo etico, non è il semplice guadagno ma l’avvalersi di un’asimmetria a proprio vantaggio per generare notevoli profitti a danno di altri; è lucrare sfruttando la propria posizione dominante con ingiusto svantaggio altrui o arricchirsi generando nocumento o turbative al benessere collettivo[33].

Tale prassi risulta particolarmente deplorevole dal punto di vista morale, quando il mero intento di guadagno da parte di pochi – magari di importanti fondi di investimento – mediante l’azzardo di una speculazione[34] volta a provocare artificiosi ribassi dei prezzi di titoli del debito pubblico, non si cura di influenzare negativamente o di aggravare la situazione economica di interi Paesi, mettendo a repentaglio non solo progetti pubblici di risanamento ma la stessa stabilità economica di milioni di famiglie, costringendo nel contempo le autorità governative ad intervenire con ingenti quantità di denaro pubblico, e giungendo perfino a determinare artificiosamente il corretto funzionamento dei sistemi politici.

L’intento speculativo, specie in ambito economico-finanziario, rischia oggi di soppiantare tutti gli altri principali intenti che sostanziano l’umana libertà. Questo fatto sta usurando l’immenso patrimonio di valori che fonda la nostra società civile come luogo di pacifica convivenza, di incontro, di solidarietà, di rigenerante reciprocità e di responsabilità in vista del bene comune. In questo contesto, parole quali “efficienza”, “competizione”, “leadership”, “merito”, tendono ad occupare tutto lo spazio della nostra cultura civile, assumendo un significato che finisce per impoverire la qualità degli scambi, ridotta a meri coefficienti numerici.

La qual cosa esige che sia intrapresa anzitutto una riscossa dell’umano, per riaprire gli orizzonti a quell’eccedenza di valori che sola permette all’uomo di ritrovare sé stesso, di costruire società che siano dimore ospitali ed inclusive, in cui vi è spazio per i più deboli e in cui la ricchezza viene utilizzata anche a vantaggio di tutti. Insomma, luoghi in cui per l’uomo è bello vivere ed è facile sperare.

III. Alcune puntualizzazioni nel contesto odierno

18. Allo scopo di offrire concreti e specifici orientamenti etici a tutti gli agenti economici e finanziari – da cui proviene sempre più una richiesta in tal senso – si intendono ora formulare alcune puntualizzazioni, in vista di un discernimento che tenga aperte le vie verso ciò che rende l’uomo davvero uomo e gli impedisca di mettere a repentaglio la sua dignità ed il bene comune[35].

19. Il mercato, grazie ai progressi della globalizzazione e della digitalizzazione, può essere paragonato ad un grande organismo, nelle cui vene scorrono, come linfa vitale, ingentissime quantità di capitali. Prendendo a prestito quest’analogia possiamo dunque parlare anche di una “sanità” di tale organismo, quando i suoi mezzi ed apparati realizzano una buona funzionalità del sistema, in cui crescita e diffusione della ricchezza vanno di pari passo. Una sanità del sistema che dipende dalla sanità delle singole azioni che vi vengono attuate. In presenza di una simile sanità del sistema-mercato è più facile che siano rispettati e promossi anche la dignità degli uomini ed il bene comune.

Correlativamente, tutte le volte che vengono introdotti e diffusi degli strumenti economico-finanziari non affidabili, i quali mettono in serio pericolo la crescita e la diffusione della ricchezza, creando anche criticità e rischi sistemici, si può parlare di una “intossicazione” di quell’organismo.

Si comprende così l’esigenza, oggi sempre più avvertita, di introdurre una certificazione da parte dell’autorità pubblica nei confronti di tutti i prodotti che provengono dall’innovazione finanziaria, allo scopo di preservare la sanità del sistema e prevenire effetti collaterali negativi. Favorire la sanità ed evitare l’inquinamento, anche dal punto di vista economico, è un imperativo morale ineludibile per tutti gli attori impegnati nei mercati. Anche questa esigenza mostra quanto sia urgente un coordinamento sovra-nazionale fra le diverse architetture dei sistemi finanziari locali[36].

20. Tale sanità si nutre di una molteplicità e diversità delle risorse che viene a costituire una sorta di “biodiversità” economica e finanziaria. La biodiversità rappresenta un valore aggiunto al sistema economico e va favorita e salvaguardata anche attraverso adeguate politiche economico-finanziarie, allo scopo di assicurare ai mercati la presenza di una pluralità di soggetti e strumenti sani, con ricchezza e diversità di caratteri; e ciò sia in positivo, sostenendone l’azione, sia in negativo, ostacolando tutti coloro che invece deteriorano la funzionalità del sistema che produce e diffonde ricchezza.

A questo proposito, occorre rimarcare che nel compito di produrre in modo sano del valore aggiunto all’interno dei mercati, una singolare funzione è realizzata dalla cooperazione. Una leale ed intensa sinergia degli agenti facilmente ottiene quell’eccedenza di valore a cui mira ogni attuazione economica[37].

Quando l’uomo riconosce la fondamentale solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini, sa bene che non può trattenere solo per sé i beni di cui dispone. Quando egli vive abitualmente nella solidarietà, i beni di cui dispone sono utilizzati non solo per i propri bisogni ed essi si moltiplicano, portando spesso un frutto inatteso anche per gli altri[38]. Proprio qui si può rilevare chiaramente come la condivisione non sia «solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni, creazione di nuovo pane, di nuovi beni, di nuovo Bene con la maiuscola»[39].

21. L’esperienza degli ultimi decenni ha mostrato con evidenza, da una parte, quanto sia ingenua la fiducia in una presunta autosufficienza allocativa dei mercati, indipendente da qualunque etica, e dall’altra, l’impellente necessità di una loro adeguata regolazione, che coniughi nello stesso tempo libertà e tutela di tutti i soggetti che vi operano in regime di una sana e corretta interazione, specialmente dei più vulnerabili. In questo senso, poteri politici e poteri economico-finanziari devono sempre rimanere distinti ed autonomi e nello stesso tempo essere finalizzati, al di là di ogni nociva contiguità, alla realizzazione di un bene che è tendenzialmente comune e non riservato solo a pochi e privilegiati soggetti[40].

Tale regolazione è resa ancor più necessaria sia dalla constatazione che fra i principali motivi della recente crisi economica vi sono anche condotte immorali di esponenti del mondo finanziario, sia dal fatto che la dimensione ormai sovra-nazionale del sistema economico consente di aggirare facilmente le regole stabilite dai singoli Paesi. Inoltre, l’estrema volatilità e mobilità dei capitali impiegati nel mondo finanziario permette a chi ne dispone di operare agevolmente al di là di ogni norma che non sia quella di un profitto immediato, spesso ricattando da una posizione di forza anche il potere politico di turno.

Perciò è chiaro che i mercati abbisognano di solidi e robusti orientamenti, sia macro-prudenziali che normativi, il più possibile condivisi ed uniformi; e di regole da aggiornare in continuazione, poiché la realtà stessa dei mercati è in continuo movimento. Simili orientamenti devono garantire un serio controllo dell’affidabilità e della qualità di tutti i prodotti economico-finanziari, specialmente di quelli più strutturati. E quando la velocità dei processi di innovazione produce eccessivi rischi sistemici, occorre che gli operatori economici accettino quei vincoli e quei freni che il bene comune esige, senza tentare di aggirarne o sminuirne la portata.

Importante, a questo riguardo, attesa l’attuale globalizzazione del sistema finanziario, è un coordinamento stabile, chiaro ed efficace, fra le varie autorità nazionali di regolazione dei mercati, con la possibilità e, a volte, anche la necessità di condividere con tempestività delle decisioni vincolanti quando ciò sia richiesto dalla messa in pericolo del bene comune. Tali autorità di regolazione devono sempre rimanere indipendenti e vincolate alle esigenze dell’equità e del bene comune. Le comprensibili difficoltà, a tal proposito, non devono scoraggiare dalla ricerca e dall’attuazione di simili sistemi normativi, che vanno concertati fra i vari Paesi ma la cui portata deve certo essere anche sovranazionale[41].

Le regole devono favorire una completa trasparenza di ciò che viene negoziato, allo scopo di eliminare ogni forma di ingiustizia e sperequazione, garantendo il più possibile un equilibrio negli scambi. Tanto più che la concentrazione asimmetrica di informazioni e potere tende a rafforzare i soggetti economici più forti, creando egemonie capaci di influenzare unilateralmente non solo i mercati ma anche gli stessi sistemi politici e normativi. Fra l’altro, laddove è stata praticata una massiva deregulation è risultato evidente che gli spazi di vuoto normativo e istituzionale rappresentano luoghi favorevoli non solo all’azzardo morale e alla malversazione ma anche al sorgere di esuberanze irrazionali dei mercati – a cui seguono dapprima bolle speculative e, poi, repentini e rovinosi crolli – e di crisi sistemiche[42].

22. Un grande aiuto, allo scopo di evitare crisi sistemiche, sarebbe delineare una chiara definizione e separazione, per gli intermediatori bancari di credito, dell’ambito dell’attività di gestione del credito ordinario e del risparmio da quello destinato all’investimento e al mero business[43]. Tutto ciò allo scopo di evitare il più possibile situazioni di instabilità finanziaria.

Una sanità del sistema finanziario esige inoltre la massima informazione possibile, così che ogni soggetto possa tutelare in piena e consapevole libertà i suoi interessi: è infatti importante sapere se i propri capitali vengono impiegati a fini speculativi o meno, così come conoscere chiaramente il grado di rischio e la congruità del prezzo dei prodotti finanziari che si sottoscrivono. Tanto più che solitamente il risparmio, specie quello familiare, è un bene pubblico da tutelare e cerca un’ottimizzazione avversa al rischio. Lo stesso risparmio, quando viene affidato alle mani esperte dei consulenti finanziari, esige di essere ben amministrato e non semplicemente gestito.

Sono da segnalare, fra i comportamenti moralmente criticabili nella gestione del risparmio da parte dei consulenti finanziari: una eccessiva movimentazione del portafoglio dei titoli allo scopo prevalente di accrescere i ricavi derivanti dalle commissioni per l’intermediario; un venir meno della debita terzietà nell’offerta di strumenti di risparmio, in regime di comparaggio con alcune banche, quando prodotti di altri meglio si attaglierebbero alle esigenze del cliente; la mancanza di un’adeguata diligenza, o addirittura una negligenza dolosa, da parte dei consulenti, circa la tutela degli interessi relativi al portafoglio dei propri clienti; la concessione di un finanziamento, da parte di un intermediatore bancario, in via subordinata alla contestuale sottoscrizione di altri prodotti finanziari emessi dal medesimo, magari non convenienti al cliente.

23. Ogni impresa costituisce un’importante rete di relazioni e, a suo modo, rappresenta un vero corpo sociale intermedio, con una sua propria cultura e prassi. Tali cultura e prassi, mentre determinano l’organizzazione interna all’impresa, influiscono altresì sul tessuto sociale nel quale essa agisce. Proprio a questo livello, la Chiesa richiama l’importanza di una responsabilità sociale dell’impresa[44], la quale si esplicita sia ad extra che ad intra della medesima.

In tal senso, laddove il mero profitto viene collocato al vertice della cultura di un’impresa finanziaria, ignorando le contemporanee esigenze del bene comune – la qual cosa oggi è segnalata come fatto assai diffuso anche in prestigiose business schools – ogni istanza etica viene di fatto percepita come estrinseca e giustapposta all’azione imprenditoriale. Ciò è tanto più accentuato dal fatto che, in tali logiche organizzative, coloro che non si adeguano a target aziendali di questo tipo, vengono penalizzati sia a livello retributivo che a quello del riconoscimento professionale. In questi casi, lo scopo del mero lucro genera facilmente una logica perversa e selettiva che spesso favorisce l’avanzamento ai vertici aziendali di soggetti capaci ma avidi e spregiudicati, la cui azione sociale è spinta prevalentemente da un egoistico tornaconto personale.

Inoltre, tali logiche hanno sovente spinto i management a realizzare politiche economiche volte non ad incrementare la sanità economica delle aziende che servivano ma i meri profitti degli azionisti (shareholders), danneggiando così i legittimi interessi di cui sono portatori tutti coloro che con il loro lavoro e servizio operano a vantaggio della medesima impresa, nonché i consumatori e le varie comunità locali (stakeholders). Ciò, spesso incentivato da ingenti remunerazioni proporzionate a risultati immediati di gestione, per di più non controbilanciate da equivalenti penalizzazioni in caso di fallimento degli obiettivi, che, se nel breve periodo assicurano grandi guadagni a manager e azionisti, finiscono poi per spingere a prese di rischio eccessive e per lasciare le imprese debilitate e depauperate di quelle energie economiche che avrebbero loro assicurato adeguate prospettive per il futuro.

Tutto ciò facilmente genera e diffonde una cultura profondamente amorale – in cui spesso non si esita a commettere un reato quando i benefici previsti eccedono le penalità attese – ed inquina gravemente la sanità di ogni sistema economico-sociale, mettendone a repentaglio la funzionalità e nuocendo alla fattiva realizzazione di quel bene comune su cui si fonda necessariamente ogni forma di socialità.

Risulta perciò urgente una sincera autocritica al riguardo ed una inversione di tendenza, favorendo invece una cultura aziendale e finanziaria che tenga conto di tutti quei fattori che costituiscono il bene comune. Ciò significa, ad esempio, mettere chiaramente la persona e la qualità delle relazioni fra le persone al centro della cultura aziendale, così che ogni impresa pratichi una forma di responsabilità sociale che non sia meramente occasionale o marginale, bensì innervi ed animi dal di dentro ogni sua azione, orientandola socialmente.

Esattamente qui, la naturale circolarità che esiste fra profitto – fattore intrinsecamente necessario ad ogni sistema economico – e responsabilità sociale – elemento essenziale per la sopravvivenza di ogni forma di civile convivenza – è chiamata a rivelare tutta la sua fecondità, mostrando altresì il nesso indissolubile, che il peccato tende a nascondere, fra un’etica rispettosa delle persone e del bene comune e la reale funzionalità di ogni sistema economico e finanziario. Tale circolarità virtuosa è favorita ad esempio dal perseguimento di una riduzione del rischio di conflitto con gli stakeholders, come dal favorire una maggiore motivazione intrinseca dei dipendenti di un’impresa.

Qui la creazione di valore aggiunto, che è scopo primario del sistema economico-finanziario, deve mostrare fino in fondo la sua praticabilità all’interno di un sistema etico solido proprio perché fondato su di una sincera ricerca del bene comune. Solo dal riconoscimento e dall’attuazione dell’intrinseco legame che esiste fra ragione economica e ragione etica, infatti, può scaturire un bene che sia per tutti gli uomini[45]. Perché anche il mercato, per funzionare bene, ha bisogno di presupposti antropologici ed etici che da solo non è in grado di darsi né di produrre.

24. Se, da una parte, il merito creditizio esige un’oculata attività di selezione per individuare beneficiari effettivamente degni, capaci di innovazione e al riparo da insane collusioni, dall’altra anche le banche, per sostenere adeguatamente i rischi affrontati, devono disporre di convenienti dotazioni patrimoniali, di modo che un’eventuale socializzazione delle perdite sia il più possibile limitata e ricada soprattutto su coloro che ne sono stati effettivamente responsabili.

Certamente, la delicata gestione del risparmio, oltre ad una debita regolazione giuridica, esige anche paradigmi culturali adeguati, insieme alla pratica di un’attenta rivisitazione, anche in prospettiva etica, del rapporto fra banca e cliente e di un continuo presidio della legittimità di tutte le operazioni che lo riguardano.

Un’interessante proposta, volta a procedere nella suddetta direzione e da sperimentare, sembra quella relativa all’istituzione di Comitati etici, in seno alle banche, da affiancare ai Consigli di Amministrazione. Tutto ciò affinché le banche siano aiutate, non solo a preservare i loro bilanci dalle conseguenze di sofferenze e perdite, e ad una effettiva coerenza fra la mission statutaria e la prassi finanziaria, ma anche a sostenere adeguatamente l’economia reale.

25. La creazione di titoli di credito fortemente rischiosi – che operano di fatto una sorta di creazione fittizia di valore, senza un adeguato quality control ed una corretta valutazione del credito – può arricchire coloro che li intermediano ma crea facilmente insolvenza a danno di chi deve poi riscuoterli; ciò vale tanto più se il peso della criticità di questi titoli, dall’istituto che li emette, viene scaricato sul mercato nel quale sono spalmati e diffusi (cf. ad esempio cartolarizzazione dei mutui subprime), generando intossicazione a largo raggio e difficoltà potenzialmente sistemiche. Un simile inquinamento dei mercati contraddice la necessaria sanità del sistema economico-finanziario ed è inaccettabile dal punto di vista di un’etica rispettosa del bene comune.

Ad ogni titolo di credito deve corrispondere un valore tendenzialmente reale e non solo presunto e difficilmente riscontrabile. In tal senso, si rende sempre più urgente una pubblica regolazione e valutazione super partes dell’operato delle agenzie di ratingdel credito, con strumenti giuridici che consentano, da una parte, di sanzionarne le azioni distorte e, dall’altra, di impedire il crearsi di situazioni di pericoloso oligopolio da parte di alcune di esse. Ciò tanto più vale in presenza di prodotti del sistema di intermediazione creditizia in cui la responsabilità del credito concesso viene scaricata dal prestatore originario su coloro che ad esso subentrano.

26. Alcuni prodotti finanziari, fra cui i cosiddetti “derivati”, sono stati creati allo scopo di garantire un’assicurazione sui rischi inerenti a determinate operazioni, spesso contenenti anche una scommessa effettuata sulla base del valore presunto attribuito a quei rischi. Alla base di tali strumenti finanziari stanno contratti in cui le parti sono ancora in grado di valutare ragionevolmente il rischio fondamentale su cui ci si vuole assicurare.

Tuttavia, per alcune tipologie di derivati (in particolare le cosiddette cartolarizzazioni o securitizations) si è assistito al fatto che a partire dalle strutture originarie, e collegate ad investimenti finanziari individuabili, venivano costruite strutture sempre più complesse (cartolarizzazioni di cartolarizzazioni), in cui è assai difficile – dopo varie di queste transazioni, quasi impossibile – stabilire in modo ragionevole ed equo il loro valore fondamentale. Ciò significa che ogni passaggio, nella compravendita di questi titoli, al di là del volere delle parti, opera di fatto una distorsione del valore effettivo di quel rischio da cui invece lo strumento dovrebbe tutelare. Tutto questo ha quindi favorito il sorgere di bolle speculative, le quali sono state importanti concause della recente crisi finanziaria.

È evidente che l’aleatorietà sopravvenuta di questi prodotti – la dissolvenza crescente della trasparenza di ciò che assicurano – che nell’operazione originaria ancora non emerge, li rende sempre meno accettabili dal punto di vista di un’etica rispettosa della verità e del bene comune, poiché li trasforma in una sorta di ordigni ad orologeria, pronti a deflagrare prima o poi la loro inattendibilità economica e ad intossicare la sanità dei mercati. Si verifica qui una carenza etica che diviene tanto più grave quanto più tali prodotti sono negoziati sui cosiddetti mercati non regolamentati (over the counter) – esposti più dei mercati regolamentati all’azzardo, quando non alla frode – e sottraggono linfa vitale ed investimenti all’economia reale.

Simile valutazione etica può essere effettuata anche nei confronti di quegli utilizzi dei credit default swap (CDS: i quali sono particolari contratti assicurativi del rischio da fallimento) che permettono di scommettere sul rischio di fallimento di una terza parte anche a chi non ha già assunto in precedenza un rischio di credito, e addirittura di reiterare tali operazioni sul medesimo evento, la qual cosa non è assolutamente consentita dai normali patti di assicurazione.

Il mercato dei CDS, alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero PIL mondiale. Il diffondersi senza adeguati limiti di tale tipo di contratti, ha favorito il crescere di una finanza dell’azzardo e della scommessa sul fallimento altrui, che rappresenta una fattispecie inaccettabile dal punto di vista etico.

Infatti l’operatività in acquisto di tali strumenti, da parte di chi non ha alcun rischio di credito già in essere, costituisce un singolare caso in cui dei soggetti iniziano a nutrire interesse per la rovina di altre entità economiche, e possono addirittura indursi ad operare in tal senso.

È evidente che tale possibilità, se da una parte configura un evento particolarmente riprovevole sotto il profilo morale, poiché chi agisce lo fa in vista di una sorta di cannibalismo economico, dall’altra finisce per minare quella necessaria fiducia di base senza cui il circuito economico finirebbe per bloccarsi. Anche in questo caso, possiamo rilevare come un evento negativo dal punto di vista etico, diviene nocivo anche per la sana funzionalità del sistema economico.

È quindi da rimarcare che, quando da simili scommesse possono derivare ingenti danni per interi Paesi e milioni di famiglie, si è di fronte ad azioni estremamente immorali ed appare quindi opportuno estendere i divieti, già presenti in alcuni Paesi, per tale tipologia di operatività, sanzionando con la massima severità tali infrazioni.

27. In un punto nevralgico del dinamismo che regola i mercati finanziari stanno sia il livello (fixing) del tasso d’interesse relativo ai prestiti interbancari (LIBOR), la cui quantificazione funge da tasso d’interesse guida nel mercato monetario, sia i tassi di cambio ufficiali delle diverse valute praticati dalle banche.

Si tratta di parametri importanti che hanno ricadute rilevanti sull’intero sistema economico-finanziario, poiché influiscono su ingenti trasferimenti quotidiani di denaro tra parti che sottoscrivono contratti basati proprio sulla misura di tali tassi. La manipolazione della misura di questi tassi costituisce perciò un caso di grave violazione etica, con conseguenze ad ampio raggio.

Il fatto che ciò sia potuto accadere impunemente per diversi anni mostra quanto sia fragile ed esposto alle frodi un sistema finanziario non sufficientemente controllato da regole e sprovvisto di sanzioni proporzionate alle violazioni in cui incorrono i suoi attori. In questo ambito, la costituzione di veri e propri “cartelli” di connivenza fra quei soggetti che invece erano preposti al corretto fixing del livello di quei tassi costituisce un caso di associazione a delinquere particolarmente nocivo per il bene comune, che infligge una pericolosa ferita alla sanità del sistema economico, da punire con pene adeguate e tali da scoraggiarne la reiterazione.

28. Oggi i principali soggetti che operano nel mondo finanziario, e specialmente le banche, devono essere dotati di organismi interni che garantiscano una funzione di compliance, ovvero di auto-controllo della legittimità dei principali passi del processo decisionale e dei maggiori prodotti offerti dall’impresa. Tuttavia, occorre rilevare che, per lo meno fino ad un passato molto recente, la prassi del sistema economico-finanziario spesso si è fondata in buona sostanza su di un giudizio puramente “negativo” della funzione di compliance, vale a dire su di un ossequio meramente formale dei limiti posti dalle leggi in vigore. Purtroppo da ciò è derivata anche la frequenza di una prassi di fatto elusiva dei controlli normativi, cioè di azioni volte ad aggirare i principi normativi vigenti con la preoccupazione però di non contraddire esplicitamente le norme che li esprimono, allo scopo di non subirne poi le sanzioni.

Per evitare tutto ciò, è dunque necessario che il giudizio di compliance entri nel merito delle diverse operazioni anche in “positivo”, verificando la loro effettiva rispondenza ai principi che informano la normativa vigente. L’operato della funzione in questa modalitàa parere di molti, risulterebbe agevolato qualora si assistesse all’istituzione di Comitati etici, operanti a fianco dei Consigli di amministrazione, che costituirebbero un naturale interlocutore di coloro che debbono garantire, nel concreto operare della banca, la conformità dei comportamenti alle ragioni delle normative in essere.

In tal senso, all’interno dell’azienda occorrerebbe prevedere delle linee guida che consentano di agevolare un simile giudizio di rispondenza, così che si possa discernere quali, fra le operazioni tecnicamente realizzabili sotto il profilo giuridico, siano nei fatti anche legittime e praticabili dal punto di vista etico (questione che si pone, ad esempio, in modo molto rilevante per le pratiche di elusione fiscale). In modo che si passi da un ossequio formale ad uno sostanziale nel rispetto delle regole.

Inoltre, è auspicabile che anche nel sistema normativo regolante il mondo finanziario sia prevista una clausola generale che dichiari illegittimi, con conseguente responsabilizzazione patrimoniale di tutti i soggetti a cui questi sono imputabili, quegli atti il cui fine sia prevalentemente l’aggiramento delle normative vigenti.

29. Non è più possibile ignorare fenomeni quali il diffondersi nel mondo di sistemi bancari collaterali (Shadow banking system), i quali, benché comprendano al loro interno anche tipologie di intermediari la cui operatività non appare immediatamente critica, di fatto hanno determinato una perdita di controllo sul sistema da parte di varie autorità di vigilanza nazionali e quindi, di fatto, hanno favorito in modo sconsiderato l’uso della cosiddetta finanza creativa, nella quale il motivo principale dell’investimento di risorse finanziarie è soprattutto di carattere speculativo, se non predatorio, e non un servizio all’economia reale. Ad esempio, molti convengono che l’esistenza di tali sistemi “ombra” sia una delle principali concause che hanno favorito lo sviluppo e la diffusione globale della recente crisi economico-finanziaria, iniziatasi in USA con quella dei mutui subprime nell’estate del 2007.

30. Proprio di tale intento speculativo si nutre inoltre il mondo della finanza offshore, che, pur offrendo anche altri leciti servizi, mediante gli assai diffusi canali dell’elusione fiscale – quando non addirittura dell’evasione e del riciclaggio di denaro frutto di reati – costituisce un ulteriore impoverimento del normale sistema di produzione e distribuzione di beni e di servizi. È arduo distinguere se molte di tali situazioni diano vita a fattispecie di immoralità prossima o immediata: certamente è ormai evidente che tali realtà, laddove sottraggono ingiustamente linfa vitale all’economia reale, difficilmente possono trovare una legittimazione, sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista dell’efficienza globale dello stesso sistema economico.

Anzi, sempre più pare evidente un non trascurabile grado di correlazione fra comportamenti non etici degli operatori e ed esiti fallimentari del sistema nel suo complesso: è ormai innegabile che le carenze etiche esacerbano le imperfezioni dei meccanismi del mercato[46].

Nella seconda metà del secolo scorso, nasce il mercato offshore degli eurodollari, luogo finanziario di scambi al di fuori di ogni quadro normativo ufficiale. Mercato che da un importante Paese europeo si è poi diffuso in altri Paesi del mondo, dando luogo ad una vera e propria rete finanziaria, alternativa al sistema finanziario ufficiale, ed a giurisdizioni che la proteggevano.

Al riguardo, occorre dire che se la ragione formale che viene addotta, per legittimare la presenza delle sedi offshore, è quella di permettere agli investitori istituzionali di non subire una doppia tassazione, dapprima nel Paese della loro residenza e poi nel Paese dove i fondi sono domiciliati, in realtà quei luoghi sono a tutt’oggi divenuti in misura rilevante occasione di operazioni finanziarie sovente border line, quando non beyond the pale, sia dal punto di vista della loro liceità sotto il profilo normativo, sia da quello etico, vale a dire di una cultura economica sana ed esente da meri intenti di elusione fiscale.

Oggi più della metà del commercio mondiale viene effettuato da grandi soggetti che abbattono il proprio carico fiscale spostando i ricavi da una sede all’altra, a seconda di quanto loro convenga, trasferendo i profitti nei paradisi fiscali e i costi nei Paesi ad elevata imposizione tributaria. Appare chiaro che tutto ciò ha sottratto risorse decisive all’economia reale e contribuito a generare sistemi economici fondati sulla disuguaglianza. Inoltre, non è possibile tacere che quelle sedi offshore, in più occasioni sono divenute luoghi abituali per il riciclaggio di denaro “sporco”, vale a dire frutto di proventi illeciti (furti, frodi, corruzioni, associazioni a delinquere, mafia, bottini di guerra…).

In tal modo, dissimulando il fatto che le operazioni cosiddette offshore non avvenivano sulle loro piazze finanziarie ufficiali, alcuni Stati hanno consentito che si traesse profitto persino da reati, sentendosene tuttavia deresponsabilizzati poiché non realizzati formalmente sotto la loro giurisdizione. La qual cosa rappresenta, dal punto di vista morale, un’evidente forma di ipocrisia.

In breve tempo, tale mercato è divenuto il luogo di maggior transito di capitali, poiché la sua configurazione rappresenta una via facile per realizzare diverse e importanti forme di elusione fiscale. Si comprende allora che la domiciliazione offshore di molti e importanti società impegnate nel mercato risulta assai ambita e praticata.

31. Certamente, il sistema tributario approntato dagli Stati non sembra sempre equo; a tal proposito, occorre rilevare come tale iniquità va spesso a discapito dei soggetti economici più deboli ed a vantaggio di quelli più attrezzati e in grado di influire persino sui sistemi normativi che regolano gli stessi tributi. In realtà, un’imposizione dei tributi, quando è equa, svolge una fondamentale funzione perequativa e di redistribuzione della ricchezza, non solo in favore di coloro che necessitano opportune sovvenzioni, ma anche per sostenere gli investimenti e la crescita dell’economia reale.

In ogni caso, proprio l’elusione fiscale da parte dei principali attori che si muovono sui mercati, specie dei grandi intermediari finanziari, rappresentando un’ingiusta sottrazione di risorse all’economia reale, è un danno per tutta la società civile.

Attesa la non trasparenza di quei sistemi, è difficile stabilire con precisione l’ammontare dei capitali che transitano in essi; tuttavia è stato calcolato che basterebbe una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo: perché non intraprendere con coraggio la via di una simile iniziativa?

Inoltre, è stato accertato che l’esistenza delle sedi offshore ha favorito altresì un enorme deflusso di capitali da molti Paesi a basso reddito, generando numerose crisi politiche ed economiche e impedendo ad essi di intraprendere finalmente la via della crescita e di un sano sviluppo.

A tal proposito, è da segnalare che, più volte, diverse istituzioni internazionali hanno denunciato tutto ciò e non pochi governi nazionali hanno giustamente cercato di limitare la portata delle piazze finanziarie offshore. Vi sono stati anche molti sforzi positivi in tal senso, specialmente negli ultimi dieci anni. Non si è tuttavia riusciti finora ad imporre accordi e normative adeguatamente efficaci in tal senso; gli schemi normativi proposti in materia anche da autorevoli organizzazioni internazionali sono anzi stati spesso inapplicati o resi inefficaci, a motivo delle notevoli influenze che quelle piazze riescono ad esercitare, attesi gli ingenti capitali di cui dispongono, nei confronti di tanti poteri politici.

Tutto ciò, mentre costituisce un grave danno alla buona funzionalità dell’economia reale, rappresenta una struttura che, così come oggi è configurata, risulta del tutto inaccettabile dal punto di vista etico. È quindi necessario ed urgente che a livello internazionale siano approntati opportuni rimedi a tali iniqui sistemi; anzitutto praticando ad ogni livello la trasparenza finanziaria (ad esempio con l’obbligo di rendicontazione pubblica, per le aziende multinazionali, delle rispettive attività e delle imposte versate in ciascun Paese in cui operano tramite proprie società sussidiarie); ed anche con incisive sanzioni da comminare nei confronti di quei Paesi che reiterano le prassi disoneste (evasione ed elusione fiscale, riciclaggio di denaro sporco) di cui sopra.

32. Il sistema offshore, specie per i Paesi le cui economie sono meno sviluppate, ha finito per aggravare il loro debito pubblico. È stato infatti rilevato come la ricchezza privata accumulata nei paradisi fiscali da alcune élite ha quasi eguagliato il debito pubblico dei rispettivi Paesi. Ciò evidenzia altresì come, di fatto, all’origine di quel debito vi siano sovente dei passivi economici generati da soggetti privati e poi scaricati sulle spalle del sistema pubblico. Fra l’altro, è noto che importanti soggetti economici tendono a perseguire stabilmente, spesso con la connivenza dei politici, una prassi di socializzazione delle perdite.

Tuttavia è bene rilevare come il debito pubblico spesso è anche generato da una malaccorta – quando non dolosa – gestione del sistema amministrativo pubblico. Tale debito, vale a dire l’insieme delle passività finanziarie che pesa sugli Stati, rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli al buon funzionamento ed alla crescita delle varie economie nazionali. Numerose economie nazionali sono infatti appesantite dal dover far fronte al pagamento degli interessi che provengono da quel debito e devono perciò doverosamente intraprendere degli aggiustamenti strutturali a tale scopo.

Di fronte a tutto ciò, da una parte, i singoli Stati sono chiamati a correre ai ripari con adeguate gestioni del sistema pubblico mediante sagge riforme strutturali, assennate ripartizioni delle spese ed oculati investimenti; dall’altra parte, a livello internazionale, pur mettendo ogni Paese di fronte alle sue ineludibili responsabilità, occorre anche consentire e favorire delle ragionevoli vie d’uscita dalle spirali del debito, non mettendo sulle spalle degli Stati – e quindi sulle spalle dei loro concittadini, vale a dire di milioni di famiglie – degli oneri che di fatto risultano insostenibili.

Ciò anche mediante politiche di ragionevole e concordata riduzione del debito pubblico, specie quando questo è detenuto da soggetti di tale consistenza economica da essere in grado di offrirla[47]. Simili soluzioni sono richieste sia dalla sanità del sistema economico internazionale, al fine di evitare il contagio di crisi potenzialmente sistemiche, sia dal perseguimento del bene comune dei popoli nel loro insieme.

33. Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora non è soltanto opera di entità che agiscono fuori dal nostro controllo ma ricade anche nella sfera delle nostre responsabilità. Questo significa che abbiamo a nostra disposizione strumenti importanti per poter contribuire alla soluzione di tanti problemi. Ad esempio, i mercati vivono grazie alla domanda ed all’offerta di beni: a questo proposito, ciascuno di noi può influire in modo decisivo almeno nel dar forma a quella domanda.

Risulta pertanto quanto mai importante un esercizio critico e responsabile del consumo e dei risparmi. Fare la spesa, impegno quotidiano con cui ci dotiamo anzitutto del necessario per vivere, è altresì una forma di scelta che operiamo fra i vari prodotti che il mercato offre. É una scelta con cui optiamo sovente in modo non consapevole per beni la cui produzione avviene magari attraverso filiere in cui è normale la violazione dei più elementari diritti umani o grazie all’opera di aziende la cui etica di fatto non conosce altri interessi al di fuori di quelli del profitto ad ogni costo dei loro azionisti.

Occorre orientarci alla scelta di quei beni alle cui spalle sta un percorso degno dal punto di vista etico, poiché anche attraverso il gesto, apparentemente banale, del consumo noi esprimiamo nei fatti un’etica e siamo chiamati a prendere posizione di fronte a ciò che giova o nuoce all’uomo concreto. Qualcuno ha parlato a questo proposito di “voto col portafoglio”: si tratta infatti di votare quotidianamente nei mercati a favore di ciò che aiuta il benessere reale di noi tutti e di rigettare ciò che ad esso nuoce[48].

Medesime considerazioni devono farsi anche nei confronti della gestione dei propri risparmi, ad esempio indirizzandoli verso quelle aziende che operano con chiari criteri, ispirati ad un’etica rispettosa di tutto l’uomo e di tutti gli uomini ed in un orizzonte di responsabilità sociale[49]. E, più in generale, ciascuno è chiamato a coltivare pratiche di produzione della ricchezza che siano consoni alla nostra indole relazionale e protese ad uno sviluppo integrale della persona.

IV. Conclusione

34. Davanti all’imponenza e pervasività degli odierni sistemi economico-finanziari, potremmo essere tentati di rassegnarci al cinismo ed a pensare che con le nostre povere forze possiamo fare ben poco. In realtà, ciascuno di noi può fare molto, specialmente se non rimane solo.

Numerose associazioni provenienti dalla società civile rappresentano in tal senso una riserva di coscienza e di responsabilità sociale di cui non possiamo fare a meno. Oggi più che mai, siamo tutti chiamati a vigilare come sentinelle della vita buona ed a renderci interpreti di un nuovo protagonismo sociale, improntando la nostra azione alla ricerca del bene comune e fondandola sui saldi principi della solidarietà e della sussidiarietà.

Ogni gesto della nostra libertà, anche se può apparire fragile ed insignificante, se davvero orientato al bene autentico, si appoggia a Colui che è Signore buono della storia, e diviene parte di una positività che supera le nostre povere forze, unendo indissolubilmente tutti gli atti di buona volontà in una rete che collega cielo e terra, vero strumento di umanizzazione dell’uomo e del mondo. È questo ciò di cui abbiamo bisogno per vivere bene e per nutrire una speranza che sia all’altezza della nostra dignità di persone umane.

La Chiesa, Madre e Maestra, consapevole di aver ricevuto in dono un deposito immeritato, offre agli uomini e alle donne di ogni tempo le risorse per una speranza affidabile. Maria, Madre del Dio fatto uomo per noi, prenda per mano i nostri cuori e li guidi nella sapiente costruzione di quel bene che suo figlio Gesù, mediante la sua umanità resa nuova dallo Spirito Santo, è venuto ad inaugurare per la salvezza del mondo.

Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa al sottoscritto Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha approvato queste Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questo Dicastero, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Dato a Roma il 6 gennaio 2018, Solennità dell’Epifania del Signore.

+ Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo Titolare di Thibica
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Peter Card. Turkson
Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale
+ Giacomo Morandi
Arcivescovo Titolare di Cerveteri
Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede
Bruno Marie Duffé
Segretario del Dicastero per il
Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

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[1] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 48.

[2] Cf. ibid., n. 5.

[3] Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), n. 231: AAS 107 (2015), 937.

[4] Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), n. 59: AAS 101 (2009), 694.

[5] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio (14 settembre 1998), n. 98: AAS 91 (1999), 81.

[6] Cf. Commissione Teologica Internazionale, Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale, n. 87, Città del Vaticano 2009, 86.

[7] Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 189: AAS 107 (2015), 922.

[8] Id., Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 178: AAS 105 (2013), 1094.

[9] Cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Nota per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, n. 1: L’Osservatore Romano, 24-25 ottobre 2011, 6.

[10] Cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 189: AAS 107 (2015), 922.

[11] Id., Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 53: AAS 105 (2013), 1042.

[12] Ibid., n. 58: AAS 105 (2013), 1044.

[13] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Dich. Dignitatis humanae, n. 14.

[14] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 45: AAS 101 (2009), 681.

[15] Cf. ibid., n. 74: AAS 101 (2009), 705.

[16] Cf. Francesco, Discorso al Parlamento Europeo (25 novembre 2014), Strasburgo: AAS 106 (2014), 997-998.

[17] Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 37: AAS 101 (2009), 672.

[18] Cf. ibid., n. 55: AAS 101 (2009), 690.

[19] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollecitudo rei socialis (30 dicembre 1987), n. 42: AAS 80 (1988), 572.

[20] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1908.

[21] Cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 13: AAS 107 (2015), 852; Esort. apost. Amoris laetitia (19 marzo 2016), n. 44: AAS108 (2016), 327.

[22] Cf. ad esempio il motto ora et labora, che richiama la Regola di San Benedetto da Norcia: nella sua semplicità esso indica che la preghiera, specialmente quella liturgica, mentre ci apre al rapporto con quel Dio che in Gesù Cristo e nel suo Spirito si rivela come Bene e Verità, offre in tal modo anche la forma adeguata e la via per costruire un mondo più buono e più vero, cioè più umano.

[23] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus (1 maggio 1991), nn. 17, 24, 42: AAS 83 (1991), 814, 821, 845.

[24] Cf. Pio XI, Lett. enc. Quadragesimo anno (15 maggio 1931), n. 105: AAS 23 (1931), 210; Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), n. 9: AAS 59 (1967), 261; Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 203: AAS 107 (2015), 927.

[25] Cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 175: AAS 107 (2015), 916. Sulla necessaria connessione fra economia e politica, cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 36: AAS 101 (2009), 671: «L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione».

[26] Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 58: AAS 101 (2009), 693.

[27] Cf. Conc. ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 64.

[28] Cf. Pio XI, Lett. enc. Quadragesimo anno, n. 89: AAS 23 (1931), 206; Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 35: AAS 101(2009), 670; Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 204: AAS 105 (2013), 1105.

[29] Cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 109: AAS 107 (2015), 891.

[30] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), n. 9: AAS 73 (1981), 598.

[31] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 53: AAS 105 (2013), 1042.

[32] Cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 369.

[33] Cf. Pio XI, Lett. enc. Quadragesimo anno, n. 132: AAS 23 (1931), 219; Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, n. 24: AAS 59 (1967), 269.

[34] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2409.

[35] Cf. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, n. 13: AAS 59 (1967), 263. Alcune importanti indicazioni sono già state offerte al riguardo (cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Nota per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, n. 4: L’Osservatore Romano, 24-25 ottobre 2011, 7): si tratta ora di proseguire nella linea di un simile discernimento, così da favorire uno sviluppo positivo del sistema economico-finanziario e contribuire ad eliminare quelle strutture di ingiustizia che ne limitano le benefiche potenzialità.

[36] Cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 198: AAS 107 (2015), 925.

[37] Cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 343.

[38] Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 35: AAS 01 (2009), 670.

[39] Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro “Economia di comunione” promosso dal Movimento dei Focolari (4 febbraio 2017): L’Osservatore Romano, 5 febbraio 2017, 8.

[40] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollecitudo rei socialis, n. 28: AAS 80 (1988), 548.

[41] Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 67: AAS 101 (2009), 700.

[42] Cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Nota per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, n. 1: L’Osservatore Romano, 24-25 ottobre 2011, 6.

[43] Cf. ibid., n. 4: L’Osservatore Romano, 24-25 ottobre 2011, 7.

[44] Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 45: AAS 101 (2009), 681; Francesco, Messaggio per la Celebrazione della 48ª Giornata mondiale della Pace (1 gennaio 2015), n. 5: AAS 107 (2015), 66.

[45] Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 36: AAS 101 (2009), 671.

[46] Cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 189: AAS 107 (2015), 922.

[47] Cf. Benedetto XVI, Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (8 gennaio 2007): AAS 99 (2007), 73.

[48] Cf. Id., Lett. enc. Caritas in veritate, n. 66: AAS 101 (2009), 699.

[49] Cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 358.

[00773-IT.01] [Testo originale: Italiano]

 

Fonte: http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/05/17/0360/00773.html




Note di dottrina sociale della Chiesa. “Centesimus annus” di san GP II (6a parte)

«Per conoscere l’uomo, l’uomo vero, l’uomo integrale, bisogna conoscere Dio»

55.

La Chiesa riceve il «senso dell’uomo» dalla divina Rivelazione. «Per conoscere l’uomo, l’uomo vero, l’uomo integrale, bisogna conoscere Dio», diceva Paolo VI, e subito dopo citava santa Caterina da Siena, che esprimeva in preghiera lo stesso concetto: «Nella tua natura, Deità eterna, conoscerò la natura mia».110

Pertanto, l’antropologia cristiana è in realtà un capitolo della teologia e, per la stessa ragione, la dottrina sociale della Chiesa, preoccupandosi dell’uomo, interessandosi a lui e al suo modo di comportarsi nel mondo, «appartiene … al campo della teologia e, specialmente, della teologia morale».111 La dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana. Il che vale — conviene rilevarlo — tanto nei confronti della soluzione «atea», che priva l’uomo di una delle sue componenti fondamentali, quella spirituale, quanto nei confronti delle soluzioni permissive e consumistiche, le quali con vari pretesti mirano a convincerlo della sua indipendenza da ogni legge e da Dio, chiudendolo in un egoismo che finisce per nuocere a lui stesso ed agli altri.

Quando annuncia all’uomo la salvezza di Dio, quando gli offre e comunica la vita divina mediante i sacramenti, quando orienta la sua vita con i comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo, la Chiesa contribuisce all’arricchimento della dignità dell’uomo. Ma essa, come non può mai abbandonare questa sua missione religiosa e trascendente in favore dell’uomo, così si rende conto che la sua opera incontra oggi particolari difficoltà ed ostacoli. Ecco perché si impegna sempre con nuove forze e con nuovi metodi all’evangelizzazione che promuove tutto l’uomo. Anche alla vigilia del terzo Millennio, essa rimane «il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana»,112 come ha sempre cercato di fare sin dall’inizio della sua esistenza, camminando insieme con l’uomo lungo tutta la storia. L’Enciclica Rerum novarum ne è un’espressione significativa.

 

56.

Nel centesimo anniversario di quest’ Enciclica, desidero ringraziare tutti coloro che si sono impegnati a studiare, approfondire e divulgare la dottrina sociale cristiana. A questo fine è indispensabile la collaborazione delle Chiese locali, ed io auguro che la ricorrenza sia motivo di un rinnovato slancio per il suo studio, diffusione ed applicazione nei molteplici ambiti.

Desidero, in particolare, che essa sia fatta conoscere e sia attuata nei diversi Paesi dove, dopo il crollo del socialismo reale, si manifesta un grave disorientamento nell’opera di ricostruzione. A loro volta, i Paesi occidentali corrono il pericolo di vedere in questo cedimento la vittoria unilaterale del proprio sistema economico, e non si preoccupano, perciò, di apportare ad esso le dovute correzioni. I Paesi del Terzo Mondo, poi, si trovano più che mai nella drammatica situazione del sottosviluppo, che ogni giorno si aggrava.

Leone XIII, dopo aver formulato i principi e gli orientamenti per la soluzione della questione operaia, scrisse una parola decisiva: «Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi, perché il ritardo potrebbe render più difficile la cura di un male già tanto grave», aggiungendo anche: «Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mai mancare in nessun modo l’opera sua».113

 

57.

Per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve esser considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l’azione. Spinti da questo messaggio, alcuni dei primi cristiani distribuivano i loro beni ai poveri, testimoniando che, nonostante le diverse provenienze sociali, era possibile una convivenza pacifica e solidale. Con la forza del Vangelo, nel corso dei secoli, i monaci coltivarono le terre, i religiosi e le religiose fondarono ospedali e asili per i poveri, le confraternite, come pure uomini e donne di tutte le condizioni, si impegnarono in favore dei bisognosi e degli emarginati, essendo convinti che le parole di Cristo: «Ogni volta che farete queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), non dovevano rimanere un pio desiderio, ma diventare un concreto impegno di vita.

Oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna. Anche da questa consapevolezza deriva la sua opzione preferenziale per i poveri, la quale non è mai esclusiva né discriminante verso altri gruppi. Si tratta, infatti, di opzione che non vale soltanto per la povertà materiale, essendo noto che, specialmente nella società moderna, si trovano molte forme di povertà non solo economica, ma anche culturale e religiosa. L’amore della Chiesa per i poveri, che è determinante ed appartiene alla sua costante tradizione, la spinge a rivolgersi al mondo nel quale, nonostante il progresso tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme gigantesche. Nei Paesi occidentali c’è la povertà multiforme dei gruppi emarginati, degli anziani e malati, delle vittime del consumismo e, più ancora, quella dei tanti profughi ed emigrati; nei Paesi in via di sviluppo si profilano all’orizzonte crisi drammatiche, se non si prenderanno in tempo misure internazionalmente coordinate.

 

58.

L’amore per l’uomo e, in primo luogo, per il povero, nel quale la Chiesa vede Cristo, si fa concreto nella promozione della giustizia. Questa non potrà mai essere pienamente realizzata, se gli uomini non riconosceranno nel bisognoso, che chiede un sostegno per la sua vita, non un importuno o un fardello, ma l’occasione di bene in sé, la possibilità di una ricchezza più grande. Solo questa consapevolezza infonderà il coraggio per affrontare il rischio ed il cambiamento impliciti in ogni autentico tentativo di venire in soccorso dell’altro uomo. Non si tratta, infatti, solo di dare il superfluo, ma di aiutare interi popoli, che ne sono esclusi o emarginati, ad entrare nel circolo dello sviluppo economico ed umano. Ciò sarà possibile non solo attingendo al superfluo, che il nostro mondo produce in abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società. Né si tratta di distruggere strumenti di organizzazione sociale che han dato buona prova di sé, ma di orientarli secondo un’adeguata concezione del bene comune in riferimento all’intera famiglia umana. Oggi è in atto la cosiddetta «mondializzazione dell’economia», fenomeno, questo, che non va deprecato, perché può creare straordinarie occasioni di maggior benessere. Sempre più sentito, però, è il bisogno che a questa crescente internazionalizzazione dell’economia corrispondano validi Organi internazionali di controllo e di guida, che indirizzino l’economia stessa al bene comune, cosa che ormai un singolo Stato, fosse anche il più potente della terra, non è in grado di fare. Per poter conseguire un tale risultato, occorre che cresca la concertazione tra i grandi Paesi e che negli Organismi internazionali siano equamente rappresentati gli interessi della grande famiglia umana. Occorre anche che essi, nel valutare le conseguenze delle loro decisioni, tengano sempre adeguato conto di quei popoli e Paesi che hanno scarso peso sul mercato internazionale, ma concentrano i bisogni più vivi e dolenti e necessitano di maggior sostegno per il loro sviluppo. Indubbiamente, in questo campo rimane molto da fare.

 

59.

Perché, dunque, si attui la giustizia ed abbiano successo i tentativi degli uomini per realizzarla, è necessario il dono della grazia, che viene da Dio. Per mezzo di essa, in collaborazione con la libertà degli uomini, si ottiene quella misteriosa presenza di Dio nella storia che è la Provvidenza.

L’esperienza di novità vissuta nella sequela di Cristo esige di esser comunicata agli altri uomini nella concretezza delle loro difficoltà, lotte, problemi e sfide, perché siano illuminate e rese più umane dalla luce della fede. Questa, infatti, non aiuta soltanto a trovare le soluzioni, ma rende umanamente vivibili anche le situazioni di sofferenza, perché in esse l’uomo non si perda e non dimentichi la sua dignità e vocazione.

La dottrina sociale, inoltre, ha un’importante dimensione interdisciplinare. Per incarnare meglio in contesti sociali, economici e politici diversi e continuamente cangianti l’unica verità sull’uomo, tale dottrina entra in dialogo con le varie discipline che si occupano dell’uomo, ne integra in sé gli apporti e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio al servizio della singola persona, conosciuta ed amata nella pienezza della sua vocazione.

Accanto alla dimensione interdisciplinare, poi, è da ricordare la dimensione pratica e, in un certo senso, sperimentale di questa dottrina. Essa si situa all’incrocio della vita e della coscienza cristiana con le situazioni del mondo e si manifesta negli sforzi che singoli, famiglie, operatori culturali e sociali, politici e uomini di Stato mettono in atto per darle forma e applicazione nella storia.

 

60.

Annunciando i principi per la soluzione della questione operaia, Leone XIII scriveva: «La soluzione di un problema così arduo richiede il concorso e l’efficace cooperazione anche di altri».114 Egli era convinto che i gravi problemi, causati dalla società industriale, potevano essere risolti soltanto mediante la collaborazione tra tutte le forze. Questa affermazione è diventata un elemento permanente della dottrina sociale della Chiesa, e ciò spiega, tra l’altro, perché Giovanni XXIII indirizzò la sua Enciclica sulla pace anche a «tutti gli uomini di buona volontà».

Papa Leone, tuttavia, constatava con dolore che le ideologie del tempo, specialmente il liberalismo e il marxismo, rifiutavano questa collaborazione. Nel frattempo molte cose sono cambiate, specialmente negli anni più recenti. Il mondo odierno è sempre più consapevole che la soluzione dei gravi problemi nazionali e internazionali non è soltanto questione di produzione economica o di organizzazione giuridica o sociale, ma richiede precisi valori etico-religiosi, nonché cambiamento di mentalità, di comportamento e di strutture. La Chiesa si sente, in particolare, responsabile di offrire questo contributo, e — come ho scritto nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis — c’è la fondata speranza che anche quel gruppo numeroso che non confessa una religione possa contribuire a dare il necessario fondamento etico alla questione sociale.115

Nello stesso Documento ho pure rivolto un appello alle Chiese cristiane e a tutte le grandi religioni del mondo, invitando ad offrire l’unanime testimonianza delle comuni convinzioni circa la dignità dell’uomo, creato da Dio.116 Sono persuaso, infatti, che le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per la conservazione della pace e per la costruzione di una società degna dell’uomo.

D’altra parte, la disponibilità al dialogo e alla collaborazione vale per tutti gli uomini di buona volontà e, in particolare, per le persone ed i gruppi che hanno una specifica responsabilità nel campo politico, economico e sociale, a livello sia nazionale che internazionale.

 

61.

All’inizio della società industriale, fu «il giogo quasi servile» che obbligò il mio predecessore a prendere la parola in difesa dell’uomo. A tale impegno nei cento anni trascorsi la Chiesa è rimasta fedele! Infatti, è intervenuta nel periodo turbolento della lotta di classe dopo la prima guerra mondiale, per difendere l’uomo dallo sfruttamento economico e dalla tirannia dei sistemi totalitari. Ha posto la dignità della persona al centro dei suoi messaggi sociali dopo la seconda guerra mondiale, insistendo sulla destinazione universale dei beni materiali, su un ordine sociale senza oppressione e fondato sullo spirito di collaborazione e di solidarietà. Ha poi ribadito costantemente che la persona e la società non hanno bisogno soltanto di questi beni, ma anche dei valori spirituali e religiosi. Inoltre, rendendosi conto sempre meglio che troppi uomini vivono non nel benessere del mondo occidentale, ma nella miseria dei Paesi in via di sviluppo, e subiscono una condizione che è ancora quella del «giogo quasi servile», essa ha sentito e sente l’obbligo di denunciare tale realtà con tutta chiarezza e franchezza, benché sappia che questo suo grido non sarà sempre accolto favorevolmente da tutti.

A cento anni dalla pubblicazione della Rerum novarum la Chiesa si trova tuttora davanti a «cose nuove» e a nuove sfide. Perciò, il centenario deve confermare nell’impegno tutti gli uomini di buona volontà e, in particolare, i credenti.

 

62.

Questa mia Enciclica ha voluto guardare al passato, ma soprattutto è protesa verso il futuro. Come la Rerum novarum, essa si colloca quasi alla soglia del nuovo secolo ed intende, con l’aiuto di Dio, prepararne la venuta.

La vera e perenne «novità delle cose» in ogni tempo viene dall’infinita potenza divina, che dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Queste parole si riferiscono al compimento della storia, quando Cristo «consegnerà il regno a Dio Padre …, perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,24.28). Ma il cristiano sa bene che la novità, che attendiamo nella sua pienezza al ritorno del Signore, è presente fin dalla creazione del mondo e, più propriamente, da quando Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo e con lui e per lui ha fatto una «nuova creazione» (2 Cor 5,17; Gal 6,15).

Nel concludere, ringrazio ancora Dio onnipotente, che ha dato alla sua Chiesa la luce e la forza di accompagnare l’uomo nel cammino terreno verso il destino eterno. Anche nel terzo Millennio la Chiesa sarà fedele nel fare propria la via dell’uomo, consapevole che non procede da sola, ma con Cristo, suo Signore. È lui che ha fatto propria la via dell’uomo e lo guida anche quando questi non se ne rende conto.

Maria, la Madre del Redentore, la quale rimane accanto a Cristo nel suo cammino verso e con gli uomini, e precede la Chiesa nel pellegrinaggio della fede, accompagni con materna intercessione l’umanità verso il prossimo Millennio, in fedeltà a Colui che, «ieri come oggi, è lo stesso e lo sarà sempre» (cf Eb 13,8), Gesù Cristo, nostro Signore, nel cui nome tutti benedico di cuore.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° maggio — memoria di San Giuseppe lavoratore — dell’anno 1991, decimoterzo di pontificato.

 

GIOVANNI PAOLO II

 




Tra i fatti della vera integrazione e le parole di una per lo meno equivoca “educazione”

E’ bergamasco ma di origini nigeriane, responsabile immigrazione della Lega e militante del Carroccio da 25 anni. Toni Iwobi, 62 anni, è il primo senatore nero d’Italia.

Forse, senza tanti discorsi, la cosa migliore è ricordare a Parolin un solo e semplice fatto, che riporto dalle colonne de Il Fatto quotidiano: “E’ bergamasco ma di origini nigeriane, responsabile immigrazione della Lega e militante del Carroccio da 25 anni. Toni Iwobi, 62 anni, è il primo senatore nero d’Italia.”. Dopo il primo senatore nero, portato in Parlamento dalla Lega, non dal Pd, noi chiediamo a Dio un miracolo: il primo papa nero, se possibile Robert Sarah. Nero, cattolico, intelligente, devoto, allergico alla politichetta dei prelati italiani. Anche sull’immigrazione non la pensa come Parolin.

Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Il giorno dopo l’exploit elettorale della Lega che ha impostato la campagna elettorale contro i migranti, il Segretario di Stato vaticano ha fatto sapere che la Santa Sede continuerà a predicare come ha sempre fatto a favore dell’accoglienza e delle porte aperte dell’Europa ai migranti. «La Santa Sede sa che deve lavorare nelle condizioni che si presentano. Noi non possiamo avere la società che vorremmo, non possiamo avere le condizioni che vorremmo avere. Quindi credo che, anche in questa situazione, la Santa Sede continuerà la sua opera di educazione, che richiede molto tempi». Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, commenta con l’agenzia dei vescovi Sir – a margine dell’incontro della Commissione internazionale cattolica sulle migrazioni  – i risultati delle elezioni politiche.

Per il segretario di Stato la cosa più importante è insistere con i fedeli. «E’ importante riuscire ad educare la popolazione a passare da un atteggiamento negativo ad un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti. E’ un lavoro che continua, anche se le condizioni possono essere più o meno favorevoli. Da parte della Santa Sede ci sarà sempre questa volontà di proporre il suo messaggio fondato sulla dignità delle persone e la solidarietà».

Alle organizzazioni cattoliche impegnate in prima linea nell’accoglienza e integrazione dei migranti Parolin consiglia di continuare ad «impegnarsi per creare una visione positiva della migrazione. Perché ci sono tanti aspetti della migrazione positivi che all’interno di tutta questa complessità non si percepiscono».

«Consiglio di continuare il loro lavoro sul terreno perché questo le contraddistingue e caratterizza, ma al tempo stesso non avere paura di aiutare la popolazione ad avere questo nuovo approccio».  Sulla necessità di conciliare le esigenze di sicurezza dei cittadini e i bisogni di chi fugge da situazioni difficili ha osservato: «Non è facile, dobbiamo riconoscerlo. Ma questa è una sfida che spetta alla politica, ossia conciliare le due esigenze, ambedue imprescindibili. E’ logico, i cittadini devono sentirsi sicuri e protetti ma allo stesso tempo non possiamo chiudere le porte in faccia a chi sta fuggendo da situazioni di violenza e di minaccia».




Note di dottrina sociale della Chiesa. “Centesimus annus” di san GP II (5a parte)

Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale della Chiesa, la quale, valendosi di tutti gli apporti delle scienze e della filosofia, si propone di assistere l’uomo nel cammino della salvezza…

 

53.

Di fronte alla miseria del proletariato Leone XIII diceva: «Affrontiamo con fiducia questo argomento e con pieno nostro diritto … Ci parrebbe di mancare al nostro ufficio se tacessimo».107 Negli ultimi cento anni la Chiesa ha ripetutamente manifestato il suo pensiero, seguendo da vicino la continua evoluzione della questione sociale, e non ha certo fatto questo per recuperare privilegi del passato o per imporre una sua concezione. Suo unico scopo è stata la cura e responsabilità per l’uomo, a lei affidato da Cristo stesso, per questo uomo che, come il Concilio Vaticano II ricorda, è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa e per cui Dio ha il suo progetto, cioè la partecipazione all’eterna salvezza. Non si tratta dell’uomo «astratto», ma dell’uomo reale, «concreto» e «storico»: si tratta di ciascun uomo, perché ciascuno è stato compreso nel mistero della redenzione e con ciascuno Cristo si è unito per sempre attraverso questo mistero.108 Ne consegue che la Chiesa non può abbandonare l’uomo, e che «questo uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione …, la via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’incarnazione e della redenzione».109

È, questa, solo questa l’ispirazione che presiede alla dottrina sociale della Chiesa. Se essa l’ha a mano a mano elaborata in forma sistematica, soprattutto a partire dalla data che commemoriamo, è perché tutta la ricchezza dottrinale della Chiesa ha come orizzonte l’uomo nella sua concreta realtà di peccatore e di giusto.

 

54.

La dottrina sociale oggi specialmente mira all’uomo, in quanto inserito nella complessa rete di relazioni delle società moderne. Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per interpretare la centralità dell’uomo dentro la società e per metterlo in grado di capir meglio se stesso, in quanto «essere sociale». Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale della Chiesa, la quale, valendosi di tutti gli apporti delle scienze e della filosofia, si propone di assistere l’uomo nel cammino della salvezza.

L’Enciclica Rerum novarum può essere letta come un importante apporto all’analisi socio-economica della fine del secolo XIX, ma il suo particolare valore le deriva dall’essere un Documento del Magistero, che ben si inserisce nella missione evangelizzatrice della Chiesa insieme con molti altri Documenti di questa natura. Da ciò si evince che la dottrina sociale ha di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione: in quanto tale, annuncia Dio ed il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l’uomo a se stesso. In questa luce, e solo in questa luce, si occupa del resto: dei diritti umani di ciascuno e, in particolare, del «proletariato», della famiglia e dell’educazione, dei doveri dello Stato, dell’ordinamento della società nazionale e internazionale, della vita economica, della cultura, della guerra e della pace, del rispetto alla vita dal momento del concepimento fino alla morte.




In vista delle elezioni del 4 marzo. Note di dottrina sociale della Chiesa. “Centesimus annus” di san GP II (2a parte)

Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario della vita.

39.

La prima e fondamentale struttura a favore dell’«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell’uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino. Spesso accade, invece, che l’uomo è scoraggiato dal realizzare le condizioni autentiche della riproduzione umana, ed è indotto a considerare se stesso e la propria vita come un insieme di sensazioni da sperimentare anziché come un’opera da compiere. Di qui nasce una mancanza di libertà che fa rinunciare all’impegno di legarsi stabilmente con un’altra persona e di generare dei figli, oppure induce a considerare costoro come una delle tante «cose» che è possibile avere o non avere, secondo i propri gusti, e che entrano in concorrenza con altre possibilità.

Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario della vita. Essa, infatti, è sacra: è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita.

L’ingegno dell’uomo sembra orientarsi, in questo campo, più a limitare, sopprimere o annullare le fonti della vita ricorrendo perfino all’aborto, purtroppo così diffuso nel mondo, che a difendere e ad aprire le possibilità della vita stessa. Nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis sono state denunciate le campagne sistematiche contro la natalità, che, in base ad una concezione distorta del problema demografico e in un clima di «assoluta mancanza di rispetto per la libertà di decisione delle persone interessate», le sottopongono non di rado «a intolleranti pressioni … per piegarle a questa forma nuova di oppressione». Si tratta di politiche che con nuove tecniche estendono il loro raggio di azione fino ad arrivare, come in una «guerra chimica», ad avvelenare la vita di milioni di esseri umani indifesi.

Queste critiche sono rivolte non tanto contro un sistema economico, quanto contro un sistema etico-culturale. L’economia, infatti, è solo un aspetto ed una dimensione della complessa attività umana. Se essa è assolutizzata, se la produzione ed il consumo delle merci finiscono con l’occupare il centro della vita sociale e diventano l’unico valore della società, non subordinato ad alcun altro, la causa va ricercata non solo e non tanto nel sistema economico stesso, quanto nel fatto che l’intero sistema socio-culturale, ignorando la dimensione etica e religiosa, si è indebolito e ormai si limita solo alla produzione dei beni e dei servizi.

Tutto ciò si può riassumere affermando ancora una volta che la libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana. Quando quella si rende autonoma, quando cioè l’uomo è visto più come un produttore o un consumatore di beni che come un soggetto che produce e consuma per vivere, allora perde la sua necessaria relazione con la persona umana e finisce con l’alienarla ed opprimerla.